Francesco Raniolo, La partecipazione politica. Fare, pensare, essere, Il Mulino, Bologna, 2024

Andrea Millefiorini

1.

A 23 anni dalla prima edizione e a 17 dalla seconda, La partecipazione politica di Francesco Raniolo conosce nuova vita, e sarebbe del tutto fuorviante definirla terza edizione, perché non si tratta affatto di questo. Dopo più di tre lustri, all’autore si è presentata nuova e abbondante materia per dare alle stampe una “Partecipazione politica 2.0” che chiarisce e ridefinisce un quadro che nel frattempo ha conosciuto mutamenti così ampi da richiedere un’opera riscritta praticamente ex-novo, senza, tuttavia, tralasciare i punti focali e rilevanti che avevano caratterizzato la prima edizione, così da fornire al lettore una prospettiva anche longitudinale del fenomeno. Si ha quindi, al termine della lettura di questo volume di 270 pagine, una panoramica ampia che permette di comprendere cosa è rimasto e cosa no, cosa c’è oggi e cosa non c’era ieri, nonché la direzione di marcia, sociale e politica, di un fenomeno che è trasversale a diverse dimensioni e livelli della politica e delle istituzioni. Sicché, altro merito di questo lavoro è quello di sconfinare e di trattare con competenza e padronanza temi anche più generali come i sistemi politici, le istituzioni, la democrazia, la comunicazione politica, la depoliticizzazione.

Il libro è organizzato in modo da poter affrontare l’analisi del fenomeno partecipativo trattandone tutte le sue diverse prospettive, interne ed esterne, senza mai tornare più di una volta sullo stesso argomento, e anzi proponendo nei diversi capitoli schemi interpretativi di questo o quell’aspetto mettendolo in correlazione con altre variabili sociali, politiche o istituzionali e costruendo così delle mappe e delle tipologie esplicative molto efficaci.

Altro aspetto che risalta dalla lettura complessiva del volume è un impianto bibliografico solido e ricco, al contempo aggiornato e tuttavia non dimentico di testi che pur avendo sulle spalle qualche decennio risultano ancora oggi fondamentali e attuali nello studio e nella comprensione dei fenomeni politici. Diremmo che questo è uno dei maggiori pregi del libro: aver saputo coniugare senza discontinuità o salti cronologici una letteratura politologica e sociologica che risulta così, grazie ad un filo del discorso che non si interrompe mai, il riflesso di una disciplina scientifica che ha compiuto un percorso di continua crescita e costruzione collettiva del proprio sapere.

Il testo si suddivide in tre sezioni: la prima, dal titolo La parola e le dimensioni, nella quale viene esposto il concetto e il problema della sua definizione, e dei diversi tipi di partecipazione che la letteratura ha di volta in volta individuato e proposto. Questa parte tratta quindi della sostanza della partecipazione politica, in cosa essa consiste nei fatti, quali forme assume, da quali motivazioni è messa in moto, quali livelli di coinvolgimento prevede da parte dei cittadini.

La seconda parte, dal titolo Le parole e le arene, è a sua volta suddivisa in capitoli i cui titoli sono molto eloquenti: “Votare”, “Associarsi”, “Parteggiare”, “Comunicare”.

Infine la terza parte, Davanti al futuro tra innovazioni e sfide, è dedicata ad una riflessione generale sulle prospettive future della partecipazione in base all’analisi delle criticità esposte sino a quel punto del volume.

2.

Dare una definizione del concetto di partecipazione politica sarebbe un’operazione che rischierebbe di far “girare a vuoto” i concetti ivi contenuti, nel senso che, proprio in quanto trattasi di un fenomeno trasversale a diverse sfere, livelli, categorie sociali, essa potrebbe essere un po’ come una rete da pesca che ha maglie o troppo strette, sì da trarre a riva troppi pesci e quindi di strapparsi prima ancora dello sbarco, oppure troppo larghe, sì da non riportare a riva un bel niente. Raniolo si tiene quindi alla larga da un simile rischio, pur arrivando a far comprendere molto bene al lettore, alla fine della prima parte, in cosa consista effettivamente l’oggetto del suo studio. È vero, egli riporta, diligentemente, la nota definizione di Pizzorno:

«La partecipazione politica è un’azione in solidarietà con altri, nell’ambito di uno stato o di una classe, in vista di conservare o modificare la struttura (e quindi i valori) del sistema di interessi», ma lo fa solo come punto di partenza, non di arrivo. Poi prosegue infatti il discorso con una serie di riferimenti che, a distanza di diversi decenni da quella definizione, sono ormai imprescindibili: «La questione centrale di come si ri-definisce la partecipazione politica in contesti post-classisti e, comunque, ad elevata disuguaglianza (trasformazioni del prendere parte) e post-statuali e, comunque, con crisi dei confini (trasformazioni dell’esser parte). Tutto ciò mentre i partiti programmatici e di integrazione di massa – ma anche i sindacati – sono ormai scomparsi» (Raniolo 2024: 34-35).

C’è poi la questione della orizzontalizzazione della partecipazione politica, processo iniziato già negli ultimi decenni del Novecento, ma accentuatosi e divenuto strutturale nel XXI secolo grazie soprattutto alla digitalizzazione, che ha contribuito a rendere il fenomeno partecipativo meno verticale è più «puntiforme, liquido, turbolento» (Ibidem: 36). Si moltiplicano inoltre le arene, che conoscono gruppi più o meno organizzati e più o meno estesi, a volte così poco estesi da rasentare la individualizzazione.

C’è, infine, tutta la galassia della partecipazione civica, che nel frattempo ha continuato a crescere, e che rappresenta oggi un fenomeno che probabilmente supera, in quantità, la stessa partecipazione politica. Ma si tratta davvero di due fenomeni diversi? Sino a qualche anno fa, la risposta in letteratura sarebbe stata affermativa. Oggi ci si comincia invece a porre la questione se non si tratti invece di due sotto-tipi di uno stesso fenomeno. Raniolo sembra accreditare questa lettura, riprendendo anche l’approccio di Giovanni Moro per il quale la stessa partecipazione politica altro non è che una pratica di cittadinanza.

In conclusione Raniolo sintetizza la sua proposta di definizione, e di studio, della partecipazione politica proponendo di analizzarla sulla base delle tre dimensioni del “prender parte”, del “sentirsi parte” e dell’”esser parte”, che vanno da un livello maggiore di intensità ad uno minore. Tra tali dimensioni c’è sempre complementarietà e interdipendenza, ed esse si intrecciano con quattro arene fondamentali, che sono le arene istituzionali (Il Palazzo), le arene della Protesta (la Piazza), le arene comunitarie o civiche e le arene mediali e del web.

Corre, lungo tutto il corso del libro, un punto che sottende a diversi aspetti di volta in volta analizzati: la perdita di legittimità e il “deconsolidamento” della democrazia, conseguenza di attuali sfide che i modelli di democrazie come li abbiamo conosciuti sino ad oggi sembrano non riuscire a fronteggiare. Le cause principali di questo stato di cose, riprendendo anche le ricerche di Yascha Mounk, vengono individuate nella crescita delle diseguaglianze, nell’eterogeneità e nella progressiva frammentazione della comunità politica, nella repentina crescita del pluralismo culturale, nella rivoluzione digitale (Ivi: 68-69).

Molto istruttivo, a riguardo, il grafico (Ivi: 79) con i livelli di soddisfazione per la democrazia, con l’Italia che si colloca comunque in buona posizione, con un 71,5 rispetto alla media europea di 60, in ciò evidentemente dimostrando che l’astensionismo (“dalle prime elezioni politiche del 1948, affluenza 92,2, ad oggi, 63,9%, abbiamo perso per strada poco più di 28 elettori su cento”, ricorda Raniolo) non è necessariamente legato a sfiducia nella democrazia ma solo a carenza di offerta politica o di sfiducia verso una specifica classe politica. Vero è che, sempre ad avviso di Mounk, «i cittadini si stanno disamorando della democrazia; sono sempre più aperti alle alternative autoritarie; partiti e movimenti non concordano sul rispetto delle norme democratiche basilari – a partire dall’accettare la sconfitta elettorale». Tuttavia sarebbe forse opportuno distinguere: vi sono certamente paesi in cui tali processi sono più marcati e, sembrerebbe, irreversibili, e altri in cui sono presenti solo a latere o comunque non ancora in forma predominante, come appunto l’Italia o, altri esempi, il Regno Unito, la Germania, tutti i paesi scandinavi. Non è affatto detto che in questi sistemi politici tale processo sia irreversibile.

Una parte rilevante del volume, sia con una sezione specifica (“associarsi”), sia con richiami anche in altri capitoli, è dedicata all’associazionismo come forma di partecipazione politica. Il tema che accompagna questa sezione è la capacità di organizzazione e di auto-organizzazione, che certo riguarda tutti i soggetti politici, dai partiti ai movimenti alle forme di associazionismo. Tuttavia essa pare oggi molto più viva e in fermento nel mondo della partecipazione civica e associativa che non in quello dei partiti e degli stessi movimenti politici: «Uno dei fenomeni partecipativi più rilevanti degli ultimi decenni, in tutto il mondo, è la straordinaria capacità dei cittadini di auto-organizzazione come attori delle politiche pubbliche», scrive Raniolo citando Giovanni Moro. E qui si pone una questione rilevante: sino a ieri infatti il confine tra politica e società civile era chiaro, netto, ben visibile. Oggi quel limite comincia a essere più incerto, labile, confuso. La società civile assume spesso, direttamente, ruoli o funzioni che prima erano demandate a soggetti o attori politici, mentre sono oggi questi ultimi che vanno spesso quasi alla ricerca di un “bollino” conferitogli dalla società civile per assumere maggior credibilità e autorevolezza. Eppure, osserva giustamente Raniolo, il “parteggiare” non può essere una dimensione alla quale la politica possa rinunciare, pena lo svuotarsi della sua carica innovativa, oppositiva, conflittuale. È in grado il livello civico e associativo di garantire questa essenziale funzione? E qui il discorso entra dritto dritto nel problema, più che decennale ormai, della crisi dei partiti politici tradizionali, ma non solo tradizionali.

Ci troviamo qui al cuore della questione partecipativa. Il vecchio mondo novecentesco dei partiti è finito ma non ne è ancora sorto uno nuovo, o almeno definito, e tutto avviene in forme incerte, confuse, a volte eterodirette da centri che non appartengono alla politica ma alla comunicazione, a grandi soggetti economici, ai campioni della digitalizzazione e dell’innovazione tecnologica. Tutto questo ha contribuito a debilitare e ad abbassare di qualità il livello del discorso politico, sgomberando del tutto da esso una qualunque visione prospettica dell’azione pubblica, improntata ad una qualche immaginazione del futuro. Sarebbe lungo affrontare questo specifico aspetto della politica contemporanea, che risente a sua volta di mutamenti culturali e identitari profondi avvenuti nelle società “ipermoderne”, come le ha definite Touraine. Una cosa tuttavia è certa. Come scrive Raniolo, «l’effetto di de-strutturazione è profondo e con effetti duraturi» (Ivi: 174). Una destrutturazione che è ancora pienamente in corso, e dove una partecipazione certamente meno intensa ma più diffusa che in passato, meno “politica” e più civico-sociale, dunque con meno carica conflittuale che in passato «si è rivelata un utile strumento di sostanziale anestetizzazione della partecipazione democratica», ricorda Raniolo citando Sorice. Quest’ultimo «definisce la partecipazione contemporanea una ‘partecipazione disconnessa’, che finisce per riprodurre la frattura tra chi partecipa e chi decide» (Ivi: 182). E la politica, quella fatta, non quella partecipata, svolge una parte in copione che vorrebbe apparire conflittuale ma che lo è alla fine solo di facciata, solo “d’ufficio”, diciamo così, prendendosela, a destra, con gli immigrati e, a sinistra, con chi non è politically corect. Temi, come si vede, assai lontani dai problemi reali delle società contemporanee, e che se riescono a solleticare certi umori e certi sentimenti diffusi, non assolvono di certo a quella che dovrebbe essere una funzione fondamentale svolta da una classe politica, quella di indicare strade, prospettive, progetti di miglioramento della vita dei cittadini.

La fine della democrazia dei partiti, e il passaggio alla “democrazia del pubblico”, espressione quanto mai riuscita coniata da Bernard Manin, riassume un po’ tutte le criticità e le opportunità che la mediatizzazione e la digitalizzazione stanno portando con sé nei sistemi politici contemporanei (e non solo in quelli democratici). Il grande merito di Manin è stato quello di aver saputo immaginare questo idealtipo – che si aggiunge ai due che lo hanno storicamente preceduto, quello della democrazia delle élites e quello della democrazia dei partiti – ben prima che gli effetti della digitalizzazione iniziassero a mostrarsi. In fondo, la digitalizzazione non ha fatto altro che accentuare ancora di più il processo che già era iniziato con la mediatizzazione, e che era ben presente al filosofo politico francese (che ci ha lasciati nel novembre scorso). La sua democrazia del pubblico, per come è stata descritta e spiegata, resta tuttavia più un modello in cerca di una ulteriore focalizzazione che non un paradigma in grado di rispondere alle tante incertezze e ai tanti vuoti lasciati dalla fine dei partiti, delle loro culture politiche e delle loro ideologie. Come ho avuto modo di osservare in un mio precedente lavoro, le democrazie del pubblico sono delle democrazie “sfocate”, nelle quali cioè tra attori politici e cittadini non vi è un sufficiente allineamento tra bisogno identitario diffuso socialmente e possibilità/capacità della politica di ridisegnare nuove prospettive in grado di dare rappresentazione concreta e visibile a quel bisogno identitario. Ciò è causa di un difficile collegamento tra livello micro (vita quotidiana dei gruppi sociali, vita quotidiana dei singoli) e livello macro (culture politiche e ideologie di cui sono portatori i grandi soggetti politici nazionali) della società. Quando questi due livelli, in un aggregato sociale, non comunicano più bene tra loro, o quando sussistono interruzioni, discrepanze, insomma non uno sbocco adeguato, il processo di costruzione di senso di una società ne viene inficiato e ciò mette a rischio, alla lunga, anche la fiducia nelle istituzioni politiche, oltre alla stessa integrazione e solidarietà sociali. Quel rapporto così importante è messo in crisi da una causalità doppia e reciproca: la de-massificazione e la frammentazione sociale in gruppi, categorie, settori sempre più autoreferenziali sono entrambe causa di difficile ricomposizione delle identità sociali in una cornice di riconoscimento collettivo.