Modalità e tematiche contemporanee dell’attivismo trans* in Italia. Forme di resistenza e cura

Michel Sterbini Perticarà

Abstract. Research focusing on the rights of trans* people highlight different discriminations encountered in various aspects of daily life, such as workplaces or healthcare settings. The gender binary that structures the social order impedes the recognition of self-affirmation and the protection of personal human rights. In response to institutional lacks and political attacks, the trans* community develops different resistance mechanisms, organising itself into associations, advocacy groups, and networks. This article explores queer activism in Italy, with a particular focus on the trans* movement and its collective care practices, developed both through physical and virtual spaces, as a response to these daily and systemic forms of discrimination. Using qualitative methodologies such as semi-structured individual interviews and desk analysis of online pages, this paper concentrates on the issues followed by young trans and non-binary individuals in Italy through their activism, and the various forms of direct social action they engage in. These practices claim spaces of autonomy and create networks of convergence, promoting self-affirmation while combating isolation and exclusion. The analysis therefore reveals how activism can serve as a source of individual and collective care and emancipation, where mutual aid and resource exchange act as practical laboratories for a solidarity that can drive social change.

Keywords: trans* activism, LGBTQ+ community, social movements, non-binary identities.

Index

1. INTRODUZIONE

2. L’ATTIVISMO COME RISPOSTA

3. METODOLOGIA

4. L’ATTIVISMO QUEER CONTEMPORANEO

5. FORME EMERGENTI DI CURA

6. IL CASO STUDIO DELL’EMILIA-ROMAGNA

7. CONCLUSIONI

BIBLIOGRAFIA

1. INTRODUZIONE

La Trans Rights Map di TGEU, organizzazione che si occupa dei diritti delle persone trans* in Europa e nell’Asia Centrale, nel 2024 ha assegnato all’Italia un punteggio di 9,5 su 32 indicatori volti a descrivere il livello di riconoscimento, tutela e benessere delle persone trans* e gender non-conforming (TGNC)1. Secondo la survey condotta nel 2023 dalla FRA2, il 75% delle donne trans, il 64% degli uomini trans e il 49% delle persone non binarie rispondenti in Italia hanno dichiarato di essersi sentitә discriminatə in vari settori della vita nei 12 mesi precedenti (FRA 2024). Questi dati traducono in numeri un sistema in cui le persone trans*, ovvero chiunque non si riconosca nel genere assegnato alla nascita3, faticano a vedere la propria identità riconosciuta e i propri diritti tutelati. La legge n.164/1982 che regola il riconoscimento giuridico dell’identità di genere (RGIG), infatti, è imperniata su standard corporei e comportamentali fondati sul binarismo di genere, che a loro volta riproducono (Osella 2022). La sua applicazione prevede che un tribunale analizzi perizie mediche, psicologiche ed endocrinologiche che attestino la “disforia” o “incongruenza” di genere, per concedere la rettifica dei documenti e/o procedere con operazioni chirurgiche di affermazione di genere. Nonostante da pochi anni non sia più classificata come disturbo mentale dall’OMS, la transgenerità è patologizzata e la sua legittimità misurata sulla disforia e sul disagio che si provano. I saperi medici hanno un ruolo centrale in tale patologizzazione, e ai tribunali spetta regolamentare l’esperienza trans* in base a misurazioni arbitrarie dei livelli di “mascolinità” o “femminilità”. È dunque necessario rispettare una serie di requisiti, che possono essere letti «in termini di “sanzione” per aver attraversato i confini del genere dato nonché “misura preventiva” volta a impedire futuri attraversamenti» (Palazzo 2021: 6). È possibile chiedere la rettifica in seguito a modificazioni dei “caratteri sessuali”, ma quali siano le modificazioni necessarie non è stabilito dalla legge, e resta all’arbitrarietà dei singoli tribunali. Fino al 2015, ai fini del RGIG, era imposto il ricorso ad operazioni chirurgiche genitali, senza che queste fossero scelte liberamente, risultando in una sterilizzazione coatta contro i diritti all’identità di genere, alla libera scelta, alla salute e quelli riproduttivi. In seguito alle sentenze della Corte di Cassazione e della Corte Costituzionale, tali interventi non sono più obbligatori, ma resta necessario dar prova di possedere «gli aspetti psicologici, comportamentali e fisici» (Corte costituzionale 2015) del genere “opposto”. Ciò sottintende che l’identità di genere sia verificabile in base alla performance del proprio ruolo di genere (Butler 1988). Un simile assunto esplicita a livello giuridico quel pensée straight (Wittig 1992) che in-forma tutte le istituzioni ed erige a norma delle configurazioni prestabilite di Uomo e Donna come idealtipi per cui si è chiamatə a rendere conto (West e Zimmerman 2009). Così, i percorsi di transizione sociali e/o medicalizzati non sono visti come liberi atti di autoaffermazione, ma come «una serie di atti terapeutici il cui fine è “guarire” e “correggere”» le “anomale” esperienze trans*, e di atti legislativi rivolti a normarle e normalizzarle (Voli 2018: 99).

Le transgenerità mostrano le contraddizioni e l’artificialità del sistema binario che regolamenta l’ordine sociale, pertanto sono accettate solo se riconducibili a canoni cisgenere ed eterosessuali, duali e lineari, negando la possibilità di tutti gli «spazi intermedi» (Palazzo 2021: 14). Le persone trans* che scelgono di non intraprendere una terapia ormonale, e tutte le persone che vivono il proprio genere in modo non conforme agli standard, non hanno la possibilità di vedere riconosciuta la propria esistenza a livello giuridico. Ciò comporta ripercussioni sul benessere individuale, ostacoli d’accesso a servizi o all’esercizio dei propri diritti, e una maggiore vulnerabilità alle discriminazioni. Secondo l’indagine esplorativa condotta da ISTAT e UNAR nel 2023 riguardo le discriminazioni lavorative verso le persone trans e non binarie, una persona su due ha vissuto almeno un evento di discriminazione nella ricerca del lavoro per la propria identità di genere (ISTAT-UNAR 2024). Anche il diritto all’abitare può essere compromesso, a causa di pregiudizi e ostilità che si incontrano nella ricerca di una casa (Ibidem). Le difficoltà e le porte sbarrate aumentano quando si intrecciano altri assi di marginalizzazione, come nel caso di persone razzializzate che non possiedono la cittadinanza italiana.

La divisione per sesso anagrafico dei registri elettorali espone molte persone trans e non-binary ad outing, violazione della privacy e disagio nel doversi collocare in una fila che non rappresenta la propria identità, in contesti spesso non preparati ad accogliere un coming-out, causando situazioni in cui si rinuncia ad esercitare il proprio diritto al voto4.

Altre difficoltà vengono riscontrate nell’accesso ai servizi sanitari: tra il 2020 e il 2022, l’Istituto Superiore di Sanità ha rilevato che il 47% di persone transgenere si sono sentite discriminate per la propria identità e/o espressione di genere nell’accesso o nell’utilizzo di servizi sanitari (ISS 2022). La scarsa familiarità percepita nei professionisti sanitari rispetto alle questioni LGBTQ+ e alle proprie esigenze sanitarie, può avere come conseguenza una resistenza nell’effettuare screening di prevenzione e nel cercare assistenza medica. Le persone non binarie si confrontano con forme peculiari di stigma e, qualora vogliano intraprenderla, incontrano maggiori barriere di accesso alla terapia ormonale, con una minore probabilità di ricevere un trattamento affermativo (Scandurra et al. 2019: 48). Ciò avviene a causa di stereotipi come quello del «corpo sbagliato» (Engdahl 2014) o del non essere «abbastanza trans» (Garrison 2018). Tale gatekeeping può aggravarsi quando la persona trans* è anche una persona neurodivergente e/o con disabilità.

Non per ultimo, il clima politico attuale minaccia l’autodeterminazione di adulti e minori di genere non conforme. Si pensi all’ispezione ministeriale nei confronti dell’ospedale Careggi di Firenze5, tra le pochissime strutture in Italia a offrire assistenza a minori gender-diverse, o alla commissione istituita dall’esecutivo per riscrivere le linee guida dei percorsi di affermazione di genere, escludendo associazioni e studiosə trans* e affidando l’incarico a personalità avverse alle istanze LGBTQ+6. Infine, decisioni come il declassamento di farmaci utilizzati nella terapia ormonale sostitutiva dalla fascia di rimborsabilità a quella di non rimborsabilità aumentano le barriere economiche all’affermazione di genere7.

2. L’ATTIVISMO COME RISPOSTA

In contesti di marginalizzazione e discriminazione, l’attivismo e la partecipazione a mobilitazioni possono diventare una risposta a ciò che si avverte come ingiustizia. Contro un ordine sociale e istituzionale basato sulla disuguaglianza, i movimenti sociali prendono vita difendendo la solidarietà interpersonale e reclamando spazi di autonomia (Offe 1985). Ogni processo di movimento sociale si caratterizza infatti per un elemento conflittuale nei confronti di altri attori che possiedono o reclamano il controllo di interessi, risorse e decisioni (della Porta e Diani 2006). Tale relazione oppositiva non si esaurisce in un aspetto negativo, ma genera degli obiettivi comuni, articolati in termini politici e sociali, un senso d’appartenenza e un’identità collettiva che si costruiscono nella partecipazione, e reti entro le quali scambiare risorse, definire iniziative e strategie (Ibidem: 21). Il genere, come altri assi di oppressione o linee su cui si muovono i conflitti sociali, può fungere da facilitatore dell’azione, sia individuale che collettiva, in modi che possono riprodurre o contestare le strutture e le normatività di genere (Lavizzari 2020). Per questo, in una quotidianità caratterizzata da barriere e organizzata sulla cisnormatività sistemica, le persone e le comunità trans* mettono in atto diverse strategie (de Certeau 1980) per r-esistere.

L’attivismo trans* si potrebbe definire come quello sforzo collettivo che «s’impegna per far sì che l’attraversamento dei confini di genere sia, per tutte le persone che lo necessitano, più facile, più sicuro, più accettato» (Stryker 2022: 7). Esso si lega fortemente al movimento queer, caratterizzato dalla decostruzione e storicizzazione delle categorie sociali e identitarie, e dall’obiettivo di contestare la stigmatizzazione di determinate soggettività e di fornire valori, forme di organizzazione e possibilità di vita alternativi a quelli dominanti (Bernstein 1997: 537-538). La ricerca non si è ancora dedicata a ricostruire in modo adeguato la storia del movimento trans* in Italia, custodita in parte dagli archivi delle associazioni e dalle memorie individuali. Nelle poche restituzioni, inoltre, non trovano spazio le voci degli uomini trans (Ferro 2019) e delle soggettività non riconducibili a standard binari, ed è difficile rintracciare le storie di resistenza locate nelle regioni meridionali. In questa sede non si intende compiere una ricostruzione del movimento trans* italiano, ma solo tracciarne una breve genealogia per introdurre alcune modalità e tematiche. Esso nasce all’interno del movimento di liberazione gay – inizialmente raccoglitore di una serie di istanze e soggettività – e si intreccia fin da subito con gli ambienti punk, anarchici e di contestazione sociale. Negli anni Settanta in Italia sono attive realtà di liberazione sessuale e di genere, come ad esempio il F.U.O.R.I. (Fronte Unitario Omosessuale Rivoluzionario Italiano), in cui sono in prima linea anche persone di genere non conforme. Sulla spinta degli avvenimenti del Settantasette, le realtà LGBT e queer (autodefinitesi “froce”) iniziano a convergere a livello nazionale, in occasioni come ad esempio il Convegno nazionale contro la repressione tenutosi a Bologna nel settembre 1977 (Marcasciano 2024: XIX), dando vita alle prime conferenze nazionali del «movimento gay rivoluzionario» a Bologna nel 1978 e a Roma l’anno successivo (Ivi: 171). La nascita del movimento trans* viene simbolicamente fatta risalire al 1979, con la protesta di un gruppo di donne trans che, in una piscina pubblica di Milano, mettono i loro corpi al centro reclamando il diritto al riconoscimento delle loro identità. Da quel momento, in varie città italiane si avvia un fermento che porta alla nascita del MIT (all’epoca Movimento Italiano Transessuale, oggi Movimento Identità Trans) in varie città del centro e nord Italia, con la sede di Bologna come unico MIT attivo ancora oggi. In seguito, il movimento trans* si differenzia molto da quello gay per riflessioni, modalità e necessità, e dagli anni Novanta e Duemila iniziano a nascere più realtà queer e trans-centrate in varie città d’Italia, parallelamente a reti online sottoforma di mailing list, blog, siti.

Da allora, come gli altri movimenti sociali, quello trans* è composto da reti che al loro interno vedono attori eterogenei: singoli individui, attori organizzati più formali come le associazioni o più informali come i collettivi, gruppi interni a realtà più grandi come i centri sociali, ma anche progetti artistici e sportivi. Ogni attore partecipa attraverso modalità differenti, le quali dipendono dalle risorse (economiche, culturali, di tempo) a disposizione, dalle esperienze pregresse, e dalle cornici culturali e valoriali di riferimento che portano a ritenere determinate forme d’azione più legittime (Bosi e Zamponi 2019: 30). In senso generale, il movimento trans* si batte per il riconoscimento della piena esistenza e dei diritti di chi non si ritrova nel genere assegnato alla nascita, e per una redistribuzione del potere di assegnazione (medica, istituzionale, di ruoli culturali) che riconosca a ognunə la possibilità di autodeterminarsi. Ciò si riflette in un processo continuo in contrasto con la burocrazia organizzata dall’etero-cis-normatività istituzionalizzata. La dimensione materiale di redistribuzione delle risorse e delle possibilità è centrale, ad esempio nelle battaglie per il lavoro o per una sanità pubblica, informata e priva di barriere d’accesso. Sono in gioco anche «conflitti non materiali» (che pure hanno ricadute molto materiali) come quello della produzione del sapere (della Porta e Diani 2006: 53), ad esempio nel contestare le definizioni patologizzanti o le narrazioni mostrificanti della transgenerità (Arfini 2007). Questo e molto altro viene portato avanti attraverso diverse azioni che, seguendo le definizioni di Bosi e Zamponi, possiamo definire “dimostrative” e “sociali dirette”. Le azioni dimostrative, come ad esempio le manifestazioni e le proteste, si pongono con termini rivendicativi e conflittuali nei confronti del sistema politico, mentre le azioni sociali dirette consistono in diverse forme di risposta immediata a un bisogno specifico e materiale, nel tentativo di attuare un cambiamento diretto (Bosi e Zamponi 2019: 23). Assieme ai momenti di contestazione, le azioni sociali dirette costituiscono un ampio mosaico d’azione per tutte le realtà d’attivismo trans* e queer. Sono centrali le attività culturali alternative, come i momenti di socializzazione, di autofinanziamento, gli eventi di discussione e le formazioni; ma all’interno di una comunità per cui l’accesso alle risorse materiali e del sapere non è scontato, sono altrettanto fondanti pratiche di mutuo aiuto e di messa in comune di mezzi e conoscenze (Ivi: 87). A fronte di una crescente privatizzazione dei servizi e delle attività di consulenza, e di una mancata preparazione alle necessità delle persone trans*, la creazione di sportelli legali e del lavoro, l’accompagnamento a servizi sanitari e il supporto peer-to-peer rappresentano forme di solidarietà attraverso le quali reclamare spazi di autonomia.

La creazione di «spazi liberi» (Evans e Boyte 1986), nella comunità queer definiti «spazi safer», è necessaria tanto per rispondere al bisogno di luoghi sicuri, quanto per sviluppare azioni collettive, relazioni, legami e competenze (Bonu Rosenkranz 2024: 122-123). In questi contesti, la cura, intesa «come abilità individuale e collettiva di porre le condizioni politiche, sociali, materiali ed emotive» affinché la vita possa prosperare (The Care Collective 2021: 21), è messa al centro come principio organizzatore dell’azione, divenendo una «cura-in-pratica» (Ivi: 32).

Portando avanti rivendicazioni, fornendo servizi e spazi di cura e ascolto, non solo si formulano risposte a oppressioni e carenze istituzionali, ma si dà vita a un soggetto collettivo, forme di solidarietà e culture controegemoniche che possono fungere da motori di cambiamento (della Porta e Diani 2006: 12).

3. METODOLOGIA

Questo articolo presenta alcune delle principali istanze dell’attivismo e delle mobilitazioni queer e LGBTI+ in Italia, focalizzandosi soprattutto su alcune tematiche, modalità e strategie che le persone trans* giovani portano avanti quotidianamente. Le riflessioni qui riportate, basate su metodologie qualitative, sono presentate in tre sezioni. Nella prima (par. 4), si prenderanno in considerazione interviste semi-strutturate, condotte tra Febbraio e Aprile 2022, rivolte a persone non binarie che sono attive – in gruppi o individualmente, online e offline – su tematiche LGBTQIA+ e/o questioni più ampie riguardo la giustizia sociale. Lə partecipanti sono statə selezionatə in base a expert interviews e in seguito campionamento a valanga, anche attraverso delle call for participants diffuse su canali social. Hanno preso parte dieci persone di età compresa fra i 19 e i 34 anni provenienti da varie aree d’Italia, in maggioranza regioni del centro o del nord, di cui otto persone bianche e quattro persone neurodivergenti, che si riconoscono nell’ombrello non-binary con identità e incorporazioni variegate.

In seguito (par. 5), si parlerà di due progetti come esempi delle emergenti forme di mobilitazione e mutuo-supporto che creano reti, in maniera tra(n)sversale fra l’online e la presenza fisica, sul territorio nazionale: Hubsoleto e Queer Mushroom Forest. La riflessione qui riportata è basata sull’analisi desk dei loro siti web e pagine social, che riportano diverse iniziative e modalità di azione, ma è anche frutto della conoscenza di alcune delle persone che compongono queste realtà, data dalla condivisione di alcune parti di un comune percorso di lotta.

In ultimo (par. 6), si presenterà il caso di alcune realtà d’attivismo dell’Emilia-Romagna tramite expert interviews semi-strutturate realizzate con attivistə appartenenti ad associazioni LGBTQ+, condotte negli ultimi due mesi del 2024. Le interviste sono state realizzate contattando le associazioni attraverso e-mail o messaggi Whatsapp, e rientrano all’interno di un progetto di ricerca più ampio ancora in corso. In questa sede vengono prese in considerazione sette partecipanti, tutte persone bianche di cui una cisgenere, appartenenti tra loro a cinque diverse associazioni LGBTQ+ o trans* collocate in quattro comuni della regione, con ruoli e competenze differenti. Attraverso di esse, si traccerà una panoramica delle azioni che le associazioni intraprendono per rispondere alle discriminazioni affrontate dalla comunità trans* in ambito sociale e lavorativo, prestando attenzione a dinamiche legate al territorio o a fattori generazionali.

Sono prese in esame tre ricerche differenti poiché offrono tre punti di vista utili a comporre un’analisi della partecipazione giovanile nell’attivismo trans* e nel movimento queer contemporaneo in Italia. La prima (par. 4) offre una panoramica, sicuramente non esaustiva, sulle tematiche e le rivendicazioni generalmente portate avanti. Dopo aver delineato i temi affrontati, la seconda ricerca (par. 5) apre uno spaccato su alcune modalità emergenti di agire attorno a queste istanze, fornendo alcuni esempi di come la dimensione online – da sempre fonte di scambio per la comunità queer – venga oggi vissuta e utilizzata, in addizione e commistione ad altre forme. Infine, riflessioni e prassi vengono calate nel caso studio delle associazioni trans e LGBTQ+ dell’Emilia-Romagna (par. 6), presa in considerazione per la storica presenza di mobilitazioni nel suo territorio e per il ruolo che essa ha avuto nelle prime tappe dell’attivismo trans* italiano (Marcasciano 2024), ritenendo interessante indagare lo stato contemporaneo di quel contesto di associazionismo.

L’analisi riportata si innesta anche sull’esperienza di chi scrive, essendo in prima persona parte di un’associazione e di una collettiva trans-centrate nel territorio emiliano. Il mio preciso posizionamento sociale, politico e territoriale porta con sé al contempo possibilità e limiti epistemici, impattando la mia prospettiva. La posizione di insider (Roseneil 1993) comporta inevitabilmente, nelle varie fasi della ricerca, l’emersione di bias o rischi, come ad esempio quello di parlare al posto di altrə sovrapponendo la propria prospettiva, o di tralasciare specifici elementi di un’esperienza condivisa dandoli per scontati (Imray Papineau 2023: 577). A causa dei rischi che presenta, a livello analitico, il coinvolgimento personale nei contesti d’attivismo analizzati, è importante che dalla cosiddetta militant research si sviluppi una teoria aperta e relazionale, che incorpori le diverse forme in cui le persone lottano «contro-e-oltre forme di oppressione» (Halvorsen 2015: 471). Allo stesso tempo, il mio impegno preesistente all’interno di reti di attivismo trans* ha significato una facilitazione nell’accesso al campo, favorendo la comunicazione con lə partecipanti e la costruzione di rapporti di fiducia. La familiarità con il contesto implica anche una conoscenza empirica più approfondita rispetto a quella di una persona outsider, dunque una dimestichezza con il linguaggio e i significati simbolici tipici (Roseneil 1993: 189), permettendo di inquadrare le esperienze e i temi più complessi in contesti più ampi.

Una linea netta tra la posizione di insider-pari e outsider-ricercatore non si dà una volta per tutte, giacché questa distinzione si muove su confini che, per motivi diversi, alle volte sono molto chiari e altre più sfumati, anche in base alla percezione dellə partecipanti. Se condividere esperienze sociali ed emotive porta lə ricercatorə a prendere una posizione (Imray Papineau 2023: 583; Lubit e Gidley 2020), allora è bene dichiarare che questo contributo ha l’obiettivo di far spazio alle mobilitazioni delle persone trans*, riconoscendole come siti strategici «per la produzione di un discorso controegemonico» (hooks 2018: 128), luoghi di creatività e potere in cui ritrovarsi e agire con solidarietà (Ivi: 133).

4. L’ATTIVISMO QUEER CONTEMPORANEO

Le esperienze personali affrontate dalle soggettività non eterosessuali e cisgenere possono portare alla decisione di attivarsi in forme variegate di coinvolgimento politico e sociale. La partecipazione delle persone trans* si estende al di là delle istanze riguardanti il genere, perché la vita di ciascuna si compone di attraversamenti (Mohanty 2003) fra il proprio posizionamento di genere e la propria provenienza, la posizione lavorativa, l’orientamento relazionale o il proprio neuro-funzionamento. In questa sezione si parlerà di “attivismo queer”, anziché “attivismo trans*”, per restituire l’ampio spettro delle tematiche emerse dai vissuti raccontati, che rientrano in una lunga storia italiana di politiche non-identitarie impegnate in questioni sociali ed economiche (Di Feliciantonio 2014). Queer è infatti riconosciuto come il nome di una linea politica che connette diverse rivendicazioni. È «una maniera di pensare» ma anche di agire, un «modus operandi» (Mar): un insieme di strumenti tramite cui decostruire gli assunti cis-etero-normativi, eurocentrici e capitalisti che strutturano le istituzioni e la quotidianità. Essere queer, per moltə, significa tanto un’identità individuale quanto un’appartenenza collettiva, non solo una descrizione di sé ma una «posizione politica» (Mar). «Queer è una comunità che si ribella a una discriminazione e che è anche molto intersezionale, di sostegno reciproco» (Jordan). Il coinvolgimento delle persone partecipanti riguarda tematiche variegate al di là dell’identità di genere, ad esempio l’asessualità e l’aromanticismo, le non monogamie, il carcere, la giustizia ambientale e i diritti umani.

Tale pluralità si riflette anche in una varietà di modalità: alcune persone sono attive all’interno di associazioni che erogano servizi e realizzano progetti, altre lo sono in collettivi o reti meno strutturate, con la possibilità di fluire tra i ruoli in modo più orizzontale. Alcune persone si occupano individualmente di divulgazione, condividendo la propria storia e le proprie conoscenze fornendo supporto peer-to-peer. C’è chi si attiva in modo sia individuale che collettivo, e chi fa parte di più gruppi; ciò che accomuna moltə è l’esperienza di collaborazione con altrə attivistə, associazioni o collettivi. L’alleanza è finalizzata al raggiungimento di obiettivi comuni, alla scoperta e all’approfondimento di tematiche o allo scambio di pratiche. «Mi sono avvicinatə ad altre persone che facevano parte di altre comunità, […] ho iniziato a notare come tutti gli argomenti si intersecavano tra di loro e come avevamo delle cose in comune e delle cose che ci distinguevano […] Per me è un continuo dare e ricevere» (Fox).

Anche i mezzi si diversificano tra divulgazione sulle piattaforme social, formazioni condotte di persona a studentə, insegnanti o professionistə sanitarə, riunioni di rete online per riunire partecipanti da tutta Italia, eventi itineranti a livello nazionale, o creazione di spazi in città in cui non è ancora presente un riferimento d’attivismo queer. Le modalità online possono rispondere a esigenze specifiche personali o condizioni più ampie, come avvenuto durante il fenomeno della pandemia COVID. Gli spazi online costituiscono spesso il primo luogo dove in prima persona si incontra virtualmente la propria comunità e dove si forma un’autocoscienza. Per questo, sono spesso luoghi in cui si generano discorsi che escono poi dallo schermo, metaforicamente con il permeare di argomenti nel dibattito politico, e concretamente con la creazione di gruppi e reti che organizzano eventi fisici e manifestazioni di piazza, permettendo la presenza in più di un territorio, in base alla collocazione di chi ne fa parte.

L’intersezionalità (Crenshaw 1989) emerge come un elemento centrale e ricorrente per le pratiche queer, distanti da una visione assimilazionista che riconosce nell’acquisizione di alcuni diritti civili il raggiungimento di un mondo inclusivo (Di Feliciantonio 2014). Tale appiattimento della politicizzazione dei movimenti LGBTQ+ sui diritti civili invisibilizza le parti più marginalizzate, e dunque più vulnerabili a discriminazioni ed esclusione sociale, della comunità (come le persone trans*, migranti, povere, intersex o asessuali). «Comunità queer è una comunità di lotta e non tutte le persone Lgbt sono in lotta alla fine» (Jordan). Alcuni esempi emersi sono la volontà manifestata da alcune associazioni LGBT di escludere l’asessualità dalla tutela che avrebbe voluto offrire il Ddl Zan, e più in generale la mancanza di partecipazione alle mobilitazioni politiche da parte delle persone più privilegiate, economicamente e in termini di diritti, della comunità. «La maggior parte dell’attivismo queer viene invisibilizzato. Per molti le manifestazioni Lgbt sono il pride, e […] quelle manifestazioni che sono più di protesta, che sono più politiche vengono proprio ignorate» (Jordan). L’intersezionalità è una modalità che considera il complesso dei meccanismi sociali e istituzionali che creano sistemi di esclusione e producono, in negativo alle identità riconosciute, soggettività oppresse. «Il mio sentirmi queer è anche il mio sentirmi vicino alla comunità delle persone neurodivergenti, vicino alla comunità delle persone disabili, delle persone povere, vicino a tutta una serie di situazioni che secondo me stanno necessariamente dentro questo spezzone» (Luna). La trasversalità è qualcosa che ha a che fare con come ci si sente posizionatə a livello collettivo, e da questo presupposto si direziona il proprio attivismo. «La mia storia è già di per sé intersezionale, la mia vita e la vita di tuttu è un’intersecazione di diversi fattori, di diverse storie, caratteristiche» (Moggia). La bussola con cui orientarsi è allora la pratica di mettere al centro «le voci più inascoltate» (Astrid) e le soggettività più marginalizzate anche all’interno degli spazi LGBT – individuate nelle persone asessuali, bisessuali, sex worker, migranti o non binarie.

Proviamo qui a riassumere le principali rivendicazioni dell’attivismo delle generazioni più giovani queer e trans* in quattro aree (non elencate in ordine di importanza). Una prima necessità avvertita è quella di una maggiore visibilità delle comunità marginalizzate, ad esempio attraverso l’utilizzo del linguaggio esteso (Manera 2021). La rappresentazione è un altro strumento tramite cui rendere visibili collocazioni fuori dalla lente cisgenere e superare le narrazioni stereotipiche delle persone trans* (Arfini 2007). Le persone non binarie non trovano quasi alcuna rappresentazione e quando succede si incontra uno “stereotipo non-binary”: «una persona molto magra, afab, capelli corti, un po’ androgina, […] possibilmente vestita in modo un po’ particolare» (Jordan). La rappresentazione viene individuata come centrale sia per permettere alle persone di riconoscersi e auto-validarsi, che per una maggiore consapevolezza sociale riguardo alle esistenze queer.

A livello mediatico […] Elliot Page non è l’unico modello a cui dovremmo ambire, ci sono tante altre persone transmasc che non hanno corpi conformi come il suo, non sono bianche, sono bipoc8, sono grasse, sono persone neurodivergenti, perciò esiste una pluralità di corporeità e funzionamenti neurologici che sono diverse e che meritano altrettanta rappresentazione (Tristan).

Un altro grande terreno di mobilitazione è quello del riconoscimento sociale in chiave di autodeterminazione. In questa direzione si muovono le richieste di una «legge dal basso» (Jordan) a contrasto dell’omo-bi-trans-a-fobia e di una legge che sostituisca la Legge 164, a favore di un modello in cui la rettifica anagrafica e l’accesso a interventi chirurgici possano avvenire senza la sentenza di un tribunale, e senza l’obbligatorietà del percorso psicologico. Nel 1982, una legge che permetteva il riconoscimento giuridico di chi aveva già intrapreso una transizione medica, da autodidatta o all’estero, fu una svolta importante e una conquista delle attiviste dell’epoca (Marcasciano 2020). Oggi però, a fronte di altre esperienze che stanno prendendo spazio, appare necessario superare una legge patologizzante e binaria (Lorenzetti 2013), «non legare l’accesso agli ormoni al requisito del nullaosta, […] trasformare la procedura di cambio anagrafico da giudiziaria ad amministrativa» (Tristan). Per migliorare nella quotidianità situazioni di disagio psicologico e sociale, viene fatta advocacy anche per istituire la carriera alias nelle istituzioni educative e sui posti di lavoro, per inserire una terza opzione al marcatore di genere M/F sui documenti d’identità per le persone intersex e non binarie, o per rimuoverlo del tutto come tutela di un dato sensibile. La richiesta di de-patologizzazione riguarda anche le esperienze di neurodivergenza, tagliate fuori e marginalizzate da un sistema economico, culturale ed educativo produttivista nello stesso binario modo in cui è esclusa la non conformità di genere.

Una terza area di mobilitazione riguarda la formazione erogata dalle associazioni e dai collettivi al personale sanitario, a dipendenti degli sportelli pubblici, o a insegnanti. Le cause dei lunghi tempi d’attesa per accedere alla transizione tramite il SSN sono da rintracciare anche nelle poche strutture in cui è possibile farlo, e al basso numero di professioniste/i formatə sui temi della salute queer. Similmente, l’introduzione di un’educazione sessuo-affettiva che riconosca la competenza dellə attivistə queer formatə (Mar), renderebbe scuole e università luoghi più accessibili, fornendo al personale e allə studentə strumenti per abbattere le barriere di controllo dell’identità e della corporeità (Bourelly 2022). Nella stessa direzione va l’impegno volto a rendere accessibili le tematiche LGBTQ+ al di fuori della propria “bolla”.

Abbiamo fatto dei format per riuscire a coinvolgere persone che non facevano parte del nostro stesso ambiente in eventi di discussione […]. Una delle cose che forse ho più a cuore è il fatto di non rinunciare al fatto di essere intersezionali, e quindi radicali […], ma contemporaneamente essere accessibili […]. Non dobbiamo spiegarci agli altri, […] però […] è giusto che qualunque persona abbia gli strumenti per avvicinarsi (Luna).

Un quarto focus è posto sulle questioni di classe che le persone queer affrontano a causa di scarse condizioni di lavoro o, come nel caso dellə sex workers, di mancanza di tutele e criminalizzazione. A ciò si sommano difficoltà economiche, derivate dai costi della transizione medica e del supporto psicologico cercato in risposta al minority stress subìto (Scandurra et al. 2019), e difficoltà riguardo alla questione abitativa, dovute alle discriminazioni incontrate nella ricerca di una casa.

L’attivismo assume diversi valori e significati per chi lo porta avanti. Aiutare persone della propria comunità, fare advocacy e divulgazione, agire per generare cambiamenti sociali, anche se su piccola scala, sono momenti in cui «aiutare gli altri ha una forte valenza d’aiuto per sé stessi» (Focardi et al. 2006: 23). Si attivano dunque forme di auto-mutuo aiuto, in cui è centrale tanto l’autodeterminazione quanto la mutualità, che rafforzano il senso di comunità basato sul perseguimento di fini comuni (Giarelli 2014). Il senso di impoteramento (Nadotti 2020) è allora sia un obiettivo dell’attivismo, per generare spazi «di creazione e non di sottomissione» (Borghi 2020), sia un sentimento provato dallə attivistə stessə, che rafforza il proprio sé e il senso di appartenenza a un’identità collettiva tramite l’azione (della Porta e Diani 2006: 91).

Ho parlato in piazza per il Ddl Zan […] ed è stata la prima volta che siamo riusciti a parlare in una piazza importante, […] a livello nazionale, di aromanticismo e asessualità. […] Mi ha dato una carica infinita e […] la fiducia di poter dire: siamo una comunità e siamo qui tuttu insieme a lottare per una cosa sola (Fox).

«Per chi è nella condizione di privilegio di farlo» (Tristan), esporsi e attivarsi in base alle proprie capacità e possibilità deriva dal “bisogno di fare qualcosa”, una necessità in cui il confine tra privato e pubblico sfuma in un «senso di liberazione individuale e collettiva» (Moggia). In un clima di strumentalizzazione dei corpi trans* e intersex, e in risposta all’esclusione sociale e istituzionale delle persone giovani e dei loro bisogni (Pitti 2022), ci si riappropria della valenza politica attraverso varie forme di impegno, rendendole il mezzo tramite cui provare a generare cambiamenti. L’attivismo funge dunque come meccanismo di coping individuale e collettivo, con la messa in campo di tattiche (de Certeau 1980) utili a resistere a barriere quotidiane ed esistere in un mondo ordinato in modo da non comprendere tuttə. «Se vuoi vivere […] devi fare politica, perché il tuo essere quello che sei ti rende una questione politica. Per forza fai attivismo, perché vuoi vivere!» (Miri).

5. FORME EMERGENTI DI CURA

Le varie forme emergenti di partecipazione giovanile sono spesso dirette a colmare vuoti istituzionali o porre rimedio a disuguaglianze strutturali, «dando vita e prendendo parte a progetti che non richiedono interventi “esterni”»9 (Pitti 2022: 23). Molte realtà di attivismo trans* oggi rispondono alla ristrettezza delle prassi giuridiche e al gatekeeping delle procedure mediche con strategie che “circumnavigano” le istituzioni (Ibidem). Nascono ad esempio canali online in cui si richiede supporto da parte della propria comunità in situazioni di emergenza abitativa, casse di solidarietà economica10, piattaforme in cui scambiare conoscenze acquisite nel proprio percorso o sportelli peer-to-peer d’orientamento. Lo svolgimento di queste attività in presenza si alterna alla modalità online, fondamentale in particolar modo per le generazioni più giovani e per chi si trova in territori con scarsa presenza di spazi fisici a cui rivolgersi. Proprio per rispondere all’esigenza di conoscere i servizi sul territorio nascono i progetti di mappature indipendenti. Diversamente da portali istituzionali come Infotrans, realizzato dalla collaborazione del SSN con l’UNAR, che segnalano i servizi dedicati alle persone trans* più vicini, collettivi come Zona Transito Libero creano mappature della qualità di tali servizi. Ciò significa raccogliere le esperienze di chi ne ha usufruito, «per tracciare un quadro dal basso di come i bisogni della comunità vengono soddisfatti»11. Le mappature di questo tipo esprimono una forma di cura collettiva in cui chiunque mette in comune la propria storia raccomandando, sconsigliando, e preparando altrə pari in un sistema sanitario poco formato ad accogliere adeguatamente l’utenza TGNC.

Un importante lavoro di «mappatura intersezionale» è portato avanti dal progetto Queer Mushroom Forest. Grazie a passaparola e segnalazioni, tiene traccia di strutture e professionistə sanitariə, associazioni, servizi scolastici, sportivi e gruppi genitoriali indicando la loro preparazione sui temi trans*, intersex, di migrazione, del sex work. Presentando un’idea di affermazione a tutto tondo, si delinea una definizione ampia di salute – per le persone trans* spesso relegata alla terapia ormonale o a percorsi psicologici obbligatori – in cui sono compresi diversi bisogni al di là di quelli farmacologici, come quello di confronto ed espressione. Oltre a ciò, una persona gestisce uno sportello online informativo, e sul sito12 sono presenti pagine con informazioni dettagliate riguardo varie aree di autodeterminazione in ambito sociale, relazionale e medico, ad esempio la salute riproduttiva e l’IVG, le variazioni delle caratteristiche del sesso, l’accesso al voto o i diritti relazionali. Da qui nascono le zine, autoproduzioni cartacee, sul benessere intimo per persone gender expansive e sulla procedura per il cambio del nome in prefettura13, che viaggiano insieme al progetto in vari eventi in presenza in collaborazione con altre realtà e associazioni. Una tale messa in comune di tempo, saperi ed energie, rappresenta un «archivio vivente» di solidarietà, una «corrente sotterranea di resistenza» (Vergès 2021: 113). Informare riguardo ai propri diritti o condividere pratiche utili nella sfera personale, lavorativa, burocratica, significa mettere in comune delle risorse immateriali e collettivizzare le proprie abilità e conoscenze (The Care Collective 2021: 62), per far fronte ai meccanismi escludenti del sistema economico, sanitario e giuridico.

In una direzione simile va il lavoro di Hubsoleto, collettivo formato da professionistə trans che dal 2023 opera come centro per l’autodeterminazione di genere. Partendo da posizioni personali, professionali e politiche queer, Hubsoleto offre servizi per la persona online e in alcune città d’Italia gratuiti o con fasce di prezzo diversificate in base alla disponibilità economica. Tra i servizi, anche la stesura della relazione psicologica per accedere alla terapia ormonale o richiedere la carriera alias, accompagnamento all’IVG, percorsi di sostegno psicologico, supporto nella stesura del curriculum vitae e diverse consulenze mediche. Il sapere professionale è messo a disposizione nel tentativo di non creare le gerarchie che spesso caratterizzano le relazioni di cura del sistema sanitario. Hubsoleto utilizza un approccio de-patologizzante verso le persone trans*, intersex, neurodivergenti e disabili, considera le barriere che la classe economica può rappresentare nell’affermazione di genere, e nei suoi percorsi centra l’autodeterminazione di ogni persona, facendo posto all’euforia di genere, di contro a un modello medico che considera le esperienze TGNC per la loro disforia (Johnson 2015). In questo modo, la cura ha forma di partecipazione politica poiché implicata in rivendicazioni. Questo tipo di attivismo ha come obiettivo quello di contribuire a promuovere un modello di salute in generale e di “presa in carico” «alternativo a quello psico-biomedico individualizzante» (Fiorilli e Leite 2021: 141) occidentale e capitalista. Tale configurazione, con i suoi inevitabili limiti, non è statica ma si inserisce in un movimento più ampio, non costituendosi solamente come sostituto dei servizi pubblici, ma come laboratorio politico per la loro trasformazione radicale (Ivi: 139). Da qui il nome, che rappresenta la lotta portata avanti per diventare un giorno un servizio obsoleto.

Le emergenti pratiche di partecipazione, come ad esempio le realtà Queer Mushroom Forest e Hubsoleto, rappresentano forme non binarie di attivismo, unendo modalità tradizionalmente considerate vicendevolmente escludenti. La dimensione online e quella offline si alternano e sorreggono strumentalmente a vicenda, l’erogazione di servizi convive con la rivendicazione politica, e la competenza e la professionalità sono esercitate all’interno di una logica di mutualismo e condivisione.

6. IL CASO STUDIO DELL’EMILIA-ROMAGNA

L’Emilia-Romagna si compone di un’ampia rete di mobilitazioni LGBTQ+, organizzate in collettive, associazioni e gruppi all’interno di università o centri sociali, con posizioni e modalità differenti tra loro. In questa sede si prenderà in considerazione la realtà dell’associazionismo, con la consapevolezza che esso rappresenti solo una parte del movimento queer che anima il territorio, popolato da molte iniziative di varia natura. Rispetto a realtà più informali, le associazioni sono caratterizzate da una più distinta divisione dei ruoli operativi e dall’erogazione di servizi parallela a forme di advocacy, ma compongono anch’esse un insieme eterogeneo per pratiche, tematiche e progettualità, con differenze dovute dalle posizioni di chi ne fa parte e dal territorio in cui operano. L’attivismo TGNC associativo può realizzarsi all’interno di un’associazione trans* e intersex, di un’associazione LGBTQ+ indipendente, o di un gruppo specifico all’interno di una sede locale della rete nazionale Arcigay, e le soggettività trans* che vi partecipano sono in maggioranza persone sotto i trent’anni che si identificano nell’ombrello non-binary.

Una prima modalità in cui le associazioni rispondono ai bisogni della comunità è attraverso la creazione di sportelli legali, psicologici e per il lavoro. Questi permettono ad esempio di fornire supporto nel percorso di affermazione, nel conoscere i propri diritti in situazioni discriminatorie, nella stesura del CV o nella ricerca di lavoro. Capita inoltre che le associazioni partecipino a sportelli erogati da altre realtà, associative o istituzionali, per intervenire in supporto di casi che riguardano persone trans*. Alcune associazioni, in seguito a finanziamenti vinti tramite bandi regionali o nazionali, assieme a una rete di altre realtà di attivismo o comunali, formano centri antidiscriminazioni (CAD) o case rifugio di accoglienza. Questo può significare che alcune persone che inizialmente si avvicinano agli sportelli delle associazioni o ai CAD come utenti, entrino in seguito nelle attività come volontarie «a dare ricchezza alla comunità» (Adele). Accanto alla presenza di figure professionali nell’erogazione dei servizi, la dimensione peer-to-peer è centrale in appositi sportelli d’ascolto (ad esempio quelli telefonici), in gruppi di auto-mutuo-aiuto, ma anche in momenti informali come gli eventi di socializzazione. Capita che si identifichi una persona, particolarmente in vista per il suo impegno in determinati progetti, come «figura elder» (Adele) di cui potersi fidare e a cui potersi rivolgere per confidarsi o chiedere aiuto. Allo stesso tempo, la modalità più praticata di mutualismo riguarda lo scambio di conoscenze e consigli tra pari, ad esempio riguardo quali luoghi o professionistə di vario tipo siano più trans-friendly e quali più ostili, ma si muovono anche nella direzione di un supporto concreto, come nell’aiuto fornito nella ricerca di lavoro tramite contatti personali. Grazie alla condivisione del proprio vissuto, è possibile individuare assieme delle strategie per affrontare la transnegatività che struttura gli spazi attraversati quotidianamente. Al pari di servizi più strutturati, la «forza dell’informalità» (Adele) è dunque in grado di produrre piccoli cambiamenti significativi.

Mi parlava di difficoltà al lavoro, soprattutto per quanto riguarda il vestiario, […] Abbiamo trovato insieme un piccolo…accordo, e ha cominciato ad indossare i leggins, perché potevano essere scambiati […] come pantaloni molto attillati, quindi comunque dare l’impressione che ci fosse una persona con genere fluido davanti, ma che non dichiarasse apertamente quindi un minimo di passing ancora ce l’avesse. […] Ho pensato: non posso dire tu chi sei, ma […] se io ti dico chi sono, forse tu inizi a capire tu chi sei (Nicolə).


Qualche volta è saltato fuori il suggerimento di […] magari farsi scrivere una lettera in cui si assume, si prende una responsabilità di assumerti prima di mostrare i documenti, insomma qualche scappatoia per cercare di fare in modo che l’azienda non possa così facilmente inventarsi delle bazze […] per non ammettere che sono transfobiche
(Alice).

Un altro elemento comune è la creazione di reti con altre associazioni e collettivi per realizzare progetti o far fronte comune nelle rivendicazioni. La rete, «come una sorta di ragnatela, deve prendere qualunque cosa, fa un po’ come una sorta di micelio. […] Tutto è interconnesso, […] non ha senso lottare a comparti stagni» (Jules). L’intersezionalità viene adottata «come metodo di lavoro», senza cui non è possibile rispondere adeguatamente a bisogni che sono «multi-sfaccettati» (Adele). Tale approccio è reso possibile proprio dalla partecipazione a progetti di altre associazioni, ad esempio con un focus sui diritti delle persone migranti o con disabilità, dove poter apprendere e portare anche la propria “cassetta degli attrezzi”. Anche gli enti pubblici e le istituzioni locali, come le università, i servizi sociali, uffici a contatto con il pubblico o i comuni cittadini o di provincia, alle volte entrano in queste reti di scambio per richiedere o fornire supporto, ad esempio attraverso dei tavoli interistituzionali con le associazioni, ma altre è difficile dialogare con loro o coinvolgerle in progettualità. Le collaborazioni di questo tipo possono portare a confronti complessi, ma la sensazione descritta è quella di utilizzare le cornici istituzionali per coinvolgere realtà che possono apportare miglioramenti in una situazione di quotidianità transfobica. Attraverso questi atti di advocacy o «pressing» (Chris), come anche tramite l’organizzazione di manifestazioni di piazza o altre forme di protesta, non ci si limita ad essere una realtà che offre servizi, ma ci si pone come entità politiche che si mobilitano come «agenti del cambiamento» (Moggi).

Un tema che emerge trasversalmente tanto nelle realtà associative quanto nei contesti dei collettivi, riguarda la fatica che si incontra nella tensione fra il tempo messo a disposizione come volontariə e il proprio lavoro, in un contesto sociale ed economico capitalista che non lascia spazio alla cura comunitaria. La forza che ha il lavoro nel condizionare le scelte personali, e dunque il tema del privilegio di classe, è anche ciò che frena le persone che si rivolgono alle associazioni per chiedere aiuto dal denunciare situazioni di discriminazione.

Quando si tratta di sospetto licenziamento, o sospetta discriminazione, poi è difficile che si va avanti […] Ci son capitati tanti casi di persone trans che stanno subendo vero e proprio mobbing sul luogo di lavoro, […] “Vuoi fare un colloquio con la legale?” però mi dicono di no, perché ovviamente dicono “Io poi devo pagare l’affitto” (Adele).

Nei casi in cui, ad esempio, non si concretizza un’azione legale contro il datore di lavoro, può comunque accadere che il processo avviato con l’associazione abbia un impatto positivo sulla persona, in termini di senso d’accoglienza e autoconsapevolezza. La sensazione che molte persone trans* affrontano nell’accesso ai servizi è quello di svalorizzazione e mancanza di ascolto, per questo gli accompagnamenti offerti dalla stessa comunità trans* rappresentano situazioni di ascolto e impoteramento nel diventare consapevoli dei propri diritti. L’aspettativa di rigetto (Rood et al. 2016) è radicata tanto da «non pensare di essere soggetti difendibili» (Nicolə) a causa della percepita «legittimazione» e «invisibilizzazione» (Ibidem) degli atti discriminatori o violenti rivolti alla comunità TGNC. Il ruolo della comunità è quello di «non lasciare le persone da sole, fare pressione sulle istituzioni» e i servizi, e dare «un supporto […] concreto, laddove c’è un passaparola di comunità con dei contatti, attivarli per sostenere le persone» (Chris). Per chi fa attivismo, è altrettanto importante ricordarsi di non poter sempre risolvere situazioni ascrivibili a una più ampia cornice di oppressioni sistemiche, ma poter essere «una pietra in un fiume dove questa persona mette il piede» (Moggi). Ciò significa essere presente anche nelle situazioni che non trovano soluzione, supportando la persona nell’affrontarle, condividere la rabbia per le ingiustizie, «fare lavoro di cura» (Jules).

Parallelamente alle pratiche di solidarietà, la mobilitazione politica è necessaria sia per rivendicare il proprio spazio che per diffondere una cultura de-patologizzante e de-infantilizzante, che abbatta pregiudizi e stereotipi generati dalla violenza epistemica (Spivak 1988) delle narrazioni. Ciò è vero soprattutto per le persone non binarie, che alle volte incontrano difficoltà anche nel confronto con le generazioni trans* adulte, nell’essere riconosciute come “abbastanza trans”, nelle modalità di affrontare le tematiche rilevanti per la comunità, e nella gestione di «spazi sempre meno orizzontali» (Nicolə).

Non abbiamo un immaginario comune, […] soprattutto noi persone non binarie che non siamo ancora nemmeno state riconosciute nella comunità trans, la comunità trans binaria è ancora molto sospettosa nei nostri confronti. Molto spesso quando io dico di essere una persona non binaria, per esempio, devo specificare che sono anche una persona trans, […] non lo danno per scontato (Nicolə).

Alla sua nascita, l’attivismo trans* in Italia rispondeva a un clima di forte criminalizzazione delle persone transgenere. Non era riconosciuta la possibilità di esistere giuridicamente (e non solo), e si poteva essere identificate dalle forze dell’ordine come pericolose per la sicurezza e la moralità pubblica, essendo private dei documenti e del diritto di voto (De Leo 2021: 186), con casi di applicazione alle persone trans dell’articolo 85 TULPS riguardo il divieto di mascheramento fino all’inizio degli anni Duemila (Marcasciano 2002: 138). Da ciò è nato un attivismo di protesta che ha portato alla Legge 164/82, una vittoria per l’epoca, ma con un carattere “sanatorio” e patologizzante che fallisce nel riconoscere necessità e identità, esistenti da sempre, che oggi riescono a conquistare sempre più spazio, ma faticano ancora a vedersi riconosciute negli archivi storici della memoria transgenere. La differenza che le generazioni più giovani avvertono non riguarda di per sé l’età anagrafica, ma piuttosto «dipende molto da quando una persona ha iniziato il suo percorso di affermazione di genere» e da quando ha avuto accesso al mondo dell’attivismo (Alice). Per questo motivo, «ci deve essere un dialogo intergenerazionale anche a livello del nostro stesso attivismo», che ha «perso tanti pezzi della nostra storia» (Jules).

Uno stacco intergenerazionale è avvertito anche nei confronti di quelle parti più assimilazioniste dell’attivismo gaylesbico che faticano a riconoscere legittimità alle questioni che riguardano le soggettività bisessuali, asessuali e transgenere. Questa tendenza porta a considerare le rivendicazioni come scomparti separati, concentrandosi ad esempio unicamente sui diritti civili non considerando il diritto all’abitare o al lavoro. Le generazioni più giovani sentono invece «che i diritti civili e i diritti sociali vanno di pari passo, che la rete è tutto» (Jules). La “contaminazione” tra generazioni, identità e differenti livelli di privilegio sociale ed economico, può risanare questa frattura, come racconta una persona gay cisgenere adulta: «Pensavo: sì, abbiamo battaglie comuni, però fondamentalmente siamo due famiglie separate. Invece, proprio anche dai discorsi che mi ha fatto questo amico [trans] ho capito che in realtà […] siamo proprio la stessa comunità» (Gabriele).

L’emersione di nuove necessità, voci e comunità segna anche la presenza di un attivismo fatto da associazioni e collettivi di provincia o di piccoli centri urbani, un tempo considerati meno rilevanti rispetto a città come Bologna.

Fino a tre anni fa noi, [ci] consideravano il far west. […] adesso ultimamente si sta facendo anche valere Parma, Modena, Reggio, poi dialoghiamo tra di noi, […] collaboriamo anche con alcune realtà di Bologna, […] siamo dentro Italia Trans Agenda […]. La tendenza ultimamente, e forse l’abbiamo un po’ capita, è che bisogna convergere (Adele).

7. CONCLUSIONI

L’attivismo queer in Italia si compone di network, fisici e virtuali, centrali nella circolazione di azioni, idee e rivendicazioni (Di Feliciantonio 2014: 45), riflettendo la dimensione intersezionale che da sempre caratterizza le sue politiche e analisi anti-normative (McCann e Monaghan 2020). L’attivismo delle generazioni trans* più giovani si inserisce in questo quadro, attivando processi di cura non sempre semplici, in risposta alle aspettative e norme di genere che ordinano il mondo sociale e istituzionale. Diversi attori tra gruppi, associazioni, collettivi o singole persone, mettono in atto forme variegate di azione sociale diretta (Bosi e Zamponi 2019), come la costruzione di centri antidiscriminazione, la creazione di sportelli peer-to-peer, eventi di socializzazione o la messa a disposizione delle proprie competenze. Attraverso queste azioni si costruiscono reti che offrono opportunità autonome o semi-autonome di supporto (della Porta e Diani 2006: 49). Muovendosi tra il sociale e il politico, le varie pratiche di azione costituiscono anche processi di soggettivazione individuale e collettiva (Bosi e Zamponi 2019: 25). Il riconoscimento reciproco, l’ascolto e le pratiche che quotidianamente fanno la differenza valorizzano «la dimensione emancipatrice individuale» (Ivi: 246), permettendo lo sviluppo di capacità critica e di solidarietà delle singole persone. In questo modo, si recupera l’agentività persa nello scontro con l’invisibilità e la discriminazione, mobilitandosi per la comunità di cui ci si sente parte. Tramite l’incontro e il confronto, si acquisisce una consapevolezza che permette di rintracciare le cause delle proprie difficoltà e delle proprie disforie nelle strutture sociali, economiche e istituzionali, e così le emozioni possono avere effetti trasformativi (Bonu Rosenkranz 2024: 121). L’attivismo può allora configurarsi come una forma di cura al contempo personale e comunitaria. In un sistema di sovradeterminazione delle persone queer, la condivisione di spazi fisici e online, di risorse fisiche e immateriali, è una messa in comune che favorisce l’autoaffermazione, contro l’esclusione e l’isolamento. In questo processo si delinea anche l’identità del movimento, che cambia nel corso del tempo, prestandosi a costanti ridefinizioni e alleanze. L’attivismo trans* ha la potenzialità di raccogliere diverse istanze che si intrecciano con quella di genere, in linea con l’approccio intersezionale e intergenerazionale sempre più intrapreso dal movimento femminista negli ultimi anni (Bonu Rosenkranz e della Porta 2025). La resistenza collettiva alla cisnormatività si accompagna, allora, alla costruzione di alternative che comprendono la classe, la razzializzazione e la disabilità come elementi paralleli da cui partire (Lorusso et al. 2023).

L’azione sociale diretta radica nel territorio i processi collettivi (Bosi e Zamponi 2019: 25), ma le reti attraversano il territorio nazionale, anche grazie alla dimensione online, nella quale le giovani generazioni sviluppano vere e proprie «culture digitali della cura» (Byron 2020). Superando una concezione binaria dell’offline contrapposto all’online, quest’ultimo rafforza le azioni di supporto, e implementa livelli di cura non sempre raggiunti tramite le tradizionali «gerarchie della cura» (Ibidem: 174). Il movimento queer ha sempre creato forme di affettività e relazione alternative, profondamente radicate nelle rivendicazioni politiche. Gli sportelli peer-to-peer online, le autoproduzioni che informano le persone sui propri diritti e i centri d’affermazione gestiti da persone trans* rappresentano forme di «cura promiscua» e «indiscriminata» che mettono in relazione persone estranee, con esperienze simili ma non necessariamente vicine (The Care Collective 2021: 51-55). Le pratiche di cura, da lavoro di riproduzione sociale in cui le disuguaglianze sono messe a valore per mantenere le strutture economiche (Bhattacharya e Vogel 2017), diventano pratiche di interdipendenza e relazione (Fragnito e Tola 2021: 8). Attività tradizionalmente escluse dalla politica generano solidarietà resistenti e trasformative, formulando nuove politiche che mettono al centro i bisogni. In un quadro di sempre maggiore individualismo, le azioni sociali dirette rappresentano un’opportunità di partecipazione tramite cui “politicizzare” la quotidianità (Bosi e Zamponi 2019: 24). Le battaglie del movimento trans* si concretizzano negli spazi del quotidiano, come il lavoro, le istituzioni sanitarie o il diritto alla casa, traducendo le rivendicazioni politiche in attività di “cura con” (Tronto 2013), in cui chi ha bisogno non è vistə come incapace o inferiore, ma come voce da ascoltare per misurare l’adeguatezza della cura (Ibidem: 149-150). In opposizione alle narrazioni neoliberiste dell’indipendenza e della responsabilità individuale della propria felicità, la “disforia”, le difficoltà nell’accedere ai servizi e altre vulnerabilità sono trattate come spie di un sistema svelato come esso stesso disforico, che produce differenze e gerarchie (Preciado 2022).

In conclusione, è importante sottolineare come i progetti e i servizi delle associazioni rappresentino ancora troppo spesso la principale fonte conoscitiva in Italia riguardo le discriminazioni affrontate dalle persone trans* e queer. La ricerca accademica fornisce ancora una visione limitata della comunità LGBTQ+, con un effetto negativo in termini di rappresentazione e considerazione verso chi non è contemplatə dalle raccolte di informazioni e dati, come le persone non binarie o intersex (De Rosa e Inglese 2020). In un clima politico sempre più ostile anche al sapere queer prodotto negli ambienti accademici14, anche la ricerca può rendersi parte attiva, raccogliendo dall’attivismo ciò che esige approfondimento e attenzione, per «sfondare lo spartiacque tra “discorso” ed esperienza, saperi specialistici e intelligenza emotiva, lavoro intellettuale e urgenza politica» (Nadotti 2020: 26).

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1 https://transrightsmap.tgeu.org/home/

2 Agenzia dell’Unione Europea per i diritti fondamentali (Fundamental Rights Agency).

3 Si intendono dunque sia identità binarie che non binarie, comprendendo tutte le non conformità di genere al di là delle singole definizioni

4 Per approfondire: https://iosonoiovoto.gruppotrans.it

5 https://www.ilpost.it/2024/03/02/procura-firenze-indagine-careggi-disforia/

6 https://www.editorialedomani.it/politica/italia/commissione-affermazione-genere-senza-associazioni-trans-ozbgvop3

7 https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2024/02/24/24A00956/sg

8 Black, Indigenous, People of Color

9 Traduzione dell’Autore

10 Come ad esempio la Cassa Trans* Padova

11 Dalla pagina di presentazione del progetto: https://zonatransitolibero.altervista.org/info/

12 https://queermushroomforest.weebly.com/

13 Tale procedura, possibile solo per chi possiede la cittadinanza italiana, permette di cambiare il proprio nome senza mutare il marcatore di genere (M/F) presente sui documenti. Viene utilizzata come tattica alternativa alla rettifica anagrafica in tribunale, per chi non vuole o per chi, a causa dei requisiti richiesti, non può ricorrere a tale iter.

14 https://www.repubblica.it/cronaca/2025/01/08/news/protesta_docenti_ispezioni_anti_gender_ministra_bernini-423926303/