Giovani, genere e partecipazione nelle aree marginali meridionali
Abstract. The article explores the gender condition in inner and rural contexts of some regions of Southern Italy and the responses coming from participatory practices and social projects against inequalities and forms of discrimination. Through interviews with young women living in these areas and case studies of youth associations, on the one hand the obstacles and the limits of traditional models rooted in fixed roles and stereotyped behaviors are revealed; on the other hand, transformative practices and spaces emerge in which young people redefine gender-related expectations and imagine alternative social models. The results are discussed through an intersectional lens, highlighting how gender interacts with the spatial and cultural dimensions of internal areas in shaping youth experiences. Participatory forms follow individual and collective paths based respectively on the value of example and sharing. The paper aims to enrich the debate on how gender and the youth component produce specific challenges and opportunities related to the transformative potential of participation in promoting egalitarian and inclusive conditions, relationships and dynamics in conservative contexts refractory to change and innovation.
Keywords: young people, gender, participation, inner areas, south Italy.
Index
4. I TEMI DI GENERE EMERGENTI DA GIOVANI DONNE IMPEGNATE IN PROGETTI TERRITORIALI
Gli studi italiani sulla partecipazione in una prospettiva di genere tendono a privilegiare l’osservazione di forme di attivismo e azioni di contrasto alle discriminazioni concentrandosi prevalentemente su realtà e fenomeni urbani o su casi che non assumono la base territoriale come dimensione di analisi centrale. Spesso sono trascurate le differenze che emergono quando dai contesti urbani si muove lo sguardo verso le aree interne, ovvero quell’Italia lontana (Lucatelli et al. 2022) o estrema (Cersosimo e Licursi 2023) più difficile da abitare non solo per la distanza dai servizi essenziali, e dunque dai diritti di cittadinanza fondamentali, ma anche per un cumularsi di disuguaglianze su cui – particolarmente sui temi di genere – insistono in modo rilevante cultura e modelli sociali locali. Di contro, proprio negli studi sui giovani pare possibile ricercare forze che si oppongono alle condizioni di marginalità con finalità di cambiamento dei modelli culturali che riproducono disuguaglianze (Leone e Orio, forthcoming). In questo quadro, lo studio dell’attivismo giovanile nelle aree interne assume una rilevanza particolare soprattutto guardando alle giovani donne, le quali si trovano a operare in un contesto spesso limitato da stereotipi e norme consolidate, ma al contempo ricco di potenzialità trasformative.
Nel contesto delle crisi multiple attraversate negli ultimi anni, la nozione di marginalità è stata caratterizzata da un interesse scientifico crescente nell’ambito di diverse prospettive disciplinari e con riferimento a diverse definizioni e unità d’analisi (Amato 2014). Guardando ai territori, la marginalità spaziale inquadra luoghi connotati dalla lontananza dai principali centri sociali e economici, difficilmente raggiungibili in assenza di adeguate infrastrutture e esclusi dai meccanismi di sviluppo mainstream (Gurung e Kollmair 2005). Nel nostro contesto nazionale sono stati definiti indicatori di marginalità dei territori nell’ambito della Strategia Nazionale Aree Interne a partire dal 2012 e nel successivo rinnovamento della Strategia per la programmazione europea. In questo framework le ‘aree interne’ costituiscono un insieme eterogeneo di comuni caratterizzati dalla distanza dai centri d’offerta di servizi di mobilità, sanità e istruzione disponibili presso i poli urbani più vicini (De Rossi 2018; Carrosio e Barca 2020).
Nell’ultimo decennio le aree interne hanno rappresentato un campo d’indagine di nuovo interesse per la comprensione della condizione giovanile in contesti dove è crescente la vulnerabilità socio-economica dei territori e lo spopolamento (Membretti et al. 2023).
Contestualmente si vanno rilevando tracce di radicamento e volontà di “restanza” (Teti 2022), estimoniate da esperienze di protagonismo giovanile legate a progetti rurali e dal desiderio di non lasciare il proprio territorio manifestato da una maggioranza pari ai due terzi dei giovani attualmente abitanti nei comuni interni italiani (Leone et al. 2023).
Il presente articolo si propone di esplorare il coinvolgimento dei giovani, in particolare delle donne, in attività e iniziative impegnate su tematiche di rilevanza sociale volte a ridefinire i modelli e le relazioni di genere nelle aree interne e rurali del Sud Italia.
L’analisi delle interviste e gli approfondimenti compiuti attraverso gli studi di caso si concentrano su visioni e esperienze di donne attive in luoghi esposti alla marginalità territoriale e sull’identificazione di pratiche partecipative volte a contrastare le disuguaglianze di genere e promuovere dinamiche inclusive e egualitarie. Attraverso una prospettiva intersezionale, si intende esaminare come il genere interagisca con le dimensioni culturali e spaziali delle aree interne, plasmando percorsi individuali e esperienze nella comunità.
Le domande di ricerca sono volte a comprendere: in quale modo il genere e le sue rappresentazioni influenzano le esperienze giovanili nelle aree interne del Sud Italia? quali pratiche partecipative e spazi sociali emergono come strumenti per contrastare le disuguaglianze di genere? come i giovani, attraverso le loro azioni e narrazioni, reinterpretano e sfidano le strutture tradizionali legate al genere?
Questo lavoro intende inserirsi nel dibattito sulle intersezioni tra aree interne, genere e gioventù, per una comprensione più approfondita delle condizioni, delle sfide e delle opportunità che interessano le aree remote. L’attenzione al potenziale trasformativo della partecipazione giovanile consente di mettere in luce il ruolo cruciale delle nuove generazioni nel promuovere spazi e sostenere processi di cambiamento sociale e culturale.
2. COORDINATE TEORICHE E INTERSEZIONALITÀ TRA CONDIZIONE DI GENERE, AREE REMOTE E AGENTIVITÀ DEI GIOVANI
Il dibattito pubblico e scientifico ha spesso trascurato o sottostimato le esperienze delle donne ai margini (Kendall 2020). La condizione delle donne nelle aree interne può rappresentare un campo d’indagine utile per comprendere come l’intersezione tra genere e luogo plasmi le esperienze e le possibilità di emancipazione. Da una prospettiva femminista intersezionale (Crenshaw 1989) è riconosciuto che dinamiche di tipo patriarcale non operano in isolamento, ma si intrecciano con altre forme di esclusione, rifiutando visioni essenzialiste sul genere come fisse e immutabili. Quest’ottica permette di osservare come il genere conti nell’esperienza di vita delle giovani che abitano in contesti distanti dagli ambienti urbani, considerando la sua importanza senza eclissare il significato di altre categorie sociali (Donkersloot 2012).
Guardando alle aree interne italiane come ambito socio-territoriale di nostro interesse, è possibile scorgere rappresentazioni ancora tradizionali delle relazioni e dell’identità di genere in contesti di dominio maschile (Little e Panelli 2003). Queste attraversano le principali sfere di vita pubblica – lavoro, politica, attività ricreative – e si confermano nello spazio domestico: da un lato, gli uomini agiscono come leader e autorità di riferimento; dall’altro, le donne sono impegnate nel lavoro non retribuito e nella cura della famiglia (Little e Austin 1996; Craig e Churchill 2021).
Questo squilibrio si riflette sui divari associati alla migrazione in uscita dentro un quadro teorico intersezionale (Nocenzi e Corbisiero 2023) dalle aree più periferiche, caratterizzate da un alto tasso di remoteness1 (Ardener 2012). L’analisi di migrazione e relazioni di genere tiene insieme sia le dimensioni micro, relative ai vissuti quotidiani dei soggetti migranti, sia le strutture macro di potere e di sistema in cui si inseriscono le esperienze migratorie (Lutz 2010; Oso e Ribas-Mateos 2013; Lamas-Abraira 2022) Tra le motivazioni a lasciare il luogo d’origine ci sono per le giovani donne condizioni di vita inadeguate sia per gli alti tassi di controllo sociale e per la mancanza di opportunità sia per la loro adesione a repertori culturali e valoriali che sostengono e incoraggiano lo sviluppo di identità di genere moderne e stili di vita basati sull’uguaglianza di genere (Bock 2015). Tuttavia, il potenziale trasformativo dell’esperienza migratoria può disattendere le aspettative di queste giovani donne, non risultando automaticamente emancipatoria o esponendole a nuove forme di sfruttamento e vulnerabilità (Garofalo-Geymonat e Marchetti 2019).
In questo scenario, guardando alla costruzione sociale della mascolinità all’interno di sistemi simbolici e culturali dominati dal maschile (Bourdieu 1998), le norme e le relazioni di genere nei paesi interni sono a tutt’oggi basate su gerarchie e su rappresentazioni della mascolinità associate al potere e alla leadership. In linea con re-interpretazioni della “mascolinità egemonica” in intersezione con le specificità dei contesti socio-spaziali (Messerschmidt 2019), la mascolinità e le dinamiche di genere vengono praticate, performate e costruite in relazione agli spazi e alle dinamiche sociali delle aree interne e rurali (Carter et al. 2016; Silva 2021; Hopkins e Giazitzoglu 2024). Esempi sono la costruzione dell’identità maschile attraverso lo svolgimento di attività fisicamente impegnative, che consolidano una mascolinità basata su tratti di forza e dominio (Bye 2003; Leap 2020) o il processo storico di “mascolinizzazione” dell’agricoltura come settore produttivo e sociale prevalentemente governato e gestito dagli uomini (Brandth 2002). Questi fenomeni rappresentano una parte integrante dell’immagine stereotipata delle aree interne come “idillio rurale” (Halfacree 1993) in quanto rafforzano una visione idealizzata e romantica di una società rurale stabile, armoniosa, dai paesaggi ameni e legata a valori tradizionali (Rye 2006), con il rischio di oscurare e sottovalutare le criticità strutturali e simboliche dei territori (Halfacree e Riviera 2011) e soprattutto il non riconoscimento e l’insoddisfazione delle parti escluse.
Considerando il patrimonio ambientale e naturale delle aree interne come dotazione primaria del capitale territoriale di questi luoghi (De Matteis e Governa 2005; Leone et al. 2023), la prospettiva che riconosce prevalentemente profili maschili come controllori di queste risorse alimenta le differenze di genere e perpetua visioni che limitano il ruolo delle donne nella gestione del territorio. A riguardo, nel nostro contesto nazionale, emergono alcuni fenomeni che sfidano questa narrazione e mettono in evidenza l’empowerment e il potenziale di attivismo di giovani donne impegnate sul territorio, in particolar modo nel settore primario. Sebbene persistano fattori di vulnerabilità socio-economica e resistenze culturali sulle donne in “agricoltura” nelle aree interne italiane (Cresta 2008), non mancano dati che attestano interesse e predisposizione da parte delle donne verso il lavoro a contatto con la natura e nei diversi ambiti del settore agrosilvopastorale (Storti, Bochicchio e Mazzocchi 2023) e testimonianze virtuose di donne che, grazie al loro operato, hanno ottenuto il riconoscimento della comunità locale, distinguendosi per un approccio imprenditoriale o di attivismo civico innovativo e sostenibile (Cois e Barbieri 2020; Leone e Orio 2023).
L’osservazione di queste esperienze apre la riflessione sul potenziale che le giovani donne rappresentano come espressione qualitativa di capitale umano e come potenziale nel contributo a ruoli di leadership. Sul punto, l’attenzione è sul ruolo della cittadinanza attiva nell’empowerment di soggetti in condizioni di debolezza o di subalternità, al fine di contribuire alla loro emancipazione e autonomia nell’esercizio dei propri diritti (Moro 2013), aspetto che assume se possibile ancora più rilevanza nel contesto delle aree interne italiane (Leone, Orio e Della Mura 2025; Carrosio, Moro e Zabatini 2018). La capacità delle giovani donne di fungere da agenti propulsori di cambiamento sociale nei territori grazie a forme di attivismo volte a sostenere l’empowerment femminile può costituire un elemento chiave per il superamento di stereotipi nelle società rurali e per l’emancipazione delle figure femminili marginalizzate presenti nelle comunità locali (Baylina e Rodo-Zarate 2020).
In questa prospettiva, l’attivismo femminile e femminista nelle aree interne meridionali può rappresentare una risorsa capace di generare dinamiche di autodeterminazione che rompono con le logiche di marginalità, in linea sia con quelle che Cassano (2009) nei suoi modi di leggere la nuova questione meridionale chiama «teoria dell’autonomia», basata sulla valorizzazione delle risorse specifiche delle comunità locali per la riattivazione dei territori, sia con gli orientamenti di policy di tipo place-based basati su interventi personalizzati che tengono conto delle risorse specifiche e localizzate di un luogo (Carrosio e Barca 2020).
3. IL PIANO METODOLOGICO. PERCORSI DI INDAGINE SULLA PERCEZIONE DEL GENERE NELLE AREE INTERNE DEL SUD E SULLA PARTECIPAZIONE ATTIVA PER L’EMPOWERMENT FEMMINILE
Nel presente lavoro, per comprendere il ruolo che gioca il genere nelle esperienze dei giovani che vivono in contesti interni e rurali e, insieme, indagare le strategie partecipative utili a ridurre le diseguaglianze di genere, si è adottato un approccio di ricerca di tipo non standard. Il percorso metodologico è articolato su due piani d’indagine: il primo è basato su interviste ermeneutiche a giovani impegnati in pratiche di attivismo civico sul territorio; il secondo riguarda 4 casi studio di organizzazioni attive nel sostegno alle donne e nella lotta alle discriminazioni di genere, con l’obiettivo di approfondire finalità, pratiche e processi portati avanti da giovani donne del Sud e riflettere sulla reinterpretazione dei ruoli e delle relazioni di genere tra i giovani.
La prima base empirica è stata mutuata da un progetto di ricerca condotto dall’Osservatorio Giovani OCPG del Dipartimento di Scienze Politiche e della Comunicazione dell’Università di Salerno, finalizzato a indagare condizioni, percezioni, aspirazioni e progetti dei giovani, uomini e donne, che vivono nelle aree interne, rurali e montane del Paese, che ad oggi ha raccolto 74 interviste in totale, in due regioni meridionali Puglia e Campania. Questa disponibilità ha permesso di usare le 35 interviste ermeneutiche effettuate con le sole donne, 24 giovani pugliesi e 11 giovani campane. L’indagine, attraverso una procedura di campionamento misto a valanga e di convenienza, ha preso in considerazione intervistati con le seguenti caratteristiche: età compresa tra 18 e 39 anni2; residenza in un comune delle 2 regioni del Sud interessate dallo studio; coinvolgimento in progetti di attivismo o cittadinanza ascrivibili a una prospettiva di «restanza attiva» (Teti 2022) sotto forma di partecipazione giovanile, mediante associazione, forum o pro loco, o anche attraverso progetti di radicamento sul territorio in chiave neo-rurale o di sviluppo locale, inerenti ambiti quali ad esempio l’agricoltura sostenibile, la promozione di attività artigianali e artistiche, la tutela del patrimonio ambientale e culturale, etc.
Le interviste sono state condotte tra il 2022 e il 2024, in videocall e face to face, con un livello di direttività e strutturazione medio-basso (Bichi 2002). La scelta di ricorrere a interviste con un basso grado di direttività ha favorito l’emersione spontanea di discorsi e testimonianze riflessive sulla propria condizione di donne attive sul territorio e delle relative criticità, nonché sulle modalità di costruzione e decostruzione delle norme di genere tradizionali nelle aree interne.
Il secondo piano d’indagine è stato invece uno studio condotto su 4 realtà di attivismo locale promosse prevalentemente da giovani donne nelle aree interne delle 2 regioni interessate. Le dimensioni indagate hanno riguardato: ambiti di riferimento dell’organizzazione, temi d’interesse, visioni e istanze rappresentate in quanto espresse dalle donne locali e pratiche partecipative attive per l’inclusione sociale sui territori interni da una prospettiva di genere. Nell’ambito dello studio dei casi sono state intercettate le seguenti organizzazioni: Gramigna (Noci, Bari), Officina San Domenico (Andria, BAT), Artemide (Pago Veiano, Benevento) e Ipazia (Sala Consilina, Salerno).
La base empirica è stata raccolta tramite attività di contatto diretto con altre associazioni giovanili locali e ricerche in rete, classificando il materiale documentale relativo a ciascuna realtà, come articoli e comunicazione eteroprodotta e autoprodotta online, brochure, documenti interni, report di attività e eventi delle realtà intervistate, etc. Parallelamente, per ogni organizzazione, è stata intervistata la presidentessa o una socia in posizione di responsabilità, ottenendo una base empirica primaria e un punto di vista esperto – trattandosi delle giovani attive quindi di leaders locali – per l’analisi della percezione del territorio e della comunità di riferimento in relazione ai principali problemi e sfide di genere nelle aree interne e dell’impegno attivo su questi temi.
4. I TEMI DI GENERE EMERGENTI DA GIOVANI DONNE IMPEGNATE IN PROGETTI TERRITORIALI
Le intervistate coinvolte nella ricerca sui giovani attivi delle aree interne (par. 3) riportano uno spaccato difficile delle criticità a cui sono esposte le donne che vivono in luoghi remoti meridionali lungo il loro percorso di autorealizzazione e nella partecipazione a progetti per il territorio.
Sul tema del ruolo che le intervistate svolgono nella comunità di riferimento emergono testimonianze – personali, ma anche riferite a altre donne o in generale – di discriminazioni e esposizione a stereotipi di genere in contesti familiari, lavorativi e relazionali, tra cui l’aspettativa che la donna si adatti a ruoli subordinati o riconducibili principalmente alle dimensioni della casa, del lavoro di cura e della responsabilità familiare:
noi veniamo da famiglie dove proprio è evidente che c’è una preferenza per il maschio rispetto alla femmina, ho sentito discorsi che non possono esistere […] qui sto vedendo, conoscendo, le mamme all’asilo così, tantissime non lavorano, ma non perché magari hanno avuto difficoltà a inserire il bimbo, perché c’è una mentalità che porta a dare per scontato che la donna si deve occupare di quelle cose (34 anni, pugliese).
I retaggi di una cultura patriarcale nell’esperienza quotidiana delle intervistate pongono sfide al riconoscimento delle donne e del loro impegno nelle aree interne. Nel merito, uno degli stigmi maggiormente avvertiti dalle intervistate è la sottovalutazione del proprio ruolo sociale e professionale, trovandosi nella condizione di dover dimostrare valore e competenze all’interno di ambiti propriamente percepiti ancora come maschio-centrici.
Anche nei casi in cui i progetti di restanza attiva perseguono finalità di sostenibilità o inclusione sociale l’autorità e le competenze delle donne vengono messe in discussione. Gli scetticismi o, in casi più radicali, le mancanze di rispetto da parte di colleghi maschi, concittadini e figure autorevoli del territorio costringono le donne a lavorare più duramente per superare barriere culturali ancora radicate sul territorio, al fine di essere prese sul serio e ottenere condizioni di rispetto, fiducia e considerazione che la loro controparte maschile acquisisce più facilmente. Una ragazza impegnata nell’ambito della vinificazione naturale lamenta ad esempio il fatto di essere stata percepita in alcune circostanze con un ruolo vicario o secondario rispetto a quello del compagno o di altra figura maschile di riferimento:
nell’agricoltura all’inizio io mi son trovata proprio di fronte a una situazione in cui, cioè tipo io andavo in giro con [nome del compagno] per fare qualcosa e loro parlavano al singolare, si rivolgevano solo a lui le persone che incontravamo, oppure ovviamente automaticamente pensavano che lui fosse l’imprenditore e io fossi la compagna, la moglie no, cioè nessuno, poi io piano piano mi sono conquistata la fiducia delle persone (36 anni, pugliese).
Esperienza simile viene riportata da una partecipante specializzata in tecniche permaculturali, tornata nelle aree interne pugliesi dopo l’esperienza di studi universitari:
all’inizio non sapevo proprio come relazionarmi, cioè avevo sempre a che fare con persone più grandi di me, uomini, che chiedevano, e questa cosa mi è capitata e mi capita spesso, spessissimo, che chiedevano chi fosse il proprietario del terreno, chiedevano di mio padre, magari c’era qualcosa da fare, qualche questione da risolvere, e io puntualmente chiedevo a loro di rivolgersi a me, che era con me che dovevano parlare, cioè questa è la cosa che mi è capitata più spesso, ovviamente ci sono tanti momenti in cui c’è proprio una mancanza di rispetto, di attenzione, anche di tatto, da noi si sente tantissimo il fatto che ovviamente ci sia una considerazione della donna sempre come inferiore rispetto all’uomo, soprattutto da un punto di vista tecnico, quindi è stato molto difficile per me lavorare con persone che avevano una loro idea di agricoltura magari convenzionale, e dovevano invece fare un lavoro per me, non riuscivo a convincerli o comunque non si convincevano del fatto che la mia alternativa fosse innanzi tutto una mia visione (27 anni, pugliese).
Come si evince dagli stralci, nel merito specifico dei progetti a carattere neo-rurale, la riflessione si focalizza sui legami tra genere e attività come l’agricoltura, la pastorizia e la silvicoltura. In particolar modo, la transizione verso un’agricoltura naturale e sostenibile che caratterizza il neo-ruralismo, distante dai metodi intensivi d’intervento sulle risorse naturali, apre a nuovi spazi per la partecipazione femminile meno basati sulla forza fisica e più sulla cura e il senso di comunità, valorizzando aspetti maggiormente in sintonia con punti di forza e valori femminili.
Come gruppo promuoviamo l’agricoltura naturale, […] e l’agricoltura naturale si basa su tutt’altri principi, altre pratiche soprattutto, che sono molto più alla portata di una donna. è un’agricoltura di cura, è molto meno di lavorazione della terra in una maniera aggressiva, quindi si preserva il substrato e lo si manomette il meno possibile (34 anni, pugliese).
Il coinvolgimento attivo delle intervistate evidenzia pertanto una possibile trasformazione in grado di riflettere l’interazione tra resilienza personale e cambiamento culturale in contesti marginali. Gli elementi di criticità succitati spingono le donne a una riflessione critica e a una maggiore consapevolezza che le porta a ridefinire il proprio spazio personale e di attivismo civico nelle aree interne. I profili che emergono dalle interviste sono infatti principalmente donne che rivendicano con orgoglio la propria identità e autonomia, aprendo a spazi di empowerment femminile in contesti sfidanti.
Altro elemento che emerge dal vissuto delle diverse intervistate è il valore dell’esempio ovvero il contributo di figure femminili di riferimento come fonte d’ispirazione, simboli di lotta e emancipazione in contesti rurali e non solo. Trattasi di figure storiche con un ruolo e un’identità riconosciuta sul territorio, o in alternativa di figure appartenenti alla propria famiglia, le quali hanno trasmesso direttamente valori e esperienze, superando gli ostacoli posti da contesti patriarcali o maschilisti. Questo approccio sottolinea il potenziale trasformativo di narrazione e figure simboliche nei percorsi di vita delle giovani donne. Esempi sono quello di un’intervistata che gestisce un’associazione a tutela dei diritti umani e dei diritti della popolazione immigrata, la quale ricorda l’esempio della propria nonna come simbolo di tenacia nel suo ambiente familiare:
mia nonna è rimasta vedova molto giovane, e si è dovuta rafforzare parecchio, soprattutto perché comunque veniva da una famiglia molto patriarcale, tantissimo, i suoi fratelli tuttora provano a schiacciarla, quindi lei gli ha sempre tenuto testa, è sempre riuscita a gestirli, è sempre andata oltre, li ha sempre sfidati, una cosa che può sembrare banale ma è veramente difficile da fare, per una donna di 60-65 anni vedova, perché ti vedono sola, non hai il marito a fianco, cercano sempre di sovrastarti, anche i parenti, anche gli sconosciuti, invece mia nonna gli ha sempre tenuto testa, è sempre stata super forte (35 anni, pugliese).
Un’altra intervistata che fa parte di un’associazione che si occupa del recupero di orti sociali nel Salento richiama il concetto di “contadinanza femminile”, evidenziando il ruolo storico che figure femminili hanno avuto nel mondo contadino – in controtendenza con una narrazione egemone che vede il lavoro della terra principalmente ad appannaggio maschile – e cercando di valorizzare delle connessioni intergenerazionali:
il nostro obiettivo, vista anche la tradizione contadina e l’importanza che hanno avuto le contadine, mai riconosciute, cioè, sono state delle custodi silenziose di queste conoscenze, la cui importanza a livello sociale non è mai stata riconosciuta, pensiamo anche alla storia delle tabacchine che comunque segna un pò la storia del Salento, quindi far incontrare queste donne, che non sempre per scelta hanno fatto le contadine, e farle dialogare con le contadine di oggi, che molto spesso invece per scelta consapevole e ponderata decidono di ritornare alla terra, e lo fanno valorizzando il territorio, valorizzando le colture locali, in modo sostenibile (28 anni, pugliese).
Rispetto alle questioni emerse, il radicamento con il territorio gioca un ruolo fondamentale. Il profilo delle intervistate è quello principalmente di giovani ritornanti nel Sud Italia o nelle aree interne a seguito di esperienze di mobilità e trasferimento transitorie. La scelta di tornare e restare attivamente con un progetto di vita spinge a trovare valore distintivo nel territorio e nella comunità delle aree interne. Questi aspetti sono intrecciati con elementi di place identity (Proshanky 1978), dove l’appartenenza alle aree interne nella definizione di sé e della propria identità, e di sense of community (Mcmillan e Chavis 1986) come senso di appartenenza a una comunità che si sostiene e si riconosce nel legame con la terra.
e rispetto anche al discorso del femminile io sento molto questo legame con la terra, anche legato un pò alla cultura e all’essere donna qui, e diciamo, a essere donna che in qualche modo rivendica la propria identità qui, per me è forte e sento che in qualche modo quello che ho fatto, quello che sto facendo e quello che stanno facendo tante altre donne qua è potente, perché è proprio un segno di rivendicazione forte, al di là poi se comunque sia c’è la fine del mondo, cioè quella comunque non la possiamo prevedere, però il fatto comunque di metterci le mani nella terra, o comunque proprio nel decidere di stare qua e di fare quello che fa bene a te stesso secondo me è l’atto più rivoluzionario in questo momento, e il fatto di aver trovato qui più che in altri posti donne veramente forti, cioè, più che altro, come dire, questo legame con la terra e con gli elementi che non riuscivo a sentire in altri posti (29 anni, pugliese).
Nello stralcio precedente si concentrano, infine, una serie di elementi rilevanti per gli obiettivi cognitivi di questo percorso quali – insieme alla spinta che ha origine dal riconoscimento di figure femminili importanti – la necessità e le opportunità che si ricercano nelle occasioni di dialogo e cooperazione tra le donne. I riferimenti delle intervistate a quanto sia potente nei luoghi marginali l’azione che stanno portando avanti altre donne attive sul territorio e all’aver trovato proprio in quei luoghi estremi segni importanti di rivendicazione di parità e uguaglianza maggiori che in altri contesti apre ad una lettura ulteriore: nella chiave dell’agency intersezionale proprio in condizioni di marginalità, come quelle rilevate, si sviluppano esperienze di resistenza dal basso capaci di ridefinire, modificandole, le traiettorie individuali e collettive (Lutz 2014; Rebughini 2021; Leone e Orio, forthcoming).
5. STUDIO DI CASI. TEMATIZZAZIONE E IMPEGNO ATTIVO PER IL CAMBIAMENTO DI MODELLI BASATI SULLA DISUGUAGLIANZA DI GENERE
Nell’ambito del secondo percorso di ricerca, dedicato ai casi studio, la prima fase di lavoro è stata finalizzata alla ricostruzione del profilo istituzionale e della natura sociale delle 4 realtà esaminate. Le dimensioni di analisi messe a fuoco nella mappa concettuale sono state: a) visione e finalità: definizione degli orientamenti strategici e dei valori di riferimento che guidano le associazioni; b) istanze: esigenze che hanno portato alla nascita dell’associazione; c) ambiti d’intervento: settori e aree di attività in cui le realtà intervistate operano; d) contesto: caratteristiche del contesto in cui le realtà operano considerando fattori sociali, territoriali, politici e culturali; e) relazioni e capitale sociale: reti di collaborazione e il livello di integrazione con altri attori del territorio, come istituzioni, associazioni, imprese e comunità locali.
I 4 casi osservati condividono l’adesione a valori comuni e istanze connesse a finalità di empowerment femminile, in alcuni casi anche richiamate da una prospettiva femminista o transfemminista e spesso in interconnessione con altri valori espressamente dichiarati quali l’antifascismo (es. Ipazia) o l’ecologismo nella prospettiva dell’ecofemminismo (es. Gramigna). L’impegno volto a promuovere l’inclusione sociale si concentra su donne e altri soggetti marginalizzati quali persone non conformi alle tradizionali categorizzazioni di genere e minoranze, attraverso la decostruzione di strutture e modelli d’impostazione patriarcale e/o capitalista.
Anche su questo secondo piano di indagine si osservano modi di fare attivismo in aree interne periferiche caratterizzati da un’impostazione intersezionale, come nel caso di Gramigna dove l’incrocio tra genere, migrazione e accesso ai servizi emerge mediante l’esperienza di donne migranti che trovano nel lavoro agricolo uno spazio di inclusione, autodeterminazione e superamento di barriere linguistiche e culturali con altre donne per via della comune appartenenza a uno spazio condiviso:
Ci sono le donne che stanno in accoglienza abitativa al centro antiviolenza, quindi stanno nel co-housing e quindi stanno temporaneamente lì e per il tempo che stanno lì vengono da noi. Bello perché poi ci sono donne straniere, spesso lì, migranti che non parlano italiano e quindi è una delle poche attività che possono fare, la nostra, perché le altre attività magari sono finalizzate più al stare in cerchio, parlare, fare cose, però con delle indicazioni verbali che vanno comprese. Invece abbiamo sperimentato alcune volte che con le migranti è stato bello perché, a parte che anche quello è un linguaggio universale, quello dell’agricoltura e del corpo, che suda, che trova piacere nel fare uno sforzo, nel mangiare qualcosa dopo aver fatto lo sforzo, nel riposarsi dopo aver fatto lo sforzo, quindi chine sull’orto sorridendoci e indicandoci le cose, riuscivamo benissimo a comunicare e stare insieme senza usare il canale verbale che esclude poi alcune volte (Gramigna, Puglia).
Il contrasto alle oppressioni di genere resta un punto fermo che nelle sue diverse manifestazioni – prevenzione, sensibilizzazione, supporto – mira a trasformare il contesto sociale circostante. Pertanto emerge una visione e un’ambizione di tipo trasformativo che non si limita alla denuncia di ciò che è riconosciuto come ingiustizia, ma che promuove pratiche di cambiamento e partecipazione attiva sul territorio.
La visione e gli obiettivi vengono declinati attraverso strategie diverse. Gramigna, ad esempio, propone un modello di agricoltura sociale che offre opportunità lavorative alle donne vittime di violenza e che si pone come spazio di cura e resistenza al patriarcato, in linea con la vocazione sociale di progetti neo-rurali sorti negli ultimi anni nelle aree interne italiane (Leone e Orio 2023). Artemide e Officina San Domenico – quest’ultima mediante un collettivo apposito – agiscono come associazioni sociali e culturali dove si tematizza la violenza di genere integrando la riflessione teorica con azioni concrete sul territorio principalmente riconducibili a pratiche di volontariato formale o informale. Con un approccio altrettanto riflessivo, il lavoro di Ipazia – sia come associazione femminista che come punto di riferimento politico sul territorio – investe sulla cultura e su spazi di confronto e si distingue per un’attenzione particolare alla decostruzione dei meccanismi linguistici che perpetuano stereotipi e disuguaglianze di genere.
Rispetto ai bisogni che hanno spinto alla nascita delle realtà osservate, emerge in prima istanza l’esigenza di creare spazi di aggregazione sul territorio dove discutere e far maturare consapevolezza sulle disuguaglianze. La matrice di attivazione delle associazioni risulta essere in risposta a bisogni profondamente radicati nelle dinamiche sociali ed economiche dei loro territori e mostra una riflessione critica che va oltre la semplice necessità di aggregazione. Gramigna, nata in piena emergenza Covid-19, ha colto nell’emergenza pandemica il riflesso di una vulnerabilità sistemica che colpiva in particolare le donne. Artemide ha invece risposto all’assenza di spazi pubblici per le donne, trasformando un’intuizione legata alla vita quotidiana – la mancanza di luoghi di incontro al di fuori della dimensione domestica per le donne – in un progetto strutturato. Un’esigenza simile ha guidato Ipazia, che si è formata come reazione a un episodio di sessismo istituzionale3, avvertendo il bisogno di decostruire narrazioni che collocavano le donne in una posizione subordinata. Anche Officina San Domenico ha visto nell’azione collettiva una necessità impellente, reagendo a episodi di violenza di genere e aggressioni alla comunità LGBT+ con la costruzione di uno spazio di lotta e autodeterminazione. In tutti i casi, il bisogno iniziale non si è limitato a una richiesta di assistenza o supporto, ma ha rappresentato un punto di partenza per una riflessione più ampia sulla struttura sociale e sui meccanismi di marginalizzazione nelle aree interne.
Le attività di cui le associazioni sono promotrici costituiscono un insieme vario e diversificato per ciascuna realtà coinvolta, con un interesse primario sui temi di genere ma anche con un’apertura più ampia e una disponibilità a contribuire su altri temi e bisogni avvertiti dal territorio.
L’empowerment e il supporto a soggetti marginalizzati attraverso gruppi di autocoscienza (Officina San Domenico) o attività di formazione professionale per donne che hanno subito violenza (Gramigna) viene coniugato con un investimento negli ambiti della cultura e dell’educazione. Dall’analisi emerge un coinvolgimento trasversale da parte delle socie e i soci delle associazioni nell’organizzazione di convegni, presentazioni di libri, seminari e laboratori didattici su questioni di genere nelle scuole, attività di doposcuola in sede per ragazze e ragazzi più giovani, murales e pratiche di street art (Gramigna) o anche la promozione di laboratori musicali, di lettura, ricamo o di teatro (es. Artemide, Officina San Domenico). Parte significativa delle attività è anche la promozione di eventi che fungano da spazi di espressione artistica e politica sul territorio, come ad esempio il festival queer Svergognat* promosso da Officina San Domenico, la parata eco-femminista di Noci organizzata da Gramigna o eventi di riattivazione delle tradizioni locali come nel caso di Artemide. Attività più legate alla sostenibilità ambientale dei territori si riscontrano principalmente nel caso di Gramigna, coerentemente con i suoi obiettivi e valori legati all’agricoltura sociale.
Nella descrizione del contesto di riferimento le direttrici delle associazioni mettono in evidenza le criticità strutturali tipiche delle aree marginali, come la già citata mancanza di spazi, la distanza dai servizi essenziali, un tessuto economico fragile e con scarse opportunità di inserimento. A emergere con maggiore salienza sono soprattutto i problemi che l’emorragia demografica pone al mutamento e al dinamismo sociale dei luoghi marginali, nella misura in cui l’emigrazione giovanile verso le aree urbane e l’invecchiamento della popolazione lasciano spazio a modelli conservatori che faticano a recepire istanze di cambiamento. Persistono infatti schemi di pensiero tradizionali, basati su modelli familisti e patriarcali, soprattutto tra le fasce più anziane della popolazione residenti nei territori, le quali mostrano diffidenza nei confronti di iniziative sociali e culturali legate al genere o ai diritti civili. Ciò nonostante, la percezione della comunità verso le associazioni sembra essere ricondotta a una doppia traiettoria nel tempo: a uno scetticismo iniziale nei confronti di un’esperienza inedita segue successivamente un interesse e una partecipazione maggiore.
In linea con quanto già emerso dalle interviste del paragrafo 3, vengono descritti una serie di stereotipi e problemi di genere radicati nelle aree interne che toccano vari aspetti della vita quotidiana, dalla dipendenza economica all’invisibilità delle donne nei processi decisionali, fino alla difficoltà di riconoscere e denunciare la violenza di genere. Le testimonianze di Ipazia mostrano il peso del controllo maschile nelle relazioni sentimentali e l’influenza dell’ambiente scolastico nel rafforzare dinamiche di genere squilibrate, come il dress code imposto alle studentesse per evitare “sguardi sconvenienti”.
io e [nome socia] siamo andate in classe insieme alle superiori e penso che anche lei ricordi bene quando le nostre compagne di classe ci dicevano che i fidanzati non gli permettevano di truccarsi perché non andava bene o comunque si trovavano fidanzati particolarmente gelosi. Queste cose sono reali […] Per quanto riguarda l’istituzione scolastica, penso che la tendenza, soprattutto nel liceo che abbiamo frequentato, sia quella di nascondere tutto ciò che non va. Tant’è che la nostra preside a un certo punto minacciò di mettere una nota che si sarebbe presentata con una maglia troppo scollata, con una maglia corta, con dei pantaloni strappati, cose che non penso debbano accadere, soprattutto nel 2024. Non credo siano proprio consone a quello che è la nostra società, anche perché un discorso è appunto pensare a quello che è l’abbigliamento consono all’ambiente scolastico, e una questione invece è che proprio il concetto che è sbagliato, come sappiamo, cioè il fatto che il professore ti potrebbe guardare o un ragazzo in realtà ti potrebbe guardare. (IPAZIA, Campania)
Infine, la sedimentazione di questa mentalità si cumula non solo sulle donne ma anche sulla comunità LGBTQI+ – aspetto evidenziato da Officina San Domenico – che incontrano difficoltà di accettazione e mancanza di spazi sicuri.
In ultimo, per quanto riguarda la sfera delle relazioni con attori del territorio, i 4 casi analizzati dispongono di un capitale sociale riconducibile principalmente a 3 ambiti: attori della comunità educante (per lo più scuole superiore di II grado), organizzazioni e soggetti del terzo settore, attori politico-istituzionali. Sul punto, le scuole rappresentano spesso un interlocutore di riferimento per le realtà intervistate, diventando uno spazio privilegiato per sensibilizzare le giovani generazioni e costruire una cultura della partecipazione. Tuttavia, mentre alcune associazioni intrattengono rapporti sistematici con gli istituti scolastici (Gramigna e Artemide), altre faticano a strutturare collaborazioni stabili (Ipazia e Officina San Domenico).
a volte che nelle scuole tu cerchi di fare dei lavori diversi anche di gruppo, anche di apprendimento appunto non formale eccetera, ma sono a volte gli stessi docenti, l’ordine trimestrale dei programmi che devi seguire, che ti vanno contro. (Officina San Domenico, Puglia)
Anche il terzo settore emerge come un ambito centrale: le associazioni lavorano in sinergia con altre realtà locali e nazionali, condividendo risorse e competenze per rafforzare le proprie battaglie. Spiccano nel merito i rapporti sinergici con centri anti-violenza diffusi sul territorio per tutte e 4 le associazioni, con Centri Servizi per il Volontariato (Artemide fa parte del CSV Irpinia-Sannio) e anche movimenti e associazioni nazionali come, rispettivamente, Non Una di Meno o Arcigay nel caso di Officina San Domenico.
La relazione con le istituzioni e con la politica locale è invece più sfumata e spesso ambivalente. Se da un lato enti locali e corpi intermedi partecipano alle iniziative associative e offrono supporto logistico, dall’altro non mancano testimonianze di distanza ideologica, in particolare su temi legati ai diritti delle donne e delle comunità LGBTQI+. In alcuni contesti (Gramigna e Ipazia), le istituzioni sono percepite come un freno al cambiamento, mantenendo quella visione tradizionale e oppressiva più volte citata.
Ciò nonostante, la posizione di soggetti marginali o in conflitto con altre istituzioni o con amministrazioni comunali presenti nello spazio pubblico del proprio territori può determinare scelte consapevoli di discontinuità rispetto all’esistente e una posizione contro-egemonica rispetto al pensiero dominante. In questa testimonianza di Ipazia viene rivendicato l’antagonismo come scelta identitaria, in termini di orgoglio militante, e configurata la funzione di rappresentanza delle minoranze come spazio politica “alternativo” nelle aree interne
Quando dico nel nostro territorio, soprattutto su questo aspetto, io mi riferisco al fatto che la maggior parte delle associazioni che sono presenti, o comunque anche le varie amministrazioni comunali, come sappiamo, come ogni volta analizziamo anche in ambito assembleare […] ci troviamo anche nella condizione in cui discutiamo se le iniziative che vogliamo portare avanti saranno accettate oppure no, e per me questa è davvero una cosa assurda da credere, perché è pesante. Io sono contentissima di far parte di questa associazione perché mi ha dato la possibilità di poter seguire quella che è la mia passione della politica e sono fiera che questa realtà stia iniziando a esistere nuovamente sul territorio, proprio anche come opposizione a questo modo di fare, perché non è detto che quello che facciamo debba essere accettato dalle altre associazioni o dall’amministrazione comunale. Dobbiamo essere anche un punto di riferimento per tutti gli altri che non seguono quella linea di pensiero. (IPAZIA, Campania)
Uno sguardo d’insieme sui tratti emersi può trovare una forma di sintesi in alcune coppie concettuali utili alla lettura delle forme partecipative giovanili osservate in una prospettiva di genere nelle aree interne.
Individuale-collettivo. L’attenzione sui temi di genere nelle aree remote può passare, come osservato, attraverso forme individuali di agentività legate a vissuti biografici e a progettualità territoriali con una rilevanza per la comunità o attraverso realtà associative o altre forme collettive attive nel contrasto alle discriminazioni di genere. Mentre le seconde riflettono modi collettivi classici di condivisione e attuazione di obiettivi e pratiche basati su relazioni e risorse comuni a un gruppo, dal quale traggono quindi forza e senso di identificazione, le prime sono spesso stimolate dal valore dell’esempio di altre donne in famiglia e divengono esempio a loro volta, alimentando processi di cambiamento culturale lungo assi generazionali.
Agentività-intersezionalità. Lo studio ha evidenziato la chiave, già richiamata, dell’agency intersezionale secondo la quale riflessioni e pratiche impegnate maturano proprio in quei luoghi, come quelli periferici osservati, nei quali più che altrove si soffrono privazioni di diritti e condizioni di esclusione. Gli spaccati esaminati hanno riportato livelli di svantaggio multipli che cumulano disuguaglianze di genere a differenze generazionali e marginalità territoriali, in vari casi con l’aggiunta di ulteriori fattori intersezionali quali il background migratorio o contesti socio-economici di disagio. Come emerso anche in altri studi (Pitti forthcoming), la prospettiva di genere mostra piena centralità nelle letture intersezionali e rivela altrettanta capacità di contrapporre importanti risposte in termini agentivi proprio nelle condizioni più gravi.
Continuità-innovazione. Adottando una prospettiva di genere di tipo storico si può osservare un cambiamento interessante anche riguardo al posizionamento delle donne sulle dimensioni tradizione-innovazione: in riferimento alla società rurale antica il ruolo delle donne viene riconosciuto come rilevante in termini di “contadinanza femminile” mentre gli attuali percorsi di ricerca evidenziano un particolare orientamento delle donne all’innovazione in agricoltura e a visioni e progettualità territoriali rurali di sostenibilità ambientale, sociale ed economica incentrate su soluzioni innovative (es. permacultura, tra vari altri). Questa propensione all’innovazione muove un’ulteriore riflessione sugli ostacoli che popolano i percorsi di autorealizzazione e riconoscimento delle donne in quanto non rappresenta un tratto qualificativo neutrale. Sul punto si potrebbe parlare di un “doppio scetticismo” ovvero di due effetti respingenti subiti nei luoghi professionali attraversati dalle donne in questi contesti: il primo, ben evidenziato dai risultati, di sottovalutazione delle capacità in professioni e ruoli “maschilizzati”; il secondo, di scetticismo da parte della cultura conservatrice prevalente nei contesti rurali e interni verso l’orientamento all’innovazione ancor più se associato a proposte promosse dalle donne.
E infine, a livelli incrementali, si aggiungono atteggiamenti discriminatori e di sfiducia quando si allarga il campo a ulteriori temi sociali e istanze che si accompagnano alle rivendicazioni per le pari opportunità portate avanti dalle donne e dalle organizzazioni giovanili che tematizzano il contrasto alle disuguaglianze.
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1 Il termine remotness esprime un concetto di distanza dai luoghi centrali urbani comprendendo sia la misura della lontananza geografica sia una condizione di distanziamento o di presa di distanza sul piano di uno spazio simbolico più vasto, a beneficio del riconoscimento del valore e dei significati diversi e specifici dei luoghi remoti.
2 La scelta di un range di età giovanile con l’estremo finale così alto, rispetto a parametri più diffusi che non superano i 35 anni, trova giustificazione negli studi empirici che considerano fasce anagrafiche giovanili ampie nelle aree interne italiane per riferirsi ad una condizione in cui si diventa socialmente adulti più tardi (Membretti et al. 2023).
3 L’episodio che l’intervistata riporta come base che ha dato origine alla riflessione – con un convegno organizzato a seguire e poi con la costituzione dell’associazione – riguarda il discorso fatto da un vescovo della zona nel quale veniva fatto un riferimento all’essere femminile e agli animali, raccontando le donne come esseri del creato, come creature quasi con uno statuto di “viventi” assimilato ad altre specie e distinto dalla categoria degli uomini, intesi come maschi.