Dalla fabbrica al simbolo: mobilitazione e convergenza nel conflitto Gkn
Dipartimento di Scienze Umane e Sociali, Università del Salento, Italia
E-mail: angelo.galiano@unisalento.it
Abstract. The concept of ‘convergence’ represents an innovative perspective for analysing collective mobilisations and contemporary conflicts. This article develops a theorisation of convergence as a dynamic process that integrates actors, resources and repertoires of action into collective configurations capable of transcending immediate contingencies. Through the case of the Gkn dispute, one of the most significant workers’ mobilisations in Italy, the study analyses how workers built a network of solidarity and resistance, transforming a local crisis into a national symbol. Using methodological tools such as Protest Event Analysis (PEA) and a mechanism-process approach, the research highlights how convergence functions as a catalyst for the construction of collective identities, the articulation of innovative strategies and the redefinition of power relations. The work thus proposes a critical reinterpretation of contemporary mobilisations, suggesting that convergence, in addition to explaining the duration and impact of conflicts, can be an explanatory model of contemporary socio-political transformations.
Keywords: social movement unionism, contentious politics, collective identity, community organizing, conflict theory.
Index
2. DISEGNO DI RICERCA E METODOLOGIA
4. IL CONTESTO: LA MAIL DEL 9 LUGLIO 2021
5. L’EVENTFUL PROTEST DELLA VERTENZA GKN
5.1. Gli eventi chiave, dall’occupazione alla strada
5.2. La presa di Palazzo Vecchio
5.3. La settimana dell’imbarazzo e lo sciopero della fame
6. L’ORGANIZZAZIONE DIETRO LA MOBILITAZIONE
6.1. Unire i territori attraverso la testimonianza: gli Insorgiamo tour
6.2. Assemblee, incontri e piazze: la costruzione dell’Altro generalizzato conflittuale
La “convergenza” rappresenta uno dei concetti più dibattuti nell’ambito delle dinamiche conflittuali e dei processi di mobilitazione collettiva. Nella letteratura sociologica, il termine evoca la capacità di diversi attori, risorse e repertori d’azione di intersecarsi e cooperare strategicamente, dando vita a configurazioni collettive che trascendono le contingenze immediate.
Questo articolo si propone di analizzare il fenomeno della convergenza attraverso il caso studio della vertenza Gkn, una delle mobilitazioni operaie più significative del panorama italiano contemporaneo. L’analisi approfondisce il ruolo di meccanismi e processi contestuali che hanno favorito l’emergere e il consolidarsi di questa mobilitazione, sottolineandone l’impatto sui rapporti di forza e sulle strutture sociali ed economiche di riferimento.
La vertenza Gkn, iniziata nel luglio 2021 con il licenziamento collettivo dei dipendenti dello stabilimento di Campi Bisenzio, si distingue non solo per la sua durata e intensità, ma anche per l’articolazione delle strategie di resistenza adottate. Attraverso un approccio basato sull’eventful protest (della Porta 2008) e sul paradigma delle “cause di un effetto” (della Porta e Keating 2008), la ricerca esplora le modalità attraverso cui i lavoratori, supportati da reti territoriali e comunità solidali, hanno trasformato una crisi aziendale in un simbolo nazionale di resistenza collettiva. In questo contesto, l’articolo si propone di rispondere a due domande centrali: a) quali sono i fattori e i meccanismi che hanno permesso la costruzione di un processo conflittuale così longevo e articolato? b) in che modo il concetto di convergenza può essere impiegato come chiave analitica per spiegare tale processo?
Attraverso l’utilizzo della Protest Event Analysis (PEA) e la conseguente creazione di un set di dati qualitativi e quantitativi, lo studio si propone di offrire un contributo originale alla comprensione delle dinamiche di mobilitazione e delle trasformazioni che esse generano nei contesti contemporanei. La vertenza Gkn, come verrà discusso nelle sezioni successive, non si limita a rappresentare un caso isolato di resistenza operaia, ma costituisce un terreno fertile per l’elaborazione di nuovi modelli esplicativi in grado di cogliere la complessità delle lotte collettive nel contesto socioeconomico attuale. Attraverso il concetto di “convergenza”, si aprono nuove possibili prospettive per riflettere sulle dinamiche di coordinamento, solidarietà e costruzione identitaria che caratterizzano le mobilitazioni sociali nell’epoca contemporanea.
2. DISEGNO DI RICERCA E METODOLOGIA
Il caso studio è qui indagato seguendo l’approccio metodologico di Eisenhardt (1989). Ispirandoci ai contributi di Cini e Goldman (2020) e adottando un disegno di ricerca basato sul paradigma delle “cause di un effetto” (della Porta e Keating 2008), l’obiettivo è identificare i fattori che hanno determinato il raggiungimento di un determinato esito. Nello specifico, l’analisi si focalizza sui meccanismi contestuali che hanno favorito l’emergere di una delle più rilevanti campagne di protesta del movimento operaio italiano: la vertenza del Collettivo di fabbrica Gkn.
La vertenza Gkn, per la sua durata – oltre due anni – e per il numero di individui e gruppi coinvolti, con cortei e manifestazioni che hanno raggiunto le 15-30 mila unità, non può essere considerata come un semplice caso di mobilitazione. Essa sembrerebbe rappresentare un fenomeno più profondo e radicato. Non a caso, gli stessi lavoratori descrivono il proprio agire attraverso un termine inedito: convergenza. Questa modalità di agire, come sarà illustrato nel corso dello studio, si configura come un vero e proprio modello di processo conflittuale. Essa riflette la capacità di diversi attori e risorse di confluire in modo strategico e coordinato, generando una dinamica collettiva capace di affrontare sfide strutturali che vanno oltre le contingenze e le rivendicazioni specifiche.
Dal punto di vista della raccolta dati, la ricerca si basa sulla PEA che consente la quantificazione delle dimensioni correlate alla protesta come la frequenza, la tempistica, la durata, la posizione, la dimensione, la forma e il vettore di una protesta (Koopmans e Rucht 2002). Basandomi sulla definizione di Tilly (1995), un evento di protesta, qui considerato come l’unità di base della raccolta e dell’analisi dei dati, è o un raduno effettivo di almeno tre individui convocati in uno spazio pubblico per avanzare rivendicazioni che riguardano gli interessi di un’istituzione o di un attore collettivo, o un’azione indirizzata a suscitare l’attenzione dei media, di un’istituzione o di un attore collettivo, o un’azione tesa alla costruzione di momenti di partecipazione collettiva. Dalla raccolta dei dati sono state escluse le minacce di ricorso all’azione collettiva come anche le azioni collettive non adeguatamente definite dai media o dagli stessi attori della protesta.
Per la raccolta e la mappatura degli eventi, sono state utilizzate diverse risorse che consentono una documentazione accurata e multiforme. In primo luogo, sono stati analizzati i documenti prodotti dal Collettivo di fabbrica Gkn, integrati da tutti i post e i comunicati pubblicati sui profili Facebook e Instagram del collettivo, incluso il profilo “Insorgiamo con i lavoratori Gkn”. In secondo luogo, è stato impiegato il motore di ricerca Google News per raccogliere articoli relativi alla vertenza. Seguendo la metodologia proposta da Andretta e Pavan (2018), è stata elaborata una lista di parole chiave che combinano i termini associati ai repertori di protesta (ad esempio: sciopero, picchetto, dimostrazione, marcia, corteo, protesta, raduno, flash-mob, sit-in, assemblea, occupazione) con quelli specifici del contesto della protesta (lavoro Gkn, protesta Gkn, licenziamenti Gkn, Gkn Campi Bisenzio, Gkn Firenze, sciopero Gkn, ecc.). Questa strategia ha permesso di identificare articoli pertinenti durante il periodo di riferimento (9 luglio 2021 – 17 giugno 2024), garantendo una copertura temporale completa e focalizzata sugli eventi rilevanti. L’integrazione di queste risorse consente una triangolazione dei dati, fondamentale per ottenere una visione più articolata e approfondita del caso studio.
Il set di dati finale è composto da 339 eventi. Per ognuno sono stati registrati i seguenti dati: luogo, data, repertorio, natura della rivendicazione. La codifica è avvenuta sulla base del codebook proposto da Kriesi (1995) mutuandolo con alcuni codici presenti nel codebook proposto da Karapin (2007).
La contentious politics comprende numerose forme e combinazioni di azione collettiva ed è espressione di processi sociali complessi. Secondo Tilly e Tarrow (2008), la spiegazione di qualsiasi processo sociale complesso (conflittuale o meno) richiede tre passaggi fondamentali:
a. Descrizione del processo.
b. Scomposizione del processo nelle sue cause basilari.
c. Ricomposizione di tali cause in una descrizione delle modalità di sviluppo del processo.
Per descrivere e spiegare i processi caratterizzanti la contentious politics, gli studiosi tendono a focalizzarsi su due principali unità analitiche: a) i flussi conflittuali, comunemente denominati cicli o ‘ondate’ di protesta; b) gli eventi conflittuali. Se i flussi si caratterizzano per un’ampiezza definitoria che li riconduce a periodi estesi di mobilitazione collettiva e rivendicativa, la definizione degli eventi è più specifica e può essere letta come una sequenza definita di un’interazione continua.
La decisione di adottare un livello di analisi macro-meso, focalizzandosi sui flussi, o micro-meso, concentrandosi sugli eventi, è strettamente legata agli obiettivi della ricerca. Nel contesto del presente lavoro, un approccio analitico centrato sugli eventi, piuttosto che sui flussi, appare più adeguato a cogliere le dinamiche specifiche e le interazioni contestuali che caratterizzano il fenomeno. Ad esempio, nella ricerca di Rucht (2005) sulla partecipazione politica in Germania, la scomposizione dei flussi di conflitto in episodi ha reso possibile l’articolazione di tre distinti approcci analitici, ciascuno caratterizzato da specificità metodologiche e rilevanza cruciale per la comprensione del fenomeno studiato. L’utilità di questa operazione risiede nella capacità di trascendere la mera descrizione cronologica di un processo – tipica di un approccio storico-narrativo – per individuare, invece, i meccanismi e i processi attraverso cui si struttura e si manifesta il conflitto nella sua dimensione politica. Questo approccio analitico è conosciuto in letteratura come “approccio in termini di meccanismi e processi” alla spiegazione del conflitto (Tilly e Tarrow 2008). All’interno di questo quadro teorico, i meccanismi sono definiti come una classe circoscritta di cambiamenti che modificano le relazioni tra specifici insiemi di elementi in modi simili o identici attraverso una varietà di contesti. I processi, invece, sono intesi come combinazioni e sequenze regolari di meccanismi che generano trasformazioni analoghe negli elementi considerati. Per condurre un’analisi rigorosa in termini di meccanismi e processi, lo studioso deve seguire un percorso in quattro fasi: a) definire il contesto del conflitto, specificando i siti e le condizioni significative in cui ha origine; b) descrivere il flusso del conflitto, identificando gli episodi rilevanti e le loro dinamiche interne; c) individuare i meccanismi, analizzando i cambiamenti prodotti nei singoli episodi e le loro interazioni; d) ricostruire i processi e spiegare i risultati, combinando condizioni, meccanismi e analogie con altri fenomeni per comprendere gli esiti osservati (Tilly e Tarrow 2008). L’ordine delle fasi analitiche non è statico, ma dinamico. Esso, pertanto, può variare in base alle caratteristiche specifiche del caso studiato e alle indicazioni emergenti dai dati empirici che si hanno a disposizione. Tale flessibilità metodologica consente di adattare il processo analitico alle peculiarità del fenomeno osservato, ottimizzando l’individuazione dei meccanismi e dei processi rilevanti.
Alla luce di ciò, analizzare la vertenza Gkn non solo permette di dare rilevanza a un fenomeno significativo della contemporaneità, ma consente anche di interpretare l’evento in relazione al processo trasformativo che esso rappresenta. Questo approccio evita di ridurre la vertenza a un’unità isolata e priva di connessioni, collocandola invece all’interno di un contesto storico e politico-sociale più ampio, in cui emergono le dinamiche e significati del conflitto.
4. IL CONTESTO: LA MAIL DEL 9 LUGLIO 2021
9 luglio 2021
Non siamo in condizione di rispondere al telefono, troppe telefonate e messaggi. Siamo in assemblea permanente perché questa mattina ci hanno comunicato la chiusura immediata della Gkn di Firenze. Con effetto immediato. Una mail, più di 450 famiglie a casa. Questo sono loro. Questa è la loro violenza. Avete notizie e un invito all’azione. Avremo bisogno di tutta la vostra forza e solidarietà.
Stasera alle 21 ci sarà l’assemblea di tutti i solidali e della cittadinanza di fronte ai cancelli della Gkn, in via Fratelli 1, a Campi Bisenzio.
(Insorgiamo. Diario collettivo di una lotta operaia (e non solo) – Collettivo di fabbrica Gkn, 2022)
Inizia così la lunga vertenza operaia dei lavoratori della Gkn, con una mail che comunica il licenziamento di oltre 500 operai. Come hanno sottolineato gli stessi lavoratori (si veda Collettivo di fabbrica Gkn 2022: 61), l’elemento fondamentale non risiede tanto nella modalità del licenziamento quanto nel licenziamento stesso. Questo evento rappresenta solo l’ultimo episodio di una lunga serie di licenziamenti che, sotto questo profilo, rendono la vertenza Gkn simile a centinaia di altre vertenze in Italia e negli altri paesi del centro capitalistico. Tale ancoraggio consente di considerare la vertenza in un più ampio contesto di ristrutturazioni aziendali, chiusure e delocalizzazioni che hanno caratterizzato le dinamiche del lavoro negli ultimi decenni, riflettendo tendenze sistemiche che travalicano i confini nazionali. La vera specificità della vertenza Gkn, invece, risiede nel contesto unico in cui si sviluppa: un’azienda di grandi dimensioni, tecnologicamente avanzata, efficiente e soprattutto caratterizzata da una forte e ben strutturata organizzazione sindacale. Questa combinazione di elementi distingue la vertenza Gkn da altre simili, poiché mette in evidenza la capacità di un collettivo operaio già consolidato di rispondere in maniera coesa e strategica a una situazione di crisi. Tale specificità rappresenta non solo un elemento distintivo, ma anche un fattore determinante per la capacità dei lavoratori di mobilitarsi e attirare l’attenzione su scala nazionale, trasformando una vicenda aziendale locale in un caso di resistenza generale alle logiche di ristrutturazione aziendale e del mercato del lavoro contemporaneo.
Già prima della ormai nota mail di licenziamento, i lavoratori Gkn avevano costituito un collettivo autonomo che operava come una struttura di base indipendente per l’organizzazione dei lavoratori. Come evidenziato da Cini (2021), questa struttura funzionava parallelamente e in modo autonomo rispetto alle organizzazioni sindacali “ufficiali”, contribuendo a democratizzare ulteriormente le attività sindacali nello stabilimento e a rafforzare le risorse politiche e organizzative autonome dei lavoratori, offrendo un’infrastruttura operativa che ha dimostrato la sua efficacia nel momento in cui è scoppiata la vertenza nel luglio 2021.
Quando il conflitto è emerso, questa eredità di “infrastrutture organizzative” (Cini 2021: 3) si è rivelata determinante, assumendo un ruolo di guida e avanguardia sia nello sviluppo della vertenza sia nella costruzione della mobilitazione. Il Collettivo di fabbrica ha agito come catalizzatore per la mobilitazione, garantendo una risposta rapida, coesa e robusta al licenziamento collettivo. Parallelamente, le attività sindacali “ufficiali” sono state condotte dalla FIOM-CGIL, seppur in maniera marginale. Quest’ultima ha svolto un ruolo complementare, partecipando ai tavoli di negoziazione con le autorità locali, i funzionari governativi e l’azienda.
Tuttavia, più del sindacalismo istituzionale che, come detto, ha avuto un ruolo marginale, è stato fondamentale il coinvolgimento e la partecipazione della comunità territoriale, che emerge come un insieme di relazioni sociali fondamentale per comprendere le nuove forme dell’agency del lavoro. Infatti, fin dal primo giorno della vertenza, i lavoratori Gkn hanno potuto contare sul sostegno e sulla solidarietà di un’ampia rete di attivisti, organizzazioni politiche e sociali e centri sociali dell’area fiorentina. Questa rete di supporto ha rappresentato un elemento distintivo e cruciale nella mobilitazione, distinguendosi per la capacità di strutturarsi in “gruppi di supporto” che hanno seguito e sostenuto la vertenza in ogni sua fase.
Le forme di solidarietà e aiuto che tali gruppi hanno infuso alla vertenza ha non solo rafforzato le risorse operative del Collettivo di fabbrica, ma anche amplificato la portata della protesta, coinvolgendo settori più ampi della società civile. Tale interazione ha reso la vertenza Gkn una delle proteste sindacali più combattive e significative in Italia negli ultimi anni. La vivacità politico-sociale del territorio, caratterizzata da un’ampia partecipazione della società civile, ha fornito un terreno fertile per la convergenza delle diverse realtà richiamate precedentemente, queste ultime hanno contribuito a trasformare la vertenza in un simbolo di resistenza collettiva e solidarietà sociale.
5. L’EVENTFUL PROTEST DELLA VERTENZA GKN
Il concetto di eventful protest, elaborato da Donatella della Porta (2008), si riferisce a quei momenti di mobilitazione collettiva che, per la loro portata, intensità e capacità di generare cambiamenti, acquisiscono un significato trasformativo, incidendo profondamente sia sui partecipanti che sul contesto sociale, politico ed economico in cui si verificano. In ambito sociologico, tale concetto consente di comprendere perché alcune mobilitazioni collettive producano effetti duraturi, quali cambiamenti nelle politiche pubbliche, l’introduzione di nuove leggi, l’innovazione nei repertori di azione collettiva o la nascita di nuovi movimenti sociali. In questo senso, esso evidenzia il ruolo cruciale del contesto, delle interazioni strategiche tra gli attori e delle dinamiche di opportunità politica nella configurazione e negli esiti delle proteste. Come affermano della Porta e Diani (2020: 273), attraverso la protesta, vengono sperimentate nuove tattiche e inviati segnali sulla possibilità di agire collettivamente (Morris 2000). Inoltre, vengono generati sentimenti di solidarietà, reti organizzative e si può sviluppare indignazione pubblica di fronte ai casi di repressione (Hess e Martin 2006). In questa prospettiva, la protesta si configura, almeno in parte, come un sottoprodotto delle proprie dinamiche. Il conflitto che ne costituisce il motore genera capitale sociale, identità collettive e nuove conoscenze che non solo alimentano ulteriori mobilitazioni, ma contribuiscono anche a trasformarle in qualcosa di più strutturato e duraturo. Di conseguenza, la protesta non si limita a essere un mezzo per il conseguimento di obiettivi esterni, ma diventa un processo che ridefinisce le dinamiche interne ai movimenti stessi, rafforzando il loro potenziale organizzativo, identitario, simbolico e relazionale.
La Figura 1 rappresenta il numero complessivo di eventi di protesta registrati nel corso della vertenza, offrendo una rappresentazione quantitativa dell’intensità della mobilitazione nel tempo. Inoltre, evidenzia i picchi di attività corrispondenti agli eventi più significativi, fornendo una chiave di lettura delle dinamiche conflittuali e del loro sviluppo.
Tra luglio 2021 e giugno 2024 sono stati registrati 339 eventi di protesta, con una media di 9,41 eventi al mese. Il picco massimo di attività, situato nella parte finale della curva tra novembre e dicembre 2023, segnala ben 24 eventi di protesta. Questa distribuzione temporale riflette la capacità del Collettivo di fabbrica di mantenere un livello elevato di mobilitazione e di intensificare le azioni nei momenti strategicamente più rilevanti.
5.1. Gli eventi chiave, dall’occupazione alla strada
Per i lavoratori, scioperi e occupazioni non rappresentano soltanto strumenti di pressione collettiva (Pizzorno 1993), ma anche luoghi in cui si costruisce un senso di comunità (Fantasia 1988). Come sottolinea della Porta (2008), la partecipazione a proteste implica l’investimento di tempo e risorse in attività rischiose, che tuttavia generano (o rigenerano) risorse di solidarietà e coesione sociale. Allo stesso modo, Rochon (1998) evidenzia che molte forme di protesta producono un impatto significativo sullo spirito di gruppo e sulla coesione dei partecipanti.
Considerando gli eventi di protesta nella loro dimensione culturale e simbolica, l’occupazione dello stabilimento Gkn da parte dei lavoratori, avvenuta in seguito al licenziamento collettivo, può essere interpretata come un evento che trascende la mera logica strumentale della protesta. Questa, infatti, non si limita a rappresentare uno strumento di pressione politica finalizzato al raggiungimento di uno specifico obiettivo, ma assume una valenza trasformativa, creando lo spazio materiale, cognitivo ed emotivo per la costruzione di identità collettiva, solidarietà e nuove pratiche organizzative. Attraverso l’occupazione dello stabilimento, i lavoratori hanno posto le basi per la costruzione di una campagna di protesta strutturata, trasformando il sito produttivo in un luogo di resistenza collettiva, incontro e networking.
Da quel momento in poi, gli eventi di protesta e partecipazione organizzati dal Collettivo di fabbrica si sono moltiplicati, includendo cortei, marce, picchetti, dimostrazioni e momenti assembleari di vario genere. Queste forme di “networking in azione” (della Porta 2008) non solo hanno attirato l’attenzione dei media e dell’opinione pubblica, ma hanno anche facilitato lo scambio di conoscenze tra i partecipanti e rafforzato i legami sociali, contribuendo alla creazione di una logica di rete e una “cultura della solidarietà” (Fantasia 1988). Una logica che è stata applicata in maniera modulare in ogni singolo evento, da quello più radicale a quello più convenzionale. Questo approccio ha favorito l’espansione della rete di attori coinvolti, contribuendo a una progressiva strutturazione delle alleanze e a una ridefinizione della posta in gioco e dello spettro d’azione della vertenza. Un passaggio cruciale in questa evoluzione è rappresentato dalle due giornate di lotta del 25 e 26 marzo 2022.
La prima giornata, organizzata in collaborazione con il movimento Fridays for future, ha segnato un momento di convergenza tra rivendicazioni lavorative e istanze tipiche dell’ambientalismo. La partecipazione di attori molto eterogenei tra loro, come operai, ambientalisti e giovani studenti ha dimostrato la capacità del Collettivo di fabbrica di saper dialogare con altre forze politiche e categorie sociali, rafforzando così la legittimità politica e sociale della mobilitazione. Il secondo evento, battezzato dai lavoratori “Insorgiamo, per questo, per altro, per tutti”, rappresenta invece uno degli esempi più classici di cambiamento di scala e autorappresentazione sociale (Tilly, Tarrow 2008). Con un’alta partecipazione popolare, questa giornata di lotta ha evidenziato l’alta capacità organizzativa del Collettivo di fabbrica, nonché la voglia di singoli attori sociali e organizzazioni politiche di tornare a dialogare insieme per una causa e un interesse comune. Ciò che rende particolarmente interessante questo tipo di eventi è, insieme al già citato background plurale dei partecipanti, il livello multi-scalare dell’azione. Ciascun evento, infatti, nella misura in cui ha contribuito alla formazione di identità personali e collettive tra i partecipanti, ha anche ridefinito le rappresentazioni di questi ultimi come forza sociale e politica, con un impatto significativo sia a livello locale che nazionale.
5.2. La presa di Palazzo Vecchio
Insieme alle sopracitate forme di azione e protesta, l’occupazione temporanea del Salone dei Duecento a Palazzo Vecchio a Firenze, ribattezzata dai lavoratori come “La presa di Palazzo Vecchio”, rappresenta un momento quasi-liminale (Turner 1982) per i lavoratori e per il movimento emergente, in quanto simbolo di consapevolezza politica e di utilizzo strategico delle risorse disponibili. Quest’azione è stata concepita come una sfida diretta a una delle principali strategie adottate dalle istituzioni e dalle proprietà aziendali per neutralizzare il conflitto: la creazione di arene istituzionali, come task-force, tavoli tecnici o consigli tematici, progettate più per contenere e gestire il conflitto in modi controllabili e prevedibili che per risolvere concretamente le problematiche dei lavoratori. In questo contesto è utile richiamare la dinamica della time politics elaborata da Nowotny (1992), in cui il controllo del tempo diventa una risorsa cruciale che riflette l’asimmetria dei rapporti di forza. Nelle vertenze lavorative contemporanee, il tempo stesso si configura come una forma di potere, spesso utilizzata per indebolire la resistenza collettiva e ridurre la pressione esercitata dai lavoratori. L’occupazione temporanea di Palazzo Vecchio, circa 30 ore, accompagnata dalla decisione dei lavoratori di non sottoscrivere congiuntamente qualsiasi tipo di accordo con le istituzioni e la proprietà, costituisce una svolta significativa nelle modalità di conduzione della vertenza. Questo gesto rappresenta un rifiuto sia simbolico che concreto delle logiche istituzionali volte a deterritorializzare e decontestualizzare il conflitto, trasferendolo in spazi e tempi in cui risulti più facile depotenziarlo. La richiesta dei lavoratori di trasferire il Consiglio comunale da Palazzo Vecchio alla fabbrica, ancora occupata, non va letta come una semplice provocazione politica, bensì come un tentativo concreto di localizzare il conflitto, riterritorializzarlo e ricontestualizzarlo, ribaltando i rapporti di forza e spostando il centro della discussione dal dominio delle istituzioni percepite come distanti e autoreferenziali al cuore della lotta operaia. Il comunicato che segue, riportato da diverse testate giornalistiche, riflette in modo evidente la volontà dei lavoratori di evitare il ripetersi degli errori del passato, adottando una strategia che privilegia il conflitto rispetto alla concertazione tradizionale:
Dopo trenta ore di presidio in Palazzo Vecchio, ci è stato chiesto di fatto “qualche giorno, qualche ora” in più. È un giochino che ormai conosciamo: farci fare la parte di quelli che vogliono tutto e subito. Cosa volete che sia qualche ora in più o qualche giorno in più? È così da sedici mesi, le ore si trasformano in giorni, i giorni in mesi e i mesi in anni. Ed è così che abbiamo “lasciato la posizione” in vista della prossima finestra di verifica. Lunedì è stato indetto un Consiglio Comunale dedicato al tema Gkn. Abbiamo chiesto che tale Consiglio si svolga in fabbrica. Perché se noi abbiamo attraversato fisicamente il Comune (“la casa di tutti e tutte”), ora il Consiglio Comunale è chiamato a sancire con la propria presenza fisica che questa è la fabbrica di tutti e tutte. Quella sarà l’ulteriore verifica. Non abbiamo chiuso “la presa di Palazzo Vecchio” con alcun documento congiunto, perché a questo punto sarà l’intero Consiglio Comunale ad esprimersi. (Comunicato Collettivo di fabbrica – 055firenze, 16.9.2022)
È importante richiamare questo evento perché segna una discontinuità rispetto ad altre vertenze, ridefinendo le modalità di conduzione del conflitto e sottolineando il suo ruolo come motore di trasformazione sociale e politica. Infatti, sottratto alle dinamiche di contenimento istituzionale, il conflitto viene restituito al territorio e alla comunità direttamente coinvolta nella mobilitazione. In tal modo, la vertenza Gkn inaugura una nuova regola, dimostrando come la resistenza operaia possa non solo rispondere alle logiche istituzionali, ma anche ridefinirle, valorizzando la forza e la legittimità di una mobilitazione dal basso e dell’autoattività dei lavoratori (Atzeni 2016).
5.3. La settimana dell’imbarazzo e lo sciopero della fame
L’ultimo evento chiave richiamato in questo lavoro è la “settimana dell’imbarazzo”, preludio all’entrata in sciopero della fame di alcuni lavoratori. Questo evento, avvenuto nei primi giorni di giugno 2024, si distingue per la strategia adottata dai lavoratori nel trasformare una situazione di stallo in un’occasione di denuncia pubblica. Tale iniziativa rientra in un momento di escalation e contrapposizione del conflitto. Esso ha evidenziato l’incapacità delle istituzioni di fornire risposte adeguate alla vertenza, nonostante la presentazione da parte dei lavoratori in collaborazione con un gruppo di studiosi, esperti e ricercatori, di un piano dettagliato di reindustrializzazione. Lo sciopero della fame si pone come un’azione estrema, simbolo di una resistenza che, pur nella vulnerabilità fisica, dimostra una forza morale capace di scuotere il dibattito pubblico e politico nazionale:
Dopo oltre cinque mesi di stipendi non pagati, il ricatto della fame è fallito: da oggi un gruppo di lavoratori ha iniziato uno sciopero della fame a oltranza per chiedere l’immediato commissariamento di QF (l’attuale proprietà dell’ex Gkn) al governo, l’erogazione istantanea degli stipendi non versati e l’approvazione della legge regionale che restituirebbe dignità e futuro a questa fabbrica, al suo territorio e alla famiglia allargata delle migliaia di persone che non hanno mai smessi di abbracciarla. Non è un gesto disperato di chi cerca attenzione, o peggio, commiserazione […]. Ora che il tempo delle vane attese è scaduto ed è iniziata la «settimana dell’imbarazzo», a ciascuno e ciascuna di noi il lusso di decidere da che parte stare e di provare a incidere sul come debba andare a finire questa storia. (Comunicato Collettivo di fabbrica – Jacobin, 4.6.2024)
Come si evince da questo stralcio di comunicato, i lavoratori hanno interpretato lo sciopero della fame collegandolo all’emozione dell’imbarazzo, intesa come quella sensazione che emerge in situazioni scomode, difficili e inaspettate, che provocano disagio e vulnerabilità. Questa emozione, a loro avviso, riflette lo stato d’animo di centinaia di migliaia di lavoratori licenziati, o di studenti che, non trovando lavoro, si sentono incapaci di soddisfare aspettative sociali. L’imbarazzo, in questo contesto, diventa una metafora di una condizione diffusa e un possibile ancoraggio identitario attraverso il quale trovare riconoscimento, riconoscibilità e costruire un’identità collettiva.
Un ulteriore elemento legato all’imbarazzo, inoltre, risiede nella scelta simbolica della “fame” e della privazione della stessa in un paese capitalistico avanzato, dove il consumo e l’abbondanza sono dati per scontati. Attraverso questa forma di sciopero, i lavoratori hanno trasformato una privazione in un atto politico e collettivo, capace di mettere in discussione le disuguaglianze e le contraddizioni del sistema economico. La natura di questa dimensione emotiva è chiaramente espressa nelle parole utilizzate dai lavoratori nel loro comunicato, in cui collegano la loro esperienza a quella di milioni di persone, invitando a una riflessione profonda sulle condizioni materiali e psicologiche che caratterizzano il lavoro e la vita nella contemporaneità.
Ci spaventa uno sciopero della fame, e ci imbarazza usare un termine come “fame” in un modo dove di stenti si muore veramente, come ad esempio in Palestina […]. Qua da noi la povertà non prende quasi mai la forma della morte per inedia. Anzi, spesso si accompagna con forme di obesità dovute al junk food. Qua da noi la povertà ha il volto della mancanza di cure, del disagio psichico, della morte per freddo durante l’inverno. E infatti con questo sciopero della fame non vogliamo denunciare solo o tanto lo stato di povertà relativa, a cui ci hanno ridotto due anni di cassa integrazione e cinque mesi senza stipendio. Vi restituiamo in faccia il gioco a cui avete giocato sin dalle prime ore di quel 9 luglio 2021. Lo sapevamo che lo avreste fatto. Ma tra saperlo e riuscire a impedirlo, purtroppo, ci passano i rapporti di forza. Incontri che rimandano incontri, chiacchiere, svolte annunciate, rassegnazione, zizzania seminata tra i lavoratori, cambi di proprietà, di liquidatori, di nomi: tutto per fare perdere le tracce di questa lotta […]. Quindi, alla fine, ci siamo dati la risposta più semplice: siete voi a dovervi ammalare di paura e l’imbarazzo è tutto vostro […]. Buona settimana dell’imbarazzo e ora, ci raccomandiamo, fate quello che sapete fare: prendere tempo, per perdere tempo. Noi siamo qua, con la pancia piena di rabbia e dignità. (Comunicato Collettivo di fabbrica – Instagram, 4.6.2024)
Due elementi fondamentali emergono da questo ultimo evento di protesta. Il primo riguarda la collettivizzazione e politicizzazione di un’emozione generalmente percepita come intima e privata, come l’imbarazzo, e la capacità dei lavoratori di trasformarla in una contro-emozione (Flam e King 2007). Attraverso questo processo, l’imbarazzo viene sottratto alla sfera privata e utilizzato come strumento critico contro un sistema economico e sociale che, come evidenziato da Standing (2011), tende a frammentare e isolare le esperienze di precarietà e sofferenza. Questa interpretazione emotiva ribalta la logica individualistica, creando una narrativa collettiva di resistenza. Il secondo elemento può essere inteso, invece, come la trasformazione di un atto individuale, come lo sciopero della fame, in una azione collettiva. In questo caso, i corpi dei lavoratori diventano sia il luogo fisico in cui il conflitto si manifesta pubblicamente, sia il mezzo attraverso il quale vengono rese visibili le contraddizioni del sistema. Come sottolineato da Butler (1990) e Goffman (2022), il corpo, in alcuni casi, può assumere una valenza performativa, diventando veicolo di significati politici e sociali. Lo sciopero della fame, quindi, non si configura come un gesto di privazione personale, ma trova un’applicazione collettiva che espone il conflitto in una dimensione pubblica, tesa a stigmatizzare il comportamento e il disinteresse delle istituzioni.
6. L’ORGANIZZAZIONE DIETRO LA MOBILITAZIONE
Molti episodi di conflitto si estinguono progressivamente o si interrompono improvvisamente perché trovano scarso sostegno nella società o perché il fuoco si spegne dopo la vampata iniziale. Se le politiche conflittuali consistessero solo di diffusione, mediazione e azione coordinata, assisteremmo a un elevato grado di conflitto ma a una scarsa continuità. Quest’ultima, invece, è ciò che caratterizza maggiormente la vertenza dei lavoratori Gkn.
Come è emerso da diversi studi (Barca 2020; Cini 2021; Coe e Jordhus-Lier 2010; Peck 2008; Pike 2007; Herold 1998), ciò che definisce il potere e la capacità di agire di determinati lavoratori nelle arene conflittuali non è solo la loro posizione nel processo di produzione o la loro appartenenza di classe, ma anche il loro radicamento nei paesaggi materiali in cui vivono (la comunità di riferimento). Pertanto, per capire più approfonditamente come i lavoratori Gkn siano riusciti a organizzare la loro vertenza, occorre spostare l’attenzione dagli eventi più visibili e dirompenti a quelli meno evidenti. Da questa prospettiva, risulta utile richiamare il concetto di hidden transcripts sviluppato da James C. Scott (1987), che si riferisce a quelle forme di azione, pratiche e atteggiamenti che i gruppi subalterni elaborano lontano dagli occhi del potere. Attraverso una serie di studi e ricerche (Anwar e Graham 2019; Rapport 2013; Scott 2008), il perfezionamento teorico di questo concetto ha evidenziato che, nonostante la loro apparente bassa carica conflittuale, assemblee, feste, momenti di svago, concerti, presentazioni di libri, ecc., possono rappresentare modalità concrete e significative di opposizione e resistenza (Hall e Jefferson 2017). Tali pratiche, pur non assumendo necessariamente forme apertamente conflittuali o visibili di protesta e opposizione, agiscono come strumenti di contestazione contro situazioni di dominio, oppressione e sfruttamento. Inoltre, contribuiscono a processi più profondi di trasformazione e transizione sociale, facilitando la costruzione di una coscienza collettiva e favorendo, in termini marxiani, il passaggio da classe in sé a classe per sé. Questi aspetti, oltre a offrire alcuni spunti per comprendere le dinamiche e le relazioni che esistono tra potere e subordinazione, sottolineano il ruolo delle pratiche sotterranee nella formazione di identità collettive, come anche l’importanza del fattore umano come vera e propria risorsa nelle mani dei gruppi subordinati.
In questo senso è utile osservare la Figura 2 in quanto consente di individuare le diverse performance del conflitto che i lavoratori hanno messo in atto.
Come emerge dal grafico, accanto a una serie di performance particolarmente visibili, come cortei, sit-in, picchetti e grandi manifestazioni, si distinguono forme di azione meno evidenti, ma altrettanto fondamentali, come le “assemblee”, che sono di gran lunga le più utilizzate dai lavoratori. Queste ultime, nelle loro molteplici declinazioni – assemblea tematica, logistica, organizzativa, culturale, ricreativa e mutualistica – hanno avuto un ruolo cruciale nella costruzione e conservazione della vertenza. In questo caso, l’analisi non si concentra negli spazi e nei tempi della mobilitazione, ma in quelli dell’organizzazione e del community organizing (Alinsky 1971).
Altrettanto importanti sono stati i festival, i concerti e i momenti di svago e festa, come, ad esempio, il Capodanno Gkn, svoltosi davanti ai cancelli della fabbrica. Come emerge dalla testimonianza diretta di un membro del Collettivo, attraverso questi momenti, i lavoratori hanno potuto sviluppare valori umani, come la conoscenza reciproca, la fiducia e l’amicizia con elementi identitari e pratiche solidali, promuovendo una cultura della solidarietà e del conflitto:
Il fatto che stasera ci sia una festa che tiene insieme una comunità e dei lavoratori che si interrogano sull’anno che viene e non lo festeggia in maniera vuota ma che si chiede quale anno vuole è un po’ il messaggio che parte da questo 31 dicembre della Gkn. Sei milioni di poveri assoluti quasi, tre milioni e mezzo di precari, questo è un paese tendenzialmente in ginocchio. E questo paese può rimanere in ginocchio solo perché è avvelenata dal modello qualunquista consumistico, che poi imperversa anche in queste feste, dove non devi pensare al futuro ma vivere un eterno presente dove chini completamente la testa. Gkn è una lotta di prospettiva, di una fabbrica, dei posti di lavoro, del pianeta, e quindi questo è il messaggio. Cerchiamo di non vivere intrappolati nel presente ma di regalarci un futuro. (Intervista Dario Salvetti del Collettivo di fabbrica Gkn – YouTube, 1.1.2024)
6.1. Unire i territori attraverso la testimonianza: gli Insorgiamo tour
Alla fine di agosto 2021, al culmine di un periodo di intensa mobilitazione, i lavoratori Gkn, profondamente colpiti dalle numerose manifestazioni di solidarietà e sostegno ricevute nei primi mesi di lotta, sia dalla comunità locale che da territori più distanti, intraprendono un tour itinerante attraverso varie città italiane. Questo progetto, dal nome “Insorgiamo tour”, aveva lo scopo di esprimere gratitudine per il sostegno ricevuto e rafforzare le connessioni solidali emerse durante la vertenza, oltre ad essere un tentativo di esportare il conflitto su una scala più ampia. Esso viene presentato dai lavoratori come un vero e proprio metodo di lotta:
A fine agosto parte il primo “Insorgiamo tour” che toccherà Napoli, Roma, Milano. Inizia il metodo delle trasferte per andare ad ascoltare e conoscere il resto delle lotte nel paese […]. Restituiamo la solidarietà ricevuta a luoghi e settori lavorativi particolarmente colpiti dalla pandemia e dalle logiche di questo sistema. (Insorgiamo. Diario collettivo di una lotta operaia (e non solo) – Collettivo di fabbrica Gkn 2022: 61)
L’organizzazione delle trasferte, come descritto dagli stessi lavoratori nel loro libro-diario (Collettivo di fabbrica Gkn 2022), si basava su una stretta collaborazione con gruppi di supporto e sulla disponibilità delle diverse soggettività preesistenti sul territorio. Questi attori locali, tra cui circoli Arci, Case del Popolo, centri sociali e associazioni culturali, offrivano accoglienza e sostegno logistico, favorendo una rete di solidarietà diffusa e radicata. In altri lavori (Caruso et al. 2019; Cini e Goldman 2020), la presenza di collettivi politici e spazi autonomi, come centri sociali, associazioni culturali e laboratori sociali, è stata considerata un importante fattore per la capacità di mobilitazione di un determinato territorio. Tuttavia, tale presenza influisce anche nella capacità di organizzazione, offrendo opportunità a nuovi e vecchi attivisti di incontrarsi, conoscersi collaborare, scambiare informazioni e, quindi, moltiplicare e rafforzare legami emotivi e reti sociali.
Questi luoghi hanno operato come i nodi di una rete e hanno facilitato non solo la diffusione della protesta, ma anche il flusso di informazioni e risorse. La Figura 3 rappresenta le province italiane in cui i lavoratori Gkn hanno organizzato almeno un evento, indipendentemente dalla tipologia.
Le province coinvolte nelle attività di brokerage e nella strategia di cambiamento di scala della vertenza sul piano nazionale sono 31, un dato significativo che riflette la capacità dei lavoratori Gkn di attuare una strategia di radicamento territoriale e di costruire alleanze trasversali su scala nazionale. Questo numero sottolinea l’abilità del Collettivo di fabbrica e del gruppo di supporto di portare il conflitto al di fuori dei confini locali, trasformandolo in una causa simbolica in grado di attrarre il sostegno di una pluralità di attori e comunità.
Tuttavia, questo dato da solo non restituisce pienamente la portata della strategia di radicamento territoriale messa in atto dai lavoratori Gkn. Restringendo l’analisi alla regione Toscana, emerge una maggiore densità delle attività: come illustrato in Figura 4, i lavoratori insieme al gruppo di supporto hanno esportato la loro vertenza in 21 altre località toscane, escludendo Campi Bisenzio quale epicentro della vertenza.
Un dato che evidenzia come i lavoratori abbiano saputo sfruttare il territorio regionale come una piattaforma di organizzazione iniziale, estendendo progressivamente la loro influenza attraverso azioni mirate in diverse province. Questa strategia di radicamento multilivello – locale, regionale e nazionale – non solo ha rafforzato il legame tra la lotta operaia e le comunità territoriali, ma ha anche reso possibile la costruzione di una rete solida e diversificata di supporto. Attraverso di essa, i lavoratori Gkn sono riusciti a coinvolgere una pluralità di attori, includendo associazioni, movimenti sociali, organizzazioni sindacali e cittadini, generando un effetto moltiplicatore che ha ampliato la portata della mobilitazione e la capacità di resistere nel tempo. Questa dinamica evidenzia una delle caratteristiche fondamentali del meccanismo della convergenza, inteso come la capacità di costruire mobilitazione organizzandola, costruendo spazi collettivi di azione, rivendicazione e riflessione identitaria, oltre che politico-sociale.
6.2. Assemblee, incontri e piazze: la costruzione dell’Altro generalizzato conflittuale
La pratica assembleare si è dimostrata centrale nella vertenza, non solo come spazio decisionale e organizzativo, ma anche come luogo di costruzione collettiva di legami, identità e solidarietà (della Porta 2011; Polletta 1999). Le assemblee e i momenti di incontro, condivisione e conoscenza che hanno accompagnato le azioni di protesta si sono configurati come spazi di confronto partecipato e discussione, favorendo la coesione tra i lavoratori, la comunità e le altre realtà che si sono avvicinate alla causa. Questi momenti, carichi di socialità e dialogo, hanno svolto una funzione gnoseologica, nel senso che hanno permesso ai partecipanti di apprendere non solo su se stessi, sulla loro condizione e potenzialità, ma anche sulla natura e sulla razionalità della controparte, contribuendo alla costruzione del confine simbolico “noi-loro”. Tale confine, elemento fondamentale nei processi di costruzione dei movimenti sociali, è essenziale per rafforzare la coesione interna e lo sviluppo di un’identità condivisa. Il passaggio tratto dal libro-diario Insorgiamo (Collettivo di fabbrica Gkn 2022) scritto dai lavoratori Gkn esprime chiaramente come queste dinamiche abbiano contribuito a plasmare una narrazione condivisa capace di riunire sotto un’unica bandiera soggettività molto eterogenee tra loro per identità e pratiche.
Abbiamo visto quanto la lotta dipenda anche dalla persona che sei, come lottando definisci la persona che sei. Abbiamo visto che quando si lotta appiccicati ognuno deve prendersi cura dell’altro. E come la cura reciproca sia elemento inscindibile del provare a stare tutti i giorni in piedi, tutti i giorni uniti. Abbiamo visto la fabbrica fondersi con il territorio, perché non è vero che le fabbriche e i luoghi di lavoro devono essere chiusi, lontani dagli occhi, isolati, separati tra loro. Abbiamo visto che possiamo riappropriarci delle nostre parole: solidarietà, comunità, lotta. E che possiamo appropriarci anche delle loro: produzione, valore, piano industriale. E abbiamo visto che c’è anche chi purtroppo ha ormai gli occhi completamente chiusi, chiusi dal pensiero debole, dall’autoreferenzialità, dal minoritarismo, dall’opportunismo. Talmente chiusi da non riuscire a vedere quello che noi abbiamo visto. Ma ciò che abbiamo visto è un fatto. Per chiunque vorrà vederlo. Per chiunque vorrà capire. (Insorgiamo. Diario collettivo di una lotta operaia (e non solo) – Collettivo di fabbrica Gkn, 2022: 59)
Questo passaggio non solo evidenzia il processo di costruzione dell’identità collettiva, ma introduce anche la formazione di un nuovo “Altro generalizzato” specifico per il movimento. La letteratura (Benford e Snow 2000; Melucci 1989) ha mostrato come l’Altro generalizzato può fungere da guida per l’azione collettiva e promuovere un’immagine di un “noi” contro un “loro”, come ad esempio è accaduto al movimento Occupy (della Porta 2015; Van Gelder 2011). Tuttavia, un Altro generalizzato può nascere anche per promuovere una nuova immagine e un nuovo modello di orientamento per il comportamento e l’azione collettiva. Questo è il caso della vertenza Gkn, che si pone come “Altro”, non solo rispetto a una controparte, ma anche verso coloro che, secondo i lavoratori, rimangono intrappolati in una visione ristretta e autoreferenziale della lotta.
In questo senso, le pratiche e le narrazioni sviluppate dai lavoratori Gkn assumono una doppia valenza: da una parte, consolidano un’identità collettiva e rafforzano legami sociali; dall’altra, fungono da catalizzatori per ridefinire il significato di concetti come solidarietà, comunità, valore, cura. Questi elementi rappresentano il cuore simbolico e operativo del movimento, delineando un modello alternativo di azione e relazione sociale, dove l’interdipendenza e la cura reciproca diventano i meccanismi necessari alla creazione di un potere capace di trascendere la mobilitazione, superando i limiti contingenti della singola vertenza e generare un progetto di resistenza più ampio e condiviso.
L’analisi della vertenza Gkn ha permesso di evidenziare come il concetto di convergenza emerga non solo come un modello esplicativo delle dinamiche conflittuali, ma anche come una lente interpretativa per comprendere la capacità di organizzazione e mobilitazione di un collettivo di lavoratori in un contesto di crisi strutturale. Attraverso un approccio basato sui meccanismi e processi conflittuali, l’articolo ha messo in luce come risorse organizzative, solidarietà territoriale e una narrazione collettiva coesa abbiano contribuito a trasformare una vertenza locale in un simbolo nazionale di resistenza e innovazione sociale.
La convergenza, preliminarmente definita come la capacità di attori e risorse di coordinarsi strategicamente, può essere operazionalizzata attraverso una serie di indicatori concreti: l’aumento della partecipazione, l’estensione delle reti di solidarietà, la diversificazione delle pratiche di protesta e la continuità del conflitto. In particolare, episodi chiave come l’organizzazione degli “Insorgiamo tour” o la pratica delle assemblee tematiche, evidenziano come questa dinamica si traduca in azioni coordinate capaci di integrare risorse e legami sociali, favorendo il radicamento territoriale e l’ampliamento della rete di solidarietà.
Inoltre, il concetto di convergenza si collega strettamente ai meccanismi di coordinamento, solidarietà e costruzione identitaria analizzati nel testo. Ad esempio, l’occupazione temporanea di Palazzo Vecchio e lo sciopero della fame hanno mostrato come le emozioni collettive, quali l’imbarazzo e la rabbia, possano essere politicizzate e utilizzate per costruire un’identità condivisa e amplificare il messaggio politico. Queste azioni dimostrano che la convergenza non è solo un risultato della mobilitazione, ma anche un processo dinamico che trasforma legami individuali in reti collettive di resistenza.
Infine, il modello di convergenza emerso dalla vertenza Gkn offre spunti teorici per analizzare altre esperienze di lotta in contesti di crisi. Questo processo organizzativo dinamico e contestuale non solo favorisce la costruzione di legami e strutture collettive, ma rappresenta un’alternativa capace di ridefinire i rapporti di forza dominanti nei contesti socioeconomici contemporanei. La convergenza invita a ripensare il ruolo delle lotte collettive, non come episodi isolati, ma come processi trasformativi capaci di ridefinire le logiche di potere e solidarietà.
Tuttavia, è importante sottolineare il carattere provvisorio di questa analisi, legato allo stato evolutivo del fenomeno e alle sue numerose implicazioni sociologiche. Ulteriori ricerche potrebbero approfondire le dinamiche di convergenza in altri contesti o esaminare l’impatto di queste mobilitazioni sui processi di cambiamento istituzionale e culturale. Questo studio rappresenta quindi un punto di partenza per un più ampio dialogo accademico e interdisciplinare sul ruolo trasformativo delle lotte collettive nella contemporaneità.
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