Alcune possibili funzioni del Soggetto

Michela Luzi

Dipartimento di Scienze Politiche, Giuridiche, Sociologiche e Umanistiche, Università Niccolò Cusano, Roma, Italia

E-mail: michela.luzi@unicusano.it

Abstract. In contemporary society, new social movements with a cultural focus have emerged, addressing themes such as sexuality, information, ecology, and gender equality. These movements represent a novel form of protest, distinct from the revolutionary and conflict-driven tendencies of traditional movements. For these new social movements to become effective agents of societal transformation, collaboration is essential, along with the support of the “Soggetto,” which represents individuals upheld by rights and institutions. Advocating human rights can be a powerful strategy if it serves as a framework to restore meaning in society, countering the persistent socio-cultural drift that enforces standardized and homogenized roles. This approach, coupled with an understanding of complex interdependence, can help mitigate the effects of disintegrative imperialism and address social crises.

Keywords: Subject, Social Movements, Individualism, Triangle of differences.

Index

1. INTRODUZIONE

2. DALLA SOCIOLOGIA DELL’AZIONE AI NUOVI MOVIMENTI

3. ALCUNE INTERPRETAZIONI DEL SOGGETTO

4. APPLICAZIONI DEL TRIANGOLO DELLE DIFFERENZE

5. CONCLUSIONI

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

1. INTRODUZIONE

Decenni di globalizzazione hanno contribuito ad imporre criteri quasi esclusivamente economici ed hanno favorito quell’interdipendenza complessa nella quale si è palesato con successo il trionfo dell’individualismo disgregatore (Bauman 2003; Leccardi e Volonté 2018); tutto questo ha ulteriormente allontanato i processi determinanti della ragione strumentale dal mondo delle identità (Gallino 2003).

L’internazionalizzazione dei mercati, la crescita delle multinazionali, la formazione di reti sempre più interconnesse, un sistema finanziario in grado di trasmettere le informazioni in tempo reale, la diffusione di notizie da parte dei mass media, ma anche dalla pubblicità e dalle imprese stesse, così come lo scambio di beni culturali di massa, hanno portato all’attuale globalizzazione caratterizzata da un rapido allargamento della partecipazione agli scambi internazionali e dal predominio del capitalismo. In realtà i principali elementi della globalizzazione hanno favorito l’affermazione di un nuovo capitalismo finanziario, che ha dato vita alla civiltà globale, riuscendo ad avviare lo sviluppo di un sistema internazionalizzato, che riesce a sfuggire ad ogni controllo e a ogni tipologia di regolazione politica, sociale e culturale (Piketty 2019 [2020]). Questo nuovo capitalismo trova la sua forza e radica le sue fondamenta in una logica prevalentemente funzionale, secondo la quale tutto viene ricondotto all’interesse economico, al calcolo, al denaro, all’utile a discapito di tutto il resto. Per questo viene considerato un capitalismo senza limiti, concepito come «un’ideologia che ha suscitato entusiasmo e sollevato contestazioni» (Touraine 2008: 34).

Le estreme forme assunte dal capitalismo hanno favorito la spaccatura delle identità, rappresentate dall’essere, dalla memoria, dalla tradizione, dalla lingua, dal sesso, dall’età contribuendo alla de-istituzionalizzazione, la cui estrema conseguenza è rappresentata dalla de-socializzazione (Bauman 2001). Quest’ultima, oltre ad essere deleteria per la società, favorisce la scomparsa dei ruoli, delle norme e dei valori sociali attraverso i quali si costruisce il mondo vissuto (Touraine 2006). Con la desocializzazione la società, che prima veniva regolata dalle istituzioni e dai loro ruoli, viene guidata dalle forze dei mercati e dalle iniziative degli attori economici, che ne sono i principali protagonisti (Morin 1985). In questo modo, si è creata una frattura tra tutti quei processi che sono propri dell’economia ed il resto della società, che tenta di coinvolgere attori sociali e sistema, per dimostrare quanto può essere determinante l’esperienza umana che, pur essendo sottomessa alla necessità economica, può provare a superare la storica dicotomia, ponendosi obiettivi e formando movimenti che si oppongano alle logiche economiche, tramite l’azione del Soggetto umano. Di fronte agli effetti di un modello economico-finanziario irresponsabile e alla debolezza che mostrano le istituzioni, soprattutto politiche, nel realizzare efficaci programmazioni e nel dare risposte e soluzioni, molti sentono il bisogno di confrontarsi con una prospettiva analitica di carattere generale (Ricciardi 2011). Un bisogno che sembra essere ancor più stringente nel momento in cui tutti riconoscono che la fiducia incondizionata nel progresso è ormai sfumata e si è alla ricerca di nuovi paradigmi per superare le entropie dei sistemi economici, sociali e politici.

2. DALLA SOCIOLOGIA DELL’AZIONE AI NUOVI MOVIMENTI

Il sociologo francese Alain Touraine con due importanti testi, Sociologie de l’action (1965) e La conscience ouvrière (1960; 1966), ha contribuito alla nascita della ‘sociologia dell’azione’, che non è tanto una sociologia dei valori, quanto, piuttosto, una vera e propria sociologia azionalista, nella misura in cui costituisce il campo dei rapporti sociali ponendosi l’obiettivo di comprendere il ruolo e l’impegno che può assumere l’attore sociale in quanto Soggetto. La coscienza operaia, che ha caratterizzato gli anni Sessanta del secolo scorso, viene interpretata come quel fenomeno grazie al quale l’individuo si definisce e si riconosce come operaio, consapevole di essere il risultato di tre principi fondamentali: il principio di identità, secondo il quale l’operaio si considera produttore e apportatore di un fattore essenziale della produzione; il principio di opposizione, che identifica l’avversario, mettendo a fuoco gli ostacoli che gli impediscono di appropriarsi delle sue opere; il principio di totalità, che distingue il campo dei conflitti sociali (Oommenn 1996).

Questa interpretazione analitica della coscienza operaia conduce a due costanti, che rimettono in discussione l’immagine di una classe operaia interamente costruita intorno alla lotta contro il capitale e chi ne detiene la proprietà (Harvey 2014; 2021). Da una parte gli operai, che non debbono essere pensati come gruppo omogeneo né tantomeno come vittime dell’oppressione e dello sfruttamento del capitalista; dall’altra, invece, c’è la lotta per la difesa dell’autonomia operaia contro la dominazione del lavoro e dei datori di lavoro, che dà vita a tutta una serie di movimenti, le cui azioni non riguardano esclusivamente le questioni e le tematiche legate al mondo produttivo, ma sono finalizzate anche ad altre rivendicazioni di carattere sociale e politico (Gobin 1970; Touraine e Wieviorka 1986; Johnston 2014). La stessa sociologia dell’azione ha contribuito alla formazione di movimenti sociali, epilogo dei tanti fermenti che hanno attraversato la società negli anni Sessanta (Waters 2008). Ad esempio, i movimenti universitari, che sono riusciti ad andare oltre gli atenei organizzandosi a livello internazionale, hanno avuto come obiettivo l’individuazione di cause e condizioni che avevano portato alla loro costituzione, proclamandosi, così, anticipatori di nuove problematiche sociali che, a partire dagli anni Settanta, si sono manifestate in tutto il loro vigore riuscendo anche ad ottenere risultati concreti (Melucci 1975; 1985). Il fatto è che i movimenti universitari nascono per una ragione sociale ben precisa: lo studente della nuova università di massa è di estrazione piccolo borghese e non entra nell’età adulta da ‘giovane privilegiato’ ma, consapevole di provenire da una condizione socioeconomica più svantaggiata rispetto all’universitario del passato, cerca nella laurea la propria promozione sociale. Quest’aspettativa, però, ben presto si rivela illusoria, perché la frequenza universitaria, che comporta l’iscrizione a corsi di studio, non garantisce automaticamente opportunità professionali certe e stabilite. Gli studenti privi di capitale sociale necessario per un’integrazione diretta nella classe dirigente, comprendono presto che la loro futura collocazione lavorativa dipende dalla più ampia organizzazione sociale, che, quindi, deve essere modificata. Le lotte sono portate rapidamente al di fuori dell’università e gli attivisti cercano di coinvolgere anche altri strati sociali tradizionalmente sotto-privilegiati o, comunque, non soddisfatti della loro situazione (Antonelli 2009). La nascita di questa forma di resistenza, portata avanti contemporaneamente con perseveranza da studenti di diversi paesi, ha dato origine ad alcune rivendicazioni che sono state messe in atto non solo nelle università, ma anche in contesti più generali, coinvolgendo di fatto l’intera società, fino a riuscire ad originare delle vere e proprie crisi sociali e politiche (Morin et al. 1968). Infatti, oltre al movimento studentesco si riescono ad affermare anche altre tipologie di movimenti: regionalisti, femministi e antinucleari, tutti organizzati con azioni collettive che superano i confini degli stati e si inseriscono nel contesto internazionale.

Gli anni Sessanta e Settanta rappresentano uno scenario contraddistinto da importanti mutamenti, riforme, azioni collettive di protesta, cambiamenti culturali e radicali trasformazioni della società, che rendono fondamentale la capacità di osservazione sociologica (Melucci 1978, 1980). L’azione collettiva, sia come insieme di decisioni individuali sia come espressione di strutture organizzative, considera come punto di riferimento una sfera più complessa: quella decisionale della politica (Smelser 1962; Sovaccol 2022). Anche per questo diventano determinanti i movimenti sociali, che hanno l’ambizione di sviluppare un’identità collettiva che venga rappresentata e considerata nelle decisioni che devono essere prese da chi gestisce il potere politico (Melucci 1985). Il movimento sociale viene generalmente definito come una rete di relazioni informali che si costituiscono tra individui e gruppi che condividono le stesse credenze, sono legati da fiducia reciproca e solidarietà e agiscono collettivamente attraverso il frequente ricorso alla protesta (de Nardis 2023). Questo rende il movimento sociale utile, perché consente di palesare l’esistenza di un tipo assai specifico di azione collettiva, mediante la quale una determinata categoria sociale può rimettere in discussione qualsiasi forma di dominio, richiamandosi contro di essa e facendo appello a valori e orientamenti generali della società (Touraine 2007). I movimenti sociali hanno, quindi, il compito di ri-naturalizzare la società, opponendosi alla direzione e all’egemonia dei centri di potere decisionale tradizionale e tendendo a proporre l’idea di cambiamento come un atto di programmazione e come un processo perfettamente controllabile (Cohen 1985; della Porta 2018; Blings 2020). Ma non tutte le mobilitazioni sociali, le proteste e le azioni collettive possono essere considerate movimenti sociali in senso proprio. I movimenti sociali sono possibili solo in società democratiche e possono esistere solo se le istituzioni politiche possiedono una certa autonomia (Blühdorn e Butzlaff 2020). Considerate queste condizioni i movimenti rappresentano comportamenti collettivi che mettono in causa, attraverso un conflitto sociale, l’utilizzazione da parte della società delle principali risorse e dei modelli culturali di cui essa dispone: i suoi modelli di conoscenza, le sue principali forme d’investimento e di produzione ed i suoi principi morali (Ayhan e Bee 2024). Secondo Alain Touraine, un movimento sociale «est la conduite collective organisée d’un acteur de classe luttant contre son adversaire de classe pour la direction sociale de l’historicité dans une collectivité concrète» (Touraine 1973: 360-368). In virtù di questa definizione si deduce che nel movimento si possono combinare tre elementi molto simili ai principi già visti come propri della coscienza operaia. La difesa dell’identità e degli interessi del movimento, nel quale si riconosce chi partecipa e che via via si sviluppa durante l’attività e l’organizzazione che assume il gruppo (principio di identità). Questa coscienza e consapevolezza si attua tramite la pratica/azione di rapporti conflittuali che hanno sempre un avversario/nemico che è espressione della politica consolidata e che si vuole tentare di modificare (principio di opposizione); infatti, non è possibile parlare di un movimento sociale se non si può definire un contro-movimento al quale si oppone (Goodwin et al. 2001). Infine, è fondamentale che ci sia una visione comune che unisce e con la quale si identifica il movimento (principio di totalità).

Dal tradizionale conflitto generato dagli orientamenti voluti e prodotti dalla coscienza operaia si è via via giunti ad una fase irreversibile di disgregazione, che ha determinato la crisi o meglio il superamento del classico movimento operaio, che non è più in grado di simboleggiare il conflitto sociale come era riuscito a fare nella società industriale (Ding e Hirvilammi 2024). Questo passaggio rivela una configurazione della vita sociale determinata dal fatto che alcuni movimenti sociali sono diventati sempre più deboli (Castells 2012), mentre altri sono sprofondati nel terrorismo o hanno conosciuto un’istituzionalizzazione precoce che li ha trasformati in gruppi di pressione (Pirzio Ammassari e Marchetti 2018). Tali sviluppi hanno indotto i movimenti sociali ad un certo declino, determinato dal fatto che hanno rallentato la loro intraprendenza nel tentativo di riuscire ad emergere e ad ottenere risultati concreti. Infatti, contrariamente all’originario movimento operaio che è stato più concentrato ed incisivo, formato come era da piccoli nuclei attivi di militanti, i nuovi movimenti sociali si plasmano nel processo democratico della creazione dell’opinione pubblica e non sono attivi nel confronto politico e rivoluzionario (Habermas 1981; Johnston 2014; Hutter et al. 2019). Tutto questo si verifica perché i nuovi movimenti sociali non sono più legati al lavoro, al reddito o al salario, ma hanno basi culturali differenti e diverse aspettative, afferendo a temi quali la sessualità, l’informazione, la religione, il nucleare, l’ambiente, il confronto di genere, ecc (Eder 1985). Questo li allontana sempre più dagli intenti rivoluzionari propri dei movimenti che hanno caratterizzato gli anni Sessanta (Castells 2012).

At the end of the 1960s and the beginning of the 1970s the working-class movement was near its end as a social movement, even if Colin Crouch and Alessandro Pizzorno (1977) thought that they recognized a revival of class conflict in the struggles of the period. At the same time, new forms of protest were coming to the fore, to the point that it was quite legitimate to postulate a change in the type of society. From this point of view, there was a move from the industrial to post-industrial era, and the protest movements in post-industrial societies were no longer the working-class movement, historically on the wane, but the struggles of students, anti-nuclear groups, regionalist groups, women, and so on (Wieviorka 2005: 5).

Probabilmente un ruolo determinante lo hanno le motivazioni che possono indurre una persona ad aderire ad un qualsiasi tipo di movimento. Infatti, non tutti partecipano per convinzioni morali o ideali e molti decidono di prendere parte solo perché hanno amici o conoscenti che sono già membri del movimento o anche solo per motivi legati ad interessi professionali (Daher 2013). Sono poche le persone che partecipano perché hanno bisogno di sentirsi coinvolte da comuni valori identitari (Gongaware 2010). Inoltre, c’è da tener conto del fatto che i nuovi movimenti sociali hanno la caratteristica di riuscire a fornire anche un’offerta identitaria a coloro che, allontanatisi dalle tradizionali forme di partecipazione politica, cercano altre tipologie di soddisfazione (McDonald 2002; della Porta et al. 2017). Questo ha fatto sì che i nuovi movimenti sociali siano riusciti ad affermarsi anche in contesti di erosione del comune sentire e, grazie al processo di individualizzazione e alle incombenti trasformazioni culturali, sono diventati forme di espressione e di identificazione (Millefiorini 2002; Chouhy 2020).

Modernization processes have fundamentally remoulded the subjectivity of movement participants over time. Comparing historical analyses and qualitative empirical studies, we will show that the German labour movement was constituted by a reliable collective subjectivity (Lösche e Walter 1989), and that the new social movements were carried by a more mobile, yet still solid individual subjectivity. The small-scale, local, and experimental movements of today, in contrast, reflect a flexible, ever-more fractured subjectivity (Blühdorn et al. 2018). This ‘liquefaction’ of the subject (Bauman 2012) signals two developments: (a) direct social actions might no longer predominantly serve to prepare an alternative social order but to perform and experience it within the existing one; (b) with the subjective impetus of direct social action altered in that way, teaming up with a political party that could help implementing a social utopia is now longer deemed necessary (Butzlaff e Deflorian 2021: 4).

La trasformazione che c’è stata nella costituzione e all’interno dei movimenti stessi è l’ulteriore conferma del fatto che nelle società contemporanee non c’è più quella opposizione dicotomica tra razionalizzatori e consumatori e tra capitalisti e operai. La stessa lotta di classe è venuta meno, non tanto perché i rapporti tra i datori di lavoro e i lavoratori sono diventati pacifici, ma perché i conflitti si sono spostati dai problemi interni della produzione alle strategie mondiali adottate dalle imprese transnazionali e gestite dalle reti finanziarie. La conseguenza più importante di tutto ciò è che ognuno lotta per migliorare la propria personale e peculiare situazione e per riuscire a garantirsi l’accesso e la disponibilità adeguata per poter partecipare al mercato dei consumi. La storica contrapposizione e la separazione dicotomica sono venute meno, perché non funzionali all’economicismo imperante, ma anche perché ostacolerebbero la possibilità di affermazione dei nuovi movimenti sociali, in quanto la rivendicazione non verterebbe più sugli orientamenti della società, ma solo sulla spartizione dei benefici (Rossi 2018).

Tutte queste trasformazioni, in gran parte determinate da un’economia che ha assunto ruoli e funzioni proprie di un’ideologia (Mongardini 1997), hanno avuto come effetto certo l’indebolimento del ruolo della politica, aiutando ad accentuare quel distacco che via via si è creato tra la vita quotidiana degli individui e le vicende della res publica. Un distacco che ha contribuito a rinforzare il processo di dissociazione e di de-politicizzazione a cui consegue un progressivo avanzare del paradigma della società ipermoderna, caratterizzato da una concreta separazione tra le istituzioni politiche e gli attori sociali. Gli stessi partiti politici sono perennemente in crisi essendo ormai imprese dedite alla gestione di risorse per produrre eletti, manipolando gli elettori che possono essere convinti, o ancor meglio ‘comprati’, tramite il consenso gestito e veicolato dal marketing politico. Di conseguenza la politica viene ormai considerata come

una realtà molto degradata e travisata. Il carattere nobile dell’azione politica può rinascere solo dall’etica. Non da una politica di classe, non da una politica della nazione, non da una politica degli interessi o da una politica del sacro. Utilizzando queste categorie del passato, la politica non sa e non riesce più a parlare alla gente. Diventa afasica […] il solo scopo importante e nobile della politica è quello di favorire la nascita di nuovi attori sociali. E ciò non è possibile senza passare attraverso il soggetto e i suoi diritti. Solo così si ricrea il sociale (Gambaro 2013: 39).

È importante, allora, considerare il Soggetto che non potrà essere un mero attore inserito in dinamiche socio-politiche alienanti, ma dovrà agire secondo la propria coscienza e non in ossequio all’ordine precostituito del mondo, al fine di compiere azioni finalizzate alla sua auto-realizzazione e a evitare o superare forme di ostruzionismo che potrebbero allontanarlo dal perseguire la libertà (Maniscalco 1983). In questa prospettiva si può considerare lo stesso movimento sociale come Soggetto, in virtù del fatto che si struttura ed organizza le sue azioni con l’obiettivo di modificare situazioni che non tollera o non condivide più (Touraine 2009; Cousin e Rui 2011). L’attore sociale, così come gli stessi movimenti, prima, protestavano contro le tradizioni, le convenzioni, le forme di repressione e i privilegi elitari che gli impedivano di essere riconosciuti; oggi, la protesta ha come bersaglio gli apparati, i discorsi, l’evocazione di pericoli esterni e di incognite legate all’ambiente e alla sostenibilità, che impediscono di concretizzare progetti, di definire specifici obiettivi e di impegnarsi direttamente nei conflitti, i dibattiti e le negoziazioni nelle quali è opportuno “agire” (Ricci 2024).

3. ALCUNE INTERPRETAZIONI DEL SOGGETTO

Partendo dall’analisi dei nuovi tipi di movimenti sociali, strettamente legati alle esigenze e ai bisogni delle persone, si arriva a comprendere l’importanza ed il giusto ruolo che potrebbe avere il Soggetto nella società (Lojkine 2015; Blühdorn 2021), considerando sempre più come un paradigma da molti sociologi, perché

completamente proteso verso la propria capacità di agire, la propria creatività – esso è artefice della propria esistenza, domina la propria esperienza, dispone (per utilizzare un termine dell’economista Amartya Sen) di capabilities, di risorse per agire scegliendo il proprio modo di vivere (Sen 1987; Naz 2020). Questa idea di soggetto si distingue dall’individualismo contemporaneo come da ogni forma di utilitarismo per il fatto che tiene conto di come, se io posso essere soggetto, bisogna che possano esserlo anche tutti gli altri esseri umani – una riflessione che getta un ponte verso la riflessione sulla convivenza sociale e sulla democrazia (Wieviorka 2021: 210).

Secondo questa definizione, l’individuo, in quanto Soggetto, può identificarsi con le norme sociali, con le istituzioni e con la stessa comunità a cui partecipa e può, quindi, tentare di sfidare le dinamiche sociali in un contesto all’interno del quale sorgono forme di dominazione meno riconoscibili e più insidiose, che possono condurlo a un processo di de-soggettivazione (Hansell e Grassie 2011; Dubet e Wieviorka 2018). Infatti, sembra sia sempre più difficile riuscire a costruire un’identità fondata sull’appartenenza, perché le comunità spesso sono statiche e non riescono a soddisfare il desiderio di identificazione (Crespi 2015; Kinna 2019; Yilmaz e Bağçe 2022). La difficoltà registrata nella costruzione di una propria identità determina un processo di erosione delle certezze che crea smarrimento, dovuto all’impossibilità per l’individuo di sentirsi attore e Soggetto attivo della propria comunità (Mc Garry e Jasper 2015; Bauman 2020). Questa situazione porta ad una condizione esistenziale di emarginazione e alienazione ed ha come conseguenza la perdita di certezze e di punti di riferimento per le persone che si trovano davanti a un bivio: continuare ad accettare passivamente ciò che la società è disposta ad offrire, favorendo così quella sensazione di vacuità nella quale si sentono succubi, oppure attuare quella forza etico-morale che consente di emanciparsi dalla condizione meccanicistica e dicotomica nella quale sono relegate. Per dare seguito a questa seconda opzione sarebbe opportuno svincolarsi dalle norme del mercato e riconsiderare le opportunità del vivere insieme (Butler 2005). Infatti, il credo dell’economicismo imperante, quale re (Simmel 1907; Scott 2013), non troppo nascosto, della contemporaneità, ha mostrato tutti i suoi limiti, intrappolando l’individuo in una condizione di disagio (Lojkine 2009; Ruggieri 2019). Le promesse edeniche prospettate dalla cultura consumistica si sono rivelate per quello che sono sempre state: falò della vanità in un tempo dominato solo dalla contingenza e dalla fluidità dei rapporti e delle pratiche dello stare insieme (Streeck 2016; Brayne 2020).

Infatti, l’eccessivo prevalere degli interessi economici, che avrebbe dovuto facilitare il processo di liberazione dell’umanità dal bisogno, ha avuto come effetto prevalente la frammentazione della dimensione sociale a vantaggio di un individualismo cinico e radicale, fine a sé stesso e non più fonte di crescita e di benessere (Beck e Beck-Gemsheim 2001; Zuboff 2019; Gallino 2023). Questa situazione ha contribuito ad allontanare sempre più l’individuo dal riuscire ad essere “umano”, lacerando la profondità relazionale dell’attore sociale e rendendo differente la crisi attuale rispetto a quelle passate.

La crisi attuale, infatti, si differenzia da quelle precedenti, perché richiede una duplice trasformazione, quella della società, in termini generali perennemente “in crisi” e sempre più prossima alla sua fine (Touraine 2013, H-UTokio 2020; Burrell e Fourcade 2021), e quella del Soggetto, che proprio perché indebolito e svuotato di sé, per diverse cause, è tenuto a ricercare una propria identità e, nel farlo, deve individuare un nuovo paradigma che lo metta nella condizione di trovare una giusta collocazione sociale (Wieviorka 2008, 2020; H-UTokio 2020). Nella ricerca di questo nuovo paradigma l’individuo può riuscire a riscoprire e valorizzare la soggettività, che si realizza nel rispetto e nella difesa dei diritti umani, che danno forma e vita ad una dimensione differente delle relazioni tra i diversi individui. In effetti sarà difficile superare la crisi in atto, se i diritti universali del Soggetto non vengono realmente difesi, anche a garanzia e tutela delle varie diversità che sono presenti in una società globalizzata. Comunque, è opportuno tener conto del fatto che i diritti possono essere salvaguardati solo in quelle società nelle quali la democrazia viene riconosciuta come bene universale, non comprimibile né sostituibile (Marchetti 2018). Nelle società democratiche, infatti, i diritti umani e quelli emergenti trovano il giusto e naturale contesto per la loro diffusione, perché pongono gli individui nella migliore condizione possibile, al fine di esplicare la loro azione di soggetti sociali consapevoli e perché sono presenti alcuni elementi che consentono all’individuo di realizzare al meglio la condizione di Soggetto, promuovendo istanze e rivendicando la propria identità (Clemens 2016). La democrazia, quindi, pur essendo più complessa rispetto al passato, è una necessità, che riesce a garantire il riconoscimento della diversità, coniugando l’utilizzo delle tecnologie e il ripristino delle autonomie culturali; in questo modo può diventare l’unico sistema di governo in grado di promuovere la libertà dell’individuo, consentendo l’affermazione dell’uguaglianza e della giustizia e di tutti quei diritti che rappresentano una garanzia contro ogni tentativo di prevaricazione sul Soggetto, ma anche sull’altro in generale (Vaira 2014). Il Soggetto consapevole del suo progetto di vita personale, diventa fulcro attivo di mediazione e può unire azione strumentale e identità culturale, svincolato dall’appartenenza a dispositivi di potere che ne inficiano l’opera e l’iniziativa, può procedere ad una ricomposizione del mondo che porta in sé principi di organizzazione e trasformazione della vita pubblica, «ma è anzitutto ricomposizione dell’individuo, creazione del Soggetto come desiderio e capacità di coniugare l’azione strumentale con un’identità culturale comprendente le relazioni interpersonali e la vita sessuale e affettiva, nonché la memoria collettiva e personale» (Touraine 1998: 196).

La persona è concentrata sulla sua capacità di agire e, grazie alla creatività, diventa artefice della propria esistenza, disponendo di risorse funzionali al proprio modo di vivere, che dovrebbero allontanarla da quell’individualismo che, invece, caratterizza gran parte della realtà sociale contemporanea (Wieviorka 2003; Grassi 2013). Un individualismo che si esprime in una domanda di partecipazione, di accesso ai consumi, al lavoro, all’istruzione, alla sanità e alla ricchezza, intesa, soprattutto quest’ultima, come condizione per la stessa accettazione e che viene considerato ad uno stadio superiore e più evoluto rispetto alla tradizionale convivenza (Wieviorka 2000; Beck e Beck-Gemsheim 2001; Urbinati 2011) Purtroppo, però, non sono state considerate le conseguenze che, nel tempo, questa tendenza dominante all’isolamento può produrre: la disgregazione della vita collettiva e la decostruzione della comunità, fattori che hanno favorito il proliferare di processi drammatici come il razzismo, la conflittualità senza soluzione di continuità, le disuguaglianze e anche le guerre. Questo scenario, inevitabilmente, fa riflettere sul fatto che l’idealtipo del Soggetto possa arrivare a scontrarsi con altre tipologie di attori che traboccano di soggettività e la impongono negando quella degli altri. Alcuni attori sociali, in effetti, assumono atteggiamenti e comportamenti in nome di una natura che essenzializza il gruppo cui fanno riferimento e tutto ciò li porta a compromettere i rapporti e a consentire l’affermazione di logiche basate sull’indifferenza e la distanza, che spesso, però, vanno oltre, fino a far sì che l’individuo assuma comportamenti aggressivi e violenti, che sono propri del lato negativo del Soggetto: l’anti-soggetto (Wieviorka 2015).

The Anti-Subject is that side of the Subject that fails to acknowledge the other person’s right to be a Subject and which can develop only by negating the other person’s humanity. This case corresponds to the dimensions of cruelty or enjoyment of violence for its own sake, as an end in itself. Here, the victim is dehumanized, reified, or animalized and is in every respect the opposite of the Subject (Wieviorka 2012a: 20).

I comportamenti sociali del non-soggetto o dell’anti-soggetto hanno come conseguenza la distruzione, la negazione degli altri, la violenza fine a se stessa, andando di pari passo con la disumanizzazione dell’altro e con la sua oggettivazione. Ma per un’analisi più completa del concetto di Soggetto si deve tener conto sia della parte positiva che lo caratterizza, sia della parte negativa, considerando anche gli eventuali rischi e responsabilità che questo può comportare. Infatti, ciascun Soggetto è il prodotto del suo vissuto, della sua istruzione, e delle scelte che hanno portato ad intraprendere azioni, ma anche di ciò che è stato scelto di non fare.

Ces processus sont de deux ordres, qu’il faut distinguer analytiquement même s’ils peuvent se combiner contradictoirement dans la pratique: les uns sont des processus de subjectivation, les autres de dé-subjectivation. Les sciences sociales ont tout à gagner à envisager de tels processus, car c’est à travers eux, avec eux que les individus et les groupes se construisent comme acteurs, qu’ils peuvent ou non faire des choix, s’inscrire dans des logiques d’action collective, inventer des mouvements sociaux ou culturels, contribuer à la mise en place, la transformation ou la destruction d’institutions, passer à la violence, etc. Les processus de subjectivation et de dé-subjectivation sont les processus par lesquels se construit et se transforme la conscience des acteurs, à partir de laquelle ils prennent des décisions. La subjectivation conduit vers le «sujet» à la Touraine ou à la Joas, capable d’agir car capable de se penser comme acteur et de trouver les modalités du passage à l’action, la désubjectivation conduit à l’inverse vers les formes décomposées et inversées su sujet, vers l’anti-sujet ou le non-sujet, et, de là, éventuellement, vers des conduites de destruction et d’autodestruction» (Wieviorka 2012b: 6).

Spesso è proprio a causa dell’anti-soggetto e della de-soggettivazione che si verificano fenomeni come l’odio, il razzismo, il terrorismo, l’antisemitismo. Fenomeni degenerativi e divisivi che comportano il rifiuto dell’universalismo, dell’umanesimo, della creatività umana a vantaggio della distruzione e dell’autodistruzione. Su questi versanti, dunque, si colloca quella messa in gioco, nella quale l’individuo disorientato ed inerme vive il suo disagio quotidiano all’interno di società disgregate che hanno annullato il senso della comunità (Bauman 2020).

4. APPLICAZIONI DEL TRIANGOLO DELLE DIFFERENZE

I repentini e recenti cambiamenti sociali, che hanno generato situazioni incerte e contraddittorie, rendono ancora più urgente il radicamento di una cultura democratica che si basi sulla difesa dei diritti individuali e sulla tutela degli attori sociali, rispetto ad altre forme di potere che possono attuarsi (Marchetti 2018). La difesa dei diritti umani e sociali deve, allora, diventare una risposta prioritaria, individuale e collettiva, considerata come azione capace di restituire un senso alla società. In tal modo, si può tentare di contrastare quella deriva socio-culturale che impone all’individuo ruoli standardizzati ed omologanti che impediscono la piena realizzazione della soggettività (Touraine 2015).

My essence as a subject (not as an organic being, of course, but as an actor, as a subject of opinions and rights, as a bearer of emotions and relations) is founded on my ability to exercise my multifaceted capacities by relating to the world. The consistency of my own person is the consistency of my world. My own subjective coherence is grounded in the coherence of my relations and worldviews. My contradictions work themselves out in the tensions and divisions of my world. This process must not be understood as a flat projection or reflection of the ego onto the world, nor as an abstract metaphysical idealism. It is rather a creative and open process in which we become ourselves only by shaping our environment. Our being consists in the complex unfolding of personal autonomy through perception, exploration, and action (Pugliese 2021: 76).

Ripartendo dai tratti biografici dell’identità del Soggetto sarà possibile ricominciare ad agire collettivamente ed i membri dei gruppi, che hanno comuni interessi e reciproca solidarietà, potranno autodefinirsi e fornire un senso al loro agire unitario. Ma per farlo sarà opportuno coinvolgere in modo strategico i tre elementi che Michel Wieviorka utilizza nel triangolo della differenza. Il triangolo della differenza descrive le componenti essenziali e le possibili configurazioni della diversità, sulla base della combinazione degli angoli di un triangolo, che corrispondono ad elementi sociali. Il primo dei tre vertici rappresenta l’identità collettiva intesa come l’insieme dei riferimenti culturali su cui si basa il sentimento d’appartenenza a un gruppo o ad una comunità (Wieviorka e Ohana 2001). I tratti presenti all’interno delle identità collettive diventano orientamenti per l’agire sociale (Crespi 2015). Il secondo vertice del triangolo è quello dell’individualismo, che rende ogni persona l’atomo elementare di una società in cui gli uomini, teoricamente liberi ed eguali secondo il diritto, partecipano come tanti esseri singoli alla vita moderna. L’ultima componente del triangolo della differenza fa riferimento al Soggetto che si impegna per trovare il suo posto nella società esprimendosi con la creatività, l’umanità, la sensibilità e la particolarità che lo contraddistinguono.

Considerando con attenzione il triangolo delle differenze si può notare come i tre elementi che Wieviorka indica per analizzare le differenze sociali sono molto simili agli elementi propri della coscienza operaia (Touraine 1965) e dei movimenti sociali (Oommenn 1996; Farro 1998).

Il Soggetto si impegna, quindi, a favorire e condividere un’identità collettiva aperta e dai contorni fluidi, capace di tenere unite componenti molto diverse e in sintonia con i nuovi movimenti globali e con le dinamiche sociali che vogliono essere rappresentate (Daher 2013, 2020). Un’identità collettiva in accordo con quel Soggetto, capace di essere attore e di costruire la sua esistenza in modo consapevole e responsabile e che abbandona l’idea di un’identità esclusiva e totalizzante che porta all’individualismo, al quale, anzi dovrebbe opporsi.

Un Soggetto culturale e creativo che si appropri del proprio destino, mostrandosi capace di cambiare la propria realtà partendo da sé, pur ponendosi sempre in relazione con gli altri e dando importanza ad una comunità con la quale riesce a identificarsi. L’attore sociale, inteso come Soggetto, può allora provare a sfidare le dinamiche sociali in un contesto all’interno del quale sorgono forme di dominazione meno riconoscibili e più insidiose, che possono condurre verso un processo di de-soggettivazione.

Per riuscire a contrastare una deriva socio-culturale che impone all’individuo ruoli standardizzati ed omologanti con i quali si impedisce la piena realizzazione della soggettività (Touraine 2015), è necessario uscire dalla condizione di vacuità, grazie alla quale predominano la transitorietà e la contingenza, ed andare verso una reale e consistente prospettiva di riscatto e di affermazione; devono essere consentite e valorizzate le capacità, le volontà e le responsabilità dell’attore sociale di essere Soggetto (Mongardini 2009). Ripartendo dai tratti biografici dell’identità del Soggetto sarà possibile anche ricominciare ad agire collettivamente ed i membri dei gruppi, che hanno comuni interessi e reciproca solidarietà, potranno autodefinirsi e fornire un senso al loro essere e al loro agire unitario in modo consapevole e responsabile.

Tabella 1. Similitudini tra i tre processi sociali applicati ai principi.
Coscienza operaia Movimenti sociali Triangolo delle differenze
Principio di identità l’operaio si considera produttore e apportatore di un fattore essenziale della produzione difesa dell’identità e degli interessi del movimento il Soggetto
Principio di opposizione l’operaio identifica l’avversario, mettendo a fuoco gli ostacoli che gli impediscono di appropriarsi delle sue opere lotta contro un avversario che in genere è espressione della politica consolidata e che si vuole modificare l’individualismo, che rende ogni persona l’atomo elementare di una società alla quale gli uomini partecipano come tanti esseri singoli
Principio di totalità si definisce il campo dei conflitti sociali visione comune con la quale si identifica il movimento l’insieme dei riferimenti culturali su cui si basa il sentimento d’appartenenza a un gruppo o ad una comunità e che diventa di orientamento per l’agire sociale
Fonte: elaborazione dell’Autore.

5. CONCLUSIONI

Il passaggio dalla società industriale a quella post-industriale ha costituito un traguardo importante, che si è realizzato in maniera autonoma. Sembra sia attualmente in corso un ulteriore passaggio, segnato da una vera e propria rottura nella quale i modelli di riferimento, fomentati dall’individualismo e dall’economicismo imperante, si mostrano inadeguati e non più affidabili. Si parla di terza ondata di modernizzazione, così come si ipotizza la fine del sociale (Baudrillard 1985, Touraine 2013) e diventa lecito chiedersi chi o cosa potrebbe sostituire la società. Da qualche tempo, si sta rivalutando l’importanza della riscoperta della sfera emozionale e creativa e allora il sostituto o meglio il collaboratore più attivo e determinato della società potrebbe essere proprio quel Soggetto, che sbarra le porte all’individualismo per aprirle alla dimensione umana, plurale, collettiva e, dunque, ontologicamente sociale. In effetti, il Soggetto non è al servizio di cause, valori o leggi diversi dalla sua esigenza e dal suo desiderio di resistere al proprio smembramento in prevalente la libertà sia personale che collettiva (Nussbaum 2002).

In questa prospettiva, la difesa dei diritti umani deve diventare una risposta prioritaria che si pone come azione capace di restituire un senso alla società, ma lo può fare solamente se riesce a garantire l’affermazione dei tre principi: identità, riconoscimento dell’opposizione e totalità. È proprio il principio di totalità con la cultura, con l’appartenenza e con la comunità che riesce ad individuare il campo dei conflitti sociali e può, quindi, proporre una eventuale soluzione nella quale c’è l’identificazione e l’attiva partecipazione del Soggetto.

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