https://doi.org/10.36253/sisca-17323
Gli Accademici Riaccesi: arte, poesia, collezionismo nella prima metà del XVII secolo
The Accademici Riaccesi: Art, Poetry, Collecting in the First Half of the 17th Century
Università degli Studi di Messina, Italia
Email: francescopaolo.campione@unime.it
Abstract. The Accademia dei Riaccesi, founded in Palermo under the patronage of Viceroy Emanuele Filiberto di Savoia in 1622, was the most important literary and artistic congregation in Sicily in the 17th century. A gathering place for poets and artists, united under the motto A pro’ degli altri (“For the benefit of others”), the academy was founded as a continuation of the Accesi, established in the previous century, also under the auspices of the viceregal government. The themes explored by the association, based on the relationship between image and word, explored aspects of wisdom in culture under the guise of a “pan-academism” that had permeated world history since its creation. From this point of view, the Syntagmata Septem de Academia, published by Girolamo Matranga in Palermo in 1637, are exemplary. From the title page onwards, they are presented as the programmatic text of the literary society. The tragic death in 1647 of the painter Pietro Novelli – a sort of “shadow academic” of the Riaccesi – and the subsequent decease of the founder Carlo Maria Ventimiglia e Ruiz, led to a weakening of the original spirit of the congregation and its gradual disappearance at the end of the 17th century.
Keywords: academies, art and poetry, collecting.
Contents
Appendice. Serie cronologica della raccolta di componimenti dell’Accademia dei Riaccesi (1633-1700)
La diffusione, o forse meglio, la proliferazione delle accademie in Sicilia è un fenomeno che assume una rilevanza importante nel XVI secolo, per poi letteralmente esplodere nel corso del Seicento1. A fronte delle sporadiche istituzioni intervenute nel Medioevo e nell’Umanesimo, ovviamente solo parzialmente rubricabili come veri e propri sodalizi accademici (in fondo, al loro novero si potrebbero ascrivere la Scuola poetica siciliana dell’età di Federico II e l’Accademia fondata da Antonio Beccadelli “il Panormita” nel palazzo della Zisa di Palermo, donatogli da Alfonso V d’Aragona nel 14392, come succursale dell’Alfonsina), tra Cinquecento e Seicento il loro numero aumenta esponenzialmente, e solo in parte per ragioni autenticamente culturali. Alle 7 accademie3 attive nell’isola tra la metà e la fine del XVI secolo censite da Michele Maylender4 (una cifra però quasi certamente da rivedere al rialzo) se ne aggiungeranno 46 fondate tra l’inizio e la fine del XVII secolo5. È indubbio che questa fioritura vada letta in un’ottica più generale nella quale andranno presi in esame non solo i meccanismi di organizzazione del sapere da parte delle élite culturali dell’epoca, ma anche le logiche di suddivisione del potere politico e di bilanciamento del peso di istituzioni avvertite come autentiche forze antagoniste dell’autorità regia. Si spiega dunque a partire da queste premesse il patrocinio che alcuni viceré dell’epoca prestarono alle fondazioni di alcuni dei maggiori sodalizi letterari dell’isola avvenute tra Cinque e Seicento. Nel dicembre 1568 Francesco Fernando d’Ávalos marchese di Pescara, che era giunto al governo della Sicilia solo pochi mesi prima, accordava il proprio placet la fondazione a Palermo dell’Accademia degli Accesi6 destinata a divenire il maggiore circolo letterario della Sicilia fino alla costituzione della sua “erede” – quella dei Riaccesi – avvenuta nel primo quarto del XVII secolo. Il nome la accomunava alle omonime accademie istituite a Reggio Emilia (1540)7, a Savona (metà XVI secolo) e a Siena (1558), e pur non essendo “colonia” di alcuna di queste quasi certamente i suoi ascritti intrattenevano rapporti di sodalità letteraria con i colleghi emiliani, liguri e toscani. Savona specialmente, sin dal Medioevo aveva tessuto importanti rapporti commerciali con la Sicilia prima di divenire parte della potentissima colonia genovese di stanza nell’isola8. Nella prima raccolta di Rime pubblicata dagli Accesi nel 1571, inoltre, il corifeo dell’accademia Leonardo Orlandini dedicava un sonetto a Berardino Rota – allora residente a Firenze – lodando gli accenti “psicagogici” della sua poesia9. Non è senza significato poi che tra i destinatari dei componimenti encomiastici scritti dallo stesso Orlandini vi fosse García Álvarez de Toledo y Osorio, che aveva ricoperto la carica di viceré di Sicilia tra il 1565 e il 156810. Questo profondo legame tra consorterie letterarie e politica, iscritto apparentemente nel più banale sistema di sottomissione della cultura ai vertici del potere, si situa in una congiuntura politica di grave compromissione dell’autorità vicereale, che non avrebbe tardato a giungere a uno scontro violentissimo tra il governo periferico dell’isola e l’Inquisizione. Nella lettera di sostegno premessa alla prima antologia degli Accesi (fig. 1), il marchese di Pescara precisava per due volte nel giro di poche righe che i sodali sarebbero stati liberi di pubblicare le loro poesie «pur che dette compositioni inanti che se imprimano siano state reviste da essi molto Reverendi Inquisitori»11. Si trattava con ogni probabilità di una diplomazia di facciata, giacché i rapporti tra viceregno e Santo Uffizio stavano rapidamente deteriorandosi. Le frizioni tra i due poli del potere avrebbero acceso – letteralmente – scintille sotto i viceregni di Marcantonio Colonna e Diego Enríquez de Guzmán conte di Alba de Liste, per poi addirittura esplodere in uno scontro armato nell’agosto del 1602. In quella occasione il viceré duca di Feria ordinò l’assedio militare del palazzo degli Inquisitori, i quali avevano sottratto alla condanna a morte due assassini “familiari” del foro privilegiato del Santo Uffizio e perciò stesso immuni dalla giustizia ordinaria12. La crisi, come più volte sarebbe occorso nei tempi successivi ai tentativi costantemente falliti di ridurre l’ingerenza del potere inquisitoriale nelle questioni politiche e giudiziarie, si sarebbe risolta con la scontata delegittimazione dell’autorità del viceré. Ricondurre una parte della nobiltà, quella più direttamente impegnata nell’agone culturale, ma anche più strettamente implicata nei dispositivi di elusione al controllo dell’autorità, pareva – proprio attraverso il patrocinio di associazioni accademiche laiche – uno dei pochi strumenti per ristabilire il pieno dominio dello Sato.
L’ispirazione petrarchesca13 e in larga parte elogiativa che muoveva gli Accesi trovò un momento di aggregazione e di singolare pregnanza simbolica in occasione della esecuzione capitale di Laura Serra e Frias, avvenuta a Palermo il 16 giugno 1572. Il caso, anche per la «meravigliosa bellezza»14 della protagonista (e curiosamente simile a quello di cui fu protagonista qualche anno dopo a Roma la più celebre Beatrice Cenci), aveva destato enorme scalpore presso l’opinione pubblica di allora. La donna, originaria di Piazza Armerina, era stata accusata di aver fatto uccidere il proprio marito dal cugino Alonso Frias, ex sergente degli archibugieri nell’armata di Lepanto. Le circostanze di quel destino crudele, nel quale la colpevolezza di cui pochi dubitavano si sposava all’orrore di assistere alla sua decapitazione, la coincidenza che pareva uno strano omen tra il suo nome e quello della Laura petrarchesca, funsero da lievito per la nuova impresa letteraria del circolo, le Rime di diversi belli spiriti della città di Palermo in morte della signora Laura Serra et Frias, pubblicate presso lo stampatore Matteo Mayda nel 157215. È stato notato16 come, in effetti, la raccolta di rime – tanto per la eccezionalità dell’occasione, che ne determinò la pubblicazione a sole due settimane dalla morte della donna, persino in deroga alla rigida censura inquisitoriale; quanto per l’assenza nel testo di riferimenti espliciti al circolo accademico – sia da considerare eccentrica rispetto alla produzione degli Accesi e da intendere piuttosto come l’episodica aggregazione di un gruppo non accomunato in una medesima consorteria letteraria. È da osservare tuttavia che a farsi promotore dell’iniziativa epicediale fu Argisto Giuffredi17, principe della stessa Accademia degli Accesi con il nome di Contemplativo (e successivamente anche di quella dei Risoluti), e destinatario della lettera dedicatoria dello stesso Maida anteposta all’antologia poetica. Quasi a confermare che la celebrazione dell’infelice destino di Laura Serra esulasse dalla rigida appartenenza a una sigla accademica, essendo piuttosto il pretesto per una riflessione universale sui tema della bellezza e della morte. La sorte cui andrà incontro Giuffredi, di lì a qualche tempo incarcerato nelle segrete del Santo Uffizio e perito assieme al poeta Antonio Veneziano nella esplosione per certi versi inspiegabile delle munizioni del Castello a Mare di Palermo, avvenuta il 19 agosto del 1593, testimonia come l’appartenenza accademica – specie se antagonista rispetto alla Santa Inquisizione – non costituisse uno scudo giudiziario o una fonte di privilegio politico. La carcerazione e la morte di Argisto Giuffredi ponevano fine all’esperienza dell’Accademia degli Accesi, che di fatto era avviata all’estinzione già nel 1579 poco dopo la pubblicazione della seconda raccolta di componimenti uscita autenticamente sotto la sua sigla, Delle rime de gli Academici Accesi di Palermo. Libro secondo, edita sempre a Palermo per i tipi di Giovan Matteo Maida nel 1573.
A un intento similmente celebrativo, ma risalente a una occasione giocosa e ancora una volta aggregativa delle diverse consorterie accademiche operose a Palermo sullo scorcio del Cinquecento, si possono ricondurre le due curiose cerimonie d’incoronazione poetica e pittorica che videro protagonista Francesco Potenzano18. Pittore mediocre, eppure perfettamente inserito nei meccanismi di celebrazione del potere, e perciò sotto il manto protettivo del viceré Marcantonio Colonna, Potenzano era però un eccellente versificatore (le fonti ne esaltavano le doti quasi miracolose di improvvisatore, a dispetto del suo – almeno apparente – completo digiuno culturale), e un sorprendente incisore. In una acquaforte raffigurante San Cristoforo (fig. 2) datata Roma 158319 e dedicata al futuro cardinale Pietro de Deza Manoel, allora presbitero di San Ciriaco alle Terme, si firma “Academico Florentino”. Ne aveva patrocinato l’ascrizione, il 14 agosto 1583, il pittore Girolamo Macchietti20, definendolo come «omo onorato». In effetti, in quel momento la fama di Potenzano – anche per i bizzarri comportamenti per i quali andava noto – risuonava in molti luoghi d’Europa. Filippo II l’aveva chiamato a realizzare alcune decorazioni dell’Escorial, e in Spagna aveva lavorato anche a Barcellona ad alcune opere oggi non rintracciabili. Documentati sono suoi soggiorni a Malta, a Roma e a Napoli, dove nell’anno prima della morte avrebbe pubblicato presso lo stampatore Antonio Pace un poema eroico in otto canti, La distruzione di Gerusalemme dall’imperatore Tito Vespasiano, concorrente – anzi, forse oggi si direbbe una sorta di prequel – della Gerusalemme Liberata di Torquato Tasso. L’opera, citata nei repertori bibliografici antichi, non è mai stata rintracciata. Le due coronazioni, l’una di carattere più squisitamente privato (se non persino goliardico) tenuta nel chiostro del monastero di San Giuliano, l’altra patrocinata dallo stesso viceré nel 1582 e organizzata a modo di una grande festa a dimensione urbana, rappresentavano la volontà da parte del governo di ribadire il proprio controllo sui fenomeni culturali proprio nel momento in cui l’Accademia degli Accesi s’era, per così dire, spenta. Il resoconto del rito di coronazione poetica dell’artista, le Rime di diversi eccel(lenti) autori in lingua siciliana. Al illustre pittore poeta S(ignor) Francesco Potenzano palermitano. Con le risposte maravigliose del medesmo nella istessa lingua siciliana (fig. 3), edite a Napoli nello stesso anno21, riecheggia nel titolo della antologia pubblicata dieci anni prima in morte di Laura Serra, e declinano il tema dell’Ut pictura poesis intrecciandolo con quello della diversa potestà concessa a poeti e pittori riguardo alla conservazione della memoria22.
Quando quarant’anni dopo si disporrà la rifondazione dell’Accademia degli Accesi, il quadro politico e istituzionale sarà profondamente mutato. La sottoscrizione di alcune Concordie, ovvero di patti sui rispettivi ambiti giurisdizionali tra Inquisizione e autorità viceregia intervenuta a più riprese nel 1580, 1597 e in seguito 163723, almeno apparentemente appianerà i conflitti tra i due blocchi del potere. Non spegnerà, tuttavia, i contrasti intestini su cui segretamente si fondava l’esercizio dell’autorità da parte della monarchia asburgica. In effetti, a dare impulso alla rinascita del sodalizio furono alcuni esponenti del gotha politico e amministrativo del governo periferico. Sebbene alcune fonti affermino che la ricostituzione fosse stata «adombrata [nel 1621] dal signor Conte di Castro»24, il viceré Francisco Ruiz de Castro y de Lemos (che invece aveva semplicemente promosso la costituzione dell’Accademia dei Begli Ingegni, ben presto estinta), è da attribuire all’iniziativa del suo successore, Emanuele Filiberto II di Savoia, il richiamo in vita nel 1622 dell’antico circolo letterario sotto il nuovo nome di Riaccesi. Il diretto patrocinio vicereale proiettava su un piano ancor più radicalmente istituzionalizzato – e dunque controllato dall’alto – l’attività della congrega. Emanuele Filiberto, che forse segretamente aspirava a fare della Sicilia uno stato territoriale sul modello di quello che deteneva il padre Carlo Emanuele I, o persino dello stesso Granducato di Toscana – con ogni probabilità vagheggiava nell’Accademia dei Riaccesi il luogo nel quale dare di sé l’immagine del principe protettore delle arti, delle lettere e delle scienze. La sede del nuovo istituto, per altro, era stata individuata proprio in alcune sale del Palazzo Reale di Palermo a testimonianza di come le direttrici delle scelte culturali fossero adesso decisamente tracciate nelle stanze del potere. La morte di peste, avvenuta nel 1624, chiuse nel sepolcro le velleità di Emanuele Filiberto, ma non impedì che il sodalizio continuasse a vivere per l’impulso di altre figure che nell’establishment politico rivestivano ruoli di primissimo piano. Una di queste fu quella di Pietro Corsetto, che di Emanuele Filiberto era stato consigliere giuridico, oltre che amico personale. Nato a Palermo nel 1570, era stato Presidente del Tribunale del Concistoro, della Regia Gran Corte, Avvocato Fiscale del Tribunale del Real Patrimonio, Reggente dal 1620 del Supremo Consiglio d’Italia. Nel 1636, alla morte della moglie Orietta de Tignoso abbraccerà lo stato ecclesiastico fino a essere nominato, nel 1638 da Urbano VIII, Vescovo di Cefalù: qui fece rinnovare l’edificio del Seminario vescovile, promosse alcuni restauri nel Duomo e fece realizzare una cappella dedicata all’Angelo Custode, commissionando a Pietro Novelli lo splendido dipinto omonimo oggi nel palazzo vescovile, vagamente ispirato a quello che nel 1615 Domenichino aveva dipinto per la Cappella Vanni della chiesa di San Francesco di Palermo. Due anni prima della morte, nel 1640, alla cessazione della carica del viceré Francisco de Melo di Braganza, conte di Assumar, Corsetto completerà il proprio cursus honorum venendo designato alla carica di Presidente del Regno25. Fu Corsetto a concepire l’impresa dell’Accademia degli Accesi, un acciarino e una pietra focaia nell’atto di sprigionare scintille con il motto A pro’ degli altri (fig. 4). Il tema del fuoco e l’allusione al mito prometeico della creatività a vantaggio dell’umanità saranno, come vedremo, il sottofondo simbologia dei Riaccesi per tutta la durata del loro sodalizio. L’autentico animatore dell’accademia – tanto da esserne per lungo tempo il Principe – fu tuttavia Carlo Maria Ventimiglia e Ruiz26 (fig. 5), la figura di intellettuale di maggior rilievo in Sicilia nel XVII secolo. Matematico, architetto, archeologo, ingegnere militare, collezionista e naturalista, Ventimiglia incarnava in sé l’immagine enciclopedica tipica del suo secolo capace di catalizzare non solo le risorse culturali del proprio ambito territoriale, ma di divenire un punto di riferimento a livello europeo su questioni scientifiche allora di particolare interesse. Non stupisce, ad esempio, che ricorresse alla sua esperienza Athanasius Kircher nella redazione di alcuni passaggi fondamentali del Mundus Subterraneus. Con Kircher, d’altra parte, Ventimiglia condivideva gli stessi interessi per l’antica poesia orfica27 di cui avrebbe tentato di fornire una propria esegesi nelle Epistolae de Orphici Carminis Interpretatione, scritte con Filippo Paruta ma pubblicate postume solo nel XVIII secolo28. Nel 1637 il gesuita intraprendeva un viaggio in Sicilia alla ricerca di prove sulla presunta esistenza di ossa di “giganti” in vari siti dell’isola. La prima sortita a Trapani, o meglio alle pendici del Monte Erice, era stata fallimentare: la testimonianza di Boccaccio, che nel De Genealogia Deorum29 aveva riferito di una vasta grotta nella contrada di Martogna dove nel 1342 sarebbero state rinvenuti i resti di enormi esseri umani, si era rivelata – se non una fola – certamente non più verificabile. Non restava che fare ricorso allo scienziato che, più di ogni altro, poteva fornire informazioni più dettagliate intorno all’autenticità di quelle testimonianze:
In verità, quando soggiornai a Trapani nel 1637, interrogai molti esperti sulla scoperta di un mostro così gigantesco, entrai nella grotta del monte, dove si diceva fosse stato ritrovato il cadavere; ma non trovai nulla di ciò che gli Autori sopra addotti riferiscono sulla vastità dell’antro; per quanto posso ricordare, penso che la sua altezza fosse a mala pena di trenta piedi; ovviamente, non poterono mai mostrarmi né i piedi né le mani, né il cranio o membra simili, dalla proporzione dei quali, paragonati alle membra di uomo comune, speravo di prendere coscienza della vera grandezza del suddetto gigante; cosa che mi sfugge anche del gigante elvetico, dove oltre alle costole, alle gambe, alle cosce, non possono mostrare né la testa, né le mani e i piedi: le quali parti non possono ricostruire [una figura], rendendo così sospetta anche la verità della cosa. […] Nello stesso tempo accadde che io – con sommo piacere del mio animo – mi confrontassi a Palermo con l’illustrissimo marchese Carlo Ventimiglia, l’uomo più dotto, ed anche il più acuto storico della Sicilia, sulle ossa di siffatti omaccioni, e gli mostrassi delle zanne che alcuni antiquari mi avevano dato per denti di giganti. Egli sorrise modestamente, e disse: «Credi, che Padre mio, che questi siano i denti di un gigante?». Io, schermendomi, risposi che riponevo in coloro che me li avevano regalati tanta fiducia quanta ne poteva meritare una loro amica. Ma lui, pungente, disse: «Domani incontriamoci di nuovo, e ti mostrerò di chi sono questi denti». Cosa detta, cosa fatta, non appena ebbi accettato, il giorno dopo incontrai quell’uomo molto gentile, che mi disse: «Saliamo sulla carrozza», il che fatto mi condusse in un luogo distante da Palermo circa tre miglia, che loro chiamano Maredolce. C’era un enorme sperone di roccia, e sul lato un’apertura molto grande; per mezzo del quale si apriva l’accesso agli oscuri recessi di un’immensa caverna. «Scendiamo, disse, e ora ti mostrerò, padre mio, fino a che punto la natura è capace di imitare simili membra del corpo umano». E dopo aver acceso delle torce, mentre i suoi servi ci precedevano, entrammo nel tratto più lungo della grotta, e quando eravamo già penetrati un po’ più profondamente, mi mostrò, sulla parete sinistra della grotta un’opera meravigliosa della natura che stava esposta in ogni parte. Nello stesso tempo, raccoglieva denti piccoli, medi, grandi ed enormi, fissati in quell’ordine che la natura è solita porre nelle mascelle degli animali, in tale abbondanza, che avrei creduto che si potessero facilmente caricare cento carri, con una tale somiglianza con i denti naturali, che a malapena si distinguerebbero da loro. Nella parte superiore erano di un candore abbagliante, ma in basso si vedevano le radici aguzze, tutte però trasformate in solida pietra. Allora, rivolgendosi a me, quell’uomo così illustre mi disse: «Questi sono i denti che alcuni impostori vendono qui alla plebe ignorante per denti di giganti o di elefanti» (perché alcuni erano di dimensioni enormi, come ho detto). Io però me ne procurai non piccola quantità, una parte della quale la conservo ancora oggi nel Museo, e una parte la regalai a letterati per denunciare l’impostura30.
In effetti, il giacimento di fossili della Grotta del Monte Grifone si sarebbe rivelato, nei secoli successivi, uno straordinario tesoro paleontologico per ricostruire la presenza dei primi mammiferi – in questo caso, davvero appartenenti alla specie di elefanti e ippopotami – che abitarono in Sicilia nel Pleistocene. L’iper-scetticismo di Ventimiglia aveva tuttavia attribuito all’azione casuale delle rocce calcaree la formazione di quelle concrezioni – che apparivano, e veramente lo erano, zanne e denti di esseri estinti.
Il 1637 dovette essere per l’Accademia dei Riaccesi un anno cruciale. Proprio allora il teatino Girolamo Matranga pubblicava a Palermo i Syntagmata Septem de Academia, un’opera che – sebbene non esplicitamente uscita sotto l’insegna del sodalizio – ne era per molte ragioni il testo programmatico e promozionale31. Patrono occulto dell’iniziativa dovette essere lo stesso Ventimiglia, che nell’opera è citato come tra i maggiori collezionisti di monete del proprio tempo32. Matranga ripercorre la storia delle accademie dall’antichità (il primo “accademico”, con un’iperbole al limite del grottesco, è identificato in Adamo), postulando l’idea che l’unione di letterati, prima ancora che un patto stretto sotto comuni interessi culturali, sia un luogo ideale dello spirito, un hortus conclusus nel quale ogni contrasto trova ricomposizione. L’antiporta del volume (fig. 6), che è ipotizzabile fosse stato progettato dallo stesso Ventimiglia e inciso da Vincenzo La Barbera, è in effetti l’epifania iconica del manifesto multidisciplinare dei Riaccesi. Come in una specie di finestra, definita ai lati dalla ciceroniana Hermathena, sull’architrave stanno le figure di una immaginaria metopa. Sono quattro personificazioni il cui significato, almeno in parte, è desunto dal repertorio della Iconologia di Cesare Ripa. Al centro, assisa su un trono, sta l’Accademia, coronata e in ricche vesti regali. È raffigurata nell’atto di abbracciare, alla sinistra, la Matematica e alla destra una figura femminile ignuda identificabile con la Legge naturale. Più difficile da decifrare, giacché non rintracciabile nel testo di Ripa, è l’identità della donna all’estrema destra (fig. 7). Presenta alcuni strani attributi: un occhio sul palmo della mano destra, e una cornucopia da cui fuoriesce un profluvio di fiamme e scintille che sembrano riversarsi sulla sottostante figura di Mercurio. La personificazione in questione, con ogni probabilità, è l’incarnazione simbolica degli stessi Riaccesi, ricavata da una plurima crasi fra diverse immagini desunte dalla stessa Iconologia. La raffigurazione dotata di una mano, per così dire, “vedente” si ritrova più volte nel testo dell’umanista perugino, e costantemente a denotare una specie di intelligenza manuale33. In uno dei casi, ad esempio, è la Operatione manifesta a recare, su entrambe le mani, un occhio. Nell’esegesi di Ripa, la figura chirottica – sebbene non perspicuamente – è la manifestazione dell’attività esercitata alla luce del sole (una sorta di pratica dal vago sottofondo etico), poiché «l’operationi né per vanagloria, né per altro fine meccanico si devono esercitare, ma solo per beneficare sé e altrui»34. L’ultima frase, in effetti, riecheggia del motto dell’Accademia dei Riaccesi, A pro’ degli altri, e fa della misteriosa figura femminile non solo una specie di correlato della Matematica che le sta opposta, ma anche la figurazione del saper fare artistico, scientifico e tecnico capace di contribuire al progresso dell’umanità.
La simbologia legata a Prometeo aveva tra i Riaccesi, in effetti, una manifestazione vivente nell’artista che più d’ogni altro nel proprio secolo – ed evidentemente nel regno in cui visse e operò – fu capace di rispondere alle istanze della committenza pubblica e privata, laica ed ecclesiastica. Pietro Novelli, il traduttore per immagini delle elaborazioni intellettuali dell’Accademia, aveva studiato la matematica e i rudimenti dell’architettura presso lo stesso Carlo Maria Ventimiglia, e – pur non essendovi ufficialmente ascritto – non aveva tardato a divenire uno degli esponenti di maggior rilievo del sodalizio artistico e letterario. Per Tommaso Aversa, uno dei Riaccesi più insigni, nel 1643 progetterà il frontespizio (fig. 8) per la tragedia sacra intitolata Il Sebastiano35. È sintomatico, poi, che nel descrivere l’arco trionfale che il pittore stesso aveva progettato nel 1641 (fig. 9) per l’ingresso a Palermo del nuovo viceré, l’Almirante di Castiglia Juan Alfonso Enríquez de Cabrera, conte di Modica, il librettista Giuseppe Ciaccon si riferisca a Novelli evocando ancora una volta la figura del titano creatore dell’uomo e dispensatore del fuoco:
Per l’Arco fu in concorrenza di molti scelto in Senato il disegno di Pietro Novelli, Architetto, e Pittore famosissimo, il quale col mentir del pennello, e con gl’inganni delle prospettive, si ha nella Sicilia, e fuori guadagnato gloria non bugiarda. Quello disegno così approvato, fu incontanente mandato ad animare di poetiche inventioni a tale che, a non volersi lasciare in publico nominare, schifar non può ch’io no’l dica Prometeo di quel corpo36.
Il tema della creatività artistica e del rapporto tra parola e immagine, questa volta ribaltato a favore della pittura, percorre costantemente il concettismo dei Riaccesi e trova sempre in Novelli il cantore iconico. In questa rivisitazione del dualismo arte e poesia non stupisce che lo stesso pittore discenda nell’agone di quella millenaria contesa, e indossi – sia pure scherzosamente – le vesti del maggiore pittore dell’antichità. Nel 1642 Pietro Novelli realizzava un’acquaforte (fig. 10) raffigurante Marsia legato all’albero37, che probabilmente avrebbe dovuto corredare un testo a stampa degli stessi accademici, mai pubblicato. Nell’incisione l’artista usa abilmente le proprie doti grafiche per evocare le membra del satiro scorticato. Tuttavia, a destare interesse è soprattutto la quartina che accompagna l’opera, da lui stesso composta: Trarmi Apollo la pelle,/ Crudele già tentò/ Hor nò, che la mi può/ Dar un NOVELL’Apelle. Nella tenzone tra il dio e il satiro, tra la pura ispirazione e il saper fare che nasce dall’esercizio della pratica, gli antichi avevano immaginato la rovina di Marsia, condannato al terribile supplizio della scorticatura. La poesia, insomma, aveva vinto sulla téchne. Adesso però il tertium tra il dio e il satiro, colui che è in grado di sovvertire le sorti di quella gara, è l’artista moderno, curiosamente distinto da Apollo e dalla pelle da una semplice variazione vocalica. Così da una parte egli è l’epidermide stessa strappata via dal corpo del fauno; dall’altra il pittore, anzi il “nuovo pittore” che era stato simbolo dell’Antichità. Ciò che la poesia ha tolto al racconto nei termini di efficacia rappresentativa, la pittura è in ora grado di restituire per mezzo della forma-colore. Il pigmento cromatico diviene, letteralmente, la pelle dell’immagine: Novelli come nuovo Apelle38, come artista-taumaturgo può così risanare le membra offese dello sconfitto e farne l’oggetto della propria ispirazione creativa. Marsia, il satiro superbo, era stato vendicato dall’arte.
Pietro Novelli rappresentò, finché visse, il vertice della cultura figurativa dell’isola, e il riferimento per immagini dei Riaccesi. La sua tragica morte, avvenuta in seguito a un agguato (forse non del tutto casuale) durante la rivolta antispagnola del 1647, segnò probabilmente la fine della persistenza dell’Ut pictura poësis in seno al sodalizio. Eppure, anche in quella circostanza drammatica, l’identità Novelli-Apelle divenne per gli accademici l’occasione per celebrare una sorta di funerale laico della pittura. Il poeta Onorio Domenico Caramella, accademico degli stessi Riaccesi, a ricordo della tragica morte del pittore componeva una sorta di epitaffio letterario nel quale – nel più tipico artificio barocco – ritrovava già nel nome dell’artista criptato un duplice destino di gloria e di morte:
De Petro Novello Siculo, a Monte Regali, pictori celebri qui Panormi lethali vulnere occidit, anno 1647. Petrus Novellus Anagramma literalis: Unus Apelles ruo.
Non forte hoc factum inter tot turbas gentium/ Si unus Petrus occido/ Tot patriae miserias ne pingerem/ Unus Apelles ruo39.
Su Pietro Novelli, siciliano, da Monreale, che morì a Palermo per una ferita mortale nell’anno 1647: anagramma letterale Pietro Novelli/ Cado, unico Apelle.
Non è un caso che ciò sia avvenuto tra una così vasta moltitudine di persone: se mi spengo, unico Pietro, non dipingerò più le miserie della patria, e cado unico Apelle.
La narrazione dell’infausto caso del 22 agosto 1647, sebbene occupi solo di passaggio le pagine dei cronisti del tempo, fu probabilmente orchestrata dallo stesso sodalizio per chiudere anzitempo una stagione di attivissimi fermenti culturali. Il canonico Antonino Collurafi, che della rivolta fornì una ricostruzione imbevuta di un feroce animus antipopolare, rievocò quegli istanti terribili con accenti che – in tutta evidenza – gli furono suggeriti dagli stessi Riaccesi:
Gli lanciano (a don Pietro Branciforte, Capitano di Città) contro delle pietre, gli sparano dell’archibusate: con le quali fù colpito nel braccio destro, ed ucciso Pietro, detto il Monrealese, che ’l seguiva a cavallo, Ingegniero di Sua Maestà, Apelle della Sicilia, ed Invidia della morte; perché con quello senza misura di tempo, e maggior di Zeusi, dava vita alle tele, e le consegnava all’eternità40.
Nelle parole di Collurafi è espressa da un lato nuovamente l’antitesi tra il destino tragicamente ineluttabile (la morte invidiosa che in ogni modo tenta di fermarne l’agire poietico) e la creatività proiettata in perpetuum, grazie alla quale il pittore è il demiurgo che dà vita alla materia inerte; dall’altro una presa di posizione, precoce quanto inconsapevole, nel dibattito sulla prevalenza tra antichi e moderni, a favore di questi ultimi.
Alla metà del secolo e in corrispondenza della morte di Novelli, quantunque ancora ufficialmente per più di altri cinquant’anni rimanesse in vita, l’Accademia dei Riaccesi aveva già preso a esaurire la propria spinta culturale. Morendo nel 1662 il vecchio Principe Carlo Maria Ventimiglia, il sodalizio s’avviava a tritare un repertorio sempre più convenzionale, devoto, appiattito sulle direttive del potere (soprattutto religioso), a cui ormai senza alcun peso avrebbe funto da cassa di risonanza. La fondazione dell’Accademia del Buon Gusto, avvenuta nel 1718, che di fatto riunificava tutte le congreghe minori ancora esistenti sotto un’unica insegna, chiudeva quella parentesi e con essa la memoria di una stagione per molti versi irripetibile.
Appendice.
Serie cronologica della raccolta di componimenti dell’Accademia dei Riaccesi (1633-1700)
1. Componimenti diversi dell’Accademia de’ Raccesi nella sua morte di Ferdinando Afan de Ribera ed Enriquez, marchese di Tarifa, principe di essa. Palermo, presso Decio Cirillo, 1633.
2. Fiori al m.r.p.m.f. Gio. Chrisostomo Iavelli dell’Ordine de’ Predicatori. Palermo, presso Decio Cirillo, 1649.
3. Poesie latine e toscane in lode del m.r.p. Carlo Giaconia de’ Cler. Reg. Min. Palermo, presso Decio Cirillo, 1649.
4. Il sacro aprile, varii fiori di poesie d’alcuni signori Accademici Raccesi di Palermo al m.r.p. lettore fra Nicolo Lepori romano per le prediche quaresimali dette in S. Domenico de pp. Predicat. di Palermo nell’anno 1651. Publicati da Giacinto Maria Fortunio palermitano Accademico Racceso. In Palermo, per Gioseppe Bisagni, 1651.
5. Le Muse d’Oreto che per alquanti Accademici Raccesi, mostrano la loro deuotione, cantando in lode del m.r.p. don Marc’Antonio Sanseuerino C.R. napolitano; predicator insigne nella chiesa di S. Gioseppe di Palermo, l’anno 1651. Radunate e disposte al canto comune dal Maia l’Eleuato Accademico Racceso. In Palermo, per Gioseppe Bisagni, 1651.
6. Il Parnasso nel Carmelo deuoti ossequi delli cigni d’Oreto, al m.r.p. maestro fr. Saluatore Scaglione carmelitano napolitano Accademico Racceso detto l’Arrischiato. Per le prediche quaresimali da lui dette nella chiesa di S. Ignatio martire detta l’Oliuella de’ rr.pp. dell’Oratorio di S. Filippo Neri nell’anno 1654. Humilmente offerti da Giouanne Leone palermitano Accademico Racceso detto il Fiorito. In Palermo, per Pietro dell’Isola, 1654.
7. Le scintille della selce. Saggio dell’Accademia de’ Riaccesi di Palermo, cioè l’imprese degli accademici ed alcune poesie con un’oratione in lode di s. Rosalia vergine palermitana. Palermo, presso Agostino Bossio, 1658.
8. Espressioni d’ossequio de’ signori Accademici Raccesi di Palermo, al merito del molto reuerendo padre maestro fra Tomaso Maria Spada dell’Ordine de’ Predicatori, predicatore del Duomo della medesima città nell’anno 1661. Raccolte dal reuerendo p. fr. Hilarione Perdicaro, e Notarbartolo, dell’Ordine del B. Gio. di Dio. Dedicate all’eminentissimo, & reuerendissimo signore Gio. Battista Spada cardinale di Santa Susanna. In Palermo, nella stamperia di Pietro dell’Isola, 1661.
9. Applausi lirici latini e toscani dell’Accademia de’ Raccesi di Palermo alle glorie del m.r.p.f. Fulgenzio Arminio d’Avellino oratore evangelico famosissimo e predicatore la seconda volta nel 1662 nella madre chiesa di Palermo. Palermo, presso Pietro dell’Isola, 1662.
10. Serto poetico de’ sig. Raccesi in lode del m.r.p.f. Bonaventura Cavallo lettore giubilato, predicator clarissimo … per lo corso quaresimale da lui fatto nella ven. chiesa dell’Olivella di questa felice città di Palermo nel 1662. Palermo, presso Pietro dell’Isola, 1662.
11. Applausi di Accademici Raccesi in lode del r.p. Antonio Di Vincenzo famosissimo predicatore nella Casa Professa della Compagnia di Giesù nel 1693. Palermo, presso Giuseppe La Barbera, 1693.
12. Il pennello encomiato, poesie d’alcuni signori Accademici palermitani, in lode del signor Carlo Maratta, celebre pittore; per vn suo ritratto, mandato da Roma in Palermo, ad istanza, e spese de’ fratelli della venerabile Compagnia, sotto titolo del Santissimo Rosario, e collocato nel loro bellissimo oratorio, presso il Conuento di Santa Cita, dell’Ordine de’ Predicatori. Fatto stampare à spese d’vn deuoto fratello. In Palermo, nella stamparia di Agostino Epiro, 1696.
13. La cetra degli Riaccesi di Palermo risvegliata per far plauso canoro al merito del molto reu. padre Alessandro Poggi lucchese della Congregazione della Madre di Dio, predicatore eloquentissimo nel Duomo di Palermo in questo presente anno 1700. Consecrata alla grandezza del signor don Girolamo Roderico Branciforti, Colonna duca Branciforte, […]. In Palermo, nella regia stamparia d’Agostino Epiro, stampatore dell’ill. Senato, 1700.
1 Sul tema generale delle accademie in Italia, il riferimento ancor oggi valido resta il capitolo di A. Quondam, L’Accademia, in Letteratura italiana, vol. I: Il letterato e le istituzioni, Torino, 1982, pp. 823-898. Si veda anche E. Irace, A. Panzanelli, Le accademie in Italia dal Cinquecento al Settecento, in Atlante della letteratura italiana, a cura di S. Luzzatto e G. Pedullà, vol. II, Dalla Controriforma alla Restaurazione, a cura di E. Irace, Torino, 2011, pp. 314-322. A proposito delle Accademie di Sicilia manca ancora uno studio d’insieme, rilevando piuttosto alcuni tentativi intervenuti già nei secoli scorsi di restituire un quadro esaustivo solo di quelle considerate di maggior rilievo. Si segnalano perciò alcune occorrenze, relative soprattutto all’Accademia del Buon Gusto che di fatto agli inizi del XVIII sec. esautorò tutti gli altri sodalizi letterari: V. Parisi, Discorso ossia Ricerche sulle Accademie di Palermo, recitato nella nascente Accademia del Buon Gusto, Palermo 1719; A. Mongitore, Le Accademie di Sicilia, ms. del sec. XVIII, in Biblioteca Comunale di Palermo (d’ora in avanti BCP), ai ss. Qq E 32, ff. 97 e ss.; D. Schiavo, Saggio sopra la storia letteraria e le antiche Accademie di Palermo, e specialmente della origine, istituto e progressi dell’Accademia del Buon Gusto, in Saggi di Dissertazioni dell’Accademia del Buon Gusto, vol. I, Palermo 1755, pp. III-LI; I. Colletta, Sopra l’impresa dell’Accademia del Buon Gusto, Napoli 1732; D. Scinà, Prospetto della storia letteraria del secolo XVIII, 3 voll., Palermo 1824-27, passim. In tempi più recenti si segnalano gli studi di L. Aricò, Sicilia Accademica (secc. XVII e XVIII), Palermo 1928; S. Di Matteo, Accademie e cultura accademica nella Sicilia del Sei e Settecento, “Rassegna siciliana di storia e cultura”, 2 - dicembre 1997, pp. 37-56.; e di C. Trimarchi, Istituzioni politiche e istituzioni culturali nella Sicilia della tarda età moderna. Le accademie, Roma 2009.
2 In una epistola latina indirizzata alla fine del 1439 al re Alfonso il Magnanimo, Beccadelli scriveva a proposito del beneficio ricevuto: «Tra i tanti e immortali tuoi benefici verso di me, o re Alfonso, non me ne hai elargito nessuno più lieto e conforme alla tua natura, di quello che mi hai conferito pochissimo tempo fa, cioè la villa chiamata Zisa. Essa è davvero amena e piacevole, più di quanto si possa credere, e quasi peculiare dimora delle Muse. Là mi propongo di mettere per iscritto le mie meditazioni (se solo ce ne sono), e di rendere eterno, per quanto io possa, il tuo nome, e in questo modo, non soltanto ringraziarti ogni giorno per i tanti benefici, ma anche, una buona volta, ricompensarti. Così il divino Augusto, amante dei poeti, donò una villa al suo Virgilio (un dono adattissimo ad un poeta) presso Baia, nella più piacevole località della Terra; così ad Orazio Flacco la villa Sabina, abitata da cinque famiglie. Così anche Messala niente di più gradito donò al suo Tibullo di una villa. E del tutto giustamente. Infatti, come dice Flacco, “la selva è gradita alle Muse, la città è nemica dei poeti”. Anch’io, o grandissimo re, gioisco enormemente per questo tuo dono, e già alla Zisa rivolgo la mente, la Zisa sogno, godo della Zisa e delle Muse in immagini sognanti, e così mi diletto, benché lontano, da sentirmi felicissimo anche per questo piacere fittizio». Vedi la lettera riprodotta in M.A. Costantino, Antonii Panhormitae Epistolae Campanae. Edizione critica, traduzione e commento, tesi di Dottorato di Ricerca in Filologia, Letteratura Italiana, Linguistica, XXIX ciclo, Università degli Studi di Firenze, Relatore Prof.ssa D. Coppini, a.a. 2015-2016, pp. 27-28. Il dono della Zisa al Panormita era finalizzato alla destinazione del palazzo d’età normanna a sede della Biblioteca Reale. Su questo, cfr. anche S. Fodale, La Regia biblioteca alla Zisa e la moglie siciliana del Panormita, in La Corona d’Aragona ai tempi di Alfonso il Magnanimo: I modelli politico-istituzionali, la circolazione degli uomini, delle idee, delle merci, Gli influssi sulla società e sul costume, Atti del XVI Congresso internazionale di Storia della Corona d’Aragona, a cura di G. D’Agostino, G. Buffardi, Napoli 2000, vol. II, pp.1431-1441.
3 Le accademie ufficialmente attive in Sicilia nel corso del XVI secolo, secondo Maylander, furono: 1549, Accademia dei Solitari (Palermo); 1554, A. dei Solleciti (Palermo); 1558, A. Modicana (Modica); 1567, A. dei Cavalieri (Palermo); 1568, A. degli Accesi (Palermo); 1570, A. dei Risoluti (Palermo); 1590 ca., A. Medica (Nicosia). A queste andranno però aggiunte almeno: 1535, A. di Parnaso (Canicattì); 1540, A. Messinese (Messina);
4 M. Maylender, Storia delle Accademie d’Italia, con prefazione di L. Rava, 5 voll., Bologna 1926-30, passim.
5 Le accademie individuate Maylender come in funzione nel corso del XVII secolo nell’isola sono: 1603, Accademia dei Curiosi (Castelbuono); 1606, A. degli Alati (Palermo); 1606, A. degli Stravaganti (Palermo); 1610, A. degli Spregiati (Palermo); 1612, A. Buteriana (Palermo); 1612, A. degli Opportuni (Palermo); 1612, A. dei Raffrontati (Palermo); 1615, A. degli Agghiacciati (Palermo); 1617, A. degli Addolorati (Palermo); 1620, A. della Lima (Trapani); 1621, A. della Notomia (Palermo); 1621, A. degli Iatrofisici (Palermo); 1621, A. dei Chiari (Catania); 1622, A. dei Riaccesi (Palermo); 1622, A. dei Begli Ingegni (Palermo); 1630, A. degli Infuocati (Scicli); 1639, A. della Fucina (Messina); 1639, A. degli Inviluppati (Scicli); 1640, A. degli Oscuri (Acireale); 1642, A. degli Animosi d’Oreto (Palermo); 1642, A. della Stella (Messina); 1644, A. degli Argonauti (Messina); 1653, A. degli Abbarbicati (Messina); 1660, A. dei Difficili (Erice); 1660, A. degli Offuscati (Agrigento); 1660 ca., A. dei Salivari (Messina); 1661, A. degli Assodati (Marsala); 1665 ca., A. dei Trasformati (Noto); 1667, A. degli Intiepiditi (Acireale); 1667, A. degli Elevati (Catania); 1667, A. degli Offuscati (Palermo); 1667, A. degli Squinternati (Palermo); 1671, A. dei Redivivi (Scicli); 1671, A. degli Zelanti (Acireale); 1672, A. dei Rinnovati (Palermo); 1672, A. degli Informati (Noto); 1672., A. degli Informi (Catania); 1672, A. degli Incogniti (Catania); 1673, A. degli Affumicati (Modica); 1675, A. degli Etnei (Catania); 1676, A. degli Sregolati (Catania); 1686, A. della Civetta (Trapani); 1687, A. dei Canonisti (Palermo); 1690, A. degli Incogniti (Messina); 1691, A. Ecclesiastica (Palermo); 1699, A. dei Rischiarati (Agrigento).
6 Sull’Accademia degli Accesi, cfr. R. Girardi, Letteratura e apparati festivi: l’accademia cinquecentesca degli Accesi di Palermo, “Lavoro critico”, vol. 33, 1984, pp. 133-158; I. Bagni, L’Accademia Palermitana degli Accesi: un esempio di petrarchismo nel tardo Cinquecento, in The Italian Academies 1525-1700. Networks of Culture, Innovation and Dissent, a cura di J.E. Everson, D. Reidy, L. Sampson, London 2016, pp. 233-244.
7 V. Di Giovanni jr, Le Origini delle Accademie degli Accesi, dei Riaccesi e del Buon gusto (1568, 1622, 1718), discorso tenuto in occasione del Centenario del Trasferimento della Accademia del Buon Gusto, oggi R. Accademia di Scienze, Lettere e Belle Arti nel Palazzo Municipale, 5 Luglio 1891, in Per il centenario del trasferimento della Accademia del Buon Gusto, oggi R. Accademia di Scienze, Lettere e Belle Arti nel Palazzo municipale, 5 luglio MDCCCXCI, “Atti della Reale Accademia di Scienze, Lettere e Belle Arti di Palermo”, vol. XIII, 1891, pp. 5-30, a p. 6.
8 A Palermo, nel XVI secolo, era stato fondato un oratorio sotto il titolo della Madonna della Misericordia detta “della Savona” proprio come luogo di aggregazione dei mercanti provenienti dal ponente ligure.
9 L. Orlandini, Al S(ignor) Berardino Rota, in Rime della Accademia de gli Accesi di Palermo. All’Illlustris(simo) et Eccellentis(simo) marchese di Pescara viceré, Palermo 1571, ff. 133v-136: «Quando tu canti su la fresca riva/ d’Arno il tuo foco all’alme Muse intorno,/ s’arresta il biondo Autor del chiaro giorno,/ e d’ogni rio pensier vien l’alma schiva».
10 Ivi, ff. 127v-129v.
11 Ivi, f. 4 (n.n.).
12 V. Di Giovanni sr, Palermo Restaurato [1627 ca.], a cura di M. Giorgianni e A. Santamaura, nota di S. Pedone, Palermo 1989, p. 342; G.E. Di Blasi, Storia cronologica dei Viceré, Luogotenenti e Presidenti del Regno di Sicilia, seguita da un’appendice sino al 1842 di Pompeo Insenga, Palermo 1842, p. 270.
13 Sul petrarchismo degli Accesi, cfr. R. Girardi, Figure e misure del petrarchismo siciliano: l’esperienza degli Accesi, “Filologia e critica”, a. XIII, 1988, vol. I, pp. 27-78.
14 F.S. Quadrio, Storia e ragione d’ogni poesia, volume secondo di Francesco Saverio Quadrio della Compagnia di Gesù nel quale tutto ciò, che alla narrativa o melica s’appartiene, è ordinatamente mostrato, Milano 1741, p. 677.
15 Sulla raccolta di poesie, a lungo ritenuta perduta e ritrovata solo recentemente in un esemplare (tuttora l’unico esistente) custodito presso la Biblioteca Nazionale Braidense di Milano, cfr. D. Montoliou, Una cinquecentina palermitana persa: presentazione delle Rime in morte della signora Laura Serra et Frias del 1572, “Line@editoriale” [En ligne], 3/2011, mis en ligne le 09 février 2017, consulté le 21 juillet 2024, URL: http://interfas.univ-tlse2.fr/lineaeditoriale/277.
16 Ivi, p. 6.
17 Su Argisto Giuffredi (Palermo, 1535 ca. - 1593), letterato appartenente a una famiglia di origine pisana e in rapporti di amicizia tra gli altri con Benedetto Varchi, cfr. gli Avvertimenti cristiani, di Argisto Giuffredi, per la prima volta pubblicati con note e documenti e un saggio su la vita e le opere dell’autore; contributo alla storia della letteratura siciliana del secolo XVI di Luigi Natoli, Palermo 1896; S. Salomone-Marino, Argisto Giuffredi, in “Archivio Storico Siciliano”, vol. XXIII, 1898, pp. 294-302; B. Piciché, s.v. Giuffredi, Argisto, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 56, Roma 2001; Id., Argisto Giuffredi: gentiluomo borghese nel vicereame di Sicilia, Roma, Euroma, 2006.
18 Su Francesco Potenzano (Palermo, 1552 - 1601), curiosa figura di poeta improvvisatore e di pittore, cfr. V. Di Giovanni, Del Palermo Restaurato, in Biblioteca storica e letteraria di Sicilia, a cura di G. Di Marzo, serie II, vol. I, Palermo 1872, pp. 414-423 (ed. cons. V. Di Giovanni sr, Palermo Restaurato [1627], cit., pp. 232-236); V. Auria, Teatro degli huomini letterati di Palermo, Biblioteca Comunale, Qq D 19 ms. sec. XVII, f. 315 e segg., pubblicato in “Nuove Effemeridi Siciliane”, a cura di V. Di Giovanni jr, s. III, vol. III, 1876, pp. 170-175. Cfr. anche. V. Abbate, La città aperta. Pittura e società a Palermo tra Cinque e Seicento, in Id. (a cura di), Porto di mare. Pittura e pittori a Palermo, 1570-1670, tra memoria e recupero, Palermo 1999, pp. 11-56, a pp. 11-14. Sulla coronazione, particolarmente, cfr. V. Di Giovanni jr, La incoronazione di Francesco Potenzano, poeta e pittore del sec. XVI, in Id., Filologia e letteratura siciliana, vol. II, Palermo 1871, pp. 270-276.
19 Esemplari della stampa sono custoditi presso la Bibliothèque Nationale de France, sites Richelieu – Paris, N. Inv.: vol. BE – 2 - FOL [Potenzano, p. 9, B. 2 – 3]; e presso il Rijksmuseum di Amsterdam, inv. RP-P-OB-36.981
20 M. Privitera, Girolamo Macchietti: un pittore dello Studiolo di Francesco I (Firenze 1535-1592), Roma 1996, p. 72 n.
21 La raccolta poetica, contenente le rime dei poeti intervenuti alla coronazione e le risposte improvvisate dallo stesso Potenzano, fu pubblicata per i tipi di Orazio Salviani e Cesare Cesari e fratelli.
22 Il tema è accennato, ad esempio, nel botta e risposta tra Attilio Opezzinga e lo stesso Potenzano (ivi, p. 13): «Il Signore Attilio Pizzinga: Comu di li dui liggi a li Duturi/ si duna potestati e privilegiu/ e disputandu, e alligandu l’auturi/ Attestanu ogni loru fattu egregiu/ Cusì hannu per tia fama et honuri/ Apelli e di Parnasu lu collegiu/ E Marti sta in suspettu, e gran terruri/ Chi non lu cacci di l’anticu seggiu. Risposta [di F.P.]: Per chi li mei pinzelli e li coluri/ Non hannu potestati e privilegiu/ di stari eterni comu li scritturi/ Chi Phebu canta cu lu so collegiu/ Tu cu lu tempo in brevi abbagli e oscuri/ l’opri famusi et ogni fattu egregiu/ Poi chi li gloriusi toi sblenduri/ Restanu eterni in trionfanti seggiu». Opezzinga, Accademico degli Accesi, compare anche tra gli autori delle Rime in morte della signora Laura Serra et Frias.
23 Sulle Concordie, cfr. C. Giardina, L’istituto del Viceré di Sicilia (1415-1798), “Archivio Storico Siciliano”, n.s., a. 51, pp. 189-294, a p. 286.
24 V. Di Giovanni jr, Le Origini delle Accademie degli Accesi, dei Riaccesi e del Buon gusto, cit., p. 13.
25 Su Corsetto, cfr. V. Di Giovanni jr, Paolo Caggio e Pietro Corsetto, o l’Accademia degli Accesi e de’ Riaccesi di Palermo nei secoli XVI e XVII, “Atti della Reale Accademia di Scienze, Lettere e Belle Arti di Palermo”, s. III, vol. IV, 1896, pp. 4-23; cfr. anche G. Fallico, s.v. Corsetto, Pietro, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 29, Roma 1983.
26 Su Carlo Maria Ventimiglia e Ruiz (Palermo, 1576 - 1662), appartenente alla nobile famiglia dei conti di Prades, e intellettuale impegnato di fatto su tutti i fronti del sapere, cfr. l’introduzione di N. Aricò a, Francesco Negro, Carlo Maria Ventimiglia, Atlante di città e fortezze del Regno di Sicilia (1640), Messina 1992; M.S. Di Fede, Carlo Maria Ventimiglia e la cultura architettonica del XVII secolo, in Alla corte dei Ventimiglia. Storia e committenza artistica, Atti del Convegno di Studi a cura di G. Antista, Palermo 2009, pp. 195-199.
27 Nel frontespizio del secondo volume del Mundus Subterraneus (1665), inciso da Anthonie Heeres Sioertsma su disegno di Crispijn van de Passe, compare sotto la raffigurazione allegorica di Apollo e Mercurio che fanno visita all’Architettura intenta a disegnare obelischi, una citazione dagli Inni di Orfeo a sua volta risalente alla Turris Babel dello stesso Kircher.
28 Il testo manoscritto, datato 1598 e intitolato Caroli Vintimilia et Philippi Paruta Panhormitanorum De Orphici Carminis Interpretatione Epistolae, fu pubblicato senza data nel corso del XVIII secolo, probabilmente per volontà di Giovanni Evangelista Di Blasi.
29 lib. 4, cap. 68.
30 A. Kircher, Athanasii Kircheri e Soc(ietate) Jesu Mundus Subterraneus, in V libros digestus. Quibus Mundi sub terranei fructus exponitur, et quid quid tandem rarum, insolitum et portentosum in foecundo Naturae utero contenitur, ante oculos ponitur curiosi Lectoris, vol. 2, Amsterdam 1665, sez. II, p. 58 (trad. nostra).
31 Dopo la morte del viceré Emanuele Filiberto l’Accademia dei Riaccesi lasciò la sede del Palazzo Reale per trasferirsi nel convento dei Padri Teatini, dove stette fino circa al 1650. Cfr. V. Di Giovanni jr, Le Origini delle Accademie degli Accesi, dei Riaccesi e del Buon gusto, cit., p. 14. L’opera di Matranga nacque dunque nel cenacolo letterario sorto nella casa conventuale dove egli stesso risiedeva.
32 G. Matranga, Hieronymi Matranga Panhormitani, e Congregatione Cler(icorum) Reg(ularium) Theologi De Academia Syntagmata VII, Palermo 1637, pp. 186-187.
33 Nell’Iconologia l’attributo iconografico dell’occhio aperto sulla palma di una mano ricorre a proposito delle personificazioni dell’Industria e della Liguria. In quest’ultima occorrenza, l’umanista perugino spiega che «la destra mano aperta con l’occhio in mezzo di essa indica l’industria di quei popoli, con la quale suppliscono al mancamento naturale del paese in procacciarsi con varie arti tutte le cose, che fanno al ben vivere». Cfr. C. Ripa, Nova Iconologia di Cesare Ripa perugino, Cavalier de’ SS. Mauritio & Lazzaro. Nella quale si descrivono diverse imagini di virtù, vitij, affetti, passioni humane, arti, discipline, humori, elementi, corpi celesti, provincie d’Italia, fiumi, tutte le parti del mondo, e d’altre infinite materie […], Padova 1618, p. 355.
34 Ivi, p. 380.
35 Il disegno preparatorio del frontespizio è custodito presso le collezioni della Galleria regionale della Sicilia (fondo Disegni e Stampe, inv. 1565/43).
36 G. Ciaccon, Mercurio Panormeo, ò vero, L’Almirante in Palermo ricevuto quand’egli ne’ 16 di giugno del 1641 prese primieramente il governo del Regno di Sicilia, Palermo 1641, p. 4.
37 Sull’incisione, di cui si conosce un unico esemplare custodito presso le collezioni della Galleria regionale della Sicilia (fondo Disegni e Stampe, inv. 4322), cfr. la scheda III.112 a cura di S. Grasso, in Pietro Novelli e il suo ambiente, catalogo della mostra, 1990, p. 447.
38 Su questa identità, cfr. F.P. Campione, La fortuna critica di Pietro Novelli nell’Ottocento, in S. La Barbera (a cura di), La critica d’arte in Sicilia nell’Ottocento, Palermo 2003, pp. 129-156 (Novelli e i contemporanei: Siculus Apelles, pp. 129-132).
39 Il componimento, mai rintracciato, è riportato da A. Mongitore, Memorie dei pittori, scultori, architetti, artefici in cera siciliani (1743); ed. a cura di E. Natoli, Palermo 1977, pp. 130-131.
40 A. Collurafi, Le tumultuationi della plebe in Palermo l’anno 1647, Palermo 1651, l. I, cap. XIV, p. 137.