https://doi.org/10.36253/sisca-17322
Rifrazioni borromaiche tra simboli, immagini sacre e culto delle reliquie
Borromean Refractions between Symbols, Sacred Images, and the Cult of Relics
Università del Salento, Italia
Email: daniela.caracciolo@unisalento.it
Abstract. This paper examines the dissemination and reception of the Borromean model from the late sixteenth to the early seventeenth century, focusing on sacred images, relics, and devotional practices as key instruments of post-Tridentine discipline and persuasion. Through selected case studies related to the cult of Saint Charles Borromeo – ranging from panegyrical oratory and visual production to the circulation of relics and the cultural policies promoted by Cardinal Federico Borromeo – the study investigates the symbolic construction of sanctity and its transregional diffusion between Milan, Rome, and southern Italy. The analysis reveals an integrated system of images, texts, and rituals designed to shape devotional experience and regulate religious behavior within the confessional culture of the long seventeenth century.
Keywords: devotional culture, visual arts, collecting.
Alcuni snodi della ricca trama di relazioni e influenze borromaiche definiscono meccanismi disciplinanti tradotti in forme di controllo che si propagano, con forme diverse, per tutto il XVII secolo. Nella christianitas confessionale si colloca l’eccezionale fioritura della devozione per Carlo Borromeo grazie alla produzione e ricezione di orazioni funebri1, produzione poetica dedicata al santo2, circolazione di trionfi agiografici3 e reliquie funzionali alla promozione del suo culto, soprattutto dopo la canonizzazione del 16104, che aveva visto nel sepolcro che accoglieva le sue spoglie mortali un primo importante coagulo devozionale e flusso di ex voto e donativi preziosi5.
Ma che dirò poi della fama di lui dopo morte? Forse si spense con la sua vita? Anzi maggiormente si accrebbe, e se forse non poteva più dilatarsi, s’ingrandì, s’innalzò tanto, che fra poco tempo fu dichiarato Beato, da tutto il mondo fu stimato degno d’esser annoverato fra gli altri Santi del Cielo […]. Ma che vad’io alle orecchie vostre spiegando la fama di lui, ove gli occhi vostri, tanti chiari segni ne veggono, quante sono le cose, che in questo gran tempio rimirano? […] Risplende il suo ritratto nelle Chiese, s’adorna nelle case, ne’ luoghi, è esposto, nelle tele, e nelle mura di dipinge, nelle carte di stampa, nelle sete si ricama, ne’ legni s’intaglia, nelle cere si scolorisce, ne’ marmi si scolpisce, ne’ bronzi si fonde, ne gli argenti d’imprime, nell’oro si forma, e quello che più importa ne’ cuori si tutti s’innesta6.
Nel panegirico di Giovan Andrea Tacchinio, recitato il 4 novembre 1613, si coglie la profusione di immagini dipinte, scolpite, incise e ricamante funzionali all’accrescimento del suo culto. Alle tante e note vite7, anche illustrate, come il famoso libretto di Cesare Bonino8, si affianca la trasfigurazione in chiave simbolica cui andò incontro Carlo, tradotto nelle forme di viola, giglio, fulmine, vaso d’oro e aquila come emerge dai panegirici pubblicati a partire dal 16109. Il nostro interesse è catturato, in particolare, dall’Orazione in lode del cuore di S. Carlo Card. Borromeo del teatino Paolo Aresi edita nel 1617, già autore di una predica composta in occasione della festa della canonizzazione del Santo10. Il frontespizio presenta un’immagine che si presta bene ad essere letta in chiave impresistica poiché riunisce un segno verbale (il motto) e un segno iconico (immagini degli strumenti del martirio), una combinazione di elementi che rappresentano visivamente la sovrapposizione Carlo-Cristo poiché il cuore del santo reca impressi gli strumenti del martirio (fig. 1):
Ma qual pennello fu così acuto e delicato, che penetrando, e non piagando il vivo petto dell’huomo, puote arrivare a colorire il cuore? Quai colori così vivaci, e potenti, che in quella perpetua fonte di purpureo sanguigno liquore non perdettero la propria tinta? Quai occhi così lincei, che penetrando per tante mura e bastioni arrivorono a segnar con lo sguardo ciò che si doveva colorir con la mano? Qual pittore così ingegno, che nell’angusto giro di un cuore collocar seppe numero si copioso di belle, di grandi, e di perfette immagini, come in lui sono?11
Nel 1586 esce il Cor Jesu amanti sacrum, celebre manuale devozionale, con incisioni a firma di Hieronymus Wierix, apparso in un’edizione volgare con il titolo di Fortezza reale del cuore umano battuta soavemente dal cuor di Gesù nel 1628, con tavole di Alberto Ronco. L’incisore aveva già partecipato al libretto celebrativo del padre Cesare Bonino, Nonnulla praeclara gesta del 1610, con la realizzazione della serie di 53 tavole incise della vita del beato Carlo12. L’iconografia del volume di Bonino illustrato da Ronco (una figurazione con al centro il santo in adorazione circondato da venti riquadri con gli episodi della sua vita), a sua volta basata sulla rielaborazione dei cicli pittorici promossi dal cardinale Federico Borromeo che si andavano elaborando nei primi anni del Seicento nel Salone d’Onore del collegio Borromeo di Pavia per mano di Cesare Nebbia e Federico Zuccari13, nella cappella del santo nel Palazzo dell’Arcivescovado a Milano14 e, soprattutto, nell’apparato effimero costituito dai venti teleri esposti in Duomo nella ricorrenza del 4 novembre tra il 1602 e il 160415, troverà una vastissima diffusione nel territorio diocesano16 proprio grazie all’azione di Federico Borromeo, suo successore e continuatore alla cattedre arcivescovile17.
Il cardinal Federico, a partire dal 1606, aveva incentivato l’afflusso a Milano di una consistente quantità di reliquie: ai frammenti di ossa raccolti nelle catacombe romane si univano quelli provenienti da Colonia, attribuiti a schiere di martiri, come le vergini di sant’Orsola e la Legione Tebea18. Questi sacri tesori sfilarono per le strade nella processione che inaugurò nel 1609 l’apertura del VII Concilio provinciale, a pochi mesi dalle celebrazioni del 1610: 212 magnifici reliquiari furono portati in corteo19, per poi essere collocati su una grande piramide innalzata nella cattedrale, il cui prezioso contenuto sarà distribuito tra tutte le chiese della provincia ecclesiastica20. In un tempo in cui a Milano era ancora viva la memoria delle nove solenni traslazioni volute da san Carlo21, il culto delle reliquie è riproposto da Federico in modo ancora più maestoso e spettacolare: «qui parimenti si dimorano i santi, non solo quanto alla parte terrano, cioè quanto alla spoglia, che fu mortale, ma etiando quanto allo spirito»22. Lo stesso Federico aveva dato poi avvio a una politica delle reliquie carliane diffondendo frammenti del corpo santo per veicolarne (con successo) la devozione oltre il suolo lombardo23: frammenti di costole furono inviati a Paolo V, posti con solenne processione il 27 gennaio 1613 nella cappella dedicata a san Carlo in santa Maria Maggiore, e a Filippo III24, il monarca che aveva dato sostegno alla consacrazione romana della santità carolina25 e che nel 1611 aveva donato l’urna in cristallo di rocca per conservare i sacri resti di Carlo26. La stessa famiglia, già a partire dal 1602 quando si avviò la promozione del processo informativo sulla santità di Carlo27, favorì la circolazione di reliquie donandole alla corte sabauda e nel Mezzogiorno; si pensi all’invio di reliquie nell’episcopio di Oria, feudo dei Borromeo in provincia di Brindisi in Puglia28, e alla richiesta del vescovo di Lecce, Scipione Spina, rivolta nel 1614 a Federico Borromeo, affinché «si degni farmi gratia di qualche reliquie del medesimo santo»29.
Come le immagini dipinte e incise del vescovo pastore delle anime e taumaturgo, consolidate e diffuse entro i sicuri recinti delle procedure curiali a seguito alla canonizzazione30, anche le spoglie mortali sollecitavano devote e sontuose imprese dentro e fuori Milano: da una parte l’allestimento di uno spazio atto ad accogliere il sacro corpo di Carlo Borromeo, l’attuale scurolo con soffitto argenteo, su commissione di cardinal Federico, dall’altra la costruzione della basilica dei Ss. Ambrogio e Carlo al Corso a Roma, iniziata nel 1612, dove si conserva la reliquia del cuore di san Carlo donata da Federico nel 161431. Dopo il compimento delle solenni celebrazioni in san Pietro del 161032 Roma accoglieva i venerabili resti di san Carlo: dell’evento rimane traccia nella relazione sottoforma di lettera dal titolo Ampla et diligente relatione de gli onori fatti al cuore di San Carlo di Patrizio Fattorio di Torrita edita nel 1614. La figura di Borromeo che apre il libretto è la rappresentazione dello svelamento, ossia di ciò che non è immediatamente visibile, resto di un corpo santificato ma ancora vivo e palpitante che dialoga con i versi acrostici che disegnano il profilo dell’oggetto in questione, la reliquia del cuore, ciò di cui l’opera è occasione33 (figg. 2-3).
A Roma, l’azione della comunità lombarda e soprattutto la permanenza dello stesso Carlo in qualità di Segretario di Stato sotto il pontificato di Pio IV avevano favorito il radicamento del suo culto34, secondo una dinamica parallela a quella svolta nel Regno di Napoli dove l’azione delle congregazioni religiose laiche intitolate al santo e il ruolo rivestito da barnabiti, teatini, filippini e gesuiti si rilevò determinante per la circolazione della sua devozione35. Proprio a Napoli, nel 1590, si consumò una tragedia familiare che ebbe come protagonista Carlo Gesualdo, principe di Venosa, famoso compositore e protettore di Torquato Tasso del quale musicò una serie di madrigali36, figlio di Fabrizio Gesualdo e Geronima Borromeo, nipote di papa Pio IV e sorella di san Carlo37.
I Gesualdo, prima del loro declino, avevano costruito una corte raffinata e prestigiosa; sotto l’ombra di Fabrizio, padre del principe madrigalista, prese vita l’Accademia dei Piacevoli fondata dal giurista Ascanio Cenna nel 1582, caratterizzata da una serrata compagine tridentina: ne facevano parte il letterato Scipione de’ Monti, il medico e filosofo Vincenzo Bruno, Baldassarre Giustiniani, nipote del cardinal Vincenzo e vescovo di Venosa, e il cardinale Alfonso Gesualdo, zio di Carlo38.
Nel 1586 Carlo Gesualdo sposò la cugina Maria d’Avalos; ma il principesco matrimonio durò poco e si concluse nel modo più violento: avendo scoperto il tradimento della moglie consumato con Fabrizio Carafa duca d’Andria tra le mura della loro residenza, Carlo diede ordine che fossero uccisi, anzi lo stesso partecipò al duplice omicidio39. Quell’assassinio tormentò il principe, ormai ritiratosi dal 1596 nel suo feudo in Irpinia per ragioni di opportunità di governo. L’autocondanna alla solitudine non faceva tacere la polifonia della sua coscienza tra rimorso e pentimento, come quella della sua musica retoricamente costruita sui caratteri della dissonanza, cromatismo e ritmo40; si pensi ai due libri di Sacrae Cantiones del 1603 e soprattutto i Responsoria del 1611, meditazioni musicali sulle sofferenze di Cristo per la Settimana Santa che rispondono alle esigenze interiori del compositore, dove il desiderio di redenzione e morte si intrecciano. Torquato Tasso, colpito dall’avvenimento, diede voce al suo canto con il sonetto Piangete, o Grazie, e voi piangete, o Amori41.
Carlo poteva beneficiare di una solida rete di protezione; ma quando venne meno il sostegno garantito dal potente zio, l’arcivescovo Alfonso Gesualdo morto nel 1603, il principe si rivolse a Federico Borromeo, attraverso il quale riuscì a organizzare un matrimonio dal grande valore dinastico, quello tra il figlio Emanuele e Marta Polisena, nobildonna di Praga e nipote di Francesco Gonzaga42. Carlo Gesualdo gli rivolse 12 lettere, dal 1590 al 161243; soprattutto quella del 5 marzo 1611 contiene pressanti richieste per l’invio di un «ritratto naturale del gloriosissimo San Carlo» e «qualche reliquia del suddetto», ormai canonizzato, nella speranza di avere conforti, grazie e la redenzione tanto agognata44. Carlo Borromeo, nelle vesti di Cardinale, compare nella grande tela votiva, detta il Perdono di Carlo Gesualdo, realizzata nel 1609 dal fiorentino Giovanni Balducci, pittore giunto da Roma a Napoli nel 1596 al seguito del cardinal Alfonso Gesualdo45. L’opera fu collocata nella chiesa di santa Maria delle Grazie a Gesualdo in provincia di Avellino; a darne notizia a Federico Borromeo, in una lettera del 30 maggio 161146, è il Monsignor Andrea Perbenedetti, originario di Camerino, vescovo di Venosa dal 1611 al 1634. Perbenedetti, fautore del sinodo venosino del 1614 dopo gli anni dell’interdetto47, è un esempio dell’azione di “tridentinizzazione” del Mezzogiorno basato sul modello borromaico48. Perbenedetti, che aveva soggiornato a Milano tra il 1608 e il 1611 in qualità di Vicario Generale del cardinal Federico Borromeo49, riconobbe nella lezione carolina la guida per il suo episcopato50. Egli è autore delle Regole per le scuole della dottrina cristiana della città e diocesi di Venosa edita a Napoli in una prima edizione nel 1615 in cui appare predominante l’influenza esercitata da Borromeo che aveva perseguito la creazione di una spiritualità laicale basata sulla pratica religiosa, istruzione catechistica, orazione mentale e orale uniti a una rigorosa condotta morale come la Lettera pastorale ed istituto dell’orazione comune del 1572 e il Libretto dei ricordi al popolo della città e diocesi di Milano del 1577 dimostrano51. Nel 1585 venivano pubblicate, postume, le Constitutioni et Regole della Compagnia et Scuole della Dottrina Christiana di Carlo Borromeo, successivamente al nuovo catechismo milanese dato alle stampe per suo ordine a conclusione del II Concilio Provinciale milanese del 1569. Il Vescovo Perbenedetti fa così seguire alle Regole della dottrina cristiana (pp. 3-40) rivolte alla sua Diocesi l’Interrogatorio della dottrina christiana di Carlo Borromeo, edito in un’edizione nel 1575, secondo le forme domanda-risposta tra maestro e allievo (pp. 41-64), e la Dichiratione del Cardinale Bellarmino (pp. 64-73). Allineato al catechismo tridentino, Perbenedetti dà ampio spazio all’apprendimento del Credo costruendo, nella forma dialogica, azioni sceniche dove dieci figure allegoriche (le virtù) interpretano gli episodi della vita di Cristo (pp. 74-268).
L’espansione capillare delle azioni borromaiche è provata da Alfonso Gesualdo, vescovo di Napoli dal 1596 al 1602, che partendo dall’insegnamento di suo cognato, Carlo Borromeo, avviò un’importante azione di riforma sotto il profilo giuridico-amministrativo e confessionale, grazie a una serie di arditi provvedimenti normativi che non mancarono di suscitare conflitti con la nobiltà locale. Filospagnolo e rivale della famiglia Carafa fu partecipe alla Congregazione del Concilio dal 1574; il 20 marzo del 1591 fu nominato vescovo della diocesi Ostia-Velletri da papa Gregorio XIV; ma è sotto Sisto V che ebbe avvio la vera scesa fino alla tanto agognata nomina ad arcivescovo di Napoli in qualità di successore di Annibale di Capua52. Alfonso si preoccupò della razionalizzazione della rete delle parrocchie cittadine con decreto del 13 febbraio 159753, riorganizzò le procedure d’esame dei confessori, promulgò, con l’editto Cum nobis innotuerit (aprile 1598), l’obbligo di residenza a parroci e canonici e promosse disciplinate pratiche di devozione pubblica e privata atte a insegnare «i buoni e cristiani costumi»54. «Con molta avidità torno al libro del suo synodo», dichiarò in una lettera del 2 ottobre 156655, richiamando proprio le Constitutiones et decreta del 1566 di Borromeo, a riprova dell’assimilazione del programma borromaico favorita dalla circolazione di testi legislativi, sinodi e concili, e dalla raccolta degli Acta ecclesiae Mediolanensis dove accanto ad aspetti propriamente istituzionali è presente una forte componente devozionale basata su istruzione, omelie e lettere pastorali.
Alfonso Gesualdo è autore del Manuale d’alcuni ricordi spirituali pubblicato a Napoli nel 1601, da leggere alla luce della solida impalcatura educativa-disciplinare che volle innalzare a sostegno del processo di normalizzazione del rapporto tra immagine-catechiesi-devozione56. Nel Manuale Alfonso presenta un elenco di 50 peccati da condannare, tra cui rientra il possesso di «imagini disoneste, che doveriano stracciare, e come veleno abborrirle, già che possono nocere a chi le tiene, e anche a chi viene di fuora, e le vede»57. È la fase del controllo, prescrittivo, in un quadro di legittimazione delle immagini sacre di cui si riconosce dignità, utilità ed efficacia. Gesualdo potrebbe aver meditato proprio sul Libretto de i ricordi al popolo della città e diocesi di Milano (Milano, 1578), guida per l’educazione del popolo di Dio valida per tutto il Seicento lombardo58, dove il Cardinale Borromeo, dopo l’elaborazione dei precetti delle Instructiones del 157759, con zelo pastorale, invitava i fedeli a curare le proprie anime, affinché in casa non ci fossero «libri cattivi, o pitture disoneste»60. Borromeo dava concreta espressione alla missione salvifica della quale si sentiva investito, invitando i fedeli alla rigenerazione spirituale, soprattutto dopo la sciagura della peste del 157661. Sulla vigilanza delle anime agiva il richiamo al valore formativo ed edificante delle immagini sacre perché forte era stata la controversia con i protestanti: «abbi nella tua camera qualche imagine devota di Cristo, della Madonna, o di qualche santo, che hai più de gl’altri in divozione»62, scrive Borromeo, per continuare:
si tenghi in ciascuna bottega un’imagine divota di Nostro Signore Giesù Cristo, o della Madonna e d’alcun altro santo. La mattina nel primo ingresso della bottega, ciascuno s’ingenocchi inanzi all’imagine sacra, che vi è, dicendo un Pater noster, et un’Ave Maria, et il medesimo faccia la sera, partendosi dalla bottega. Tutte l’altre volte che fra il giorno entra nella bottega, o passa inanzi a quell’imagine sacra, gli facci reverenza63.
Nello stabilire regole e precetti per un buon vivere cristiano, Alfonso Gesualdo manifesta un meccanismo sovrapponibile a quello borromaico; al fedele è intimato di tenere «in luogo decente della casa, e della bottega un’imagine del nostro Signor Giesù Christo crocifisso, o della Madonna con un vaso d’acqua santa, pigliandola devotamente»64. Il Cardinale, che aveva indossato l’autorevole abito di decano del Sacro Collegio, aveva patrocinato l’Università dei pittori prima che nel 1593 confluisse nell’Accademia di san Luca; per questo, risulta essere il dedicatario del Trattato della nobiltà della pittura (Roma, 1585) di Romano Alberti che lo cita in qualità di protettore65. L’ambiente accademico e quello della Congregazione dei Riti, della quale Gesualdo fece parte a partire dal 1588 in qualità di prefetto insieme a Federico Borromeo divenuto cardinale nel 1587, potrebbero aver inciso sui suoi orientamenti66. Nel 1599 commissionò a Giovanni Balducci, giunto a Napoli dopo il suo sodalizio romano con il cardinale Alessandro de Medici e lettore il 27 marzo 1594 di un discorso intorno alla «maestà, e grandezza del ben dipingere, e ornare convenevolmente la figura, e l’historia, e suoi componimenti»67, una grande pala raffigurante la Madonna col Rosario e i membri dell’illustre casata sistemata nel suo palazzo in piazza san Domenico Maggiore. È soprattutto il perduto ciclo decorativo dell’abside della cattedrale napoletana, sempre di Balducci, a rappresentare un segno emblematico della sua politica culturale anche in vista del grandioso giubileo del 1600 indetto da Clemente VIII68.
Secondo la ricostruzione proposta da Farina, il primo livello della tribuna doveva presentare l’Assunta del Perugino, circondata da san Gennaro e sant’Aniello, a costituire una sorte di grande trittico a scoparti separati. Aggiungiamo che tali opere dovevano in qualche modo dialogare con la Madonna con bambino tra i santi Gennaro e Aniello sempre di Balducci posta sull’altare dalla sacrestia, opera che in origine costituiva un repositorio in cui erano collocate reliquie69 che, a guisa di spolia, erano ivi conservate. È presumibile ritenere che nel clima generale di rilancio apologetico delle antiche figure tutelari di Gennaro, Atanasio, Aspreno, Agrippino, Severo, Eusebio e Agnello esaltati dalla letteratura agiografica tardo-cinquecentesca come ostenta70, il Cardinale Gesualdo intendesse presentarsi come l’erede di Oliviero Carafa, l’Arcivescovo che nel 1497 compì la solenne traslazione delle reliquie di san Gennaro dall’abbazia di Montevergine alla Cappella del Succorpo del Duomo da lui voluta per accoglierne le spoglie mortali71. Non a caso, in una relazione del 10 marzo 1600 sullo stato di conservazione e decoro della Cappella, Gesualdo ne lamenta un generale stato di degrado e trascuratezza:
Tutto il resto del corpo della chiesa si è accomodato in molti luoghi, che ne havevano gran bisogno, et acconcia la sacristia et provvista d’alcuni paramenti, et argento de quali ci era necessità. Le teste de’ santi padroni, et altre reliquie de santi che si conservano in una cappella superiore, chiamata Tesoro, stavano in molte cose assai male, et indecentemente trattate, et tenute anche con poca sicurezza, al che il cardinale ha rimediato in qualche parte con farle ripulire, et reaccomodare et ridurre a più sicura custodia, ma non per questo è fatto ancora tutto quello che così degne, et insigni reliquie meritano, et il cardinale desideri72.
Ragioni di opportunità materiale segnarono la ri-sistemazione e adeguamento degli spazi sacri, spazi ri-formati sulla veridicità dei principali dogmi di fede da tutelare, ribadire e riproporre in visibili e tangibili segni. Alfonso Gesualdo adottò scelte funzionali ai modi di un rinnovamento delle forme secondo le prassi che le avevano generate, con il conseguente recupero di significati e valori delle origini73. Un esempio vivo e palpabile poteva derivargli ancora una volta dal cognato Carlo Borromeo, promotore del rinnovamento dell’area presbiteriale del Duomo a partire dagli anni ’60 del Cinquecento74, artefice di nove solenni traslazioni di reliquie75 e della valorizzazione dei resti delle sante Prassede e Pudenziana, già spostati da papa Pasquale I76, grazie alla realizzazione di due edicole ai lati dell’arco trionfale dell’omonima chiesa romana77.
L’attenzione verso il decoro, la necessità di rendere funzionale l’edificio sacro e la volontà di recuperare la lezione della prima cristianità in risposta alle critiche luterane emergono dalle note Instrictiones Fabricae et Supellectilis Ecclesiastiacae, redatte nel 1577 a seguito della chiusura del Concilio di Trento e definite in occasione del V Concilio Provinciale milanese (1579). I decreti conciliari promulgati da Pio IV nel 1564 alimentano tanto Instructiones di san Carlo quanto gli Annales Ecclesiastici di Baronio78; anche Federico Borromeo, fin dal suo soggiorno romano del 1586, appare influenzato dalle antichità cristiane e dall’importanza della loro conservazione materiale:
Ai nostri tempi, sebbene tardi, tuttavia con qualche amore per le antichità sacre, si prese alfine a conservare le scarse reliquie che sfuggirono alla distruzione dei secoli, e quando la cosa non è altrimenti possibile si è ricorso alla carta ed alla pergamena. È questo infatti l’estremo rimedio e come un’ancora di salvezza contro i naufraghi e le tempeste che travolgono le cose umane79.
Sulla falsariga del compendio di raccomandazioni elaborate dall’arcivescovo milanese per porre un freno allo stato di incuria in cui versavano tante chiese della diocesi80, si muoveranno Marcello Cavalieri (Rettore ecclesiastico istruito nelle regole della fabbrica, e della suppellettile delle chiese del 1693), Pompeo Sarnelli (Antica Basilicografia del 1686), Vincenzo Maria Orsini (il futuro Benedetto XIII) e Giuseppe Crispino (Trattato della vita pastorale), che si faranno i principali interpreti delle Istructiones nelle periferie del Viceregno spagnolo che guardano a Milano81.
Il modello da seguire, per le province regnicole tra Puglia, Calabria e Lucania, è Napoli, città protagonista di un non facile processo di trasformazione sotto l’esempio di Carlo Borromeo, il santo-vescovo campione del riformismo post-tridentino82. Spesso citato nei trattati e scritti del “buon vescovo” in quanto pastore delle anime, l’arcivescovo aveva deciso di risiedere a Milano83, di avviare un ministero itinerante (le visite pastorali e visite apostoliche) e di convocare sinodi diocesani e concili provinciali, “ponti” tra la diocesi e la sede papale. Il suo nome modella quelli di tanti protagonisti della Riforma italiana, come Burali d’Arezzo vescovo di Piacenza e poi arcivescovo di Napoli, Lelio Brancaccio arcivescovo di Taranto, Benedetto Mandina vescovo di Caserta, Gaspare Del Fosso e Annibale D’Afflitto arcivescovi di Reggio Calabria e Scipione Spina vescovo di Lecce, aspetto che misura l’effetto della narrativizzazione dell’eroe-episcopale, devoto campione del riformismo post-tridentino84 favorito dalle biografie edite a partire dalla sua morte avvenuta nel 1584, che così tanta parte ebbero nella propagazione dell’onda devozionale orchestrata da Cesare Baronio con il sostegno di Federico Borromeo85.
L’azione riformatrice di Lelio Brancaccio, arcivescovo di Taranto dal 1574 al 1599, si traduce nella visita pastorale compiuta tra il 1576 e il 157786, preceduta dall’incisiva azione del cardinal Marc’Antonio Colonna, corrispondente di Borromeo al tempo della sua carica di Segretario di Stato sotto Pio IV, che soffiò i primi venti di restaurazione cattolica attraverso il Concilio provinciale del 156887. Il manoscritto della cronaca della santa visita di Brancaccio88 ricalca le indicazioni date da Carlo Borromeo nel concilio provinciale milanese del 1565 poiché il documento in questione reca la descrizione dello spazio della chiesa maggiore cittadina (sacrestia), del suo arredo (reliquie) e decoro89, secondo il principio della Visitatio rerum già individuato da Angelo Turchini90. E non appaia pleonastico accostare a tale sistema descrittivo della realtà fisica dell’edificio sacro, comprensivo di elementi architettonici, arredi, parametri e reliquie, lo schema compositivo ad arbores che regge la costruzione delle Instructiones del 1577 secondo l’interessante analisi fornita da Francesco Del Sole91. Borromeo, è noto, costituì un vero e proprio laboratorio di retorica ecclesiastica92, nell’ambito del quale possono essere ricondotti il De praedicatore Verbi Dei di Giovanni Botero (1585), il Modo di comporre una predica (1584) e Il Predicatore (1609) di Francesco Panigarola e il trattato di Agostino Velier, il De Rhetorica ecclesiastica ad clericos libri tres del 1574, del quale lo stesso Borromeo fu promotore e revisore93, da accostare agli Ecclesiasticae rhetoricae sive de concionando libri sex del domenicano Luis de Granada e al Modus concionandi del francescano Diego Estella, ai quali si aggiunge, per comunanza di intenti, la Rethorica christiana di Diego Valadés del 157994. Esso stesso autore di “arbori” utili alla predicazione e alla meditazione95, Carlo Borromeo fu il patrocinatore di trattati di retorica sacra, scritti teorico-precettistici e omiletici volti a supportare e orientare l’attività di predicazione ordinaria del clero quanto a cura delle anime in nome della chiarezza, ideale linguistico dei catechismi distribuiti in domande e risposte brevi tra discepolo e maestro96. Carlo Borromeo figura come committente del Catechismo delle fede cattolica con un compendio per fanciulli edito a Milano nel 1584. L’autore, il padre Gesuita Achille Gagliardi, docente al Collegio romano, era stato individuato da Borromeo come valido aiuto per i suoi progetti di evangelizzazione, unitamente all’amico Panigarola che conferì all’attività omiletica lo statuto letterario97. Scopo del libretto è quello di offrire «una semplice narrativa»98 della Dottrina, esposta «con facilità, chiarezza, e brevità insieme»99; e le stesse qualità del discorso (simplicitas, brevitas, vis e gravitas100) saranno lodate da Federico Borromeo nel suo De sacris oratoribus del 1632101.
Erano questi, del resto, i requisiti richiesti alla figurazione tradotti nel realismo, nell’aderenza ai testi scritturali e nell’eliminazione delle profanità, secondo un sistema circolare che vede la pittura sacra congiunta ai modi dell’oratoria, predicazione102 e prassi drammaturgica in un comune effetto persuasivo103. L’aspetto emerge nell’Uffizio del cardinale del 1599 lì dove l’autore, Giovanni Botero divenuto segretario di Carlo Borromeo nel 1582104, equipara predicazione e pittura sul piano della pietà e istruzione dei fedeli: «sì come i pittori, per pascer l’occhio, dipingono le cose sacre più vaghe, e più riccamente adorne, più fiorite, e più pompose di quel, che la verità dell’historia, e la modestia Christiana comporta, così molti predicano la parola di Dio vestita di colori, e d’una certa maniera poco decente all’Evangelio»105. La sua critica era rivolta a una predicazione artificiosa, ricercata e ampollosa, ben lontana dei precetti borromaici106; la pittura107, come la predicazione, deve «servir grandemente alla pietà, e all’istruzione della moltitudine, di cui ella è una quasi tacita maestra, merita d’esser particolarmente favorita dal nostro cardinale: e non tanto favorita, quanto regolata, e indirizzata a quel fine, che si pretende da lei nelle Chiese, che è l’edification de’ fedeli»108. Nonostante il titolo, il testo sulla carica cardinalizia di Botero non riflette un ideale di perfezione, ma si configura, piuttosto, come un invito rivolto alla Curia romana affinché rafforzasse, tramite i suoi cardinali, una politica missionaria, nei termini di produzione di saperi e libri da estendere su scala universale109.
Nel 1582 Botero alloggiava presso il Collegio Borromeo mentre il giovane Federico110, del quale divenne precettore per volontà di Margherita Trivulzio, studiava all’Università di Pavia. Su richiesta di Federico, Botero rivestì la funzione di “reggitore e moderatore” dell’Accademia degli Accurati da lui fondata nel 1582111, accademia dedita alle scienze, religione e arti112. Ma molto era cambiato dai tempi del soggiorno milanese (1580-1584): morto Carlo Borromeo nel 1584, l’ex gesuita, giunto nella Roma di Sisto V nel 1586 al seguito di Federico, fu nominato consultore della Congregazione dell’Indice nel 1587: venne così in contatto con Roberto Bellarmino, Alfonso Chacón e Silvio Antoniano, un altro fedele interprete della riforma tridentina sull’onda di Carlo Borromeo. Antoniano è autore Dell’educazione christiana de’ figlioli del 1584, un trattato indirizzato alle scuole di dottrina, ai maestri e ai padri di famiglia113. Segretario personale di Carlo Borromeo sino al 1565 anno in cui esso lasciò Roma per Milano, Antoniano aveva accolto le sue pressanti istanze114, redigendo un libretto a completamento del catechismo romano promosso dal Concilio115. Scorrendo le pagine intorno al tema generale dell’insitutio post-tridentina116, si nota che il tema delle immagini sacre occupa un posto considerevole, sollevando questioni anche legate alla sistemazione di opere d’arte in spazi domestici e privati (Cap. XXXVIII. Venerazione delle sacre immagini, pp. 148-149; Cap. XXXIX. Del molto frutto che si può ricavare dalle venerande immagini, pp. 149-151; Cap. XL. Del collocar devote immagini in varj luoghi della casa, pp. 151-152). Antoniano, in ottemperanza con le disposizioni conciliari, fa leva sul valore gnoseologico delle immagini sacre, sottolineando (topicamente) l’efficacia della vista capace di imprimere nella memoria «le bellissime historie delle grandi opere di Dio, e de i santi»117. Stimolato dalla vicinanza di Borromeo, non solo committente del trattato ma revisore dello scritto, e dal veneziano Agostino Valier, da lui introdotto nel cenacolo dell’Accademia delle Notti Vaticane attiva a Roma dal 1562 al 1565, fa suoi alcuni principi del rinnovamento cattolico coltivato presso l’illustre convivio romano118. Sotto il pontificato di Sisto V, Antoniano partecipò alla decorazione della nuova Biblioteca Vaticana decidendo la dispositio delle tematiche elaborate dal custode, Federico Ranaldi, e componendo iscrizioni a completamento della decorazione pittorica119. Soprattutto, Antoniano partecipò al dibattito intorno al controllo delle immagini aperto con il memoriale De tollendis imaginum abusibus novissima consideratio scritto da Gabriele Paleotti nel 1596 e rivolto all’ambiente ecclesiastico romano, con il quale il cardinale bolognese intendeva raccogliere opinioni in merito alla riforma dell’arte sacra basata sull’individuazione degli abusi e sulla formulazione di nuove iconografie120. Tale proposta non incontrò il parere favorevole di Antoniano121. Nei libri dell’Educazione chistiana ribadisce la legittimità del culto delle immagini e sottolinea il valore educativo che ne deriva, perché «commuovono negli animi nostri, lo spirito della devozione, e il desiderio di imitazione»122. Nelle parole dell’Antoniano rivive la lezione borromaica, in conformità con la convinzione dell’importanza del movere sul docere che san Carlo aveva sposato fin dalle Instructiones praedicationis Verbi Dei emanate nel 1573 dal III Concilio Provinciale, e le riflessioni di Sperone Speroni, amico nell’esperienza delle Notti Vaticane, che non a caso lo inserisce tra gli interlocutori del suo Dialogo della Istoria. Tra i partecipi del cenacolo borromaico figura anche l’umanista veneto Giovanni Battista Amalteo, autore di un Metodo di imparare tutte le arti e tutte le scienze, del trattato Della Bellezza (BAV, Ottob. Lat. 2418 II, cc. 492r-493r) e di una discussione dal titolo De’ sensi (BAV, Ottob. Lat. 2418 II, cc. cc. 940v-942v) di lontana ascendenza albertiana123. Carlo Borromeo avrebbe lasciato la curia pontificia per raggiungere l’arcidiocesi di Milano dopo aver visto la chiusura dei lavori conciliari: era il 1565.
Profonda è l’innervazione del progetto di controllo post-tridentino nel quale è possibile collocare l’Istruttione a’ padri per saper bene governare la famiglia loro del 1603 dedicata a Federico Borromeo di Pietro Giussano, biografo di Carlo Borromeo, dove sono affrontati i medesimi temi: «procurerà il padre di famiglia, che si levino da la casa sue tutte quelle cose, che sono indegne d’una famiglia Christiana, e che sogliono offender gli occhi di Dio» 124. Un argomento, questo, caro a Carlo Borromeo che nei Ricordi nel 1578 aveva ammonito il padre di famiglia affinché in casa «non vi siano libri cattivi o pitture disoneste, et non si cantino canzoni lascive»125. Sicché, riprende Giussano, dia «al fuoco tutte le pitture e imagini disoneste, e levi tutte quelle, che possono eccitare a vani piaceri; et per il contrario accomodi, e collochi in casa sia pitture, e imagini sacre di Nostro Signore, e dell’imaculata Vergine, e Madre sua, e de i santi»126. Giussano esorta a fuggire dall’immoralità di immagini lascive e conturbanti, la cui fascinazione agiva sui sensi e l’immaginazione e mette in risalto la consueta valenza educativa delle immagini sacre all’interno di un percorso di formazione cristiana esattamente come aveva insegnato Carlo Borromeo: «vedi che in casa tua non vi sia imagine alcuna profana, e molto meno disonesta né in quadro, né in muro, o libro, o altre cose, perché a te nuoce, e ad altri dà scandalo»127: le sue raccomandazioni appaiono tanto più eloquenti se considerate nell’ottica del lungo tempo del grande disciplinamento avviato dalla riforma tridentina ed esteso per tutto il XVII secolo128.
Il bresciano Pietro Giustinelli è autore di manuali dal forte impatto pedagogico. Nel Trionfo della castità contro il vitio dell’incontinenza del 1610 ripropone la stessa valutazione censoria. Se nell’Antidoto contra le compagnie cattive, parlar disonesti, comedie, rappresentazioni, e libri poco honesti (Milano, 1608) Giustinelli affronta la questione delle «male conversazioni, parole, e ragionamenti brutti, commedie, rappresentazioni, e libri poco onesti»129 replicando le riprovazioni di Carlo Borromeo in materia di spettacoli delle compagnie teatrali mobili, rappresentazioni sacre nelle strade, nelle piazze e nelle chiese, nel Trionfo, nella sezione Come sia necessario guardarsi ancora dal vedere pitture impudiche, riprende i testi borromaici elaborati entro la polemica sulle immagini sacre, condannando gli «abusi abonimevoli, e pestilenti, che regnano oggidì nelle case di molti sciocchi, e balordi padri, e madri, e capi di famiglia»130, vale a dire «il tenere nelle stanze, sotto pretesto di ornamento, e splendore della casa, varie imagini, e pitture poco oneste, dipinte sopra delle mura, o in quadri, o nelle tapezzarie»131, rintracciando nelle immagini sacre le uniche forme d’arte ammissibili132:
s’avvertisca, che anco le pitture e imagini pie, di Cristo Signore Nostro, della Beata Vergne, de’ Santi, o Sante, siano quanto mai sia possibile modeste, e divote, non nude, ma vestire, né di faccia lasciva, e pomposamente vestite, ma di sembiante pudico, e divoto, con abito semplice, e composto, in guisa che mirandole, ingenerino affetto di purità, e di divozione133.
A questo si riduceva la questione delle immagini sacre, allora così discussa, desumibile dalla ricca letteratura sul comportamento e che in qualche si riflette nel preambolo delle regole (Leges Observandae in Academia) con le quali Federico Borromeo dava vita all’Accademia Ambrosiana del Disegno fondata nel 1620:
Converrà che essi conoscano bene i misteri della nostra sacrosanta Fede, la cui conoscenza invero contribuisce non poco alla perfezione delle arti. Poiché, come sarebbe assurdo pubblicare libri infarciti di errori e che tendessero a corrompere i costumi, e converrebbe anzi distruggere libri di tal genere; così nella composizione di immagini e di edifici bisogna badare che nulla rimanga da cui gli animi dei mortali siano indotti al male e all’errore134.
Per questa via, Federico Borromeo riprende:
Fu sempre concessa ai pittori e ai poeti la massima libertà, ma tale libertà non deve mai giungere al punto che le venerabili e sacrosante leggi della Fede Cattolica, nonché la stessa ragione (le quali tutte vietano che, come in ogni discorso, così nella pittura si faccia miscela di sacro e di profano) debbano talora venir calpestate135.
Per Federico le arti, unitamente alla preghiera, dovevano rispondere a un fine più alto, quello di elevare l’uomo a immagine e somiglianza di Dio136: «Egli [l’uomo] riguarda il Cielo, e pure non può sollevarsi da terra: dalla Natura ha i piedi, e dalla ragione ha l’ali: in terra passeggia, ed in Cielo si vive: per ragione d’alcune cose egli è il più infelice d’ogni vivente, anzi d’ogni cosa creata; e per rispetto d’alcune altre poi è come un Dio terreno»137.
1 E. Ardissino, Predicare per san Carlo a Milano e dintorni, in Norma del clero, speranza del gregge l’opera riformatrice di san Carlo tra cento e periferia della diocesi di Milano. Atti del Convegno di Studi (Milano-Angera 21-22 maggio 2010), a cura di D. Zardin, F. Pagani, C.A. Pisoni, V. Cirio, Germignana 2015, pp. 51-72.
2 Si fa riferimento a Madrigali a cinque in laude di S. Carlo, in Venetia 1616.
3 Tra la vasta produzione si citano almeno: Vita di Carlo Borromeo Card. di S. Prassede Arcivescovo di Milano scritta in latino dall’Illustriss. Vescovo di Verona [Agostino Valier] et tradotta da Bernardo Berloglio, Milano 1587; Discorsi della vita, et attioni di Carlo Borromeo Prete Cardinale di Santa Chiesa del titolo di Santa Prassede Arcivescovo di Milano di Giovan Battista Possevino Mantovano, Roma 1591; De vita et rebus gestis Caroli S. R. E. Cardinalis, tituli S. Praxedis Archiepiscopi Mediolani libri septem. Carolo a Basilicapetri Praepos. General. Congreg. Cleric. Regul. S. Pauli postea episc. Novariensi autore, Ingolstadt 1592, edizione moderna a cura di G. Oggioni, con traduzione di G. Fassi, Milano 1965; G. F. Besozzo, Historia pontificale di Milano, Milano 1596; Vita del Beato Carlo Borromeo Cardinale de S. Prassede Arcivescovo di Milano, estratta dall’Istoria Pontificale degli Arcivescovi di questa città, opera di Gio. Francesco Besozzo, Cittadino milanese, e dall’istesso in questa ultima impressione accresciuta d’alcune cose degne di memoria, Milano 1601.
4 A. Turchini, La fabbrica di un santo: il processo di canonizzazione di Carlo Borromeo e la Controriforma, Casale Monferrato 1984. Le descrizioni sono edite in Relatione della festa fatta in Milano per la canonizatione di santo Carlo cardinale di S. Prassede, & arcivescovo di detta città, nell’anno 1610, Milano 1610 e M.A. Grattarola, Successi maravigliosi della veneratione di S. Carlo, in Milano 1614, pp. 249-279 (sulle solennità romane), pp. 280-281, 289-338 (per Milano).
5 A. Turchini, La fabbrica di un santo, cit. (vedi nota 4), p. 15.
6 Panegirico di Giovan Andrea Tacchinio recitato il 4 novembre 1613, edito in Orationi in lode di S. Carlo Borromeo, in Milano 1622, pp. 388-389.
7 Tra le biografie post eventum: G. P. Giussano, Vita di s. Carlo Borromeo prete cardinale del titolo di Santa Prassede arcivescovo di Milano, in Roma 1610, pp. 504-520 e M. A. Grattarola, Successi maravigliosi della veneratione di S. Carlo, Milano 1614. Un’analisi della produzione manoscritta è offerta da A. Albuzzu, La Congregazione dello scurolo di san Carlo. «Recta administratio» e promozione del culto tra decoro artistico e devozione, in Carlo Borromeo e il cattolicesimo dell’età moderna. Nascita e fortuna di un modello di santità. Atti delle giornate di studio (Milano, 25-27 novembre 2010), a cura di M. L. Frosio e D. Zardin, Roma 2011, pp. 417-455: 420-421, nota 4. Tra la vasta bibliografia dedicata all’iconografia di san Carlo si segnalano: S. Coppa, Icone “parlanti”. Stampe, immagini, e libri illustrati al servizio della devozione e del consumo collettivo, in Carlo Borromeo e il cattolicesimo dell’età moderna. Nascita e fortuna di un modello di santità. Atti delle giornate di studio (Milano, 25-27 novembre 2010), a cura di M. L. Frosio e D. Zardin, Roma 2011, pp. 255-274; F. Frangi, Tra “vera ritratto” e fervore devozionale. Riflessioni sull’iconografia di san Carlo in Lombardia nel tardo Cinquecento e nel primo Seicento, in Carlo Borromeo e il cattolicesimo dell’età moderna. Nascita e fortuna di un modello di santità. Atti delle giornate di studio (Milano, 25-27 novembre 2010), a cura di M. L. Frosio e D. Zardin, Roma 2011, pp. 211-254 e L. M. R. Barbieri, Le praeclara gesta: fonti per l’iconografia di san Carlo Borromeo, in Visibile teologia. Il libro figurato in Italia tra Cinquecento e Seicento, a cura di E. Ardissimo, E. Selmi, Roma 2012, pp. 127-145. Sugli apparati festivi della cerimonia di canonizzazione, cfr. A. Spiriti, L’apparato vaticano per la canonizzazione di san Carlo Borromeo (1610): novità e considerazioni, in Studi di Storia dell’arte in onore di M.L. Gatti Perer, Milano 1999, pp. 291-299 e V. Casale, L’arte per le canonizzazioni. L’attività artistica intorno alle canonizzazioni e alle beatificazioni del Seicento, Torino - Londra - Venezia - New York 2011, pp. 104-115.
8 Leggibile nell’edizione moderna La vita ed i miracoli di san Carlo Borromeo tra arte e devozione: il racconto per immagini di Cesare Bonino, a cura di D. Zardin, con un saggio di S. Coppa, Milano 2010.
9 E. Ardissino, Predicare per san Carlo a Milano e dintorni, cit. (vedi nota 1), pp. 51-72.
10 E. Ardissino, Caratteri della predicazione in età federiciana. Gli scritti di Paolo Aresi e le prediche in Duomo per san Carlo, in Carlo Borromeo e il cattolicesimo dell’età moderna. Nascita e fortuna di un modello di santità. Atti delle giornate di studio (Milano, 25-27 novembre 2010), a cura di M. L. Frosio e D. Zardin, Roma 2011, pp. 269-289.
11 P. Aresi, Oratione in lode del cuore di s. Carlo Card. Borromeo, in Roma 1617, p. 7.
12 Le vicende degli esemplari a stampa sono ricostruite da L. M. R. Barbieri, Le preaclara gesta, cit. (vedi nota 7), pp. 127-145.
13 Sul progetto di Federico Borromeo, cfr. R. Maiocchi, A. Moiraghi, Gli affreschi di C. Nebbia e F. Zuccari nell’Almo Collegio Borromeo di Pavia, Pavia 1908; A. Peroni, Il Collegio Borromeo di Pavia. Architettura e decorazione. II. Gli affreschi di Cesare Nebbia e Federico Zuccari, in I quattro secoli del Collegio Borromeo di Pavia: Studi di Storia e d’arte pubblicati nel IV Centenario della Fondazione, Milano 1961, pp. 133-157.
14 S. Coppa, S. A. Colombo, La Cappella di san Carlo nell’Arcivescovado di Milano, Milano 2002.
15 Sul ciclo di teleri del Duomo di Milano cfr. in particolare: E. Arslan, Le pitture del Duomo di Milano, Milano 1960; A. M. Brizio, M. Rosci, I quadroni di S. Carlo del Duomo di Milano, Milano 1965; N. W. Neilson, The Quadroni di S. Carlo and Cyclical Imagery of the Time, in Il Duomo di Milano. Atti del Congresso Internazionale, (Milano, 8-12 settembre 1968), a cura di M. L. Gatti Perer, 2 voll., I, Milano 1969, pp. 231-240; A. Albuzzi, «Per compire l’apparato che suole farsi ogn’anno nel Duomo di Milano». I più tardi teleri sulla vita di san Carlo: dal progetto alla realizzazione, Perugia 2009.
16 L’argomento è sviluppato da L. M. R. Barbieri, Le preaclara gesta, cit. (vedi nota 7) pp. 127-145.
17 Sull’affermazione dell’opera normativa del primo Borromeo come punto di riferimento per il governo pastorale e la dottrina canonistica cfr. C. Fantappiè, Per una reinterpretazione dell’opera e dell’eredità giuridica di san Carlo Borromeo a partire dalle correnti umanistiche, in Carlo Borromeo e il cattolicesimo dell’età moderna. Nascita e fortuna di un modello di santità. Atti delle giornate di studio (Milano, 25-27 novembre 2010), a cura di M. L. Frosio e D. Zardin, Roma 2011, pp. 25-71.
18 Le vicende che riguardano la circolazione di reliquie per il tramite del mercante Giovanni Giacomo Castoldi per i Borromeo sono ricostruite da G. Signorotto, Cercatori di reliquie, in «Rivista di Storia e letteratura religiosa»», a. XXI, n. 3, 1985, pp. 383-418.
19 Un resoconto della cerimonia è in C. Parona, Devote attioni di Milano nel tenersi il Concilio provinciale settimo, et nella traslatione di sei Corpi santi, e di molte sacre Reliquie, Milano 611.
20 G. Signorotto, Cercatori di reliquie, cit. (vedi nota 18), pp. 398-403.
21 Le traslazioni sono elencate e descritte nel manoscritto Il sacro Tesoro delle sante Reliquie di Roma e di Colonia Agrippina concesse dalla Santità di Papa Clemente VIII alla città di Milano et sua Diocesi, ad istanza et per opera di Gio. Jacomo Castoldo suo cittadino raccolto et descritto da Gierolamo Bennardini da Orvieto, Milano, Biblioteca Ambrosiana, G 116 inf. (pp. XV-482) e G 117 inf. (pp. I-574). L’introduzione, a firma di Giovanni Giacomo Castoldi (t. I, pp. IX-XV), reca la data 8 maggio 1618.
22 F. Borromeo, I sacri ragionamenti, in Milano1632, p. 186 (Dopo la traslatione delle sante Reliquie. Se questo sacro luogo sia da chiamarsi Cielo, o Terra. Ragionamento XXI, pp. 185-195).
23 L. Besozzi, Destinazione e tipologia delle reliquie di un santo dell’età moderna, in «Studia Borromaica», 11, 1997, pp. 277-296.
24 G. Signorotto, Cercatori di reliquie, cit. (vedi nota 18), p. 413.
25 Cfr. A. Huerga, La irradiación de san Carlos Borromeo en España a principios del siglo XVII, in «Hispania sacra», XL, 1988, pp. 182-183 e A. Feros, Kingship and Favoritism in the Spain of Philip III, 1598-1621, Cambridge 2000.
26 M. Comincini, Per l’urna di S. Carlo, in Id., Studi per la storia dell’arte nel Milanese, con un contributo di Federico Cavalieri, Gaggiano 2006, pp. 246-252.
27 Si pensi, per esempio, alle solenni celebrazioni per la morte di Carlo Borromeo tenute a Milano nel 1602, vera e propria apoteosi religiosa e politica della figura dell’arcivescovo come osserva M. C. Giannini, Con ser Santo puso a riesgo de descomponerse mucho esta ciudad y estado: Carlo Borromeo Da arcivescovo di Milano a santo della monarchia, in «Chronica Nova», 43, 2017, pp. 19-52: 30.
28 V. Musardo Talò, Una storia antica: S. Carlo Borromeo, feudatario del principato di Oria e prima forme di culto in Terra d’Otranto, in San Carlo Borromeo: la santità nel sociale, Manduria 2010, pp. 21-26: 23.
29 Milano, Biblioteca Ambrosiana, G. 219 inf., f. 139, lettera edita da C. Marcora, San Carlo ed il Salento, in «Brindisium Res», VII, 1975, pp. 145-201: 193 in cui sono ricostruite le vicende relative al passaggio del Principato di Oria da Federico Borromeo al fratello minore Carlo. La Terra d’Otranto, da quel momento in avanti, vide l’innalzamento di chiese, altari e cappelle con tele recanti raffigurazioni del santo milanese rappresentato ora come il nuovo taumaturgo, il benefattore dei poveri e il coraggioso apostolo degli appestati, ora come il santo pastore orante d’avanti al Crocifisso. Una ricognizione è offerta da S. Palese, Ricerche sul culto e sugli influssi di S. Carlo Borromeo in Terra d’Otranto, in «Archivio Storico Pugliese», XXXVIII, 1985, pp. 143-163.
30 Una disamina è offerta da L. M. R. Barbieri, Carlo Borromeo: l’immagine di un santo. Iconografia e culto nella Diocesi milanese tra XVII e XIX secolo, in Norma del clero, speranza del gregge. L’opera riformatrice di san Carlo tra centro e periferia della diocesi di Milano. Atti del Convegno di Internazionale Studi (Milano-Angera 21-22 maggio 2010), a cura di D. Zardin, F. Pagani, C. Alessandro Pisoni, V. Cirio, Germignana 2015, pp. 143-161.
31 A. Bortolozzi, Santi Ambrogio e Carlo al Corso: una chiesa lombarda per un santo lombardo a Roma, in Identità e rappresentazione. Le chiese nazionali a Roma 1450-1650, a cura di A. Koller, S. Kubersky-Piredda, con la collaborazione di T. Daniels, Roma 2014, pp. 407-428.
32 A. Spiriti, L’apparato vaticano perla canonizzazione di S. Carlo Borromeo (1610): novità e considerazioni, cit (vedi nota 7), pp. 291-299. Sul grandioso «Theatrum canonizationis» «fabricato […] nel gran Templo di S. Pietro in Vaticano per la Canonizatione di S. Carlo Borromeo», V. Casale, L’arte per le canonizzazioni. L’attività artistica intorno alle canonizzazioni e alle beatificazioni del Seicento, cit. (vedi nota 7), pp. 104-115.
33 Si veda il fondamentale G. Pozzi, La parola dipinta, Milano, Adelphi, 1981.
34 Lo nota A. Serra, Confraternite e culti nella Roma di Sei-Settecento, in Devozioni, pratiche e immaginario religioso. Espressioni del cattolicesimo tra 1400 e 1850, a cura di R. Millar e R. Rusconi, Roma 2011, pp. 45-81: 76.
35 F. Martorano, Diffusione del culto di san Carlo Borromeo nel regno di Napoli, in «Atti dell’Accademia pontaniana», 39, 1990, pp. 379-392.
36 Per questioni teoriche ed estetiche sul rapporto musica-poesia si rimanda allo studio di G. Tallini, Caro amore neo. Aspetti della collaborazione Tasso/Gesualdo (1592-1594), Gaeta 2022; sull’edizione critica del manoscritto tassino, cfr. D. Perrotti, I madrigali autografi di Torquato (Madrid, Real Biblioteca, ms. II/3281), Firenze 2021. Per uno studio del testo poetico trasmesso in veste musicale si veda M. Mazzolini, Tasso e Gesualdo ovvero del suono dei pensieri, in «Studi tassiani», n. 38, a. XXXVIII, 1990, pp. 7-40. Per altre questioni attinenti al rapporto poesia-musica, cfr. A. Gareffi, Tasso, Gesualdo o delle note nere, in «Rinascimento meridionale», n. 1, 2014, pp. 83-97.
37 Milano, Biblioteca Ambrosiana, F. Inf.107 n. 185, lettera scritta da Venosa e datata 21 febbraio 1566, con la quale Geronima Borromeo dà al fratello Carlo notizia imminente del parto e il proposito di mettere al nascitura in nome Carlo. Il vantaggioso matrimonio aveva visto una complessa trattativa tra Alfonso Gesualdo, fratello di Fabrizio, e Paolo Odescalchi, nunzio apostolico per il Regno di Napoli. La vicenda è ripercorsa da G. Stanco, Nuove fonti per la biografia di Carlo Gesualdo, in «Rivista storica del Sannio», 3 serie, a. VIII, 2001, pp. 57-110: 58-59.
38 R. Colapietra, Profilo storico dei principali centri urbani, in Storia della Basilicata. 3. L’Età moderna, a cura di A. Cestaro, Bari 2000, pp. 33-54: 38-39. A Giacoma Cenna si deve la fondazione della seconda accademia venosina, quella dei Rinascenti, istituita nel 1612 e sostenuta da Emanuele Gesualdo, figlio di Carlo. Le accademie sono oggetto dello studio di C. Acucella, Le accademie venosine dei Piacevoli e dei Rinascenti. I testi, il canone e le politiche culturali, in Intellettuali e potere nelle periferie del Regno. Accademie, corti e città in Italia meridionale (sec. XIII-XVIII), a cura di C. Acucella, P. Conte, T. De Angelis, Potenza 2023, pp. 97-118.
39 L’agguato e l’omicidio sono ricostruiti da S. A. Corona, La verità svelata a’ Prencipi ovvero Successi diversi tragici, ed amorosi, occorsi in Napoli, Napoli, Biblioteca Nazionale di Napoli, Ms. X-C-19, ff. 28v-30v e S. A. Corona, Aggiunta a’ fatti tragici ed amorosi occorsi in Napoli, Napoli, Biblioteca Nazionale di Napoli, Ms. X.C-32, ff. 189-203.
40 M. Bianco, Elementi estetici e sinestetici nel Madrigale di Gesualdo tra Manierismo e Barocco, in All’ombra principesca. Atti del Convegno di studi Carlo Gesualdo nella storia d’Irpinia, della musica e delle arti, a cura di Piero Mioli, 2006, pp. 15-26; M. Zarrella, Il Principe dei Musici Carlo Gesualdo. I segni dell’uomo, i segni dei tempi, i segni del cielo, Frigento 2001, pp. 32-40 ripercorre l’intera produzione del Principe.
41 Sonetto trascritto nella Lettera Al Signor Don Vincenzo Caracciolo. Illustre Signor e Padron mio Osservandissimo edito in Opere di Torquato Tasso, Pisa 1825, vol. XIV, p. 360.
42 G. Stanco, Nuove fonti per la biografia di Carlo Gesualdo, cit. (vedi nota 37), pp. 80-82.
43 Le lettere, conservate presso la Biblioteca Ambrosiana di Milano, sono in parte edite in C. Piccardi, Carlo Gesualdo: l’aristocrazia come elezione, in «Rivista Italiana di Musicologia», IX, 197, pp. 67-116.
44 F. Borromeo, Indice delle lettere a lui dirette conservate all’Ambrosiana, Milano 1960, pp. 175-176.
45 Cfr. S. Musella Guida, Giovanni Balducci fra Roma e Napoli, in «Prospettiva», n. 31, ottobre 1982, pp. 35-50.
46 Ne è data notizia nella lettera del 30 maggio 1611 da Venosa, Milano, Biblioteca Ambrosiana, G. 208, fol. 145. Sul dipinto detto Il perdono di Gesualdo, cfr. C. Tavarone, Il perdono di Gesualdo: dal restauro nuove acquisizioni, Roma 1989; A. Vaccaro, Carlo Gesualdo, principe di Venosa. L’uomo e i tempi, Venosa 2003, p. 162; D. Morrier, Carlo Gesualdo, Paris 2003, p. 97; G. Watkin, The Gesualdo Hex: Music, Myth, and Memory, New York 2010, p. 324.
47 A. Perbenedicto, Synodus dioecesana ecclesiae venusinae, in Napoli 1615. Archivio Segreto Vaticano, Archivio Boncompagni Ludovisi, Prot. 278, b. 4/12, Synodus diocesano Ecclesiae Venusiae, vescovo Andrea Perbenedetti, 1614, estratti a stampa degli atti del sinodo diocesano, dalla Biblioteca Nazionale di Napoli, 4 B 74, Decreti per malefici, maghi, sortilegi, streghe.
48 G. M. Viscardi, Andrea Perbenedetti: un vescovo borromaico nel Mezzogiorno seicentesco, in San Carlo e il suo tempo. Atti del convegno Internazionale nel IV centenario della morte (Milano, 21-26 maggio 1984), Roma 1986, vol. II, pp. 1185-1205 e G. De Rosa, Tempo religioso e tempo storico. Saggi e note di note di storia sociale e religiosa dal Medioevo all’età contemporanea, Roma 1998, vol. III, pp. 32-33.
49 Sempre su decisione di Federico Borromeo che è designato visitatore per la diocesi lucana in occasione della visita apostolica effettuata nel 1630 nelle diocesi riunite di Avellino e Frigento motivata dalla conflittualità fra il vescovo locale e i feudatari locali su questioni di applicazione del Concilio Tridentino e su questioni materiali (beni usurpati o presunti tali, legati, ecc.), e giurisdizionali come emerge da Archivio Segreto Vaticano, Città del Vaticano, Congregazione vescovi e regolari, Visita Apostolica, n. 162: Visitatio apostolica Civitatum et Diocesum Avellinen et Frigentinen facta a domino Andrea Perbenedetti, episcopo venusino et visitatore apostolico d’anno Domini 1630.
50 Cfr. Viscardi, Andrea Perbenedetti nel Mezzogiorno secentesco, cit. (vedi nota 48), pp. 1185-1205.
51 N. Raponi, A. Turchini, Introduzione. Stampa, libri e letture nell’età di Carlo Borromeo. Verifiche e prospettive di ricerca, in Stampa, libri e letture nell’età di Carlo Borromeo, a cura di N. Raponi, A. Turchini, Milano 1992, pp. VII-XX: XV.
52 Le vicende sono ripercorse da M.V . Fontana, Itinera tridentina. Giovanni Balducci, Alfonso Gesualdo e la riforma delle arti a Napoli, Roma 2019, pp. 145-149.
53 Ne dà ampio resoconto G. Sparano, Memorie istoriche per illustrare gli Atti della S. Napoletana Chiesa e gli Atti della Congregazione della Apostoliche Missioni, in Napoli 1768, al cap. IV Politia della Chiesa napoletana de’ tempi del cardinal Alfonso Gesualdo, pp. 269-273.
54 A. Gesualdo, Manuale d’alcuni ricordi spirituali. Con diverse meditationi, & instruttioni, per introdurre essercitij di pietà: et per insegnar la dottrina christiana, cosi nelli fundachi, come nelle chiese, in Napoli 1608, p. 7. L’Arcivescovo si trovò ad affrontare il problema dell’assetto dell’Inquisizione nella diocesi e nel Regno, ripubblicò i decreti romani del 1592 per farli diventare pratica concreta con decreti propri. Su questioni legate al controllo della predicazione e delle confessioni, cfr. M. Mancino, Licentia confitendi. Selezione e controllo dei confessori a Napoli in età moderna, Roma 2000, al capitolo Gli esami non finiscono mai: il sistema di Alfonso Gesualdo, pp. 87-128.
55 Resa nota da Fontana, Itinera tridentina, cit. (vedi nota 52), p. 150.
56 Lo afferma ivi, p. 152 sulla base della sola individuazione di quattro lettere del biennio 1598-1599 riconducibili a Gesualdo (pp. 153-158).
57 Gesualdo, Manuale d’alcuni ricordi spirituali, cit. (vedi nota 54), p. 140.
58 Cfr. C. Di Filippo Bareggi, Libri e letture nella Milano di san Carlo Borromeo, in Stampa, libri e letture a Milano nell’età di Carlo Borromeo, a cura di N. Raponi, A. Turchini, Milano 1992, pp. 39-96.
59 Sulla diffusione dei precetti di Borromeo nel Regno di Napoli, cfr. F. Del Sole, Fenomenologia del Barocco lecce. Un delicato compromesso fra Controriforma e Riforma Cattolica, in «Bollettino Telematico dell’Arte», 25, n. 916, 2021, edito all’indirizzo on-line https://www.bta.it/txt/a0/09/bta00916.html. che ha esaminato in particolare la penetrazione delle Instructiones nel XVII secolo.
60 C. Borromeo, Libretto de i ricordi al popolo della città et diocese di Milano […], in Milano 1578,, senza numero di pagina.
61 Cfr. D. Zardin, Carlo Borromeo. Cultura, santità governo, Milano 2010, pp. 105-142 e E. Zorzan, “Pareva Milano fosse diventata un cielo”. Politica e narrazione urbana durante la Peste di san Carlo, in «Greseldaonline», 20, 1, 2021, pp. 33-49 edito all’indirizzo on-line: https://griseldaonline.unibo.it/article/view/12719/12928.
62 Borromeo, Libretto de i ricordi, cit. (vedi nota 60), senza numero di pagina.
63 Ivi, senza numero di pagina.
64 Gesualdo, Manuale d’alcuni ricordi spirituali, cit. (vedi nota 54), p. 28.
65 P. M. Lukehart, Painting virtuously. The Counter-Reform and Reform of artists’ education in Rome between guild and academy, in The sensuous in the Counter-Reformation Church, edited by M. B. Hall, T. E. Cooper, New York 2013, pp. 161-186: 174, 177, nota 77.
66 Su tali relazioni, cfr. Fontana, Itinera tridentina, cit. (vedi nota 52), pp. 124-129.
67 R. Alberti, Origine e progresso dell’Accademia del dissegno de Pittori, Scultori, e Architetti di Roma, Pavia 1604, p. 61. Gran parte del discorso di Balducci è però occupato dalle similitudini che esistono sul confronto pittura e musica e il loro comune fondamento matematico, lo nota M. Privitera, Pittori e musici nell’Italia del Cinque e Seicento, in «Philomusica on-line», 13, 2004, pp. 90-111: 99-100.
68 Fontana, Itinera tridentina, cit. (vedi nota 52), pp. 158-189.
69 Ne dà testimonianza C. Celano, Delle notitie del bello, dell’antico, e del curioso della città di Napoli, Napoli 1692, vol. I, p. 107.
70 M. Niola, Il corpo mirabile. Miracolo, sangue, estasi nella Napoli barocca, Roma 1997, p. 56.
71 Lo asserisce Fontana, Itinera tridentina, cit. (vedi nota 52), pp. 173-174.
72 Relazione edita in ivi, pp. 364-365.
73 Per esame ad ampio raggio cfr. V. Russo, Architettura nelle preesistenze tra Controriforma e Barocco. “Istruzioni”, progetti e cantieri nei contesti di Napoli e Roma, in Verso una storia del restauro. Dall’età classica al primo Ottocento, a cura di S. Casiello, Firenze 2008, pp. 139-206.
74 Cfr. i saggi riuniti in Carlo Borromeo, Pellegrino Tibaldi e la trasformazione interna del Duomo di Milano. Nuove acquisizioni critiche e documentarie. Giornata di studi (Milano, 10 giugno 2010), a cura di G. Benati e F. Repishti, Milano 2010.
75 Le traslazioni sono elencate e descritte nel manoscritto Il sacro Tesoro delle sante Reliquie di Roma e di Colonia Agrippina concesse dalla Santità di Papa Clemente VIII alla città di Milano et sua Diocesi, ad istanza et per opera di Gio. Jacomo Castoldo suo cittadino raccolto et descritto da Gierolamo Bennardini da Orvieto, Milano, Biblioteca Ambrosiana, G 116 inf. (pp. XV-482) e G 117 inf. (pp. I-574). L’introduzione, a firma di Giovanni Giacomo Castoldi (t. I, pp. IX-XV), reca la data 8 maggio 1618.
76 Sul trasferimento dei corpi e sul significato simbolico assunto dalla valorizzazione del patrimonio reliquiario di Roma, cfr. G. Ferrazza, R. Michetti, Pasquale I (817-824) e la traslazione dei corpi santi nella chiesa di Santa Prassede tra dimensione religiosa e prestigio politico, in Grata più delle stelle. Pasquale I (817-824) e la Roma del suo tempo, a cura di S. Ammirati, A. Ballardini, G. Bordi, Roma 2020, vol. 2, pp. 309-343.
77 Sull’intervento voluto da san Carlo che determinò la conseguente perdita dei mosaici di inizio XII sec., cfr. M. Caperna, San Carlo Borromeo cardinale di S. Prassede e il rinnovamento della sua chiesa titolare a Roma, in «Palladio», 12, 1993, pp. 43-58. Per questioni più generali, cfr. M. L. Gatti Perer, La manutenzione ordinaria degli edifici sacro e delle loro suppellettili secondo Carlo Borromeo, in Atti della Accademia di san Carlo. Inaugurazione del V Anno Accademico, Milano 1982, pp. 133-147.
78 L’aspetto è affrontato da M. G. Turco, Cesare Baronio e i dettami tridentini nelle sistemazioni presbiteriali romane, in Arte e committenza nel Lazio nell’età di Cesare Baronio. Atti del Convegno Internazionale di Studi (Frosinone-Sora, 16-18 maggio 2007), a cura di P. Tosini, Roma 2009, pp. 87-107 che ha esaminato in particolare le opere di trasformazioni delle chiese alla luce delle teorizzazioni di Borromeo e Baronio.
79 Si cita dall’edizione: F. Borromeo, De pictura sacra, testo e versione e cura di C. Castiglioni, introduzione di G. Nicodemi, Sora 1932, p. 43. Il recupero illecito di (presunte) reliquie martiriali fu una pratica assai diffusa; sulla libera frequentazione delle gallerie cimiteriali e sulla restrittiva giurisprudenza volta ad arginare il fenomeno delle estrazioni, cfr. M. Ghilardi, «Auertendo, che per l’osseruanza si caminarà con ogni rigore». Editti seicenteschi contro l’estrazione delle reliquie dalle catacombe romane, in «Sanctorum», 2, 2005, pp. 121-137; per un approfondimento criteri di autenticazione delle reliquie nella prima età moderna cfr. M. Ghilardi, Quae signa erant illa, quibus putabant esse significativa Martyrii? Note sul riconoscimento ed autenticazione delle reliquie delle catacombe romane nella prima età moderna, in «Mélanges de l’École française de Rome – Italie et Méditerranée», 122, 2010, pp. 81-106.
80 Cfr. M.L. Gatti Perer, La manutenzione ordinaria degli edifici sacro e delle loro suppellettili, cit. (vedi nota 77), pp. 133-147.
81 F. Del Sole, Istruzioni architettoniche fra Cinque e Seicento: da Carlo Borromeo a Vincenzo Maria Orsini, in «Eda. Esempi di Architettura», 2021, pp. 1-17.
82 A. Prosperi, Chierici e laici nell’opera di Carlo Borromeo, in «Annali dell’Istituto storico italo-germanico in Trento», 14, 1988, pp. 241-272.
83 Della solenne entrata è dato ragguaglio in G. F. Besozzi, Historia pontificale di Milano, in Milano 1596, pp. 204-318 dedicato a Federico Borromeo. Sul cerimoniale del suo ingresso in città, cfr. L. M. R. Barbieri, “De coelo misso”. L’ingresso di Carlo Borromeo nella Diocesi di Milano: una lettura delle fonti, in Religione, cerimoniale e società nelle terre milanesi dell’età moderna. Atti dei Convegni di Milano (2013-2015), a cura di D. Zardin, F. Pagani, C. Alessandro Pisoni, Germignana 2018, pp. 267-286.
84 Prosperi, Chierici e laici nell’opera di Carlo Borromeo, cit. (vedi nota 82), pp. 241-272.
85 Le vicende sono ricostruite da M. C. Giannini, Con ser Santo puso a riesgo de descomponerse mucho esta ciudad y estado: Carlo Borromeo Da arcivescovo di Milano a santo della monarchia, in «Chronica Nova», 43, 2017, pp. 19-52.
86 Sul contesto periferico del regno di Napoli in relazione alla Congregazione del Sant’uffizio, cfr. P. Nestola, Un tassello nel mosaico inquisitoriale: vescovi “anfibi” di una provincia a trame ibride in epoca post-tridentina, in «Giornale di storia», 5, 2022, pp. 1-21.
87 Musardo Talò, Una storia antica, cit. (vedi nota 28), p. 24.
88 La santa visita di Lelio Brancaccio, la più antica pervenuta integralmente, è conservata nella serie Visite pastorali del fondo Curia Arcivescovile, facente parte della Sezione Cartacea antica e moderna dell’Archivio Storico Diocesano di Taranto insieme con altri otto fondi, ASDT, Curia, Visite pastorali, n. 1.
89 Il documento è reso noto da V. Campanella, La Sezione Mambranacea dell’Archivio Storico Diocesano di Taranto (secoli XII-XIV): prime riflessioni sulla storia della sua formazione, in «Studi di Storia Medioevale e di Diplomatica», I, 2017, pp. 3-23.
90 A. Turchini, Studio, inventario, regesto, edizioni degli atti delle visite pastorali: esperienze italiane e problemi aperti, in Le visite pastorali. Analisi di una fonte, a cura di U. Mazzone e A. Turchini, Bologna 1990, pp. 97-250: 102.
91 F. Del Sole, Istruzioni architettoniche fra Cinque e Seicento, cit. (vedi nota 81), pp. 1-17.
92 Sulle retoriche dell’atelier borromaico cfr. M. Fumaroli, L’âge de l’éloquence. Rhétorique et “res literaria” de la Renaissance au seuil de l’époque classique, Paris 1994, pp. 141-151; R. Rusconi, “Rhetorica ecclesiastica”. La retorica nell’età post-tridentina fra pulpito e biblioteca, in La predicazione in Italia dopo il Concilio di Trento. Atti del X Convegno di Studio dell’Associazione dei Professori di Storia della Chiesa (Napoli 6-9 settembre 1994), a cura di G. Martina e U. Dovere, Roma 1996, pp. 15-46; C. Marazzini, Il perfetto parlare. La retorica in Italia da Dante a Internet, Roma 2001, pp. 169-174.
93 Sul processo di revisione e composizione dell’opera, cfr. E. Patrizi, La Rethorica ecclesiastica e l’Omiliario per la Chiesa ambrosiana scritti da Agostino Valier su istanza di Carlo Borromeo, in «History of Education & Children’s Literature», IX, 2, 2014, pp. 249-289.
94 Si accolgono le riflessioni di E. Patrizi, Pastoralità ed educazione. L’episcopato di Agostino Valier nella Verona post-tridentina (1565-1606). I. Vita e azione pastorale, Milano 2015, pp. 176-180.
95 Patrizi, La Rethorica ecclesiastica, cit. (vedi nota 93), p. 281. A. Velier, Vita del Beato Carlo Borromeo cardinale di santa Prassede, e Arcivescovo di Milano, in Milano 1603, p. 10 ricorda, non a caso: «Havea Carlo Borromeo un ingegno meraviglioso, accompagnato da profonda memoria, non tanto per forza di natura, quanto per dispositione, e ordine che egli usava in accomodar tutte le cose a luoghi suoi, il che più presto gli era concesso dalla natura, che acquistato per artificio».
96 Si consideri, per esempio: «M. Et dell’uso delle imagini che dite? D. Che quelle, che per errori de gl’uomini erano stimate haver in se virtù divina, overo rappresentavano le creature per adorarle, cioè il sole, la luna, e simili in luogo di Dio, sono del tutto proibite in questo comandamento. M. Et l’altre? D. Le imagini di Cristo nostro Signore, e de i suoi Santi, è cosa santa haverli in onor, e l’onor, che se gli fa, si riferisce tutto a Cristo, e a i Santi suoi in quelle presentati» (A. Gagliardi, Catechismo delle fede cattolica con un compendio per fanciulli, in Milano 1584, p. 88).
97 Tra la vasta bibliografia: R. Bramante, “Il Predicatore” di Francesco Panigarola, in Milano borromaica, atelier culturale della Controriforma, a cura di D. Zardin e M. L. Frosio, in «Studia Borromaica», XXI, 2007, pp. 291-306; G. Laurenti, Il “Predicatore” di Francesco Panigarola tra letteratura e retorica sacra del tardo Cinquecento, in «Giornale storico della letteratura italiana», CLV, 2008, pp. 399-434; L. Fabris, Francesco Panigarola. Un’oratoria del ‘docere’, in Poesia e retorica del sacro tra Cinque e Seicento, a cura di E. Ardissino e E. Selmi, Alessandria 2009, pp. 421-34. Sui rapporti del francescano con Carlo Borromeo cfr. C. Marcora, Relazioni tra S. Carlo e P. Panigarola, in Id., I funebri per il Card. Carlo Borromeo nel IV centenario della morte 1584/1984, Milano 1984, pp. 13-26.
98 Gagliardi, Catechismo delle fede cattolica, cit. (vedi nota 96), dedica All’Ill.mo etr.mo Signor mio in Cristo osservantissimo Monsignor il Cardinale di Santa Prassede, c. 1
99 Ivi, c. 2.
100 Agostino Velier, in riferimento all’opera De Arte meditandi, un trattato sul metodo di meditare che avrebbe dovuto revisionare, osserva: «haveva anco dato a me un certo commentario de arte meditanti, quale haveva scritto due anni avanti che morisse, il quale, per brevità, chiarezze, gravità della sentenza che sono in esso scritto, dovrebbe esser spesso visto da qual si voglia pio, e divoto Cristiano» (si cita dall’edizione: A. Velier, Vita del Beato carlo Borromeo cardinale di Santa Prassede, e Arcivescovo di Milano, in Milano 1602, p. 44).
101 Cfr. S. Giombi, L’oratoria sacra di Federico Borromeo e il suo trattata De nostrum temporum socris oratoribus (1632), in Letteratura in forma di sermone. I rapporti tra predicazione e letteratura nei secoli XIII-XVI. Atti del seminario di studi (Bologna, 15-17 novembre 2001), a cura di G. Auzzaz, G. Baffetti, C. Delcorno, Firenze 2003, pp. 159-187. Per uno studio sulle 325 omelie composte da Federico Borromeo che prediligo un approccio filologico, cfr. M. Giuliani, Il vescovo filosofo. Federico Borromeo e I sacri ragionamenti, Firenze 2007.
102 Nel 1583 era stato stampato il volume Omelie per tutto l’anno divise in tre parti del frate carmelitano Angelo Castiglioni, una raccolta di omelie organizzate secondo l’anno liturgico che dice molto sullo stile oratorio gradito a Carlo Borromeo dedicatario dell’opera. Si tratta di prediche semplice, ma ricche di contenuti scritturali, con i quali Castiglione si fa portavoce di regole, consigli e indicazioni, per ribadire la centralità dell’azione pastorale della Chiesa per arginare la deriva eretica.
103 Sugli indirizzi retorici dei due Borromeo, cfr. A. Battistini, Tra l’istrice e il pavone. L’arte della persuasione nell’età di Carlo e Federico Borromeo, in «Studia Borromaica», XXI, 2007, pp. 21-40.
104 G. Botero, Dell’ufficio del cardinale, in Roma 1599, p. 42: «Il Cardinale di Santa Prassede fece gran capitale dal P. Benedetto Palmio; e si servì dell’opera sua molto utilmente per dar principio alla Riforma, che egli voleva introdurre (come introdusse) nella Chiesa di Milano, e ciò con molta ragione, perché quel Padre predicava con spirito, e con efficacia inestimabile, accompagnata da dottrina di Padri, e da eloquenza più tosto vehemente, e nervosa, che pulita, e vaga: con la qual muoveva incredibilmente gli ascoltanti, a lacrime, e penitenza, a mutazione notabile di costumi, e di vita. Sicché, havendo egli predicato alcuni mesi nella città di Milano, spianò la strada alla grande impresa delle reforma, che vi fece poi il Cardinale». Nell’alveo borromaico sono ascrivibili le Epistolae nomine cardinalis Borromaei scriptae del 1584, una raccolta di lettere latine indirizzate a re, principi, cardinali e vescovi, che si proponeva il triplice scopo di raffigurare Borromeo come modello di perfezione cristiana, di offrire un manuale di epistolografia e di far vedere la valentia del segretario dell’arcivescovo, vero estensore delle missive; il secondo libro è il De praedicatore verbi Dei del 1585, un trattato di retorica sacra semplificata in accordo con i decreti conciliari finalizzata a formare clero e popolo scevra dagli effetti dell’elocutio; il Dispregio del mondo, un altro trattato commissionato da Borromeo, in cui fosse illustrata la morale ascetica. Tra la bibliografia valga per tutti: R. Descendre, Lo stato del mondo. Giovanni Botero tra ragion di Stato e geopolitica, Roma 2022, pp. 28-29 e R. Descendre, Uffizio e cognizione: Botero e i cardinali tra Roma e il mondo, in Un mondo di Relazioni. Giovanni Botero e i saperi nella Roma del Cinquecento, a cura di E. Andretta, R. Descendre e A. Romano, Roma 2021, pp. 99-133: 103, nota 18.
105 Botero, Dell’ufficio del cardinale, cit. (vedi nota 104), p. 37.
106 C. Delcorno, Dal sermo modernus alla retorica borromea, in «Lettere Italiane», a. XXXIX, n. 4, ottobre-dicembre 1987, pp. 465-483. Per questioni più generali, cfr. C. Delcorno, Forme della predicazione cattolica fra Cinque e Seicento, in Cultura d’elite e cultura popolare, a cura di O. Besomi e C. Caruso, Basel 1995, pp. 275-301.
107 Un primo studio sull’idea di Botero intorno alle arti figurative è quello di L. Facchin, Giovanni Botero e le arti figurative attraverso i secoli, in Boteriana I. Giovanni Botero a 400 anni dalla sua scomparsa, a cura di B.A. Raviola, Torino 2018, pp. 135–177.
108 Botero, Dell’ufficio del cardinale, cit. (vedi nota 104), p. 32.
109 R. Descendre, Uffizio e cognizione, cit. (vedi nota 104), pp. 27-37.
110 Botero dedica al conte Federico Borromeo due prediche una, Del Regno di Christo, l’altra, Della guerra vinta de’ Santi, unite al Dispregio del mondo (Milano, 1584).
111 G. Vagliani, Il forte armato o sia il compendio delle virtù, nella vita, e fatti eroici del sempre grande Em.mo e Rev.mo Sig.r Cardinale Federico Borromeo, in Milano 1704, p. 32.
112 S. Comi, Ricerche storiche sull’Accademia degli Affidati e sigli altri analoghi stabilimenti di Pavia, Pavia 1792, pp. 34-35.
113 Sulle scuole di dottrina in ambito lombardo, cfr. A. Turchini, Sotto l’occhio del padre. Società confessionale e istruzione primaria nello Stato di Milano, Bologna 1996.
114 BAM, S.Q.II+12, c. 475v. Carlo Borromeo a Silvio Antoniano, Milano [28 dicembre 1580].
115 Sulle fasi di lavorazione del trattato, cfr. E. Patrizi, La genesi dei Tre Libri dell’educatione christiana dei figliuoli di Silvio Antoniano nei carteggi del card. Carlo Borromeo, in «History of Education & Children’s Literature», I, 2, 2006, pp. 313-349. Sulla figura del Cardinale, cfr. E. Patrizi, Silvio Antoniano. Un umanista ed educatore nell’età del Rinnovamento cattolico (1540- 1603), Macerata 2010.
116 A. Turchini, Sotto l’occhio del padre, cit. (vedi nota 113), p. 53.
117 S. Antoniano, Tre libri dell’educatione christiana dei figliuoli, Verona 1584, p. 54.
118 E. Catteneo, La cultura di san Carlo. San Carlo e la cultura, in Stampa, libri e letture a Milano nell’età di Carlo Borromeo, a cura di N. Raponi e A. Turchini, Milano 1992, pp. 5-38: 8-12.
119 Una descrizione è in A. Rocca, Bibliotheca Apostolica Vaticana a Sixto V pont. max. in splendidiorem, commodioremq. locum translata, et a fratre Angelo Roccha a Camerino, […] commentario variarum artium, ac scientiarum materijs curiosis, ac difficillimis, scituq. dignis refertissimo, illustrata. […], Romae 1591. Sul progetto decorativo in questione, cfr. A. Dupront, Art et Contre-Réforme. Les freques de la bibliothèque de Sixte Quint, in «Mèlanges d’Archéologie et d’Histoire», vol. XLVIII, pp. 282-307 e D. Frascarelli, Immagini e parole. Il programma iconografico degli affreschi sistini della Vaticana, in La Biblioteca Vaticana tra Riforma Cattolica, crescita delle collezioni e nuovo edificio (1535-1590), a cura di M. Ceresa, Città del Vaticano 2012, vol. II, pp. 333-377.
120 L’Archivio Isolani di Bologna conserva diverse copie dell’opera, alcune delle quali molto danneggiate (AIB, F. 20.89.2 fasc. III ora CN 49/52). A tal riguardo, cfr. P. Prodi, Ricerca sulla teorica delle arti figurative nella Riforma Cattolica, Bologna 1984, pp. 73-87.
121 Nell’appendice seconda del volume di Paolo Prodi (Ibid., pp. 93-114) è riportato il De tollendis, mentre l’appendice terza contiene le osservazioni di Antoniano e la risposta data ad esse da Paleotti.
122 Antoniano, Tre libri dell’educatione christiana, cit. (vedi nota 117), p. 148.
123 C. Occhipinti, Sull’accademia delle Notti Vaticane. Scritti di Carlo Borromeo, Giovanni Battista Amalteo e di altri sodali, in Intrecci virtuosi: letterati, artisti e accademie tra Cinque e Seicento, a cura di C. Chiummo, A. Geremicca, P. Tosini, Roma 2017, pp. 125-137.
124 G. P. Giussano, Istruttione a’ padri per saper bene governare la famiglia loro, in Milano 1603, p. 39.
125 C. Borromeo, Libretto de i ricordi al popolo della città et diocese di Milano […], in Milano 1578, senza numero di pagina.
126 Giussano, Istruttione a’ padri, cit. (vedi nota 124), p. 39.
127 Borromeo, Libretto de i ricordi al popolo, cit. (vedi nota 125), senza numero di pagina.
128 L. Mezzadri, P. Vismara, La Chiesa tra Rinascimento e Illuminismo, Roma 2006, p. 7.
129 P. Giustinelli, Antidoto contra le compagne cattive, parlar disonesti, comedie, rappresentazioni, e libri poco honesti […], in Milano 1608, dedica al Cristiano e divoto lettore.
130 Id., Trionfo della castità contra il vitio dell’incontinenza, in Milano 1610, p. 558.
131 Ibid.
132 Ivi, p. 561: «si pongano in casa loro pitture, e imagini sacre di nostro Signore, e dell’Immacolata Vergine, e de Santi, particolarmente suoi Protettori».
133 Ivi, pp. 561-652.
134 F. Borromeo, De pictura sacra, cit. (vedi nota 79), preambolo.
135 Ivi, cap. V, Le favole dei gentili.
136 Si accolgono le riflessioni di P. M. Jones, Federico Borromeo e l’Ambrosiana. Arte e Riforma cattolica nel XVII secolo a Milano, Milano 1997.
137 F. Borromeo, Il libro intitolato la Gratia de’ Principi, in Milano 1632, Della natura humana, p. 183.