https://doi.org/10.36253/sisca-17318

Collezionare biografie tra Milano e l’Europa. Girolamo Ghilini, la Biblioteca Ambrosiana e il Teatro d’huomini letterati

Collecting Biographies in Milan and Across Europe. Girolamo Ghilini, the Ambrosiana Library and the Teatro d’huomini letterati

Marzia Giuliani

Università Cattolica del Sacro Cuore, Italia

Email: marzia.giuliani@unicatt.it

Abstract. This paper offers a new interpretation of Teatro degli huomini letterati (Theatre of Literate Men) by Girolamo Ghilini (1589-1668), a canon from Alessandria (Piedmont). The exemplary nature of Paolo Giovio’s model and the European scope of the biographies included in the work are explained in relation to the close ties that the canon maintained with the Ambrosiana Library and its scholars, in particular Francesco Bernardino Ferrari. In turn, the case of Ghilini helps to understand the role of the institution founded by Federico Borromeo within the Republic of Letters in the mid-17th century.

Keywords: Girolamo Ghilini, Ambrosiana Library, Biographies, Academy.

Contents

In Ambrosiana: i libri e i dottori

Il modello di Giovio e la mediazione di Girolamo Borsieri

La biblioteca di Gian Vincenzo Pinelli: una scuola di metodo?



Il canonico alessandrino Girolamo Ghilini (1589-1668) si è dedicato per oltre tre decenni all’allestimento di un imponente repertorio biobibliografico di respiro europeo, il Teatro d’huomini letterati1. L’editio princeps, priva dell’anno di stampa, fu pubblicata a Milano da Giovanni Battista Cerri e Carlo Ferrandi ed è databile al 1637/16382. L’opera si distingueva nel panorama coevo per il suo carattere moderno e sperimentale, legato alla scelta del volgare al posto del latino, al taglio marcatamente bibliografico dei medaglioni biografici e al ventaglio internazionale degli autori selezionati3. Una seconda edizione uscì nel 1647 presso la prestigiosa stamperia veneziana di Guerigli sotto l’egida dell’Accademia degli Incogniti4. Lo attesta la dedica a Giovan Francesco Loredan, principe del sodalizio, cui Ghilini era stato ascritto. L’opera raggiungeva allora i due volumi, con un numero di voci raddoppiato rispetto alla princeps e per la sua completezza è considerata il testo di riferimento negli studi. Il progetto, però, era ancora più ampio e prevedeva ulteriori sei libri: tre, dal terzo al quinto, si conservano manoscritti alla Biblioteca Marciana di Venezia, mentre degli ultimi si ha solo una menzione nell’inventario dei libri dell’alessandrino5.

Il Teatro si presenta così come un cantiere di lavoro mai definitivamente concluso, un’opera in continuo divenire per aggiornare fino all’ultimo, quasi in tempo reale, la galleria dei ritratti6. Partire dall’editio princeps milanese, ad oggi trascurata rispetto alla pubblicazione veneziana del 1647, può essere la prima tappa per ricostruire questo lungo processo di scrittura e per comprendere la genesi e i criteri ispiratori dell’opera, animata da una urgenza comunicativa forte, che sorprende per l’ampiezza dei suoi orizzonti temporali e geografici. Nel Teatro i moderni affiancano e superano gli antichi e gli autori stranieri conquistano uno spazio inusitato per l’epoca tanto che Ghilini è stato definito «uno dei primi» intellettuali «in tutta l’Europa a scrivere un’opera di respiro veramente europeo»7.

La critica si è a lungo interrogata sulle vie di accesso dell’autore a questo mondo internazionale. In assenza di viaggi documentati ed entro gli stretti confini di Alessandria, interpretati in termini rigidi e angusti, si è pensato ad una conoscenza di seconda mano, mediata dalle bibliografie nazionali, compulsate ed usate fino al plagio8. Una prassi centonaria documentata e incontrovertibile, ma non sufficiente a giustificare gli scarti vistosi rispetto alle fonti e soprattutto l’originalità stessa dell’opera, con il suo carattere sperimentale.

Tali elementi si spiegano forse con un’altra ipotesi, che qui si intende sondare. Ghilini ebbe una possibilità straordinaria: fare esperienza diretta di una dimensione europea e persino extraeuropea rimanendo tranquillo nella sua città. Non quella d’origine, Alessandria, ma quella adottiva, Milano, dove il padre Gian Giacomo era vissuto «per oltre quarant’anni», affermandosi come segretario del Senato per quasi due decenni, dal 1593 al 16129. Qui Ghilini incontrò l’Europa grazie alla Biblioteca Ambrosiana, voluta dal cardinale Federico Borromeo ed inaugurata nel 160910. Un incontro che apre oggi una duplice prospettiva di indagine perché dimostra la presenza dell’alessandrino nelle reti della Res publica litteraria e in modo complementare permette di saggiare la vocazione internazionale di Milano nella prima metà del Seicento.

In Ambrosiana: i libri e i dottori

Ad inserire Girolamo nel circuito della Milano federiciana fu con ogni probabilità il letterato monzese Bartolomeo Zucchi, cugino di suo padre Giovan Giacomo, che si prodigò per lui e per i suoi fratelli rimasti orfani nel 161211. Girolamo, in particolare, dopo aver interrotto gli studi di diritto intrapresi a Parma, fu ospite di Bartolomeo fra il 1612 e il 1613 e nella sua casa monzese, «sempre teatro delle lettere e refugio d’ogni virtù»12, ne condivise l’officina di studio e di scrittura. Zucchi stava lavorando all’ultima edizione della sua opera più famosa, L’Idea del segretario, un’imponente antologia epistolare in cinque volumi (1614), che, come ho già avuto modo di dimostrare13, rappresentò una fonte di ispirazione fondamentale per il Teatro perché il modello delle biobibliografie, che nell’Idea introducevano gli autori antologizzati, era del tutto affine alle vite raccontate da Ghilini, che spesso indulse a criptocitazioni dall’opera del cugino.

Nello stesso tempo Girolamo partecipò alla rete di relazioni erudite intessuta da Bartolomeo, che da Monza guardò con interesse alla vita della Biblioteca Ambrosiana e fu amico di molti dei suoi protagonisti14. Anticipo qui due nomi. Il primo, di fama internazionale, è quello del fiammingo Ericio Puteano (1574-1646), allievo e poi successore di Giusto Lipsio all’università di Lovanio15. Negli anni del suo soggiorno milanese, sotto la protezione del cardinal Federico, Zucchi lo ebbe suo ospite e mantenne poi con lui un intenso scambio epistolare. Ghilini non fece in tempo ad incontrarlo, ma dedicò al fiammingo e al suo maestro Lipsio pagine riccamente documentate nelle due edizioni del Teatro16.

Il secondo nome è quello Giuseppe Ripamonti (1573-1643), dottore dell’Ambrosiana e storiografo del ducato di Milano17. Originario di Tignone, oggi Ravellino di Colle Brianza non lontano da Monza, frequentò la casa di Zucchi insieme allo stesso Puteano, ricevendo l’omaggio di un ritratto assai precoce nell’Idea del segretario, che Ghilini riprese e completò nel Teatro18. Fu una operazione non scontata perché l’alessandrino contribuì a riabilitare pubblicamente la figura di Ripamonti, tacendo la condanna subita dal tribunale diocesano e scontata nelle carceri dell’arcivescovado e glissando sui contrasti con il Borromeo, di cui pure doveva essere informato, visto il rapporto di conoscenza personale disteso nel tempo19 .

Ghilini, grazie a Bartolomeo Zucchi, dovette iniziare a frequentare l’Ambrosiana subito dopo il suo rientro nel ducato di Milano, a ridosso del 1612-1613, dapprima facendo la spola tra l’abitazione alessandrina e quella milanese, e poi continuativamente dal 1637 al 1642, quando rivestì la carica di canonico della collegiata di Sant’Ambrogio. Proprio in questi anni egli compose il primo volume del Teatro d’ huomini letterati, che si rivela una fonte importante per la storia della biblioteca, sebbene sino ad oggi sia stato quasi del tutto trascurato dalla storiografia dell’età borromaica20. Come si è già visto a proposito di Lipsio, Puteano e Ripamonti, nelle pagine del Teatro scorrono i volti e le storie dei principali protagonisti dell’istituzione federiciana, descritti e narrati con la voce e lo sguardo di un testimone oculare e con una focalizzazione spesso interna ai fatti narrati.

Merita anzitutto attenzione la voce dedicata al cardinal Federico, composta pochi anni dopo la morte del presule21. Il ducato versava in condizioni difficili, martoriato dai conflitti bellici della Guerra dei Trent’Anni, che avevano portato con sé prima la carestia (1628-1629) e poi la pestilenza (1630)22. Che cosa rimaneva vivo dell’episcopato borromaico? Quasi ad eludere l’interrogativo, Ghilini rimandava al lavoro biografico «al presente […] spiegato» da Giuseppe Ripamonti23. Da parte sua, si concentrava sul profilo intellettuale del Borromeo che definiva «tra i letterati mirabile e ammirabile» per tre ragioni: il sapere enciclopedico, l’eloquenza nello scrivere e nel parlare e il mecenatismo sotteso all’istituzione della Biblioteca Ambrosiana24.

L’istituzione era esaltata per la ricchezza dei suoi materiali e delle persone che vi lavoravano. Il cardinale , si legge, «raccolse con grandissima fatica e senza risparmio alcuno di eccessiva spesa da parti anche lontanissime una infinita quantità di libri di qualunque scienza e professione» e «per ornamento di questo accademico parnaso e museo elesse et honorò dodici religiosi secolari de migliori et esquisiti ingegni che vivessero in Milano, co’l titolo di dottori del Collegio Ambrosiano»25. La biblioteca appariva così una realtà viva e produttiva, luogo fecondo di elaborazione del sapere e rappresentava, verosimilmente, il lascito più prezioso dell’eredità borromaica. Il collegio dei dottori era definito «scuola», «Teatro d’ogni scienza abbondantissima» e ancora, nella biografia di Ripamonti, «Teatro d’huomini in ogni migliore scienza esquisiti» con una suggestiva sovrapposizione fra l’istituzione federiciana e l’opera stessa che l’alessandrino andava componendo26.

In questa prospettiva è di grande interesse la biografia dedicata a Francesco Bernardino Ferrari (1576-1669), fra i primissimi collaboratori del Borromeo, aggregato nel 1607 al nucleo primigenio dei dottori e dal 1647 prefetto della Biblioteca, avendo sempre come area specifica di studio quella delle antichità ecclesiastiche e profane27. La biografia, in questo caso, lasciava il posto a un colloquio amicale e Ghilini si rivolgeva direttamente a Ferrari, apostrofandolo con il tu, e nella chiusa esplicitava il suo debito personale di riconoscenza nei confronti dell’amico, che si rivela figura chiave per la composizione del Teatro.

Molto io ti devo e per l’affezione che mi dimostri, e per l’aiuto che m’hai porto, o porgi, mentre io sono andato, e vo scrivendo questi volumi del Teatro de gli Huomini letterati, somministrando di continuo dalla bellissima e copiosissima tua libreria opportuni libri e informazioni a simili componimenti necessarie28.

Ghilini aveva ricevuto libri e informazioni dall’amico Ferrari, esperto di «varie lingue, come a dire, latina, greca, toscana, spagnuola e francese» e «pratichissimo nella qualità di quanti libri siano stati dalle stampe quasi in ogni parte del mondo»29. Per le sue competenze egli aveva partecipato alle campagne d’acquisti di libri e codici, promosse dal Borromeo in «alcune parti d’Europa a cercar libri in ciascuno idioma, tanto de gli antichi quanto de’ moderni autori, o scritti a mano o stampati»30. E in questi viaggi, secondo Ghilini, Ferrari aveva «acquistata oltre la cognitione di moltissime belle e rare antichità, l’amicizia di numerosi famosissimi letterati di varie nazioni», da quali era «con cortesi e dotte lettere bene spesso provocato»31.

Questa trama europea di contatti trovava ulteriore conferma nell’elogio di Ottavio Ferrari (1600-1682), nipote ed emulo di Francesco Bernardino32. Ghilini, che lo aveva visto crescere sotto le cure dello zio, ne celebrava virtù e carriera, dagli studi presso il Seminario Maggiore di Milano all’ingresso nel Collegio dei Dottori ambrosiani dal 1631 al 1634 per arrivare a Padova alla cattedra di eloquenza dello Studio cittadino e ottenere il plauso di Domenico Molino e di altri «personaggi grandi e lettori famosi di quella università»33. Ne davano testimonianza le «lettere particolari» inviate allo zio e «vedute e lette» anche da Ghilini, che ne riportava una sottoscritta dal tedesco Kaspar Schoppe a marcare l’internazionalità di questo successo padovano34. Il quale, si può supporre, pose le condizioni per l’ingresso di Ghilini nell’Accademia degli incogniti, di cui Molino era protettore.

La rara familiarità con l’intera Europa, che Paolo Cherchi ha riconosciuto nelle pagine del Teatro, nacque perciò fra le mura dell’Ambrosiana e si sostanziò dei repertori di cui la libreria aveva disponibilità e delle conversazioni che lì era possibile intessere in una rete locale e insieme internazionale, fatta di incontri in presenza o in absentia. Mentre le armi imperversavano al di là e al di qua delle Alpi, il commercio epistolare garantiva i legami di una Repubblica delle Lettere di carattere sovranazionale.

Questa rete non attraversò solo i confini geografici, ma anche quelli fra le discipline di studio, permettendo di sconfinare nella vastità enciclopedica dei saperi. Ghilini fu il primo a biografare un ‘quasi’ dottore dell’Ambrosiana, il frate Bonaventura Cavalieri, matematico di professione. Il cardinale Borromeo ebbe «di questo padre grandissima stima», amando «discorrere seco delle matematiche scienze», e insistette, seppur invano, per «prevalersi di lui nella sua libreria», offrendogli il titolo di dottore35. Questa testimonianza aggetta sugli interessi scientifico matematici promossi in Ambrosiana e acquista maggior risalto se accostata alle pagine che il Teatro dedicava a Galileo Galilei, i cui rapporti con il cardinal Federico sono noti da tempo alla critica36.

La biblioteca, dunque, fu un crocevia di relazioni e un luogo di incontro che ampliò gli orizzonti di Ghilini ben oltre i confini di Alessandria e i limiti culturali di un semplice canonico di provincia ed è ipotesi plausibile che essa abbia agito ancora più in profondità, fornendo modelli e criteri per allestire la scena del Teatro.

Il modello di Giovio e la mediazione di Girolamo Borsieri

Secondo lo studio pionieristico di Carlo Dionisotti sulle gallerie degli uomini illustri, l’opera dello storico Paolo Giovio ha avuto un ruolo decisivo nello sviluppo di questo genere letterario37. I due volumi di Elogia, pubblicati rispettivamente a Venezia nel 1546 e a Firenze nel 1551, nascevano dalla eccezionale raccolta di ritratti di uomini illustri, per lo più moderni e contemporanei, che egli aveva allestito nel celebre Museo della sua villa di Como, e saldavano insieme parole e immagini38.

L’attualità di questo modello era particolarmente viva nella Milano di primo Seicento grazie al mecenatismo artistico del cardinale Borromeo. Come è noto, fu sua premura far allestire la sala di lettura della Biblioteca Ambrosiana con una teoria di ritratti, ricercati uno ad uno o appositamente commissionati: 306 in tutto, 82 dei quali ricavati dai prototipi del museo gioviano a partire dal 161939. Non senza aver prima tentato, intorno al 1615, di acquistare direttamente gli originali40.

Le trattive con gli eredi di Giovio furono condotte per conto del Borromeo dal letterato comasco Girolamo Borsieri41, che dal 1610 fu collaboratore del cardinale sia per l’incremento della collezione d’arte dell’Ambrosiana sia per la costituzione dell’Accademia di Pittura, Scultura e Architettura che venne fondata ufficialmente nel 1620. Negli stessi anni offriva i suoi servizi e la sua esperienza a Giovanni Battista Marino, procurandogli disegni di artisti lombardi per la sua collezione e fornendogli consulenza per la stesura della Galeria, il museo in versi che il poeta napoletano stava allora componendo.

Nel 1613 Girolamo Ghilini intrecciò un rapporto epistolare con Borsieri, esteso a comprendere Bartolomeo Zucchi. Poche tessere di corrispondenza, che documentano i comuni interessi per l’epigrafia, con il comasco intento nella redazione del Theatrum Insubricae magnificentiae, rimasto poi manoscritto, e per la poesia42. Mentre era ospite del cugino Bartolomeo e sperimentava la possibilità di comporre addirittura un poema eroico sulla Storia di Monza43, Ghilini sottoponeva alcuni suoi versi al giudizio critico di Borsieri, che non si esimeva da critiche severe44. Ciò nonostante, si faceva latore di un sonetto d’encomio indirizzato da Ghilini a Marino, poi pubblicato nella raccolta La lira45.

Per il tramite di questi contatti Girolamo si trovò contemporaneamente a confronto con due specialisti delle raccolte biografiche: da una parte il primo ideatore del genere degli uomini illustri, Paolo Giovio, e dall’altra il suo epigono allora più famoso, il cavalier Marino con la sua Galeria. Se a entrambi rese un omaggio sentito nel Teatro, è sugli Elogia dello storico comasco che si soffermò in particolare, spendendo parole eloquenti, che conviene riportare per esteso.

Fu egli quell’unico fabricatore del bellissimo museo, in cui pose le vere immagini de gli huomini illustri così nelle lettere come nell’armi dell’età sua, con le Inscrizioni latine sotto a ciascuna di esse; de che prese oportuna occasione di comporre due bellissimi libri di elogi, i quali vanno attorno con gran lode non solo dell’autore, ma anco de’ personaggi lodati, i quali a guisa di tante statue in honorevoli nicchi collocate, fanno di loro stessi riguardevole mostra e nella gloriosa luce del chiarissimo inchiostro del Giovio, aprendo gli occhi, risorgono e vivono perpetuamente46

Ghilini coglieva la portata innovativa del modello gioviano, sottolineando il nesso fra immagine e testo e il portato comunicativo della scrittura in grado di dare visibilità pubblica ai personaggi lodati che facevano ‘di loro stessi riguardevole mostra’47. Al pari, verrebbe da dire, delle 306 effigi della collezione federiciana, ammirate da Ghilini negli spazi dell’ Ambrosiana.

La biblioteca di Gian Vincenzo Pinelli: una scuola di metodo?

Un’ultima suggestione, che è soprattutto un interrogativo finale per il prosieguo degli studi, riguarda uno dei nomi più prestigiosi legati alla collezione libraria raccolta dal cardinale Borromeo. Si tratta di Giovan Vincenzo Pinelli, la cui biblioteca padovana fu acquistata a caro prezzo a Napoli ed arrivò a Milano nel 1609 a ridosso dell’inaugurazione dell’Ambrosiana, costringendo a un lavoro serrato per sistemare i materiali in tempo utile48. Nelle sue ricerche Ghilini ebbe accesso a questo fondo e in che termini se ne servì? La questione non riguarda solo le possibili fonti compulsate, ma interessa il metodo di lavoro messo a punto dal bibliofilo padovano.

Pinelli si distingueva per la cura impiegata nel recuperare il maggior numero di informazioni bibliografiche attraverso cataloghi di fiere e imprese editoriali, indici di biblioteche private e liste di opere relative ad un argomento specifico o a uno stesso autore, che venivano aggiornate nel tempo con l’aggiunta di eventuali note biografiche49. In quale misura le biobibliografie del Teatro sono debitrici degli elenchi pinelliani? Pur senza voler stabilire nessi troppo stringenti, è plausibile che Ghilini abbia avuto tra le mani questi materiali e ne abbia dedotto un metodo prima ancora che delle informazioni.

È altresì da sottolineare il respiro europeo della ricerca. La biblioteca pinelliana ha rappresentato a Padova un crocevia culturale internazionale visitato da molti intellettuali per lettera e/o in presenza. Ma che ne è stato di questa apertura una volta che i suoi fondi sono entrati a far parte dell’Ambrosiana? È stata anche qui alimento di scambi internazionali? Se Borromeo fu meritevole di aver salvato la collezione da dispersione sicura, non è forse in qualche modo responsabile di averla depotenziata della sua forza creativa, rinchiudendola nelle mura di una biblioteca di stampo confessionale?50 Una questione aperta, che investe più in profondità il tema della reale efficace in campo culturale e civile dell’impresa federiciana. Già Paolo Prodi, nella sua biografia del Borromeo, denunciava risultati abbastanza poveri «quanto all’espansione della vita culturale» e «allo sviluppo delle scienze profane»51.

Rispetto a queste domande, il Teatro di Ghilini può aprire una prospettiva interessante, stabilendo una linea di continuità fra quanti da Padova a Milano fino alla più periferica Alessandria ebbero a intessere un dialogo con il mondo culturale europeo. È suggestivo pensare che Girolamo incontrò l’Europa in Ambrosiana anche grazie a Gian Vincenzo Pinelli, «principalissimo genovese, che fu un sole fra li più dotti di questo secolo»52.


1 La prima valorizzazione dell’opera si deve a C. Dionisotti, La galleria di uomini illustri, “Lettere italiane”, XXXIII, 1981, 4, pp. 482-492.

2 G. Ghilini, Teatro d’huomini letterati aperto dall’abbate Girolamo Ghliini e consacrato alla santità di nostro signore Urbano Ottavo. Volume Primo. In Milano, Per Gio. Battista Cerri et Carlo Ferrandi con privilegio. La proposta di datazione al 1638 in U. Rozzo, La biblioteca di un bibliografo e storico del Seicento: Girolamo Ghilini, in Biblioteche private come paradigma bibliografico, a cura di F. Sabba, Roma 2008, pp. 403-424, p. 403.

3 P. Cherchi, Le fonti europee del Teatro di G. M. Ghilini, “Studi secenteschi”, XXVI, 1985, pp. 209-222; Id., Collezionismo, medaglioni di letterati e la repubblica let­teraria, in I luoghi dell’immaginario barocco, a cura di L. Strappini, Napoli 2001, pp. 483-497.

4 G. Ghilini, Teatro d’huomini letterati aperto dall’abbate Girolamo Ghilini academico incognito. All’illustrissimo Signor, il Signor Gio. Francesco Loredano. In Venetia, per li Guerigli, 1647. Sul rapporto con gli Incogniti e Loredan si veda S. Testa, Italian Academies and Their Networks, 1525-1700. From Local to Global, London 2015, pp. 134-135. Da un primo sondaggio, che necessita di ulteriori approfondimenti, il Teatro è stato una fonte per la rassegna biografica dei sodali Incogniti pubblicata anonima ed attribuita ora a Girolamo Brusone ora allo stesso Loredan: Le glorie de gli Incogniti o vero gli huomini illustri dell’Accademia de’ Signori Incogniti di Venetia, In Venetia, appresso Francesco Valvasense stampator dell’Accademia, 1647.

5 Biblioteca nazionale Marciana, Mss. Ital., cl X.132-134 [=6609-6611]. Per la storia dei codici: Rozzo, La biblioteca di un bibliografo, cit., p. 406.

6 Interessante, in questa prospettiva, il primo avvertimento rivolto ai lettori: «acciò che tutti i meritevoli» del Teatro «possano ricevere tal honore, ho risoluto di farlo grande in maniera con altri volumi, che niuno haverà occasione di lamentarsi di me». E ancora: «e quando pure si tralasciassero alcuni, mi dichiaro liberamente, e protesto, che ciò non sarà mia colpa, ma ben sì, o di loro medesimi, se sono vivi, o d’altri, se sono morti, non curandosi così quelli, come questi di somministrarmi le dovute informazioni, senza le quali, e così impossibile, ch’io possa scrivere di loro»: Ghilini, Teatro d’huomini, cit., c. +4r.

7 Cherchi, Le fonti europee, cit., p. 222.

8 Per il tema del plagio rimando ai lavori già citati di Cherchi e di Rozzo.

9 La citazione è tratta dal racconto autobiografico: Ghilini, Teatro d’huomini, cit., pp. 233-235, p. 234. Per la biografia si consideri A. Merlotti, ad vocem Ghilini, Girolamo, in Dizionario biografico degli Italiani, LIII, Roma 2000.

10 Sulla biblioteca si veda il recente volume miscellaneo Il progetto culturale di Federico Borromeo tra passato e presente, a cura del Collegio dei Dottori, Milano 2024.

11 Ho studiato queste relazioni in Dall’Idea al Teatro: Bartolomeo Zucchi, Girolamo Ghilini e la Biblioteca Ambrosiana di Milano, in Le stagioni dell’erudizione e le generazioni degli eruditi. Una storia europea (secoli XV-XIX), a cura di J. Boutier, F. Forner, M. P. Paoli, P. Tinti, C. Viola, Bologna 2024, pp. 237-254, pp. 241-247.

12 Così si legge nell’elogio commosso di Zucchi: Ghilini, Teatro d’huomini, cit., pp. 47-50.

13 Giuliani, Dall’Idea al Teatro, cit., pp.247-252.

14 Ho ricostruito questi rapporti nel mio La Repubblica dei Segretari. Potere e comunicazione nell’Italia di Antico regime, Roma 2022, pp. 69-134, in particolare pp. 115-122.

15 Su queste figure in rapporto alla Milano federiciana R. Ferro, Federico Borromeo ed Ericio Puteano. Cultura e letteratura a Milano ai primi del Seicento, Roma, 2007.

16 Le biografie di Lipsio e Puteano si leggono rispettivamente in: Ghilini, Teatro d’huomini, cit., pp. 264-266; Id., Teatro d’huomini, cit., 1647, II, pp. 72-73.

17 Su Ripamonti si consulti M.C. Giannini, ad vocem Ripamonti, Giuseppe in Dizionario Biografico degli Italiani, LXXXVII, Roma 2016.

18 B. Zucchi, L’Idea del segretario, In Vinetia, Appresso Pietro Dusinelli, vol. III, 1614, p. 53; Ghilini, Teatro d’huomini illustri, cit., pp. 262-263 .

19 Per una ricostruzione dei fatti occorsi fra il 1617 e il 1625, quando Ripamonti si riconciliò con il Borromeo si veda la ricostruzione attenta di M. Lezowski, L’Abrégé du monde. Une histoire sociale de la bibliothèque Ambrosienne (v. 1590-v. 1660), Paris 2015, pp. 186-210. Si noti che Zucchi fu tra i difensori di Ripamonti al processo: ivi, p. 208.

20 Fa eccezione Lezowski, L’Abrégé du monde, cit., p. 248, pp. 337-339.

21 Ghilini, Teatro d’huomini, cit., pp. 97-99.

22 Per un quadro relativo a questi anni si consideri G. Signorotto, Milano spagnola. Guerra, istituzioni, uomini di governo, 1635-1660, Firenze 1996.

23 L’opera citata è l’Historiae patriae decadis V. Libri VI, Mediolani, ex Regio Palatio, apud Io. Baptistam et Iulium Caesarem Malatestam Regios typographos. È databile fra il 1643 e il 1649, come dimostra anche la menzione di Ghilini, e rientrava nel ciclo degli Historiarum ecclesiae Mediolanensis per il quale si veda: Lezowski, L’Abrégé du monde, cit., pp. 286-292.

24 Ghilini, Teatro d’huomini, cit., p. 97. Per il profilo del cardinale valgano i volumi Federico Borromeo. Fonti e storiografia a cura di M. Marcocchi, C. Pasini, Roma 2001; Federico Borromeo uomo di cultura e di spiritualità, a cura di S. Burgio, L. Ceriotti, Roma 2002; Federico Borromeo vescovo, a cura di D. Zardin Roma 2003; Federico Borromeo principe e mecenate, a cura di C. Mozzarelli, Roma 2004; Federico Borromeo fondatore della Biblioteca Ambrosiana, a cura F. Buzzi, R. Ferro, Roma 2005; M. Giuliani, Il vescovo filosofo. Federico Borromeo e i Sacri Ragionamenti, Firenze 2007.

25 Ghilini, Teatro d’huomini, cit., p. 98.

26 Ivi, p. 98, 163. Sul valore metaforico del termine teatro nella cultura di Cinque e Seicento si consideri A. Blair, The Theater of Nature. Jean Bodin and Renaissance science, Princeton 1997, pp. 153-179.

27 Ghilini, Teatro d’huomini, cit., pp. 127-128. Il testo è ripreso in Le glorie de gli Incogniti, cit., pp. 161-163. Per una biografia moderna: C. Pasini, Giovanni Donato Ferrari e i manoscritti greci dell’Ambrosiana (con note su Francesco Bernardino e Ottavio Ferrari e sui manoscritti di Ottaviano Ferrari all’Ambrosiana), “Νέα Ῥώμη. Rivista di ricerche bizantinistiche”, 1, 2004, pp. 351-386; Lezowski, L’Abrégé du monde, cit., ad vocem.

28 Ghilini, Teatro d’huomini, cit., pp. 127-128, p. 127.

29 Ibidem.

30 Ibidem. Ferrari, in particolare, aveva perlustrato la Spagna nel 1611, partendo da Genova verso Barcellona e toccando poi le città di Lerida, Saragozza, Alcalà, Madrid con l’Escorial, e Toledo come raccontato in G. F. Opicelli, Memorie della Biblioteca Ambrosiana, a cura di M. Rivoltella, Centro Ambrosiano, Milano 2018, pp. 80-88.

31 Ghilini, Teatro d’ huominii, cit., p. 128. In mancanza, purtroppo, della corrispondenza di Ferrari, cui accenna Ghilini, fanno fede le dediche delle opere da lui pubblicate per i torchi dell’Ambrosiana secondo il piano di lavoro stabilito per i dottori del Collegio. Se i De antiquo ecclesiasticarum epistolarum libri tres, a stampa nel 1613, furono indirizzati all’augustano Mark Welser, una copia del De veterum acclamationibus et plausu libri septem del 1627 fu donata in segno d’amicizia a Lucas Holstenius, allora a servizio del cardinal Francesco Barberini (cfr Lezowski, L’Abrégé du monde, cit., pp. 170-171). Interessante, e ancora da ricostruire, anche il successo europeo delle opere di Ferrari nel corso del Sei e del Settecento. Se i De antiquo ecclesiasticarum epistolarum libri tres furono riediti a Helmstedt nel 1678 e a Tirnavia nel 1772, i De ritu sacrarum ecclesiae catholicae concionum libri tres, stampati a Milano nel 1627, ebbero una edizione a Parigi nel 1664 e un’altra ad Utrecht nel 1692.

32 Ghilini, Teatro d’ huomini, cit., pp. 341-347. Per la biografia: Pasini, Giovanni Donato Ferrari, cit., p. 353; Lezowski, L’Abrégé du monde, cit., ad vocem.

33 Ivi, p. 344. Sul profilo culturale del mecenate veneto: A. Barzazi, La biblioteca di un mecenate: i libri di Domenico Molin, in Amicitiae pignus. Studi storici per Piero Del Negro, a cura di U. Baldini, G. P. Brizzi, Milano 2014, pp. 309-23.

34 Ghilini, Teatro d’ huomini, cit., pp. 345-346. Il nome di Schoppe non è scontato stante i suoi rapporti conflittuali con l’arcivescovo Borromeo studiati da Lezowski, L’Abrégé du monde, cit., ad vocem. Per la biografia: M. Cavarzere, ad vocem Schoppe, Kaspar, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. XCI, Roma 2018.

35 Ghilini, Teatro d’huomini, cit., pp. 64-65. Sulla figura di B. Cavalieri è prezioso Id., Carteggio, a cura di G. Baroncelli, Firenze 1987.

36 Ghilini, Teatro d’huomini, cit., pp. 131-133. Il testo è stato riproposto e tradotto in On the life of Galileo. Viviani’s historical account and other early biographies, edited by S. Gattei, Princeton 2019. Per un inquadramento di insieme valga Nell’età di Galileo. Milano, l’Ambrosiana e la nuova scienza, a cura di E. Bellini e A. Rocca, Roma 2017.

37 Dionisotti, La galleria di uomini illustri, cit., pp. 485-486. Sullo storico comasco: T.C. Price Zimmermann, Paolo Giovio. Uno storico e la crisi italiana del XVI secolo. Edizione italiana a cura di F. Minonzio, Milano 2012 (Princeton 1994); E. Valeri, Studi su Paolo Giovio. Un umanista italiano tra Roma e l’Europa, Roma 2024.

38 Si veda l’edizione critica in italiano: Id., Elogi degli uomini illustri, a cura di F. Minonzio, Torino 2006.

39 C. Marcora, Ritratti conservati all’Ambrosiana copiati dal Museo di Giovio di Como, “Periodico della Società Storica Comense”, XLVIII, 1981, pp. 89-122; P. M. Jones, Federico Borromeo e l’Ambrosiana. Arte e Riforma cattolica nel XVII secolo a Milano, Milano1997 (ed. org. Cambridge 1993), pp. 149-152.

40 P. Vanoli, Il conoscitore e il cardinale: Girolamo Borsieri e Federico Borromeo in La donazione della raccolta d’arte di Federico Borromeo all’Ambrosiana. 1618-2018. Confronti e prospettive, a cura di A. Rocca, A. Rovetta e A. Squizzato, Milano 2019, pp. 411-418.

41 Il lavoro più completo si deve a P. Vanoli, Il ‘libro di lettere’ di Girolamo Borsieri: arte antica e moderna nella Lombardia di primo Seicento, Milano 2015.

42 Il carteggio, datato al 1613, verteva sulla trascrizione di alcune epigrafi monzesi che Zucchi forniva a Borsieri per il suo Theatrum: cfr il mio Dall’Idea al Teatro, cit., pp. 245-247. Si noti che Borsieri non è biografato nel Teatro, anche se Ghilini lo ricordava a proposito di un amico comune, il poeta milanese Giovanni Ambrogio Biffi. Il comasco, «fra i letterati del suo tempo assai famoso», aveva acquistato la collezione di anticaglie di Biffi, che si trovava in difficoltà economiche, e si era servito di un suo «Trattato di varie erudizioni» rimasto manoscritto, che gli era stato «di non poco aiuto per il primo e il secondo volume del suo Teatro» : Ghilini, Il Teatro d’huomini, cit. , II, 1647, pp. 138-139.

43 «Il signor Girolamo Ghilini mio cugino scriveva Zucchi a un altro parente, è venuto ad habitare fra noi per esser tutto di noi, […]. Si ha egli posto in cuore di formar delle cose di Monza un poema heroico quando non gli manchi la materia per tessere l’ordito»: Giuliani, Dall’Idea al Teatro, cit., p. 245.

44 Si conservano due lettere manoscritte di Borsieri a Ghilini, databili fra il 1612 e il 1613: Como, Biblioteca Comunale, ms Sup. 3.2.43, p. 238, 258. Sono pubblicate in E. Perotto, Barocco ‘moderato’. Girolamo Borsieri poeta e critico della letteratura, “Studi secenteschi”, XXVII, 1986, pp. 219-248, pp. 243-245.

45 «Anco il signor Girolamo Ghilini, nobile non meno d’ingegno che di legnaggio, quasi veloce fiume se ‘n viene con lo incluso sonetto a render il suo tributo a V. S. , nella quale appunto come in mare depongono i loro umori tutti i poeti di questa età»: BCC, ms Sup. 3.2.43, p. 324, databile fra il febbraio e il marzo del 1614 (Perotto, Barocco ‘moderato’, cit., p. 247). Si tratta del sonetto ‘Saggio Marin, fra’ cigni il primo onore’ che si legge in G. B. Marino, La Lira, a cura di M. Slawinski, Torino 2007, II, p. 372. In una lettera successiva, databile sempre al 1614, Borsieri informava Marino dell’ospitalità offerta da Ghilini in una delle sue abitazioni: «il signor Ghilini […] non contento d’averle offerte le primizie del suo ingegno le offere appresso e se medesimo e le sue case s’avverrà mai che V. S. torni a capitare in queste parti o in quelle della Liguria, nella quali esso ancora è padrone di molti beni di fortuna» (BCC, ms Sup. 3.2.43, pp. 334-335, pubblicata in Perotto, Barocco ‘moderato’, cit., pp. 246-247).

46 Ghilini, Teatro d’huomini, cit., pp. 355-57, p. 356.

47 Fra loro si distinguono, non casualmente, i nomi di diversi trattatisti d’arte che posso qui solo elencare in ordine alfabetico come traccia per un futuro approfondimento: Pietro Aretino; Gregorio Comanini; Giovan Paolo Lomazzo; Bartolomeo Taegio; Benedetto Varchi; Giorgio Vasari.

48 Per orientarsi nella ricca bibliografia a disposizione: A. Nuovo, The creation and dispersal of the library of Gian Vincenzo Pinelli, in Books on the Move: tracking copies through collections and books trade, London 2007, pp. 39-68; A. Raugei, Gian Vincenzo Pinelli e la sua biblioteca, Genève 2018.

49 A. Nuovo, “Et amicorum”: costruzione e circolazione del sapere nelle biblioteche private del Cinquecento, in Libri, biblioteche e cultura degli ordini regolari nell’Italia moderna attraverso la documentazione della Congregazione dell’Indice, Città del Vaticano 2006, pp. 105-128

50 Per il dibattito su questo tema rimando ad A. Nuovo, A proposito di Marie Lezowski, L’Abrégé du monde: une histoire sociale de la Bibliothèque Ambrosienne, “Nuovi annali della scuola speciale per archivisti e bibliotecari”, XXX, 2016, pp. 284-288; M. Giuliani, L’Ambrosiana a Milano. La biblioteca di un principe ecclesiastico, in Reimmaginare la Grande Galleria. Forme del sapere tra età moderna e culture digitali, a cura di E. Guadagnin, F. Varallo e M. Vivarelli, Torino 2022, pp. 104-123.

51 P. Prodi, ad vocem Borromeo, Federico, in Dizionario biografico degli italiani, vol. XIII, Roma 1971, pp. 33-42.

52 Ghilini, Teatro d’huomini, cit., II, 1647, p. 26.

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