https://doi.org/10.36253/ds-16870
Book Reviews
Carlo Borghero, Mitologie cartesiane, Firenze, Le Lettere 2023, xxv-505 pp.
Questo importante volume di Carlo Borghero nasce da decenni di ricerche e di letture sulla filosofia moderna e parte subito bene: dal titolo, che riassume in una formula riuscita l’idea che sta alla base del lavoro. Le Mitologie cartesiane di Carlo Borghero sono quelle distorsioni, quelle conseguenze non volute, quelle implicazioni possibili che a volte diventano reali, quelle interpretazioni divergenti e contrastanti, quei «destini imprevisti» (p. 334) ma anche quei tradimenti consapevoli e quelle riforme radicali su punti anche decisivi del pensiero di Descartes che il cartesianismo ha conosciuto nei centocinquant’anni seguiti alla sua comparsa sulla scena. Prima di placarsi – ammesso che si sia placato del tutto – l’«incendio cartesiano» (p. 428) ha divorato certezze creandone altre, ha sostituito i vecchi dogmi con nuovi dubbi e i vecchi dubbi con nuovi dogmi, dando uno scossone alla filosofia occidentale da cui questa, di fatto, non si è più ripresa.
Nel cercare il risvolto meno ovvio della fortuna del cartesianismo, e nel cercarlo non nell’ortodossia dei discepoli più fedeli ma nella libertà di pensiero di quelli che hanno continuato a pensare con la propria testa, Carlo Borghero segue una strada che, almeno all’apparenza, ricorda un altro libro recente, altrettanto valido e acuto, giustamente ricordato nell’introduzione delle Mitologie cartesiane (p. vii): il Descartes n’a pas dit di Denis Kambouchner (Paris, Les Belles Lettres, 2015, trad. italiana, Roma, Carocci, 2023). Ma c’è una differenza evidente tra i due progetti. Quella di Kambouchner è una sorta di storia della filosofia alla rovescia: parte da alcuni luoghi comuni correnti su Cartesio, diffusissimi quanto fallaci, per la maggior parte interpretazioni ormai cristallizzate da parte della cosiddetta «critica», e cerca di confutarli sulla base di una rigorosa ricerca sui testi originali, mettendo in luce la debolezza di rappresentazioni sfuocate e prive di riscontri testuali. Si tratta dunque di demistificare, e di riportare alla luce nella sua purezza il testo cartesiano dimenticato o trascurato. Al contrario, Carlo Borghero si immerge nel mito, non lo considera di per sé aberrante e anzi lo intende come un segno «della vitalità e della plasmabilità» (p. xxii) della filosofia cartesiana. Kambouchner dimostra, filologicamente, che attribuire questa o quella posizione a Cartesio è storicamente errato; Borghero dimostra, andandosi a leggere testi lontani e dimenticati, che proprio quell’errore di lettura – ammesso che esistano errori di lettura, cioè ammesso che esista una ‘vera’ lettura da distinguere da quelle false – ha generato discussioni e dibattiti da cui è nata una nuova visione del cartesianismo ma anche della filosofia moderna.
D’altra parte, un aspetto mitologico è in qualche modo essenziale al cartesianismo, come dimostrano anche le peripezie del capostipite. Cartesio è stato un grande mitologo di sé stesso. Il Discorso sul metodo è chiaramente un tentativo di intestarsi una mitologia biografica e intellettuale, segnata da eventi chiave ma anche da silenzi importanti. Basta pensare alla Stube (o «stanza riscaldata») e ai sogni del 1619, a Cartesio che fa prima fa il matematico, poi il turista di guerra poi si immerge nel grand tour e infine si stabilisce in Olanda dove inizia a calibrare il suo rapporto col mondo (ama l’aneddoto del pittore Apelle che, nascondendosi, vuole vedere come gli altri giudicano le sue opere). Cartesio ha sempre voluto non solo convincere il lettore, ma anche persuaderlo nel profondo della verità delle sue dottrine. E il mito è un ovvio strumento persuasivo.
Leggendo il libro di Carlo Borghero ci si trova trasportati in un mondo particolare, lontano dalle convenzionali ricostruzioni di storia della filosofia, un mondo di fitte relazioni tra intellettuali che non hanno soltanto intenzioni teoretiche ma condividono tutta una rete di interessi diversi e «preoccupazioni domestiche» (p. 289), un mondo popolato di opinioni che si intrecciano, si rovesciano, si sviluppano, hanno un punto di acme e poi si stemperano, senza posa e senza un senso predefinito. I primi tre capitoli (I. Mente e corpo; II. Il dualismo alla prova; III. Pensare e intendere) hanno una forte omogeneità, perché tutti e tre hanno a che vedere con quello che è il punto qualificante del cartesianismo metafisico: l’idea che il pensiero abbia una realtà sostanziale, e che il cogito non sia soltanto una funzione di una sostanza ma sia esso stesso “sostanza”. Un passaggio inaudito che non poteva non generare una pletora di letture e interpretazioni diverse, sia sul versante epistemologico (leggi: innatismo) sia sul versante prettamente metafisico o teologico (leggi: immortalità dell’anima). Dall’incredibile distanza tra le varie interpretazioni si misura la forza dirompente dell’incendio cartesiano, che si espande a trecentosessanta gradi dal suo focolaio. Si richiamano a Cartesio sia materialisti che immaterialisti, che spesso condividono le stesse premesse cartesiane ma poi giungono a conclusioni opposte (come Regius e Berkeley), e sia empiristi che razionalisti (come Locke e Leibniz – su Leibniz inopinatamente, ma indiscutibilmente, «cartesiano», vedi pp. 230-235).
Il dualismo è soprattutto il terreno di un dibattito interno al cartesianismo, in cui i seguaci cercano di trascinare il maestro, volente o nolente, da una parte o dall’altra. Un personaggio come Claude Clerselier – visto non con gli occhiali dell’agiografia con cui spesso si legge tutto ciò che è cartesiano ma con un minimo di distanza storica – appare in tutta la sua tendenziosità, a partire dal suo tentativo di fare di Cartesio un «occasionalista» (pp. 19-20) ma soprattutto nel suo atteggiamento nei riguardi di Regius, il «traditore» Regius che ha il solo torto di tentare l’operazione inversa a quella di Clerselier, cioè di risolvere il dualismo in un materialismo coerente. Borghero rileva giustamente che è necessario superare l’immagine stantia di un Regius «discepolo» di Cartesio, visto che i due erano quasi coetanei e che Regius aveva un curriculum di tutto rispetto avendo studiato nelle migliori università di Europa (pp. 119-121). Ma aggiunge anche, sempre a giusto titolo, che Descartes ha spesso con Regius un atteggiamento paternalistico e inappropriato (p. 137), prodromo della rottura finale (che si avrà dopo i Fundamenta physices del 1646). Da parte sua Regius si comporta come un elefante in un negozio di cristallerie e giunge persino a insinuare (pp. 141, 152 e 156) che Descartes sia in realtà un dissimulatore (qui la fonte potrebbe essere Guy Patin, che era in comunicazione con Regius e che pensava proprio questo di Cartesio).
Il capitolo successivo (IV. La religione del filosofo, pp. 241-326) è forse quello che meglio di tutti riesce nell’intento di leggere il cartesianismo per ciò che di dirompente ha rappresentato nella cultura sei-settecentesca. Anche qui il titolo fa pensare, come quasi tutti i titoli degli altri capitoli e sottosezioni. Peraltro, «La religione del filosofo» non va intesa nel senso della «Religione del medico» (ellissi con cui si intendeva, all’epoca, l’ateismo o perlomeno un atteggiamento irreligioso) ma nel senso di un sostanziale disinteresse di Cartesio per le questioni prettamente teologiche, risucchiate nella profondità della riflessione filosofica e sostanzialmente messe da parte. Con il risultato di non piacere né agli uni né agli altri, cioè né ai teologi né ai libertini. Questi ultimi non amavano certo Descartes. Non lo amava Patin, con Gassendi i rapporti erano altalenanti e a Naudè si deve quella famosa profezia molto poco profetica: «Cartesio […] aveva molte visioni nella testa che sono morte esattamente come lui». Appartiene a questo stesso gruppo di intellettuali anche Claude Saumaise, di cui Borghero cita giustamente in exergo (p. 241) un brano sulla cattiva fama di Cartesio (probabilmente Saumaise era stato informato dai soliti Patin e Naudé).
Descartes, da parte sua, ricambiava i libertini con altrettanta diffidenza e con scarsissima considerazione dei loro pensieri e delle loro parole. Tuttavia, cosa pensasse, lui, della religione davvero non lo si sa. Carlo Borghero apre e chiude la questione in una frase: «Converrà dunque rassegnarsi all’idea che la religione di Descartes non fosse né quella di un campione della fede né quella di un ateo mascherato, ma semplicemente la religione di un filosofo» (Introduzione, p. xx). Bella frase, perché permette di sdrammatizzare una questione che altrimenti si porrebbe in termini potenzialmente dirompenti, o perlomeno paradossali. La storia della religione di Cartesio ricorda quella del carciofo wittgensteiniano, quell’ortaggio a cui si toglie progressivamente ogni foglia, in attesa di trovarci dentro qualcosa di sostanziale, essenziale e certo, restando alla fine con le mani vuote. Descartes, si dice, è un cattolico e un credente (p. xii), ma risulta difficile pensare che creda davvero nella transustanziazione (che venne accusato, forse giustamente, di rendere impossibile e della quale azzarda una spiegazione cervellotica condannata anche da alcuni suoi seguaci, come Wittich – p. 324). Quanto alla Trinità, possiamo essere sicuri che almeno non ne dubitasse, lui che diceva di dubitare di «tutto», compresa l’esistenza di Dio? Della Trinità, d’altronde, Cartesio non parla mai o quasi, se non per dire che è una nozione oscura ma che almeno possiamo concepirla dato che abbiano idee (chiarissime, invece, queste) di Dio inteso come essere perfettissimo e del numero 3 (p. 165). Di certo Cartesio non crede nella creazione per come viene raccontata nella Bibbia (pp. 248-249) e considera il libro della Genesi metaforico (p. 259); non crede neanche nella saggezza di Dio o comunque la ritiene irrilevante per capire la natura, perché rifiuta ogni considerazione finalistica (p. 244); quanto all’immortalità la toglie dal titolo delle Meditazioni dove Mersenne l’aveva abusivamente inserita (p. 15) perché dimostrarla non è compito della filosofia, che sarebbe del tutto impotente al riguardo, ma della fede.
Asportate una ad una le foglie, cosa resta della religione di Cartesio? Resta per esempio quella famosa lettera a Henry More dell’agosto 1649 in cui Cartesio dice che non ha voluto parlare troppo del rapporto tra Dio e il mondo perché tutti lo avrebbero accusato di ridurre Dio all’anima del mondo, cioè alla forza che muove l’universo. Insomma, diciamo che Cartesio ha almeno collaborato alla creazione di queste mitologie. Certo non era solo un dis/simulatore, ma altrettanto certamente non ha sempre detto tutto ciò che pensava specialmente in ambito teologico. Nonostante questo, Cartesio scrive anche pagine audacissime, come quella sulla materia che è suscettibile di acquisire «tutte le forme possibili», da cui il passaggio a Spinoza è garantito, nonostante i patetici tentativi di Régis (p. 255) di far credere il contrario rispondendo a Leibniz – che però non ci casca (p. 256). Come ricorda Carlo Borghero, Cartesio, intervistato da Burman, sostiene che tutto vorrebbe, piuttosto che veder applicate le regole del metodo alla teologia, e che «si pentirebbe della propria opera se sapesse che c’è qualcuno intenzionato a dedurre dalla sua filosofia dei ragionamenti di teologia e ad abusare in tal modo della sua filosofia» (pp. 259-60). Chissà cosa avrebbe detto di quello che sarebbe successo di lì a poco, con Spinoza, Malebranche, Bayle e gli altri, tutti cartesiani da giovani e da vecchi qualcos’altro, chi materialista, chi scettico, chi immaterialista, chi alla ricerca di una quadratura del cerchio della teologia filosofica cristiana o intento a distruggerla con le stesse armi con cui gli altri volevano costruirla.
Insomma: le mitologie servono e non se ne può fare a meno. Grazie alla sua influenza positiva e negativa, grazie al mito che essa ha incarnato per un secolo e mezzo la filosofia cartesiana ha dato uno scossone all’intera cultura filosofica e scientifica europea. Carlo Borghero ha ragione a piene mani anche nel mostrare che questo influsso incendiario di Cartesio non si limita alla metafisica e alle scienze esatte ma si trasmette anche ad aree, come l’erudizione e la storia, che a Cartesio erano estranee se non invise. Tutta la questione del dibattito sulla certezza storica, su cui Borghero aveva pioneristicamente richiamato l’attenzione più di quattro decenni fa in un libro che è stato fin dall’inizio un classico (La certezza e la storia. Cartesianesimo, pirronismo e conoscenza storica, Milano, F. Angeli, 1983), ritorna negli ultimi due capitoli del volume (V. Destini imprevisti. Cartesianismi e materie di fatto; VI. Tracce cartesiane: l’erudizione, il pirronismo, la critica). Anche qui viene mobilitata un’ampia coorte di personaggi, alcuni più noti, come Arnauld, Nicole e Bayle, altri meno – almeno adesso – ma all’epoca protagonisti di diatribe significative, come quella, memorabile (pp. 386-89), tra l’apologista Houtteville, che per dimostrare la verità della religione cristiana cerca di proporre un metodo «storico» largamente ispirato dalla Logique de Port-Royal – e quindi intriso di cartesianismo – e l’erudito Fourmont che ne corregge gli errori e lo irride per la pochezza dei suoi argomenti. Ma non è la fine dell’incendio cartesiano. Cartesio, e questa è una scoperta, resta ancora vivo in epoca illuministica, dopo Locke e Leibniz e nonostante Locke e Leibniz. C’è molto di cartesiano, per esempio, nell’approccio di Voltaire che testimonia, come osserva Borghero, dell’«irruzione della filosofia nell’attività dello storico» (p. 475). Voltaire, che dipinge Cartesio come un eroe e che deve molto, aldilà delle spesso futili distinzioni tra scetticismo radicale e moderato (pp. 481-482), anche al pirronismo storico di Bayle, a sua volta segnato da una chiara matrice cartesiana. Ma con Voltaire il volume si avvicina alla sua conclusione. Si chiude con Condorcet e prima (pp. 406-409) si era parlato di Degérando. Siamo arrivati, insomma, all’inizio dell’Ottocento. Perché le mitologie durano, e forse, senza le mitologie, anche le filosofie resterebbero inascoltate o sarebbero dimenticate subito. È doveroso ringraziare Carlo Borghero per avercelo ricordato.
Gianluca Mori
UPO, Università del Piemonte Orientale