https://doi.org/10.36253/ds-16688

Book Reviews

Le stagioni dell’erudizione e le generazioni degli eruditi. Una storia europea (secoli XV-XIX), a cura di Jean Boutier, Fabio Forner, Maria Pia Paoli, Paolo Tinti, Corrado Viola, Clueb, Bologna 2024, XII-828 pp.



«Come placida, come riposante, come oziante nel negozio è la fatica dell’erudito, che non s’impegna nel dramma umano né nella difficile intelligenza e giudizio del dramma umano e che, al pari del goethiano Wagner, gode gioie celestiali nel percorrere e consultare volumi e nello svolgere una veneranda pergamena; – e come tormentosa invece, e piena di responsabilità, quella dello storico, “nei tragici lamenti studioso” (per valerci di un detto di Tommaso Campanella), meditante sul corso, sul tragico corso delle cose umane, nelle quali siamo spettatori e attori ad una!». Sono parole di Benedetto Croce in La storia come pensiero e come azione, 1938 (ricordate nel presente volume da Giacomo Carmagnini, in un saggio sull’idéologue Pierre-Claude-François Daunou), che bene illustrano la posizione dello storico en partie entière rispetto al puro raccoglitore di notizie, all’annotatore, al compilatore. Croce, si sa, fu lui stesso, almeno per un decennio, un formidabile erudito, e in fondo la pratica della buona erudizione (per esempio, nella distillazione di reconditi aneddoti) non abbandonò mai: ma è evidente, a quell’altezza della sua carriera, il fastidio verso la cosiddetta storia senza problema. Le grandi stagioni dell’erudizione europea – grosso modo dall’umanesimo sino al positivismo – meritano naturalmente un’attenzione più simpatetica: il Convegno internazionale fiorentino dell’aprile 2022 ha opportunamente fatto il punto sullo stato degli studi in prospettiva europea. Impossibile in questa sede rendere giustizia a ogni voce – gli Atti annoverano una quarantina di saggi –, ma si proverà a restituire il senso dell’impresa, avvertendo che un compendio dei contenuti del Convegno fornisce, in chiusura di volume, Fabio Forner. Maria Pia Paoli, nell’Introduzione, ha bene in mente, con l’usare una metafora ‘oceanica’, quanto sia difficile muoversi nelle sterminate distese dell’erudizione, che potenzialmente riguarda ogni aspetto del sapere (dalle res gestae alla letteratura, dalla numismatica all’archeologia): Paoli inquadra il problema alla luce della discussione, tipicamente settecentesca, tra eredità umanistica e ragioni della nuova filosofia (diatriba in cui il grande Gibbon si propose come giudice e mediatore), e ricorda le novità apportate dal secolo dei lumi, con un’attenzione alle scoperte archeologiche, allo studio del paesaggio (la cosiddetta corografia), all’antropologia intesa nel senso più ampio del termine (per cui i nuovi mondi tendenzialmente assumono non minor dignità del mondo antico).

Vincenzo Fera e Amedeo Quondam (alla memoria di quest’ultimo il volume è dedicato) risalgono rispettivamente al primo umanesimo e all’eredità della scuola maurina. Fera individua nella figura di Poliziano, definito senz’altro «il primo dei filologi moderni», il punto di svolta nella nascita di un metodo capace di interrogare e pubblicare i testi antichi, metodo applicabile a ogni campo della critica testuale; Quondam prende le mosse dall’Iter Italicum (1687) di Mabillon e Germain e guarda, volgendosi indietro, all’enciclopedismo cinque-secentesco in cui l’Italia ebbe una posizione di primato (alla carriera dell’umanista cinquecentesco Gian Vincenzo Pinelli e a una frazione del suo carteggio sono dedicate le pagine di Stefano Gulizia). Parte dall’età umanistica per approdare, in un agile profilo, al Settecento, anche il contributo di Paola Bianchi, consacrato all’erudizione militare, cioè agli scritti sull’arte della guerra, tema che da Petrarca a Garzoni, da Montecuccoli (in prima persona militare di mestiere) ad Algarotti fece parte del bagaglio culturale di molti scrittori italiani del passato.

Françoise Waquet, delineando un ritratto dell’erudito settecentesco («ni seul, ni impassibile», scrive), sottolinea il nuovo ruolo assunto dalle accademie private, spesso all’avanguardia rispetto alle vecchie istituzioni universitarie; qualche riflessione di metodo, tra global history e storiografia locale, offre per conto suo Thomas Wallnig. Alessandra Tramontana ci conduce al tema della riscoperta della Poetica di Aristotele nel Cinquecento, con l’ampia eco che quel libro ebbe nel campo della critica letteraria; mentre Clementina Marsico affronta alcune importanti esperienze lessicografiche, soffermandosi in particolare sul Dictionarium latino del cinquecentesco Ambrogio Calepio (il famoso «calepino») e sulla grande impresa settecentesca promossa presso il Seminario di Padova da Egidio Forcellini. Tra storia della storiografia ed erudizione classica si muove il contributo di Ilaria Ottria, dedicato alla figura del gesuita Famiano Strada e del suo ‘tacitiano’ De bello belgico (1632-1647). Paolo Tinti rievoca lungo i secoli la storia di alcune biblioteche di famiglie illustri (la genovese dei Durazzo, la ferrarese dei Sardi, la bolognese dei Marsili); una simile trafila generazionale segue Alessandra Mita Ferraro lungo le collezioni antiquarie di Paolo Giovio (1483-1552), serbate e rinnovate dai suoi eredi, principalmente dal pronipote Giambattista (1748-1814); parallelamente, Chiara Reatti ragguaglia sulla ricchezza dell’archivio della famiglia Malvasia, una delle più illustri a Bologna tra Cinque e Ottocento (per lo storico dell’arte sono strumenti consueti la Felsina pittrice, 1678, e Le pitture di Bologna, 1686). Due studiosi tedeschi del Settecento, Andreas Erb e Julia Kurig, rievocano rispettivamente la modernizzazione in quel secolo delle accademie letterarie e scientifiche in Germania (con il progressivo abbandono del latino e l’uso prevalente del tedesco), e la figura di Christian Gottlob Heyne (1729-1812), esemplare nell’intraprendere, dalla cattedra di oratoria e di poesia all’Università di Gottinga, un percorso apparentemente opposto di rilancio della tradizione umanistica (con una ripresa degli studi su Omero).

Di non minore interesse negli studi bio-bibliografici le esperienze municipali: di Pistoia dà conto Anna Agostini (nell’arco secolare che va da Francesco Bracciolini a Sebastiano Ciampi); Marzia Giuliani indaga l’ambiente milanese, mettendo in luce le figure di Girolamo Ghilini (con il suo fortunato Teatro d’huomini letterati, 1633) e del meno noto Bartolomeo Zucchi (autore dell’Idea del segretario, 1600). Alfonso Mirto segue, nello stesso Seicento, l’intreccio dei rapporti tra Roma e Firenze (emergono i profili di Cassiano dal Pozzo, Carlo Dati e Antonio Magliabechi); Chiara Bombardini studia in una delle capitali dell’erudizione di antico regime, Venezia, l’epistolario di Pietro Gradenigo (1695-1776), uomo politico insigne impegnato nel ricostruire la storia patria (come emerge dai carteggi con Zeno, Degli Agostini, Mazzuchelli); al senatore veneziano Girolamo Ascanio Molin (1738-1814), che fece in tempo a vedere il crollo della repubblica, e a riflettervi storicamente, sono dedicate le pagine di Arianna Candeago; sempre a Venezia Maria Adank studia la figura di Giustina Renier Michiel, animatrice di un salotto frequentato da Foscolo e da Canova, la quale, seppur non meriti forse il titolo di erudita, si fece tramite di dotte conversazioni e compilò per conto proprio una storia del carnevale veneziano. Con la figura, indagata da Gabriele Paolini, del classicista fiorentino Luigi Ciampolini, sodale di Tommaseo e storico delle rivolte greche contro i turchi, approdiamo al pieno Ottocento; in ambito cronologico simile si muovono le pagine di Christian Satto sui carteggi di Bettino Ricasoli, non solo eminente politico (fu due volte presidente del consiglio in età post-cavouriana) ma anche uomo di buoni studi.

Niccolò Guasti torna sulla singolare figura del gesuita valenciano Juan Andrés (1740-1817), dalla Spagna riparato in Italia, come molti confratelli, al momento dello scioglimento della Compagnia, autore, in italiano, di un vastissimo affresco di storia letteraria comparata (in anticipo dunque su un genere che si sarebbe affermato decenni dopo), dove si sforzò di conciliare dogma cattolico e nuova filosofia (Andrés è titolare anche di lettere di viaggio, indirizzate, in spagnolo, al fratello Carlo, ora disponibili in italiano). Facile immaginare quanto largamente sia stato percorso il campo della storiografia letteraria: Claudia Palmieri e Luca Milana interrogano il principe degli studi biografici settecenteschi, il già menzionato Giammaria Mazzuchelli, studiandone rispettivamente i carteggi con Andrea Alamanni (e gli accademici della Crusca), e il riflesso dei suoi interessi nella storia politica locale (cioè bresciana); Cristina Cappelletti si sofferma, nella vicina Bergamo, sulla figura di Pierantonio Serassi e sui suoi scritti tassiani; Claudia Tarallo s’interroga sulla grande impresa, in certo modo auto-celebrativa, delle Vite degli Arcadi promosse dal Custode dell’Accademia Giovanni Mario Crescimbeni. Al crocevia tra letteratura e scienza si muove con sicurezza il contributo di Rosa Necchi su P.M. Paciaudi, il collaboratore a Parma di Du Tillot e dei riformatori, e mentore a Torino del giovane Alfieri; interesse per la scienza (oltreché per le glorie patrie) nutrì l’abate padovano Giuseppe Gennari (1721-1800), il cui vivace epistolario illustra Massimo Galtarossa; Paola Baratter si volge, studiando il carteggio tra Girolamo Tartarotti e Francesco Rosmini, a questioni di carattere economico. Ovviamente molto citato nel volume il nome dell’indiscusso campione italiano dell’erudizione moderna, Lodovico Antonio Muratori, cui Matteo Al Kalak dedica un contributo specifico, incentrato sul carteggio tra Muratori e il gesuita genovese Girolamo Lagomarsini (dove si discute largamente del libro muratoriano sulle missioni gesuitiche in Paraguay, rivisitazione in chiave confessionale del mito del buon selvaggio). L’erudizione benedettina, che tanto contò nella formazione di Muratori, è al centro del contributo (nel profilo del toscano Placido Puccinelli, 1609-1685) di Luca Ceriotti.

Non sempre gli scrittori amano presentarsi col proprio nome scritto sul frontespizio, preferendo mantenere la visiera abbassata (per parafrasare la metafora barocca – La visiera alzata – argutamente coniata dal secentista Angelico Aprosio): al tema dell’anonimia e della pseudonimia dedica un ampio saggio Lodovica Braida, concentrandosi sull’ottocentesco Dizionario di Gaetano Melzi (di fatto, erede del Dictionnaire del Barbier). Giacomo Casanova fu fecondissimo scrittore spesso anonimo, non però un erudito: Gianluca Simeoni ne recupera il profilo come traspare dal tardo carteggio con il bibliotecario praghese J.F. Opiz; tra i bibliotecari dell’Italia unita si muovono le pagine di Luca Bellingeri, che riscatta una classe di dotti che non furono (non sono) semplici funzionari o burocrati. Un contributo a due mani firmano Simone Marchesani e Roberta Napolitano, rievocando monsignor Luigi Breventani, uno storico bolognese di secondo Ottocento che si consacrò all’erudizione sacra (emerge tra l’altro il carteggio con il critico e archeologo Corrado Ricci). La storiografia artistica dell’età della Restaurazione (e oltre) è al centro del contributo di Erminia Irace, che ragguaglia sul fiorire ottocentesco degli studi su Raffaello e Perugino in Italia e fuori d’Italia; Giulio Vaccaro guarda invece al cosiddetto neo-medievalismo letterario che prosperò più o meno negli stessi anni, tra purismo e nuova filologia.

Giova concludere soffermandoci sul tema, in parte ancora vergine, degli studi dedicati al mondo coloniale, che è al centro delle pagine di Jean Boutier e di Massimiliano Vaghi. Il primo rievoca le accademie nate nel Settecento nel Nuovo Mondo (principalmente in Brasile) e in India, tra vecchi cimenti letterari e nuove scienze morali e filosofiche; il secondo, basandosi su uno spoglio delle francesi «Archives des missions scientifiques et littéraires», dà conto dello svilupparsi degli studi orientalistici nel pieno Ottocento, tra acquisizioni scientifiche e ‘imperialismo’ culturale. Si tratta in entrambi in casi, a ben vedere, della migliore dimostrazione di come nessun impegno culturale ed erudito (anche il più apparentemente astratto) fosse estraneo al corso della grande storia sociale e politica.

Franco Arato
Università degli Studi di Torino