https://doi.org/10.36253/ds-16580

Book Reviews

Gabriella Desideri, Napoli e Amsterdam: relazioni, negoziazioni e traffici nel XVIII secolo, FedOA Press - Federico II University Press, Napoli 2024, 222 pp.



Esito editoriale della ricerca di dottorato di Gabriella Desideri, il volume ricostruisce le relazioni commerciali e diplomatiche tra Napoli e la Repubblica delle Province Unite tra Sei e Settecento. Si tratta di un fronte delle relazioni internazionali del regno (già viceregno) di Napoli che ha tradizionalmente attratto l’attenzione degli storici in misura limitata rispetto a quelle, decisamente preponderanti e asimmetriche, intrattenuti con Francia e Inghilterra. Il titolo del volume riecheggia non a caso un’altra importante ricerca sulle relazioni commerciali di Napoli nel Settecento, pubblicata da Eugenio Lo Sardo nel 1991 su Napoli e Londra. Rispetto tuttavia all’abbondante documentazione disponibile sugli scambi commerciali, diplomatici e culturali che la capitale mediterranea intrattenne a partire dal Seicento con l’Inghilterra, la sfida di Desideri si gioca in primo luogo sul piano delle fonti, alquanto scarse e frammentarie sui rapporti del Regno con l’Olanda. L’autrice compensa questa lacunosità integrando le fonti napoletane con quelle olandesi, raccogliendo dati e testimonianze sul movimento della navigazione e corrispondenze diplomatiche e consolari. Per il loro tramite rintraccia tempi, modi e consistenza degli scambi tra le due realtà, con un’attenzione volta alla comprensione del modo in cui le dimensioni istituzionali e commerciali si influenzino a vicenda. Di qui il focus sui trattati, da quelli che, a partire dalla fine della Guerra dei Trent’anni, definiscono le condizioni del commercio di olandesi, inglesi e francesi nella monarchia spagnola e nei suoi domini – aprendo loro enormi spazi di privilegio – a quelli che, nel corso del Settecento, la neo-instituita monarchia borbonica tenta di negoziare allo scopo precipuo di cancellare i primi. Se le fonti, e la loro frammentarietà, paiono significative di legami commerciali meno solidi e certo più discontinui rispetto a quelli che il regno intratteneva con Francia e Inghilterra, il caso della Repubblica diviene illuminante nella misura in cui rappresenta il primo reale successo che la monarchia borbonica consegue nel suo progetto di svincolarsi, almeno formalmente, dalle condizioni dei trattati seicenteschi. In tal senso il volume della Desideri corregge in parte la tesi o, meglio, l’impressione, trasmessa da una storiografia esclusivamente concentrata sul fronte mediterraneo dei progetti di espansione commerciale del Regno ‒ che ha relegato sullo sfondo i trattati commerciali stipulati con i paesi del Nord-Europa ‒ oltre alla Repubblica delle Province Unite, la Svezia (1741) e la Danimarca (1748) ‒, considerandoli poco più che un mero strumento di alleanze.

In realtà l’intenso lavorio diplomatico della monarchia borbonica tra il 1738 e il 1753 è parte di una più complessiva politica di rilancio del commercio concepito come strumento di consolidamento della sovranità: Carlo di Borbone mira a ridefinire le condizioni dello scambio con le nazioni favorite, allo stato imbrigliate nelle norme e nelle prassi ereditate dall’età del viceregno, perché incompatibili con la sua rivendicazione di autonomia dalla Spagna, e perché assegnano a quelle nazioni, attraverso i privilegi giurisdizionali e doganali, vantaggi commerciali sproporzionati e non controbilanciati da alcuna reciprocità. Realtà economicamente periferica – quanto meno dal punto di vista della divisione internazionale del lavoro – e debole militarmente, il regno agisce, pur nelle contraddittorie voci provenienti dal mondo intellettuale, nella convinzione che il commercio sia, oltre che un vettore di consolidamento economico e finanziario, anche il terreno inevitabile sul quale costruire un proprio ruolo riconoscibile nel concerto internazionale. La politica dei trattati si colloca dunque nel più ampio quadro delle riforme borboniche, ben note, che investono il sistema doganale e quello giurisdizionale, e includono l’attrazione degli ebrei nel regno e i buoni rapporti con la Porta Ottomana. I margini di manovra della monarchia borbonica sono tuttavia estremamente limitati: il regno non ha colonie né merci da riesportare, subisce il peso dell’intermediazione mercantile e finanziaria dei porti settentrionali della penisola – Livorno, Genova, Venezia; incontra nel Mediterraneo l’ostacolo della corsa barbaresca e dell’egemonia francese nei rapporti col Levante; è sovrastato dalle piccole marinerie mediterranee capaci di eludere dazi e barriere normative. In questo quadro di generale debolezza, il trattato con la Repubblica delle Province Unite si configura come un eccezionale successo politico della monarchia, l’unico riuscito tentativo di rinegoziare i privilegi delle nazioni straniere a fronte del parallelo, clamoroso, fallimento di qualunque tentativo di aprire un analogo confronto con Francia e Inghilterra.

Per comprenderne le ragioni, la ricerca di Desideri va a ritroso, tentando di ricostruire le origini e le caratteristiche dei rapporti commerciali tra Amsterdam e Napoli. L’arrivo degli olandesi nel Mediterraneo e nei porti del regno di Napoli risale alle congiunture critiche a cavallo tra Cinque e Seicento: malgrado la lunghissima guerra per l’indipendenza e le ‘turbolenze’ politiche, la Repubblica estende i suoi orizzonti mediterranei puntando sull’intermediazione nei circuiti del grano e sull’esportazione dei prodotti della sua industria tessile. I dati raccolti dalla Desideri mostrano tuttavia una presenza olandese nei porti del regno intermittente e congiunturale, malgrado la svolta istituzionale del 1648, sancita dal Trattato di Münster: esso concede alla Repubblica privilegi giurisdizionali (il giudice conservatore) e doganali (l’esenzione dal diritto di visita), oltre alla garanzia della libertà religiosa, in tutti i territori spagnoli, incluso il viceregno napoletano. Anche dopo l’istituzione del consolato olandese, tuttavia, il quadro della navigazione continua ad apparire discontinuo, soggetto senza dubbio alla efficace concorrenza inglese che agisce sulle stesse rotte e sugli stessi settori di esportazione – i panni lana – e di importazione – l’olio pugliese. Se i segnali di un interesse crescente degli olandesi per il commercio del regno ci sono, non sono tuttavia sufficienti a smentire la tesi di Ruggiero Romano che Napoli rappresentasse per la marina olandese poco più che una tappa di passaggio per il Levante.

In questo quadro incerto si colloca la vicenda politico-diplomatica sui cui sviluppi gran parte della ricerca, e del volume, si soffermano. Si tratta delle lunghissime trattative, iniziate nel 1738 e concluse nel 1753, per negoziare un nuovo trattato di commercio con la Repubblica. Le fonti diplomatiche consentono all’a. di ricostruire minutamente le fasi della discussione sugli aspetti fiscali, giurisdizionali e religiosi. In tutti gli ambiti la pretesa degli olandesi di conservare i privilegi dei trattati seicenteschi si scontra con il rifiuto del regno a concederli. Alla base di questo rifiuto vi è una questione eminentemente politica, ovvero la rivendicazione di Carlo di Borbone di una sovranità esercitata per diritto di conquista, e non per cessione paterna, e la conseguente estraneità del suo regno dagli impegni assunti dalla monarchia spagnola nei trattati internazionali. Tra rilanci e fasi di stallo, i negoziati si protraggono per anni, per giungere poi alla positiva conclusione del trattato in seguito all’impulso impresso alle trattative dalla figura del conte de Faulon Giuseppe Finocchietti, destinato nel 1746 a sostituire Giovanni Fogliani nel ruolo di negoziatore. Abile stratega, forte della sua esperienza di intermediazione con la Porta ottomana, nonché di un patrimonio di relazioni da negoziante con gli ambienti mercantili olandesi, Finocchietti riesce a ottenere la rinuncia della Repubblica a qualunque riferimento ai vincoli del Trattato di Münster, in particolare in relazione ai punti dell’esenzione dal diritto di visita e delle funzioni del giudice delegato. Un successo politico e diplomatico per il regno di Napoli, a cui è preclusa, per ragioni tanto militari quanto commerciali, la possibilità di ottenere il medesimo riconoscimento dalla Francia e dall’Inghilterra.

In realtà, le ragioni per cui la Repubblica cede sono tutte iscritte nella sua crisi politica ed economica, nella sua crescente debolezza internazionale ‒ iniziata con l’invasione francese del 1747 – cui si sommano i disordini interni e la rivolta orangista. La Repubblica accetta dunque, in forza della sua debolezza internazionale, le condizioni imposte dal regno; e il regno può imporsi, a differenza che con Francia e Inghilterra, anche in forza del fatto che non teme rappresaglie né sul piano militare né su quello commerciale. Il dilemma dei privilegi delle nazioni favorite, infatti, risiede – per il regno di Napoli – nella contraddizione tra il progetto politico che contempla il loro ridimensionamento, e la dipendenza commerciale che ne impone l’osservanza: privare le potenze commerciali dei loro privilegi significa infatti lasciare le navi straniere alla mercè del farraginoso ed eccessivo sistema doganale (perlopiù appaltato a privati) che rende il commercio nel regno costoso e respingente alle marine estere.

Insomma, sul piano politico il trattato con la Repubblica - insieme a quelli con Svezia e Danimarca con cui furono stipulate condizioni simili ‒ non fu un «successo inutile», né un accidente fortuito o poco rilevante, ma un tassello importante del processo di affermazione e legittimazione internazionale della monarchia borbonica. Ma quali furono le sue conseguenze sul piano commerciale? Il sospetto – che leggiamo tra le righe ‒ è che il ridimensionamento dei privilegi dei trattati seicenteschi fu solo nominale giacché, malgrado la loro cancellazione nel trattato napoletano-olandese, essi rimanevano in vigore per francesi e inglesi, e di conseguenza per gli stessi olandesi in quanto ‘nazione più favorita’. Nell’incertezza sugli esiti pratici del trattato, l’indagine della Desideri si rivolge alla ricostruzione dell’andamento quantitativo della navigazione olandese nei porti del Regno. Il quadro che ne emerge è quello di una incostante decrescita della presenza olandese, interrotta dalle congiunture critiche – carestie o guerre – che sembrano periodicamente riaprirle margini di iniziativa. Le cause di questo indebolimento della navigazione olandese - che non è limitato al regno di Napoli ma riguarda tutto il Mediterraneo - sono quelle da tempo note alla storiografia: la conflittualità politica e commerciale delle Province Unite con l’Inghilterra in ascesa, la vulnerabilità della marina olandese agli attacchi corsari – dovuta alla scadenza degli accordi con la Reggenza di Algeri nel 1755 – l’impegno crescente nei traffici atlantici e nell’intermediazione commerciale tra Francia e colonie nordamericane. In questo quadro complessivamente declinante, gli olandesi sembrano mostrare segnali di maggior interesse verso le province del regno che verso la capitale, sintomo di un ruolo ancora rilevante di intermediazione nel commercio degli staples del regno e forse – sostiene l’a. – dello strutturarsi di rapporti più diretti e meno mediati dalla capitale. Si tratta tuttavia di ipotesi che richiedono prove più consistenti a sostegno, e i limiti delle fonti sconsigliano dal formulare conclusioni definitive sulle conseguenze pratiche e sugli effetti economici del trattato. La ricerca di cui questo volume è frutto fornisce tuttavia elementi e spunti per approfondire la storia politico-commerciale del regno alla ricerca dei nessi tra processi politico-istituzionali ed economici. Si tratta di un campo assolutamente centrale della storia della tarda età moderna, non confinabile nelle sub-partizioni disciplinari della storiografia: nella costruzione politica del commercio coesistono la dimensione economica, sociale, giuridica, culturale, etica, che danno forma a saperi, modelli di regolazione sociale, procedure di decisione politica, forme di rappresentazione sociale; vi si definiscono o ridefiniscono, inoltre, spazi, confini e fondamenti della sovranità territoriale. Siamo insomma in uno dei grandi laboratori della modernità, le cui traiettorie e i cui esiti sono molto più complicati e meno lineari di quanto appaia laddove si tengano separate la storia economica, quella politico-istituzionale e quella intellettuale.

Il volume della Desideri sottende l’importante interrogativo sul rapporto tra regolazione politica e pratiche economiche, nonché quello sul ruolo che i rapporti di forza e le asimmetrie di potere sul piano internazionale hanno avuto nello strutturare il mercato internazionale: temi che, anche di fronte alle urgenze del presente, richiamano una nuova salutare attenzione degli storici alla dimensione economica, che è apparsa decisamente sbiadita negli ultimi decenni.

Alida Clemente
Università degli Studi di Foggia