https://doi.org/10.36253/ds-16509

Book Reviews

Lorenzo Benedetti, I mercanti e l’arcivescovo. L’affermazione dei greci ortodossi a Livorno durante l’episcopato di Francesco Guidi (1734-1778), Edizioni ETS, Pisa 2023, 188 pp.



Il libro di Lorenzo Benedetti affronta il problema dei rapporti tra il potere politico, le autorità religiose e le comunità acattoliche nel contesto dell’Italia del Settecento. Com’è noto, si tratta di un periodo particolare per la storia delle relazioni tra Stato e Chiesa in Italia dal momento che il primo cercava di rivendicare maggiori giurisdizioni in campo religioso, mentre la seconda si adoperava per mantenere inalterate le proprie prerogative. Era tra le pieghe di tale competizione che le comunità acattoliche agivano per ritagliarsi maggiori spazi in ambito religioso.

L’autore prende in esame il caso di studio della comunità dei greci ortodossi residenti a Livorno: una comunità spesso in competizione con i greci cattolici per il controllo degli spazi devozionali. I greci cattolici, appoggiati sia dal potere politico sia da quello religioso, miravano infatti a mantenere l’esclusività sui luoghi di culto in città. I greci ortodossi, invece, in costante ascesa demografica tanto da raggiungere un numero significativo all’inizio Settecento, avanzavano diverse rivendicazioni come quella di avere una chiesa dove poter seguire le messe secondo i propri riti. La situazione cambiò quando Francesco Guidi fu arcivescovo di Pisa in quanto, complice il passaggio del Granducato di Toscana dai Medici ai Lorena, Firenze si distinse per un atteggiamento più conciliante nei confronti dei greci ortodossi, arrivando a fare loro importanti concessioni. Pertanto, Benedetti ha scelto di indagare questo periodo perché permette di capire la trasformazione dei rapporti all’interno del gruppo dei greci di Livorno tra gli ortodossi e i cattolici, nonché di osservare l’evoluzione delle relazioni dei primi con Firenze e Pisa. Il libro è organizzato in due capitoli, un epilogo ed è arricchito da un’interessante appendice documentaria in cui l’autore ha trascritto alcune lettere da lui ritenute significative.

Il primo capitolo (I greci nell’arcidiocesi di Pisa nel Settecento, pp. 19-61) è una sintesi generale che serve a inquadrare storicamente l’oggetto della ricerca e la presenza greca a Livorno fino alla nomina di Francesco Guidi come arcivescovo di Pisa. Sebbene ci fossero in Toscana un numero rilevante di greci fin dalla metà del Cinquecento – quando furono attratti da Cosimo I de’ Medici che necessitava di maestranze esperte per lavorare alla costruzione della flotta –, la loro presenza nella città labronica divenne notevole a seguito della promulgazione delle leggi livornine. A dimostrazione di ciò, già nel 1601, il granduca di Toscana Ferdinando I de’ Medici concesse ai greci la facoltà di erigere a Livorno una propria chiesa che fosse intitolata alla Santissima Annunziata (terminata nel 1605 e consacrata l’anno seguente) perché quella usata allora (San Iacopo in Acquaviva) era ritenuta troppo piccola ed eccessivamente distante dal centro urbano. Per tutto il Seicento, il gruppo dei greci cattolici, sostenuto da Firenze e dai vari arcivescovi di Pisa, limitava l’autonomia religiosa degli ortodossi, che potevano frequentare la chiesa della Santissima Annunziata, assistendo alle messe di rito greco-cattolico.

Il secondo capitolo (I greci non uniti nei rapporti con l’autorità diocesana, pp. 63-133) è il cuore della ricerca ed è incentrato sul conseguimento, da parte dei greci ortodossi, di spazi religiosi a Livorno nel pieno Settecento. Il periodo durante il quale Francesco Guidi fu arcivescovo di Pisa (1734-1778) fu una fase di ridefinizione nei rapporti tra la comunità dei greci ortodossi e la Chiesa. Sebbene il Guidi governasse la propria diocesi collaborando costantemente con le autorità granducali, si adoperava comunque in difesa del cattolicesimo e contro la diffusione di luoghi di culto per gli acattolici. Le posizioni dell’arcivescovo erano destinate a divergere con quelle dei granduchi lorenesi. Fin da quando presero il potere, i Lorena progettavano di rilanciare il porto di Livorno allo scopo di riportarlo al centro dei traffici mediterranei. L’occasione si presentò a seguito delle paci raggiunte, tra il 1747 e il 1749, sia con le Reggenze Barbaresche sia con l’Impero Ottomano, in quanto si aprì una fase durante la quale sarebbe stato possibile commerciare con maggiore facilità nel bacino del Mediterraneo (specie quello orientale). In tale contesto, i greci ortodossi seppero agire al meglio per ritagliarsi i propri spazi religiosi a Livorno. Costoro, infatti, avevano un ruolo importante nella gestione dei traffici commerciali verso sia il Levante sia il Nord Africa. Così, essi fecero leva sul fatto che maggiori concessioni in ambito religioso avrebbero sicuramente incentivato l’arrivo a Livorno di mercanti della loro nazione provenienti dal Levante. Tutto ciò favorì l’approvazione, da parte delle autorità lorenesi, di molte delle richieste avanzate dai greci ortodossi in campo religioso. Nel 1757, il granduca di Toscana Francesco Stefano concesse agli ortodossi la facoltà di erigere a Livorno una propria chiesa intitolata alla Santissima Trinità. Nel 1773, poi, i greci ortodossi ottennero la possibilità di costruire un proprio cimitero, sancendo di fatto la conclusione di un lungo percorso per ottenere un riconoscimento in ambito religioso.

Nell’Epilogo (Il cammino della comunità alla fine del secolo, pp. 135-138), l’autore segue i momenti fondamentali della storia della comunità negli anni successivi, il più importante dei quali fu l’istituzione di una confraternita religiosa dedicata alla Santissima Trinità, che sarebbe servita «a tutela dei propri interessi» e che avrebbe permesso ai suoi membri di «amministrare tramite essa la chiesa greco-ortodossa» (p. 135). Nel corso dell’Ottocento, poi, i greci ortodossi spostarono il centro delle loro attività dall’ambito mercantile a quelli commerciale, finanziario e produttivo. Sempre in quel periodo, essi «spesso si assimilarono agli italiani» (p. 137), determinando quindi una progressiva disgregazione della comunità; una disgregazione che ha comunque lasciato un’importante eredità culturale tutt’oggi presente nella città labronica.

Si tratta senza dubbio di un libro in cui l’autore affronta un tema di grande interesse, gettando nuova luce sulla storia di una delle principali comunità acattoliche di Livorno.

Jacopo Pessina
Università di Pisa