https://doi.org/10.36253/ds-16078
Notes and Discussions
Generazioni rivoluzionarie ed Età delle rivoluzioni. Note e riflessioni intorno a un recente studio
Alma Mater Studiorum-Università di Bologna, Italy
Pare che non si possa parlare di Età delle rivoluzioni senza richiamare in apertura la celebre relazione tenuta nel 1955 da Jacques Godechot e Robert R. Palmer1. Eppure, a ben vedere, l’intervento avanzava semmai la proposta di una Storia atlantica, ruotante intorno a nodi di carattere economico-commerciale prima ancora che di matrice politico-ideologica2. Questo parziale travisamento sembra dipendere da due fattori interconnessi. Da una parte, com’è noto, l’Atlantic History avrebbe rappresentato, a partire dalla seconda metà del secolo scorso, il paradigma storico ‘naturale’ per un approccio transnazionale all’Età delle rivoluzioni. Dall’altra, proprio i due storici sarebbero stati tra i pionieri di una considerazione globale dei cento anni che intersecano e uniscono il XVIII e il XIX secolo, favorendo così la confluenza di diverse linee storiografiche. Tanto La grande nation di Godechot quanto The Age of the Democratic Revolution, infatti, affrontavano lo studio della ‘Rivoluzione madre’ oltrepassando i confini geografici francesi3, benché da due prospettive decisamente diverse: se nel primo caso il riferimento essenziale rimaneva la Francia rivoluzionaria, dalla cui espansione dipendeva, in ultima analisi, l’ampliamento analitico, lo storico americano affiancava all’epicentro francese quello americano ed estendeva l’analisi ben al di là del decennio finale del XVIII secolo4.
L’ultimo grande riferimento fondatore degli studi sulla lunga età rivoluzionaria è il primo volume del trittico – destinato a includere un quarto e ultimo anello – di Eric J. Hobsbawm, The Age Of Revolution: 1789-1848, che ponendosi in una linea intermedia dilatava il termine ad quem al di là del Decennio rivoluzionario rilanciando, tuttavia, il ruolo dirimente e periodizzante dell’Ottantanove5. Da questa genealogia storiografica discende anche il volume di Nathan Perl-Rosenthal, The Age of Revolutions: And the Generations Who Made It6. Si tratta di una filiazione non solo tematica, ma comprensiva di alcune delle caratteristiche intrinseche degli studi appena richiamati. Sin dall’agile introduzione, l’autore confessa il debito nei confronti dell’intuizione ricondotta a Palmer e a Hobsbawm, ovvero che «to understand the period’s role in larger historical processes, from the rise of democracy to the emergence of capitalism, one had to look beyond any single revolution»7. Si tratta di un riconoscimento che, come naturale, si accompagna all’intenzione di superare, o almeno completare il lavoro dei grandi maestri, proponendo una complessiva ricalibrazione temporale e geografica dell’era rivoluzionaria.
Al di là dell’approccio specifico (su cui torneremo), per comprendere la modalità con cui si tenta di conciliare due impostazioni solo apparentemente sovrapponibili occorre scorrere l’intero volume. È nelle conclusioni, difatti, che viene illustrato il reale problema storiografico. Più che a uno studio generico sull’Età delle rivoluzioni, il volume intende rispondere alla domanda più attuale per gli specialisti di questa particolare stagione storica: come spiegare, al di là delle innovazioni ideologiche e istituzionali, la puntuale tendenza di (quasi) ogni esperienza rivoluzionaria a portare in grembo i germi del suo declino? Per quale ragione, in altre parole, a decretare la fine del momento progressistico dei singoli episodi rivoluzionari furono non solo le forze controrivoluzionarie, ma anche (e soprattutto) forme di potere di tipo nuovo, allo stesso tempo moderne e autoritarie, pronte a rivendicare l’eredità rivoluzionaria salvo poi violarne i principi fondamentali? È per rispondere a questo dilemma che Perl-Rosenthal recupera la lezione dei due illustri predecessori, percorrendo una via mediana tra le due tesi opposte: l’una esogena, l’altra endogena. Se Palmer adduceva lo scivolamento illiberale delle rivoluzioni alla tenace resistenza delle forze conservatrici e reazionarie alla spinta democratica, Hobsbawm riconduceva la mancata democratizzazione all’originario carattere borghese dell’intero movimento rivoluzionario. Sia detto per inciso: al di là dell’allargamento dell’orizzonte geografico, è piuttosto evidente che entrambi gli studi prendevano in esame prima di tutto l’esperienza francese, che rimaneva – e rimane tuttora – il paradigma fondamentale a cui guardare e al quale confrontare ogni altra esperienza rivoluzionaria sette-ottocentesca. Una prospettiva limitata, forse, ma che coincide con l’attitudine delle stesse generazioni di rivoluzionari successive, che, come hanno dimostrato i più recenti studi, continuavano a commisurare la propria esperienza e il proprio successo politico al grande precedente dell’Ottantanove8.
Piuttosto diverso è l’approccio seguito da Perl-Rosenthal, che sembra ormai arrivato a discutere non più soltanto l’unicità del caso francese, ma la sua eccezionalità e il suo stesso primato nell’Età delle rivoluzioni. L’equidistanza rivendicata tra le due impostazioni classiche non riesce a celare la reale rottura insita nella tesi fondamentale dell’opera: la degenerazione politica delle esperienze rivoluzionarie non viene ricondotta né ad un’ideologia intrinseca né a fattori esterni, ma a un elemento ‘disturbante’ in grado di sparigliare le carte in tavola. Un vulnus fondamentale riconosciuto nella particolare esperienza di mobilitazione politica sviluppatasi in questa stagione storica: «a long apprenticeship»9 che condusse i rivoluzionari a tentare una difficile – impossibile? – conciliazione tra la costruzione di movimenti di massa e un habitus ideologico ed esperienziale sedimentatosi nell’ordine precedente. È proprio questa eredità di Antico regime a divenire, in ultima analisi, la principale responsabile della patina fallimentare che finisce per connotare una stagione storica tradizionalmente individuata alla base della modernità, politica e non solo.
Qui sta lo strappo – e non il semplice approfondimento – rispetto alle precedenti impostazioni. Pur individuando fattori e agenti diversi e mirando a differenti immagini di modernità, tanto Hobsbawm quanto Palmer non dubitavano dell’aspetto progressivo dell’era rivoluzionaria. Le cadute e i deragliamenti non scalfivano il convincimento generale da cui muovevano entrambi gli studi.
È proprio su questa differenza sostanziale che vorremmo portare qualche breve riflessione, chiamando in causa alcuni degli aspetti emblematici dei più recenti approcci a un’Età delle rivoluzioni che rischia di smarrire il senso stesso della sua identità.
Il sottotitolo del libro di Perl-Rosenthal – And the Generations Who Made It – chiarisce il parametro intorno a cui si muove lo studio: il fattore generazionale. Oltre a rappresentare il segno distintivo della ricerca, esso finisce inevitabilmente per determinarne, a nostro parere, le conclusioni. Non si è dovuto certo attendere sino a oggi perché il concetto di generazione trovasse cittadinanza all’interno degli studi storiografici10. Esso sembra anzi particolarmente indicato per l’Età delle rivoluzioni, di cui permette di riscoprire l’influenza esperienziale in un insieme di agenti individuali o – più spesso – consociati. Un impatto multifocale, capace di investire molteplici lati e versanti della comune quotidianità degli attori coinvolti. Un concetto che consente, insomma, di ricostruire l’‘agentività’ dei protagonisti, attuata ma anche subita dagli attori rivoluzionari all’interno di un processo di trasformazione storica che ne modellava e riplasmava continuamente i profili e le modalità di intervento nello spazio pubblico11. In tal senso è certamente meritoria la scelta di affiancare alla narrazione storica la ricostruzione delle vicende di personaggi maggiori e minori – dalla spregiudicata Maria Rivadeneyra, priora del Monastero di Santa Catalina in Perù, a un ambizioso John Adams ai primordi della carriera forense –, protagonisti celebrati o figure dimenticate di un’Età delle rivoluzioni mai così policentrica. La scelta di seguire traiettorie biografiche non eccezionali permette infatti di riconoscere da una prospettiva interna e da una dimensione quotidiana l’impatto ‘normale e regolare’ della rottura dell’ordine tradizionale, così come le difficoltà pratiche nell’affermazione di un sistema di nuovo conio. Sembra condividere gli stessi fini e la medesima ottica la scelta di adottare, in specifiche sezioni, i principali strumenti dello spatial turn, descrivendo i luoghi, gli scenari, i sets in cui attori e comparse operarono, non come semplici contenitori, ma come agenti in grado di influenzare l’azione storica.
Tutto ciò non basta, tuttavia, a descrivere l’originalità dell’opera, che mostra attenzione alla storiografia più recente e si caratterizza prima di tutto per la scissione dell’unitarietà della stagione rivoluzionaria. Sebbene il titolo si serva del singolare, l’impostazione ermeneutica adottata parrebbe consigliare di declinare al plurale il sostantivo age. Il lettore viene infatti accompagnato da un registro accessibile e da una narrazione avvincente attraverso due fasi ben distinte della stagione rivoluzionaria. Una bipartizione fondata e animata da due diverse generazioni portatrici di caratteristiche distintive ben marcate. A partire da due visioni del mondo differenti, se non opposte: la prima generazione, responsabile dell’ondata rivoluzionaria iniziale, risulterebbe portatrice nonostante i propositi riformatori di una mentalità di tipo tradizionale – eredità inevitabile per chi si era formato in uno «stratified world»12 – che la portava a mantenere una visione della società di tipo gerarchico e poco propensa a sostenere ogni forma di mobilità sociale. La seconda generazione, nata e cresciuta nel bel mezzo della stagione rivoluzionaria, si sarebbe invece caratterizzata per un habitus molto più aperto e flessibile, che le avrebbe consentito di accettare senza particolari remore le ibridazioni e i mescolamenti sociali in nome di un sempre più marcato spirito egualitario. Certo, anche questa seconda generazione aveva i suoi limiti: oltre a circoscrivere a priori i confini dell’eguaglianza alla popolazione bianca di sesso maschile, a partire dalle vicende e dai rovesci rivoluzionari vissuti in prima persona essa avrebbe sviluppato la tendenza a servirsi di strumenti di potere, al tempo stesso, democratici e autoritari. Sebbene il momento di transizione non sia del tutto chiaro, l’autore sembra propenso a riconoscere la Sattelzeit – l’‘epoca-sella’13 – a cavallo dei due secoli, con la figura di Napoleone a rappresentare l’emblema di una nuova progenie, propensa a recuperi selettivi dei soli principi rivoluzionari considerati idonei a conquistare o a mantenere il potere. Se dunque ciascuna delle due generazioni ha le sue ombre, appare quantomeno discutibile la scelta dell’autore di negare alla prima – in nome dei principi richiamati – ogni capacità di mobilitazione popolare. L’elitarismo intrinseco la avrebbe infatti condannata a organizzare gruppi politici ristretti, tragicamente distanti da un popolo il più delle volte indifferente, nel migliore dei casi impegnato in forme di attivismo del tutto autonome, comunque disconnesse dai programmi dei leaders politici e ben poco ‘moderne’.
Gli studi più recenti sul tema dell’associazionismo politico in età rivoluzionaria hanno tuttavia invitato a ripensare l’antico schema delle rivoluzioni dirette dall’alto: più in particolare, essi hanno mostrato i limiti di una riduzione in senso borghese dell’Ottantanove, che rischia di limitarne la portata a una serie di eventi organizzati e agiti da una ristretta avanguardia. Se proprio la Francia appare esclusa dal capitolo dedicato a The Top-Down Revolutions14, vengono ricondotti a questo schema non solo il caso della nederlandese Patriottentijd, ma anche l’intera esperienza della Rivoluzione americana. Eppure, il recente studio di Micah Alpaugh prende le mosse proprio dall’esperienza dei Sons of Liberty per individuare nel contesto angloamericano le origini di movimenti sociali di tipo moderno, inseriti in networks transatlantici e caratterizzati da una fondamentale componente popolare15.
È proprio questo portato della biforcazione – generazionale e quindi analitica – a spiegare la subalternità cui sono condannati specifici scenari ed esperienze rivoluzionarie, tra cui si distinguono quelle repubbliche sorelle definite in più punti semplici client states, riproponendo così letture e convinzioni ormai confutate dalla storiografia degli ultimi decenni16.
L’assenza di riferimenti al contesto italiano è ancor più assordante17. Basti ricordare i recenti studi di Luca Addante e Alessandro Guerra, che hanno mostrato come l’associazionismo politico nel corso (e al di là) del Triennio rivoluzionario sia stato tutt’altro che elitario e restrittivo, potendo contare su un’importante partecipazione popolare che includeva talvolta anche la componente femminile18.
Con questo non si vuole affatto negare che, all’atto pratico e nell’immediato, tali esperienze fossero destinate a finire soffocate dal conservatorismo francese prima e dalle forze restauratrici poi. Ciò su cui conviene interrogarsi, semmai, è l’innalzamento del dato puramente evenemenziale e materiale – il successo o l’insuccesso politico – a termometro e cartina al tornasole su cui basare il giudizio complessivo su un’intera epoca storica. Scomodando Croce, non si può dimenticare che «l’azione ha a suo precedente un atto di coscienza, la soluzione di una particolare difficoltà teorica, la rimozione di un velo dal volto del reale»19.
Il pericolo (ammesso che così lo si voglia reputare) insito nella considerazione pura e assoluta della prassi coincide con un’applicazione della categoria del ‘fallimento’ non solo all’intera esperienza rivoluzionaria italiana – conclusione tutt’altro che originale –, ma anche a quella francese e, di fatto, a ogni altra analoga esperienza settecentesca all’infuori degli Stati Uniti d’America. Di tale esito – probabilmente estraneo alle stesse intenzioni dell’autore – è in buona parte responsabile la chiave di lettura dichiarata nelle pagine introduttive, dove si ammette di non considerare, se non in minima parte, l’aspetto teorico-ideologico del movimento rivoluzionario per concentrarsi specificamente sulle modalità di organizzazione e mobilitazione politica. Niente di male, certo, se ciò significasse privilegiare l’ambito delle pratiche su quello della teoria politica20. Come dimostrano i giudizi richiamati e, ancor più, le omissioni, l’approccio dello studio sembra tuttavia voler prescindere dalla dimensione ideologico-culturale persino nella lettura di quegli stessi movimenti politici21 di cui viene in fondo valutato il successo o, più di frequente, l’insuccesso politico.
E così non solo per l’habitus intriso di Antico regime, ma soprattutto a causa del verdetto storico, la prima generazione avrebbe fallito miseramente sia nell’organizzare movimenti politici di massa sia nella sua azione complessiva nello spazio pubblico. Il paradosso, tuttavia, è che a partire da tali premesse anche la successiva generazione sembra fatalmente condannata a un analogo fallimento. Sebbene Perl-Rosenthal riconosca a quest’ultima la capacità di coinvolgere attivamente la componente popolare in nome del principio di eguaglianza sociale, non è forse ancor più grave la colpa di cui essa è portatrice? Non è forse persino peggiore del mancato raggiungimento di un obiettivo, forse troppo idealistico per i tempi, la torsione in senso illiberale e autoritario – si pensi alle affini evoluzioni politiche di Haiti e degli Stati Uniti intorno agli anni Venti – di un’esperienza politica di nuovo conio di cui proprio la prima generazione, con tutti i limiti e i pregiudizi, aveva posto le basi? Una degenerazione le cui cause vengono individuate nella tendenza a privilegiare «individual liberty to the imperative of protecting their collective freedom»22. Il tradimento dello spirito rivoluzionario si sarebbe paradossalmente giocato, in ultima analisi, sull’equilibrio tra prerogative individuali e interessi collettivi: una questione centrale per l’intera età contemporanea che ci guardiamo bene dall’affrontare in queste pagine, se non per rimarcare che in determinate fasi della loro storia sia il club dei Giacobini sia quello dei Cordiglieri mostrarono una chiara volontà di tenere insieme e conciliare questi due ambiti.
In conclusione conviene interrogarsi, piuttosto, sulla reale incisività ermeneutica di studi generali sull’Età delle rivoluzioni. Una questione che si ricollega a una dimensione di globalità che rappresenta l’anelito, dichiarato o celato, di questo genere di ricostruzioni storiche. Tutto ciò malgrado nessuno – o quasi – di questi studi risulti realmente globale, ovvero presenti uno studio che vada oltre lo scenario atlantico23. Una facile constatazione, che implicherebbe una riflessione ben più complessa sulla periodizzazione storica rivoluzionaria riguardo a regioni diverse da quella euroatlantica. Il recente allargamento degli studi al versante americano centromeridionale riduce – ma di certo non annulla – questo scarto. Si scopre così che i sentieri della Atlantic History e della Age of Revolutions, momentaneamente convergenti, conservano statuti autonomi e questioni originali che non possono essere né confusi né assimilati. Non è un caso che, pronunciandosi sull’opportunità di un approccio globale all’Età delle rivoluzioni, storici autorevoli abbiano rivelato posizioni diverse quando non inconciliabili. Detrattori e sostenitori che si rivelano uniti, tuttavia, da un intento comune: «accepter le global sans rejeter le national et le local»24. La reale cesura si fonda sulla realizzabilità di questo obiettivo fondamentale.
La questione non è, semplicemente, la mancata esaustività degli eventi e dei contesti storici analizzati: va anzi annoverata tra i principali meriti dell’opera di Perl-Rosenthal l’inclusione di scenari solitamente trascurati dagli studi sul tema – per tutti, le rivoluzioni in territorio andino. E tuttavia, come accennato, l’allargamento a nuovi contesti sembra quasi imporre l’esclusione di altri, ben più presenti alla critica storiografica25. Se è certamente inevitabile la necessità di trascurare alcune questioni, o perlomeno di non dedicare a ogni singolo evento la stessa attenzione, il fattore discriminante all’interno di uno studio che intenda muoversi in una prospettiva globale può riconoscersi nei parametri alla base della selezione degli eventi narrati.
Che di narrazioni si tratti, anche senza arrivare alle radicali conclusioni di Hayden White26, è chiaro soprattutto in opere con uno sfondo ad ampie campiture, là dove il criterio selettivo diviene un fattore indispensabile. Come accennato, Perl-Rosenthal è un grande narratore. La sua ricerca, fondata su corposi studi preliminari su ciascuno dei contesti presi in analisi, si segue con la facilità e col piacere di un racconto, e si presenta così come uno studio accademico rivolto a un pubblico largo. Come ogni narrazione, essa deve ricorrere però a un soggetto principale, coincidente nel caso in questione con la duplice generazione che attraversa l’età rivoluzionaria. È in essa che può riconoscersi la chiave analitica indispensabile per considerare complessivamente un periodo storico esteso cronologicamente e particolarmente intricato. Non è dunque un caso se proprio la presenza di un particolare paradigma analitico accomuna i più importanti studi sull’Età delle rivoluzioni: si consideri, senza pretesa di esaustività, il binomio guerra esterna – guerra civile in Klooster, il repubblicanesimo in De Francesco, il carisma in Bell27.
È proprio su questo punto che la pur stimolante tesi di Perl-Rosenthal sembra mostrare i maggiori limiti. Lo studio di Bell riconosce nell’emersione di una moderna e inedita dimensione di carisma una delle innovazioni più importanti dell’Età delle rivoluzioni. Ciò significa che, al di là delle evidenti divergenze, esiste un chiaro legame che unisce Pasquale Paoli a Simón Bolívar. Attraverso il medium analitico, Bell riesce così a presentare il periodo di riferimento come una fase storica certo composita, sicuramente variegata, ma coesa nelle sue caratteristiche essenziali. Con la netta bipartizione generazionale avviene esattamente l’opposto, col risultato di veder ridimensionati, come accennato, tanto il primo quanto il secondo blocco rivoluzionario. Studioso lucido e accorto, Perl-Rosenthal ha ben chiara la difficile convergenza con la tesi del collega americano: e tuttavia, allorché lo storico tenta di arrivare a una forma di conciliazione si ha l’impressione che il solco tra le due stagioni rivoluzionarie si faccia ancora più profondo28. Né può sperare di colmarlo l’esortazione con cui si conclude lo studio: la possibilità di concepire l’Età delle rivoluzioni «as a whole»29 rischia di divenire una ritrattazione tardiva rispetto a un criterio analitico che minaccia di invalidare l’organicità e il senso stesso del tema di ricerca. Descrivere la prima stagione rivoluzionaria e lo stesso Ottantanove sotto il segno dell’incompiutezza non significa, in fondo, privare l’intera Età rivoluzionaria della sua spinta originaria verso la modernità?
1 J. Godechot e R.R. Palmer, Le problème de l’Atlantique, in Relazioni del X Congresso internazionale di Scienze Storiche, vol. V, G.C. Sansoni, Firenze 1955, pp. 173-240.
2 Emblematico il titolo del VII paragrafo, dedicato al periodo rivoluzionario: La civilisation atlantique à l’époque des Révolutions (1750-1850).
3 J. Godechot, La grande nation. L’expansion révolutionnaire de la France dans le monde de 1789 à 1799 (1956), Aubier, Paris 2004; R.R. Palmer, The Age of the Democratic Revolution: A Political History of Europe and America, 1760-1800 (1959-1964), updated edition with a new foreword by D. Armitage, Princeton University Press, Princeton-Oxford 2014.
4 A giudicare dai richiami negli studi successivi sul tema dell’Età delle rivoluzioni, è fuor di dubbio che quella indicata da Palmer costituisse una traccia destinata a una maggiore fortuna. Al contrario è molto raro assistere a riattualizzazioni o anche a semplici rielaborazioni del pur pregevole studio di Godechot. Anche questo, in fondo, è un indizio precoce della generale messa in discussione dell’eccezionalismo dell’esperienza rivoluzionaria francese all’interno dell’era rivoluzionaria.
5 E.J. Hobsbawm, The Age of Revolution: 1789-1848, Weidenfeld & Nicolson, London 1962. Mentre l’edizione pubblicata da Rizzoli (1999) ha rispettato il titolo originale (L’età della Rivoluzione: 1789-1848), è curioso che la più recente versione italiana del volume, uscita per Res Gestae nel 2016, abbia optato per una versione diversa: Le rivoluzioni borghesi: 1789-1848. Una scelta non originale, se si considera che già nel 1963 Il Saggiatore aveva adottato questo titolo, ripreso da Laterza nel 1976.
6 N. Perl-Rosenthal, The Age of Revolutions: And the Generations Who Made It, Basic Books, New York 2024.
7 Ivi, p. 3.
8 Cfr. D.A. Bell, Carisma e potere nell’età delle rivoluzioni (2020), trad. it. di A. Manzi, presentazione di A. De Francesco, Viella, Roma 2023; D. Di Bartolomeo, Le due repubbliche. Pensare la Rivoluzione nella Francia del 1848, Viella, Roma 2024.
9 Perl-Rosenthal, The Age of Revolutions, cit., p. 448.
10 Cfr. per tutti la brillante panoramica sull’utilizzo storico di questo concetto in F. Benigno, La meglio gioventù: l’idea di generazione tra discussione scientifica ed esperienza del proprio tempo, «Storica», XIII, 39, 2007, pp. 7-27, ora in Id., Parole nel tempo. Un lessico per pensare la storia, Viella, Roma 2013, pp. 57-78. Per l’utilizzo di tale categoria nello scenario rivoluzionario italiano cfr. il saggio di G. Galasso, I giacobini meridionali, «Rivista storica italiana», XCVI, 1984, pp. 69-104.
11 Cfr. per tutti T. Tackett, Becoming a Revolutionary: The Deputies of the French National Assembly and the Emergence of a Revolutionary Culture (1789-1790), Princeton University Press, Princeton 1996.
12 Perl-Rosenthal, The Age of Revolutions, cit., p. 25.
13 Il riferimento è ovviamente al concetto elaborato da Reinhart Koselleck. Cfr. almeno Id., Il vocabolario della modernità. Progresso, crisi, utopia e altre storie di concetti, presentazione a cura di L. Scuccimarra, trad. it. a cura di C. Sandrelli, il Mulino, Bologna 2009.
14 Perl-Rosenthal, The Age of Revolutions, cit., pp. 125-148.
15 «Committees of correspondence developed from patriot ambitions: via unprecedentedly broad mobilizations over a decade– incorporating colonists across divisions of region, class, and gender – utilizing new interconnected organizations and corresponding tactics for purposes from nonviolent boycotting to wartime mobilization, the patriot movement spread so comprehensively that an infrastructure developed for a lengthy conflict», M. Alpaugh, Friends of Freedom. The Rise of Social Movements in the Age of Atlantic Revolutions, Cambridge University Press, Cambridge 2022, p. 69.
16 Sulle originalità culturali e sugli spazi di autonomia presenti all’interno di queste particolari esperienze repubblicane cfr. almeno Républiques sœurs: le Directoire et la Révolution atlantique, actes du colloque (Paris, 25-26 janvier 2008), sous la direction de P. Serna, Presses Universitaires de Rennes, Rennes 2009; The Political Culture of the Sister Republics, 1794-1806: France, the Netherlands, Switzerland, and Italy, ed. by J. Oddens, M. Rutjes and E. Jacobs, Amsterdam University Press, Amsterdam 2015.
17 L’unico riferimento, del tutto isolato, riguarda la Repubblica ligure, al centro di un curioso accostamento al caso statunitense all’interno del capitolo XI, The Limits of Republicanism (pp. 262-274). La spiegazione alla base di quest’esclusione è piuttosto chiara: «The leaders of the sister republics certainly recognized and aspired to create mass mobilizations. […] But on the ground, the political organizing in the sister republics remained at best in a transitional state, still highly influenced by the hierarchical habitus of the first revolutionary generation», Perl-Rosenthal, The Age of Revolutions, cit., p. 273.
18 L. Addante, Le Colonne della Democrazia. Giacobinismo e società segrete alle radici del Risorgimento, Laterza, Bari-Roma 2024; A. Guerra, Il nuovo mondo rivoluzionario. Per una storia delle società politiche in Italia durante il Triennio (1796-1799), Sapienza University Press, Roma 2020. Sui larghi confini dell’associazionismo di epoca rivoluzionaria e sui suoi legami con istituti di democrazia pare del resto sufficiente, limitandosi al contesto francese, richiamare nomi di primissimo piano come Brissot, Condorcet, Danton, Mirabeau o Marat.
19 B. Croce, La storia come pensiero e come azione, Laterza, Bari 1938, p. 184.
20 Anche se alcune affermazioni forti meriterebbero ben altro approfondimento: «in general, constitutions and constitution making, which were most often the product of political organizing rather than the cause, remain in the background», Perl-Rosenthal, The Age of Revolutions, cit., p. 11.
21 «[…] the rise of mass movements was being propelled not by revolutionary ideals but by a cultural and generational shift», ivi, p. 338.
22 Ivi, p. 387.
23 Tra le eccezioni si può ricordare almeno The Age of Revolutions in Global Context, c. 1760-1840, ed. by D. Armitage and S. Subrahmanyam, Palgrave Macmillan, New York 2010.
24 A. Jourdan, Compte rendu: D. Armitage, S. Subrahmanyam (dir.), The Age of Revolutions in Global Context, c. 1760-1840, New York, Palgrave Macmillan, 2010, «Annales historiques de la Révolution française», n. 373, 2013, 3, p. 211. A proposito della posizione della Rivoluzione francese in una prospettiva globale cfr., in primo luogo, il saggio a cui si riferiva nello specifico il passo citato: L. Hunt, The French Revolution in Global Context, in The Age of Revolutions in Global Context, cit., pp. 20-36. Cfr. poi A. Jourdan, La Révolution, une exception française?, Flammarion, Paris 2004; P. Cheney et al., La Révolution française à l’heure du global turn, «Annales historiques de la Révolution française», n. 374, 2013, 4, pp. 157-185, e i due contributi iniziali del numero monografico di «Mo.Do. Rivista di Storia, Scienze umane e Cultural Heritage», 2, 2021, 3-4, Ripensare la geopolitica delle rivoluzioni, a cura di P. Serna e P. Conte: P. Serna, Géopolitiques des Révolutions d’un nouveau monde (1770-1830), pp. 13-38; A. Jourdan, D’une révolution à l’autre (1776-1839), pp. 39-62.
25 È il caso delle repubbliche sorelle, italiane e non solo, sostanzialmente assenti. Una mancanza emblematica, peraltro comune ad altri recenti studi, quasi che l’esclusione di repubbliche fondate dalla Francia fosse il prezzo da pagare in nome di un bilanciamento globale e dell’inclusione di nuove esperienze extraeuropee. Così anche W. Klooster, Revolutions in the Atlantic World: A Comparative History, New York University Press, New York 2009.
26 H. White, Metahistory. The Historical Imagination in Nineteenth Century Europe, John Hopkins University Press, Baltimore 1973. Contro tale discutibile prospettiva cfr. almeno C. Ginzburg, Il filo e le tracce. Vero falso finto (2006), Quodlibet, Macerata 2023; A. Momigliano, La retorica della storia e la storia della retorica: sui tropi di Hayden White, in Id., Sui fondamenti della storia antica, Einaudi, Torino 1984, pp. 465-476.
27 Cfr. Klooster, Revolutions in the Atlantic World, cit.; A. De Francesco, Repubbliche atlantiche. Una storia globale delle pratiche rivoluzionarie, 1776-1804, Raffaello Cortina, Milano 2022; Bell, Carisma e potere, cit. Diverso è il caso della ricca serie di studi collettanei dedicati al tema in oggetto, dove l’esigenza di un criterio analitico complessivo appare meno stringente.
28 Cfr. Rosenthal, The Age of Revolutions, cit., pp. 438-439.
29 Ivi, p. 454.