https://doi.org/10.36253/ds-16058

Book Reviews

Ernst Cassirer, I problemi istitutivi dell’estetica moderna, a cura di Giovanni Matteucci, Meltemi, Milano 2024, 213 pp.



La recente pubblicazione de I problemi istitutivi dell’estetica moderna di Ernst Cassirer, curata e tradotta da Giovanni Matteucci, offre un contributo di particolare rilievo per la comprensione dello sviluppo dell’estetica fra Sette e Ottocento. Il titolo scelto per questa edizione riflette un’operazione di contestualizzazione critica operata dal curatore, e l’aggiunta della specificazione “moderna” chiarisce l’intento di Cassirer di indagare l’estetica nell’alveo della modernità filosofica, cioè dalla rivoluzione cartesiana fino alla sintesi kantiana, evitando possibili fraintendimenti sulla portata storica del saggio. Proprio questa consapevolezza, resa più chiara dagli strumenti esegetici offerti dall’introduzione al volume, ha permesso di estrapolare il saggio dal più ampio quadro della Philosophie der Aufklärung (1932) che lo conteneva, e di comprendere meglio perché meritasse una pubblicazione indipendente.

Oltre a procurare un’accurata revisione filologica e una nuova traduzione che dialoga con la storica versione di Ervino Pocar, per lungo tempo riferimento imprescindibile per il lettore italiano, Matteucci nella sua Introduzione (Cassirer archeologo dell’estetica filosofica, pp. 7-29) restituisce con finezza il pensiero del filosofo, evidenziandone il rigore concettuale e la chiarezza espositiva. Uno degli aspetti più rilevanti della nuova traduzione è infatti l’accurata scelta terminologica, che rende con precisione le articolazioni del lessico filosofico di Cassirer. L’autore tedesco adotta infatti un linguaggio denso e stratificato, in cui i concetti si sviluppano in rapporto alle tradizioni filosofiche precedenti e al dibattito coevo: la traduzione che qui si presenta riesce a preservare la complessità concettuale originaria senza comprometterne la leggibilità. Inoltre, l’apparato critico e l’introduzione ampliano l’analisi oltre l’ambito dei chiarimenti storici e testuali, restituendo l’intera portata teorica delle riflessioni cassireriane e inscrivendole entro l’ampio orizzonte della filosofia delle forme simboliche.

È noto, non solo agli specialisti, che l’indagine di Cassirer eccede la mera analisi diacronica delle dottrine estetiche, delineandosi quale approfondimento teoretico volto a scandagliare le condizioni strutturali e fondative che hanno reso possibile l’emergere dell’estetica come ambito disciplinare dotato di autonoma specificità. Spingendosi oltre l’esame storico delle forme del pensiero intorno al bello e alle arti, Cassirer indaga l’intelaiatura categoriale ad esse sottesa, il Grund operativo che presiede alla costituzione dell’estetico quale istanza filosofica peculiare. L’attenzione si volge così dai risultati del dibattito settecentesco ai processi teorici che ne hanno scandito la genesi, evidenziando quelle soglie concettuali che segnano il passaggio da teorie artistiche normative e pratiche a vero e proprio sapere filosofico. Questa prospettiva, di natura quasi indiziaria, si propone di cogliere ciò che l’estetica settecentesca afferma, ma soprattutto ciò che essa presuppone e rende pensabile. L’estetica moderna emerge pertanto quale orizzonte teorico vivo, mosso da tensioni, dispute e possibilità inesaurite, in cui l’evoluzione del pensiero si dà quale teatro di incessanti negoziazioni intellettuali.

Il volume si articola in sei capitoli, ciascuno dedicato a un nodo centrale dell’estetica illuministica: dall’analisi dell’estetica classicistica e della congiunta obiettività del bello fino al dibattito sul gusto nella filosofia britannica del XVIII secolo; dalla questione dell’intuizione e della figura del genio artistico, all’elaborazione sistematica dell’estetica in Baumgarten. Il percorso tracciato da Cassirer restituisce la complessità del dibattito settecentesco, evidenziando le tensioni e le trasformazioni teoriche che hanno portato all’istituzione, appunto, dell’estetica moderna.

L’indagine di Cassirer assume un «peculiare tenore archeologico» (p. 15), distinguendosi per l’attenzione rivolta tanto alla ricostruzione storica delle dottrine estetiche quanto all’indagine delle sulle loro condizioni epistemiche. Il passaggio dalle teorie classiche e rinascimentali alle moderne è più che una semplice transizione storica: si tratta infatti di una messa a punto speculativa, in cui il rapporto tra sensibilità e concetto si riformula al di fuori dei paradigmi retorici e metafisici tradizionali. L’Illuminismo appare così come il crocevia dove alcune categorie fondamentali dell’indagine estetica – sensibilità, gusto, genio, immaginazione – si incontrano efficacemente, fra tradizione e innovazione.

In definitiva Cassirer individua nell’Illuminismo un passaggio decisivo per la formazione dell’estetica moderna, tanto da definire il Settecento l’«epoca della critica» (p. 33), ovvero momento in cui la filosofia, oltre a edificare sistemi, si confronta con i propri fondamenti e limiti. In questo quadro, assume indiscussa centralità il problema del giudizio estetico: distinto dal giudizio conoscitivo, esso mostra il duplice carattere di oltrepassamento della dimensione della pura oggettività e di sottrazione, nello stesso tempo, dalla mera soggettività emotiva. Per Cassirer, questa tensione tra universalità e individualità costituisce l’asse portante del dibattito settecentesco e prepara il terreno per l’estetica trascendentale kantiana. Nella sua indagine Cassirer concentra dapprima l’attenzione sull’estetica classicistica, fondata su un’idea del bello come riflesso di un ordine razionale e universale, e quindi misurabile secondo criteri matematici e proporzionali.

Autori come Jean-Baptiste Dubos, Nicolas Boileau, Charles Batteux e René Le Bossu cercarono di stabilire regole universali per l’arte, fondando il gusto su principi oggettivi derivati dalla natura e dall’imitazione della realtà. Cassirer riconosce il valore di questa tradizione, ma ne evidenzia i limiti, sottolineando come essa tenda a ridurre l’esperienza estetica a un’applicazione meccanica di norme. A questo proposito, nel quarto paragrafo L’estetica dell’intuizione e il problema del genio (pp. 109-148) egli ricostruisce il dibattito soggettivistico sul gusto nella filosofia britannica del XVIII secolo, individuando in autori come Anthony Ashley Cooper (Lord Shaftesbury), Francis Hutcheson, Edmund Burke e David Hume i protagonisti di una trasformazione cruciale. Con loro il giudizio estetico cessa di configurarsi come pura deduzione razionale e si afferma come esperienza soggettiva, pur non deponendo l’aspirazione a un’universalità intersoggettiva. Decisivo, secondo Cassirer, il contributo di Hume, il quale concepisce il gusto individuale come l’esito di una sensibilità affinata ma non arbitraria, bensì radicata in una comunità culturale. La svolta soggettivista che si profila nell’estetica del Settecento solleva così interrogazioni ricorrenti circa la legittimità del giudizio estetico: se il bello si lascia cogliere attraverso la lente del gusto individuale, quale fondamento può giustificare la sua pretesa di universalità? Tale problematica si impone come uno dei nodi centrali del dibattito illuministico, costituendo il preludio a un più ampio ripensamento delle condizioni della normatività estetica. All’interno di questo quadro, Cassirer individua proprio nella riflessione sul gusto un altro passaggio cruciale che conduce a un rinnovato interrogarsi anche sulla natura della soggettività creatrice. In questa prospettiva, la figura dell’artista nel Settecento assume un nuovo rilievo, e con essa il concetto di genio, che viene progressivamente a delinearsi come fulcro generativo dell’estetica moderna, portatore di una potenza espressiva che sfugge ai canoni della ripetizione e della regola. Attraverso la lettura di Edward Young, Cassirer sottolinea come il genio venga definito come colui che non più segue le regole, bensì le crea, incarnando caratteri di originalità e di intuizione creativa. L’arte cessa così di essere l’applicazione di precetti codificati e diventa invece l’espressione irripetibile di una visione interiore. Tuttavia, Cassirer rileva il rischio insito anche in questa concezione: l’esaltazione della soggettività creativa potrebbe a sua volta dissolvere ogni criterio condiviso di giudizio estetico, aprendo la strada a un relativismo senza limiti. A questo snodo teorico si affianca, con rilevanza tutt’altro che marginale, la celebre polemica tra Johann Christoph Gottsched e gli Svizzeri (Johann Jakob Bodmer e Johann Jakob Breitinger), che Cassirer interpreta come il primo confronto diretto tra due visioni dell’estetica che segneranno l’intero dibattito moderno: da un lato, l’istanza normativa e razionale, dall’altro, l’apologia dell’intuizione e della libertà creativa.

Nel sesto paragrafo, La fondazione dell’estetica sistematica (pp. 163-209) il percorso tracciato da Cassirer giunge al culmine con l’analisi del contributo di Alexander Gottlieb Baumgarten, il filosofo che segna la nascita formale dell’estetica moderna come specifico ed autonomo ambito teorico. Cassirer riconosce a Baumgarten il merito di aver spostato l’attenzione dall’arte al processo conoscitivo sotteso all’esperienza estetica, definendo l’estetica come scientia cognitionis sensitivae, ossia come scienza della conoscenza sensibile. Questa formulazione si radica nella tradizione leibniziana-wolffiana, secondo cui la cognitio sensitiva costituisce una forma legittima di sapere, distinta, ma non ancillare rispetto all’intelletto. Riprendendo la dottrina leibniziana della conoscenza, Cassirer mostra come Baumgarten superi la concezione della conoscenza estetica quale ambito confuso e oscuro, attribuendole un’autonomia epistemica e una funzione essenziale nel più ampio quadro della conoscenza umana. Analoga evoluzione teorica troverà il suo compimento più maturo nella riflessione kantiana, che rappresenterà il tentativo più riuscito di risolvere le tensioni emerse nel dibattito illuministico. Per Kant, il giudizio estetico, pur radicandosi nel sentimento, aspira a un’universalità condivisa, poiché fondata sulla comune struttura della facoltà di giudizio, e simile soluzione rappresenta per Cassirer tanto un punto di compimento quanto il fondamento su cui si svilupperanno le estetiche idealistiche e romantiche; queste, pur articolandosi secondo nuove sensibilità artistiche e filosofiche, continueranno a muoversi entro il solco tracciato da Kant, mantenendo al centro della riflessione le questioni della soggettività del giudizio estetico e della sua pretesa di universalità. Nel complesso, I problemi istitutivi dell’estetica moderna si offre quale contributo essenziale per comprendere i modi in cui la filosofia, attraverso l’estetica, affronta uno dei suoi nodi più profondi: il rapporto tra forma, senso e realtà. Come osserva Matteucci nell’introduzione al testo, la riflessione cassireriana continua a interpellare il pensiero contemporaneo, superando i confini dell’Illuminismo, divenendo luogo essenziale per esplorare le tensioni tra esperienza e forma, singolarità e universalità, espressione artistica e conoscenza simbolica.

Gianni de Nittis
Università di Modena e Reggio Emilia