https://doi.org/10.36253/ds-15979

Jean Ehrard e la storia delle idee

Rolando Minuti

Università di Firenze, Italy

Abstract. Jean Ehrard, who passed away in 2023, was a leading scholar in the history of ideas of the Age of Enlightenment, and the author of a massive and important work on the idea of nature in 18th-century France. Starting from a re-reading of his major work and its reception in France, this essay focuses on Ehrard’s methodological reflections, connected to the debate on the history of ideas in the 1960s and 1970s and to international trends of historiography in this field.

Keywords: Jean Ehrard, history of ideas, methodology, 18th century, France.



Credo che il modo migliore per onorare un grande studioso, quale fu Jean Ehrard1, la cui memoria resta viva in coloro che lo hanno conosciuto e hanno potuto condividere con lui esperienze di vita intellettuale, sia in primo luogo rileggerne l’opera, confrontandosi con la sua eredità di ricerche e riflessioni con lo spirito critico che sollecita sia a definirne la collocazione nel contesto culturale del suo tempo, sia a verificarne la vitalità nei nostri attuali orizzonti storiografici. La rilettura de L’Idée de nature en France dans la première moitié du XVIIIe siècle2, maestosa ricostruzione di un tema di particolare rilevanza nella storia culturale francese ed europea del ’700, consente da questo punto di vista di interrogarci su che cosa significasse proporre una grande ricerca di storia delle idee al principio degli anni ’60 del secolo scorso e su quale rapporto quel modo di concepire e ricostruire la storia di un’idea, così pervasiva e dominante come l’idea di natura, possa avere con gli orientamenti attuali della storia intellettuale.

In merito alla thèse d’État3 di Ehrard, elaborata sotto la guida di Réné Pintard, al quale è dedicata4 e che fu contemporaneamente direttore di un’altra importante thèse – L’Idée du bonheur di Robert Mauzi5, con il quale Ehrard mantenne un rapporto stretto di amicizia e di «grande complicité»6 – destinata anch’essa a entrare nel canone della storiografia letteraria e intellettuale francese sul ’700, non mi soffermerò sui contenuti specifici e sui molteplici temi che danno corpo ai due tomi di un’opera di quasi 800 pagine, escludendo l’ampia bibliografia; un’opera imponente «sans être obèse», come osservava Roland Desné7, con una notazione che consente di metterne in evidenza un aspetto che ritengo caratterizzante – e che ritroviamo peraltro anche negli altri scritti di Ehrard –, ossia l’eleganza, tanto nello stile quanto nell’argomentazione, che pur nella densità e nella ricognizione quasi sistematica di autori e testi relativi al soggetto affrontato, non intende mai imporre risposte chiudendo ogni spazio, ma suggerisce interrogativi e possibili sviluppi, sollecita approfondimenti.

Alcune di queste possibili linee di sviluppo della ricerca saranno percorse, negli anni successivi alla pubblicazione dell’Idée de nature, da altri studiosi e dallo stesso Ehrard: dai numerosi studi su vari protagonisti della cultura illuministica francese8, all’ultimo suo importante lavoro su Lumières et esclavage9, che prende posizione in modo fermo su un argomento divenuto controverso per l’attribuzione di infondate responsabilità intellettuali alla cultura dei philosophes in merito alla schiavitù. Ma lo sviluppo successivo della ricerca di Ehrard è stato soprattutto importante sul versante dell’opera di Montesquieu, che già ampio spazio aveva nell’Idée de nature, traducendosi in molti studi10, nella costituzione della Société Montesquieu11 e nell’apertura del cantiere di ricerca del nuovo progetto di edizione critica delle Oeuvres complètes di Montesquieu12.

Non riprenderò puntualmente, in questa sede, l’articolazione dei temi dell’opera maggiore di Ehrard, che porterebbe molto oltre i limiti del presente contributo, se non per richiamarne rapidamente alcuni elementi essenziali che ne caratterizzano la costruzione e l’impianto metodologico. Quella che dal titolo si presenta come la storia di un’idea è in effetti un grande affresco in movimento, in cui la nozione di «nature» costituisce il centro gravitazionale intorno al quale ruotano i molteplici significati e le varie e talvolta contrastanti accezioni che consentono di mettere a fuoco elementi essenziali delle tensioni culturali di un’epoca. Funzionale a questa rappresentazione risulta l’articolazione in tre ampie sezioni: Nature et système du monde, in cui sono posti al centro grandi temi quali le riflessioni sulla natura del mondo fisico, la persistenza del modello cartesiano e l’affermazione dell’universo newtoniano, la querelle tra «attractionnaires» e «impulsionnaires», la nozione di un «Dieu Horloger», l’emergenza di un neo-panteismo e le forme di una nuova visione evolutiva della natura; La nature humaine et ses lois, dove il riferimento alla natura è osservato in relazione alle complesse tematiche della morale, della politica e della religione; Nature humaine et «nature des choses», dove la nozione di «natura» è declinata in relazione ai temi della provvidenza, della causalità necessaria, del progresso.

Entro questi grandi scenari, a loro volta scanditi in capitoli che mettono a fuoco momenti o ambiti di dibattito più circoscritti, è di fatto inclusa l’intera cultura di un’epoca, per la quale dunque la nozione di «nature», più che essere un ambito particolare di riflessione, costituisce una chiave di accesso complessiva. «Inspiratrice du siècle», come aveva scritto Paul Hazard13, l’idea di natura consente di rilevare un connotato saliente che Ehrard non rinuncia a tradurre in una formula sintetica, come icona di una grande stagione culturale: quella che Paul Vernière, in un’altra opera capitale, aveva definito «l’ère des confusions»14, per Ehrard si manifesta piuttosto come «l’ère des compromis»15. Alla fase della «crise», concetto che Paul Hazard – richiamato in termini significativi nelle pagine introduttive dell’opera16 – aveva messo al centro di una ricostruzione destinata anch’essa a entrare nella galleria dei classici della storia delle idee17, succede dunque un’epoca di «compromis instables et gros de conflits entre la religion et la science, entre l’ascétisme et le libéralisme, entre la tradition et la nouveauté»18. In questo contesto «la fortune de l’idée de nature vient de son aptitude à unir les contraires» e, in altri termini, si configura come «le lieu géometrique des contradictions de l’époque, de ses aspirations et de ses craintes, de ses hardiesses et de ses timidités»19. Da questo deriva, nell’articolazione dei capitoli e nell’argomentazione, la costante esigenza di ricorrere alla nuance, il richiamo all’osservazione di ciò che è incerto o ambiguo, delle forme di contaminazione e di interazione, anche tra posizioni che appaiono lontane, ed è questo che costituisce il tratto distintivo del modo di concepire la storia delle idee in quest’opera, ma soprattutto una modalità di accesso privilegiata e necessaria per la comprensione delle dinamiche intellettuali dell’epoca oggetto di studio.

In alcuni brevi passaggi dell’Introduction, che offrono una sintetica premessa metodologica dell’Idée de nature e che si legano a successivi contributi, che proporranno più specifiche e articolate riflessioni di metodo, Ehrard richiama esplicitamente alcuni elementi, relativi alla tipologia delle fonti e alla periodizzazione, che risulteranno ricorrenti nei suoi studi. In primo luogo, il riconoscimento del primato dei grandi autori – in quanto «plus profondément réprésentatifs de leur temps que les minores»20–, che avrebbe imposto un esame più sistematico e analitico della loro opera e del loro pensiero, lo porta quasi a giustificarsi per averli considerati solo in modo parziale, al fine di ricomporre le multiformi espressioni del pensiero intorno all’idea di natura, che imponevano una selezione all’interno del percorso intellettuale dei singoli autori. In secondo luogo, Ehrard riconosceva che la cronologia nella storia delle idee doveva necessariamente mantenere connotati fluidi. Occorreva in altri termini evitare la «superstition» della cronologia, «parce que les structures mentales et affectives de notre période nous intéressaient plus que la poussière des faits: parce que la vraie date d’une idée n’est pas sa date empirique, évènementielle, mais celle que lui assigne l’exemple signifiant dont elle fait partie»21.

Il «decalage chronologique» che si evidenzia tra le espressioni innovative del pensiero, nel caso specifico le nuove concezioni della natura, e la loro diffusione, che interessa allo storico delle idee molto più che all’autore di sintesi di storia della filosofia22, imponeva «lignes moins nettes, arêtes moins vives»23, che tuttavia non erano affatto espressione di immobilità, ma una forma meno evidente o clamorosa di «glissement insensible». Se dunque alcuni grandi eventi letterari potevano costituire comodi punti di riferimento, questo non sostituiva la necessità di considerare un movimento delle idee meno rigorosamente scandito da tappe epocali corrispondenti alla pubblicazione di alcuni testi, ma egualmente reale.

Questi giudizi richiamano l’attenzione su aspetti importanti della formazione di Jean Ehrard, e in particolare sul fatto che la sua grande tesi matura in un contesto molto legato alla scuola delle Annales. Non è un caso che l’Idée de nature sia accolta da Fernand Braudel nella Bibliothèque Générale della VI sezione dell’École Pratique des Hautes Études; che la prima ricerca pubblicata da Ehrard, su diretta sollecitazione di Lucien Febvre24, sia il saggio su Opinions médicales en France au XVIIIe siècle: la peste et l’idée de contagion – che affronta un tema poi in parte confluito nell’opera maggiore –, uscito sulle Annales nel 1957; che infine la maggior parte delle recensioni e brevi schede di lettura che costituiscono le sue prime esperienze lavoro scientifico siano ancora pubblicate sulle Annales. Al di là di questi dati, i frequenti riferimenti di Ehrard a Lucien Febvre testimoniano di una sintonia di approccio storiografico che proprio nella storia delle idee come storia della cultura collettiva e della mentalità trova la propria identificazione25. Se è dunque possibile sostenere che al successo degli orientamenti storiografici, soprattutto sul versante della storia sociale, derivanti dall’affermazione della scuola delle Annales, sia imputabile una delle ragioni del disagio e del declino della storia delle idee in Francia, occorre anche riconoscere che è proprio in questo alveo che uno dei suoi maggiori risultati, l’Idée de nature di Jean Ehrard, ebbe il proprio ambiente di gestazione26.

L’Idée de nature fu oggetto di recensioni importanti in Francia, nelle quali, insieme al riconoscimento della sua oggettiva e particolare rilevanza, non mancarono rilievi critici. Louis Trenard, per esempio, intervenne con un ampio commento in cui, oltre alla discussione su alcuni aspetti specifici, era sottolineata come una contraddizione l’affermazione del primato accordato ai grandi autori rispetto al grande spazio lasciato, peraltro giustamente, alla folla dei minores. Questo era effetto, secondo Trenard, di una prospettiva eccessivamente ampia, conseguenza dell’estensione e della pervasività dell’idea di natura, e pertanto del suo difficile controllo, e lo induceva a censurare il fatto che l’esito della ricerca in questo modo non risultasse «ni philosophique, ni littéraire, ni historique»27; registrando dunque come negativo, nel richiamo al tema di un’identità disciplinare e metodologica che giudicava incerta, quello che per Ehrard risultava invece un tratto positivo e caratterizzante della storia delle idee, come vedremo meglio in seguito. Ancora più severa, e riteniamo ingiusta, la sottolineatura che in mancanza di ricognizioni puntuali su tutti i diversi contesti di ricezione, i condizionamenti possibili degli autori, la loro dimensione sociale, e soprattutto senza una cronologia rigorosa relativa alle diverse opere, si potesse concludere che «l’optique n’est pas historique»28.

L’esemplarità del libro, non tanto per il pur enorme contributo di ricerca, ma «par son esprit et sa méthode» era invece sottolineata da Jacques Proust in una lunga e raffinata recensione, pubblicata nel 1964 sulle Annales historiques de la Révolution française29. Si trattava, per Proust, di uno di quei testi importanti «qui renouvellent une question»30. Al fondo stava un’indagine sul rapporto tra «les mots et les choses», che gli appariva uno dei temi centrali nella cultura contemporanea – il celebre studio di Foucault che porta questo titolo uscirà due anni dopo – e che Ehrard metteva a fuoco nei termini di una ricerca storica approfondita. Una ricerca che «ne peut être qu’une histoire totale», ossia «la démonstration et l’explication des relations complexes et dynamiques qui existent entre les choses, les idées et les mots, des différents points de vue – économique, social, culturel – auxquels on peut se placer pour envisager l’activité des hommes, et dans tous les domaines où s’exerce et s’exprime cette activité, de la littérature proprement dite à la religion, de la science ou de la technologie à la morale et à la philosophie»31. In questa frase mi pare siano riassunti in modo esatto la motivazione di fondo dell’opera di Ehrard e conseguentemente il metodo che la sorregge. Proust sottolineava inoltre, in merito al capitolo su Nature et sociétè e soprattutto con riferimento alle pagine su Montesquieu – ma il giudizio credo che valga per l’intera opera – «la jointure la plus intime entre l’histoire des idées et ce qu’on appelle la “littérature” ou la “philologie”»32.

Anche François Furet, in una recensione pubblicata sulle Annales del 1965, si soffermava sui connotati metodologici dell’Idée de nature, ponendo in evidenza la questione del rapporto tra storia delle idee e storia letteraria, e vedendo nella molteplicità delle thèses che avevano per titolo «l’idée de» il sintomo della ricerca di un’interazione più profonda tra storici e letterati33. Ehrard ne aveva dato un esempio di grande valore nell’Idée de nature, un’opera «qui mêle très utilement minores et grands auteurs» e nella quale emergeva soprattutto, per Furet, l’importanza delle pagine dedicate all’autore dell’Esprit des Lois, «qui sont les plus informées et les plus fines qu’on ait jamais écrites sur Montesquieu», in quanto mostrava meglio di ogni altro quanto «le plus grand livre du demi-siècle possède à la fois de traditionnel et de moderne»34.

L’Idée de nature fu oggetto inoltre di una recensione di Jacques Roger35, sulla cui thèse Ehrard era intervenuto due anni prima36. L’autore de Les sciences de la vie dans la pensée française au XVIIIe siècle, pur sottolineando l’importanza di quest’opera magistrale, rilevava tuttavia come alla numerosità delle fonti dovesse corrispondere una maggiore estensione nell’analisi; giudizio che può apparire paradossale in un’opera delle dimensioni dell’Idée de nature. Ma soprattutto sottolineava come un limite il fatto che Ehrard «n’ait pas tenté davantage d’abandonner le niveau des analyses de contenus intellectuels pour descendre au niveau des attitudes profondes, lieu des convergences fondamentales»37; pur non definendo chiaramente le ricadute metodologiche di questo rilievo critico, si trattava del richiamo a un’estensione della tipologia e della gerarchia delle fonti, al fine, scriveva Roger, di portare meglio alle luce «l’homme du XVIIIe siècle, qu’on ne saisit jamais dans ce livre que par l’intermédiaire de ses constructions intellectuelles»38.

Jules Chaix-Ruy, infine, che Ehrard conobbe come professore di filosofia a Nizza e per il quale ebbe parole di grande stima e gratitudine39, espresse in modo ampio e approfondito il proprio giudizio largamente positivo sull’importanza dell’Idée de nature, riconosciuta come «ouvrage capitale»40. Ciò non impediva di rilevare alcune lacune ed esigenze di ulteriori approfondimenti, e soprattutto di richiamare, in un’opera che riguardava la Francia ma che di fatto estendeva lo sguardo alla cultura europea, l’opportunità di una maggiore attenzione per l’opera di Vico – al quale Chaix-Ruy aveva dedicato studi importanti ‒ e di altri autori italiani.

I termini della discussione che in Francia seguì la pubblicazione della thèse di Ehrard testimoniano dunque del largo riconoscimento, anche dal punto di vista metodologico e pur non evitando rilievi critici, della particolare importanza dell’opera, e anche fuori dal contesto francese non mancarono interventi significativi che la misero in evidenza41.

Nel 1966, in occasione di un convegno tenutosi presso l’Ecole Normale Supérieure di Parigi, i cui atti furono pubblicati l’anno successivo, Jean Ehrard ebbe l’occasione di riprendere e sviluppare, in pagine di notevole densità, alcune linee di riflessione metodologica che nella prefazione dell’Idée de nature erano solo sommariamente richiamate42. Riconosceva innanzitutto la mancanza di uno statuto disciplinare e accademico dell’histoire des idées in Francia, che contrastava con il suo costituire, a suo parere, il «centre de convergence de toutes les voies de la recherche historique, médiation nécessaire entre l’histoire des sociétés et celle des formes littéraires»43. Al di là di possibili considerazioni relative alla politica universitaria, si trattava per Ehrard del risultato quasi inevitabile di una problematica identificazione di obiettivi e di metodo, riconducibile in ultima analisi alle difficoltà di definire in modo univoco che cosa fosse un’idea. La risposta a questa domanda fondamentale lo portava a riconoscere tre possibili accezioni, o «niveaux de réalité»: si poteva cioè intendere il significato del temine «idée» come «un concept soigneusement élaboré par un spécialiste de la réflexion abstraite, mais aussi bien une opinion diffuse, ou – plus profondément – une attitude intellectuelle et affective, une forme de la pensée et de la sensibilité»44. Accezioni diverse che portavano a diversi modelli di analisi, che andavano da un orientamento più vicino alla storia dei sistemi filosofici, a studi sulle manifestazioni dell’opinione, che potevano avvalersi di metodi statistici più legati alla sociologia, allo studio infine delle «structures» della mentalità collettiva, che orientavano utilmente verso la quantificazione delle fonti (lo studio dei cataloghi delle biblioteche ne era un esempio45). Tornava a questo proposito l’insistenza sull’importanza dei grandi autori, con un diretto riferimento a Lucien Goldmann, che è presente più volte in questo contributo, ma soprattutto era sottolineata la necessità di tenersi lontani dall’astrazione e di radicare fortemente le idee nel loro contesto reale e concreto, perché «l’histoire des idées ne devient vraiment discipline historique qu’en s’employant à situer un objet dans les conditions concrètes où il est apparu»46.

Un problema importante, che si collegava a queste considerazioni, riguardava la «signification sociale des Lumières», che a sua volta rimandava a quello, più generale, di «comment déterminer la signification sociale d’une idée?»47. Ehrard richiamava a questo proposito la «tentation sociologique», che faceva derivare meccanicamente le idee dalla matrice sociale, trascurando o ignorando la complessità psicologica degli autori e l’importanza della dimensione biografica48, e che soprattutto mortificava «ce qui devrait retenir toute l’attention de l’historien, les nuances, les ambiguïtés, les contradictions»49. Metteva in evidenza, inoltre, il possibile privilegiamento del contesto di ricezione, gli studi sulla circolazione dei libri per esempio, rilevando subito che «quel que soit l’intérêt d’une sociologie du livre, il n’est pas possible d’assimiler la circulation des livres à celle des idées». Con una suggestiva metafora, evocava le «ondes concentriques» determinate dall’impatto di un libro sul contesto sociale e avvertiva che i recettori delle idee trasmesse da un libro potevano essere più numerosi e diversi dai lettori, riportando l’attenzione sul ruolo, ben illustrato nell’Idée de nature, dei mediatori di varia natura, e di quei minores che peraltro Ehrard stesso, come abbiamo visto, considerava meno significativi rispetti ai grandi autori. La proposta metodologica di Ehrard era pertanto di considerare in primo luogo la «fonction» sociale delle idee, e quindi di osservarle nella complessità delle loro relazioni e non isolatamente50; una funzione che «ne coïncide nécessairement ni avec l’accueil qui lui est réservé, ni avec l’intention consciente de celui qui l’exprime»51.

L’esempio privilegiato era quello dell’idea di natura; nozione ambigua, al pari di tutte le grandi nozioni del XVIII secolo, come virtù o come libertà, per le quali non serviva tanto l’enumerazione e la classificazione dei possibili diversi significati quanto l’identificazione della loro «unité ambiguë», il loro essere riferimento di relazioni complesse, che non consentiva di poter stabilire la corrispondenza rigida con un gruppo sociale unico (dove ancora Goldmann è richiamato, stavolta in termini critici). Due principali direzioni di ricerca si aprivano dunque, secondo Ehrard, alla storia delle idee: in primo luogo lo studio della loro funzione ideologica e sociale, scissa dalla rigidità del nesso con la matrice sociale; in secondo luogo quello della loro diffusione, della loro «incarnation dans la pratique sociale»52, che era cosa anch’essa diversa dalla derivazione sociale delle idee.

Abbiamo ricordato come in questo contributo Ehrard esordisse richiamando la specificità del contesto intellettuale e accademico francese, nel quale una histoire des idées non trovava collocazione; una condizione sulla quale Ehrard, come vedremo, sarebbe tornato anche in seguito, attraversando una parabola declinante della storia delle idee che si manifestò in modo sempre più netto e fu segnata da interventi di particolare energia e influenza come soprattutto, nel conteso francese, quello di Michel Foucault. In precedenza, se nel variegato ambito europeo forme diverse di storia delle idee avevano mantenuto una loro chiara vitalità legata alle tradizioni intellettuali dei contesti nazionali, unita a una diversificazione di stile, di metodi e obiettivi, la proposta di una determinazione netta del campo disciplinare della history of ideas era venuta dal contesto intellettuale statunitense e, com’è noto, faceva riferimento ad Arthur O. Lovejoy e a The Great Chain of Being del 193653. Dagli anni ’40 agli anni ’60, possiamo dire, seguendo soprattutto la brillante ricostruzione di Anthony Grafton, di assistere a una parabola ascendente della history of ideas, attestata dalla nascita, nel 1940, di una celebre rivista come il Journal of the History of Ideas e dalla feconda prosecuzione di epiche esperienze innovative di vita accademica e confronto intellettuale internazionale come lo History of Ideas Club alla Johns Hopkins University di Baltimore, attivo sin dal 1923.

È peraltro interessante rilevare il disallineamento tra il successo della proposta di Lovejoy nel mondo statunitense o più in generale anglofono, e la sostanzialmente tiepida ricezione nel contesto europeo54, dove prevalsero sicuramente le critiche rispetto ai riconoscimenti, diversamente motivati, e dove le traduzioni dei testi di Lovejoy furono assenti o molto tardive55.

Non è questa la sede per affrontare i termini del dibattito su Lovejoy e prenderne in considerazione i vari aspetti, che peraltro in anni recenti sono stati oggetto di interventi interessanti56, nel quadro di un complessivo rinnovato interesse per la storia intellettuale che ha comportato una riflessione sulle sue matrici e un confronto con la tradizione della storia delle idee. Di fatto, la parabola della history of ideas si lega alla più generale vicenda della fortuna della storia delle idee anche fuori dal contesto statunitense, che vede un’ascesa fino agli anni ’60 – alla quale l’influenza di Lovejoy diede sicuramente un contributo importante –, e un declino, fino agli inizi degli anni ’8057. Nonostante studi e ricerche importanti continuassero a essere prodotti nel solco della tradizione – nel contesto di discipline storiche, letterarie o filosofiche presso le quali l’identità nomade e interdisciplinare della storia delle idee poteva trovare ospitalità – gli attacchi convergenti della nuova social history of ideas proposta da Robert Darnton58, dell’approccio ‘contestualista’ teorizzato in particolare da Quentin Skinner in un saggio fondamentale per gli sviluppi successivi della storia intellettuale59, della liquidazione dell’histoire des idées a favore dell’archéologie du savoir da parte di Michel Foucault, per citare solo alcune delle voci più autorevoli, ebbero l’effetto di marginalizzare un po’ ovunque temi e studiosi di storia delle idee; di attuare un effettivo «dethronement»60, come è stato scritto, di un versante di studio che in precedenti decenni aveva svolto un ruolo di primo piano.

L’onda critica montante nei confronti della storia delle idee non era esclusivamente orientata verso la history of ideas di Lovejoy, ma certamente il metodo teorizzato dallo storico statunitense costituiva un bersaglio particolarmente vistoso. Al centro stava soprattutto la nozione di unit-ideas, e la possibilità, teorizzata da Lovejoy e applicata nella Great Chain of Being, di operare nella storia del pensiero seguendo una modalità di analisi molecolare, rintracciando e seguendo il percorso delle componenti essenziali del pensiero (le unit-ideas appunto) attraverso la storia e nelle loro varie e complicate combinazioni, come in un perenne laboratorio chimico61. Dell’approccio di Lovejoy alla storia delle idee molti misero in evidenza l’astrattezza, la separazione del cammino delle idee dai loro diversi contesti, la scissione soprattutto tra idee e attori concreti o la non adeguata comprensione della complessità del rapporto tra linguaggio, idee e realtà62. In effetti la proposta di Lovejoy non si limitava al tema della unit-ideas; derivava piuttosto da un’esigenza che era espressa come prioritaria e motivante della stessa proposta metodologica, ossia dalla necessità di andare oltre la separazione delle discipline, di muoversi su un terreno di incontri e contaminazioni, avventuroso e forse rischioso, ma necessario.

Quando Ehrard pubblica l’Idée de nature, come si diceva, ci troviamo in una fase nella quale il fronte della storia delle idee cominciava a mostrare incrinature, nonostante il fatto che in quegli stessi anni, soprattutto in Francia, uscissero opere eccellenti, alcune delle quali su tematiche molto vicine a quelle dell’Idée de nature, come le Les Sciences de la vie dans la pensée française au XVIIIe siècle di Jacques Roger63 o La réhabilitation de la nature humaine (1700- 1150) di Roger Mercier64. Il nome di Lovejoy non sembrava offrire a Ehrard, nella prima metà degli anni ’60, particolari ragioni di riflessione metodologica; Lovejoy è citato nell’Idée de nature, quando Ehrard si sofferma sul tema dell’ordre de la Nature et l’échelle des êtres e in alcuni altri momenti, ma si tratta di riferimenti che non hanno un rilievo speciale e non determinano un particolare approfondimento. È piuttosto in un contributo apparso nel 1974, nella raccolta di atti di un convegno del 1972, che Ehrard si confronterà più direttamente con lo storico statunitense, in una fase del dibattito storiografico in cui la storia delle idee si trovava già sulla difensiva, e quando si poteva ormai chiaramente registrare «sa légitimité contestée sur le plan intellectuel»65. Il riferimento alla critica della storia delle idee era relativo a Michel Foucault, che nel 1969 aveva pubblicato l’Archéologie du savoir, dove, soprattutto nel cap. IV (par. 1: Archéologie et histoire des idées, pp. 177-183), erano denunciati i connotati metodologici della tradizionale storia delle idee, definita come «discipline des interferences […] description des cercles concentriques qui entourent les oeuvres, les soulignent, les relient entre elles et les insèrent dans tout ce qui n’est pas elles», e li si opponeva alla «description archéologique» che «est précisément abandon de l’histoire des idées, refus systématique de ses postulats et de ses procédures, tentative pour faire une tout autre histoire de ce que les hommes ont dit»66. A una difesa della storia delle idee, richiamandone non tanto l’importanza e l’eredità della sua tradizione, quanto gli elementi vitali e al tempo stesso i problemi che ad essa si presentavano nel contesto intellettuale contemporaneo, era dedicato il contributo di Ehrard.

Il tema del convegno era sul rapporto tra storia delle idee e storia letteraria, e l’intervento di Ehrard riproponeva in apertura, come aveva fatto molti anni prima, il dato oggettivo della mancanza di uno statuto disciplinare dell’histoire des idées in Francia. Questo lo poneva, in quanto appartenente alla famiglia accademica degli storici della letteratura, in una condizione di avvocato «commis d’office» della storia delle idee67, rischiando pertanto di essere «tenté de plaider la culpabilité de son client»68. Faceva pertanto immediato riferimento a Lovejoy, come artefice dell’unico importante tentativo di dare alla storia delle idee uno statuto disciplinare e una ben definita impostazione metodologica; un tentativo che, sottolineava inoltre Ehrard, era «née d’une inquiétude», e derivava dal disagio che era conseguente ad una «réaction nécessaire contre la spécialisation», nel riconoscimento dei generali connotati metodologici propri della ricerca storica. La storia delle idee, caratterizzata in modo composito da una «triple personnalité»69, che Ehrard richiamava riprendendo quanto già scritto nel 196770, esigeva l’interdisciplinarietà, e questo era un contributo essenziale della proposta di Lovejoy, che trovava espressione nel progetto della rivista da lui fondata e diretta. Le riserve di Leo Spitzer – tra le più dure sul piano metodologico71 – all’ipotesi delle unit-ideas, erano appena richiamate, pur riconoscendone la fondatezza, ma l’attenzione principale era rivolta ai percorsi di ricerca utili che potevano essere ricondotti alla lezione di Lovejoy72: il versante affettivo ed emozionale delle idee, che andava molto oltre l’ambito dello studio del pensiero espresso razionalmente; l’attenzione per i «présupposés implicites», per ciò che non risultava espresso con evidenza ma che costituiva un sostegno essenziale per concetti, opinioni, sentimenti; infine, la «fonction unificatrice»73 svolta da alcune idee per la cultura intera di un’epoca.

Non si trattava dunque di pensare alla storia delle idee in termini che rinviassero immediatamente a un campo specifico (idee politiche, idee economiche, idee artistiche etc.) ma di considerarla come ambito unificatore; e dunque, non c’era una categoria particolare di fonti che la identificasse. Scriveva Ehrard: «Ce n’est pas une discipline – encore moins une addition de disciplines – mais plutôt une approche qui vise à la fois à l’analyse et à la synthèse. L’histoire des idées n’a pas de sources spécifiques; elle emprunte sa matière à toutes les branches du savoir historique, histoire de la philosophie, des sciences, de la religion, de l’art, etc. et bien sûr aussi à l’histoire littéraire»74. Questo era colto come apporto positivo della lezione di Lovejoy e questo, in ultima analisi, era quanto risultava applicato nell’Idée de nature. Lo colse Jacques Choulliet, in uno degli interventi del dibattito seguiti all’esposizione di Ehrard, quando affermava che l’Idée de nature gli sembrava «une contribution considérable à l’épistémologie»75. L’obiettivo che Gustave Lanson aveva attribuito alla storia letteraria, come disciplina che avrebbe dovuto avvalersi di tutte le altre e integrarle76, sulla base di un metodo che tuttavia, soprattutto nel lavoro dei suoi prosecutori77, era divenuto eccessivamente rigoroso e poco flessibile, Ehrard lo vedeva espresso, in modo simmetrico, nella storia delle idee, e il confronto con Lovejoy gli era utile da questo punto di vista. Essa non avrebbe dovuto costituire un ‘campo’ particolare di studio, ma mantenersi come polo di attrazione operante in una molteplicità di campi diversi; ed era «du côté de l’histoire des idées qu’ont pu trouver refuge l’intuition, l’esprit de synthèse et l’ambition interprétative»78.

Pertanto, apparentemente in termini contraddittori rispetto al riconoscimento di una debolezza che derivava dalla mancanza di uno statuto accademico chiaro, era proprio in questo, secondo Ehrard, che consisteva la forza metodologica della storia delle idee. La separazione disciplinare della storia delle idee, come «l’étude historique des contenus idéologiques et sentimentaux, à côté de l’étude des formes et des modes d’expression»79, che sarebbe lasciato alla storia letteraria, era allora visto come un rischio da evitare e non come un obiettivo; rischio, in sintesi, che la storia delle idee divenisse «une discipline parmi d’autres», nonostante tutte le conseguenze, accademiche soprattutto e apparentemente positive, che questo poteva comportare. Occorreva piuttosto evitare, nella ricostruzione storica delle idee, la tentazione di adottare una prospettiva lineare e continua, e non lasciarsi attrarre dalla «illusion de la continuité» – ed era questo, possiamo aggiungere, un rischio a cui portava il metodo di Lovejoy –, tendere cioè alla costruzione di una narrazione che consistesse nel «dénombrer les antécédents et les précurseurs, les effets et les héritiers»80. La perennità e la visione «intemporelle» nella storia delle idee – come Ehrard richiamava in apertura dell’Idée de nature81 – dovevano essere respinte come tentazioni illusorie e solo apparenti. Occorreva vedere invece la tensione dinamica tra la continuità linguistica e la mutevolezza dei significati; occorreva evitare un approccio astratto alle idee e riconoscere a questo proposito anche la giustezza di alcuni elementi della riflessione metodologica di Foucault e della critica al tempo stesso «pénetrante et caricaturale qu’il donne de l’objet et des méthodes de l’histoire des idées»82, ma ricordare anche la lezione di Lucien Febvre a questo stesso riguardo.

Il problema del ‘contesto’ dunque era centrale, e la scelta, per l’Idéé de nature, di fermare l’attenzione alla prima metà del ’700 in Francia, non era dettata solo da esigenze di controllo quantitativo di una materia immensa, ma soprattutto dal riconoscimento delle specificità di una fase storica e dalle interrelazioni organiche tra dimensione sociale, politica, culturale, tenendo in particolare considerazione la vicenda biografica degli autori. Si tratta di una riflessione che induce Ehrard anche a tornare sul rapporto tra grandi autori e minores, per richiamare la necessità di evitare, per quanto riguardava i grandi nomi del canone europeo della storia del pensiero, tanto la riduzione d’importanza dell’individualità – a cui portava sia l’ossessione erudita delle sources, sia la radicalità di un’analisi strutturale destoricizzata – quanto il misticismo del genio, e procedere in modo bilanciato, «osant interroger le chef-d’œuvre lui-même, sinon sur les lois de sa production, du moins sur les conditions de sa possibilité»83.

Un ultimo aspetto, infine, mi sembra utile rilevare nelle pagine di questo saggio, nella misura in cui si collega a discussioni che soprattutto per effetto del linguistic turn avranno in seguito grande rilievo, ossia il riconoscimento di quanto forma e contenuto fossero egualmente importanti nella storia delle idee e di come fosse necessario «renoncer à la distinction mécaniste de la forme et du contenu»84. Occorreva infatti avere consapevolezza della «réalité globale d’un texte», riconoscere il fatto che «la nature du texte conditionne le sens des idées» e che, all’inverso, le scelte di contenuto operano incisivamente sulla forma; e questo induceva Ehrard a rileggere criticamente l’impostazione metodologica dell’Idée de nature, che gli sembrava adesso non aver dato adeguato rilievo a questo aspetto85. Gli esempi presi dalle opere di Montesquieu e di Voltaire erano illuminanti a questo proposito. Di nuovo, la grandezza di un’opera non consisteva nella sola forza di un’idea o nella sola perfezione del suo stile, ma nella sua complessità internamente dialettica: «Un grand texte – scrive Ehrard – n’est ni pensée informe ni pur exercice de style; il porte en lui son unité, sa cohérence, sa nécessité, ce qui n’exclut pas – bien au contraire – tensions internes ou contradictions. Seules les œuvres mortes, académiques, où il ne se passe rien, sont parfaitement unifiées»86. Una conclusione che si avvaleva di una riflessione di Lovejoy, direttamente citato: «It is only the narrowest or the dullest minds that are – if any are – completely in harmony with themselves»87. Si doveva piuttosto distinguere ciò che era banale da ciò che era significativo, ciò che era innovativo da ciò che non lo era, non per disprezzare il valore delle opere minori al fine di definire la cultura e l’opinione di un’epoca, ma appunto per distinguere e non confondere i livelli di rilevanza.

La conclusione di Ehrard riportava l’attenzione al problema dell’identità della storia delle idee come disciplina e, contrariamente a una rivendicazione di un suo spazio accademico autonomo e distinto, esaltava la sua identità plurima e nomade, che si presentava come condizione privilegiata:

Peut-être – concludeva Ehrard – est-il finalement heureux que l’histoire des idées n’ait pu réussir à obtenir de consécration universitaire, qu’elle n’ait pu s’institutionnaliser en discipline autonome: aujourd’hui ce retard historique m’apparaît comme une chance; pour ceux dont l’esprit sent le besoin de respirer moins à l’étroit, voilà toujours une cloison qu’ils n’auront pas à enfoncer88.

Sull’identità della storia delle idee si sarebbe interrogato molti anni dopo anche Jacques Le Goff, in un intervento che richiamo perché in esso tornano alcuni aspetti importanti rilevati nella riflessione di Ehrard89. Anche per Le Goff un termine di confronto particolarmente importante, nel riconoscimento della grande diversità di metodi e temi che potevano essere inclusi nella cornice di ‘storia delle idee’, era Arthur O. Lovejoy. L’errore metodologico in cui, secondo Le Goff, Lovejoy era incorso con la nozione di unit-ideas, andava tuttavia distinto da quelli che leggeva come apporti fecondi, a partire dagli «inconscious mental habits», che portavano un «enrichissement incontestable»90, aprendo all’attenzione dello storico delle idee la dimensione dell’irrazionale e dell’immaginario. L’accento era posto a questo proposito sul «metaphysical pathos», come lo descriveva Lovejoy, che doveva essere considerato come particolare forza di attrazione di idee che nel corso della storia appaiono ricorrenti e unificanti. Era importante per esempio considerare «la fascination exercée pendant des siècles par le mot de nature», che era anche una dimostrazione della «séduction des termes ambigus»91. Ma soprattutto era importante la sollecitazione di Lovejoy sia in merito alla pluridisciplinarietà della storia delle idee, sia per l’attenzione ai problemi del transfert di idee in campi intellettuali diversi (e ancora, da questo punto di vista, l’esempio dell’idea di natura era direttamente richiamato), in cui risultava applicata una delle riflessioni che Le Goff riconosceva tra le più importanti di Lovejoy, ossia che «ideas are the most migratory things in the world»92. Con riferimento infine alla riflessione metodologica di Robert Darnton93, Le Goff vedeva l’emergenza della ‘storia intellettuale’ come espressione «la plus neuve et la plus féconde»94 di una rinnovata identità della storia delle idee, guardando soprattutto alla definizione di un campo disciplinare aperto, che consentiva di uscire dalle ambiguità e dalla costante necessità di operare distinzioni e fornire precisazioni – soprattutto a seguito della formulazione metodologica di Lovejoy – che la denominazione di ‘storia delle idee’ comportava95.

Il riferimento alla storia intellettuale apre un versante di riflessioni e discussioni alle quali non è possibile neppure accennare in questa sede96, ma che in generale evidenzia una nuova sensibilità e si collega all’affermazione di una sua chiara autorevolezza, in una fase della cultura contemporanea che ha alle spalle sia un incessante susseguirsi di turn storiografici – testimonianza tanto di vitalità quanto di incertezza o di disagio –, sia le varie forme dell’onda lunga postmodernista e dei suoi numerosi esiti. Si tratta di un’autorevolezza della storia intellettuale che è stata letta anche in termini di nuova vita della storia delle idee97, in cui risultano in vario modo centrali la diversità dei contesti culturali e linguistici e la loro interazione – prestando sempre più attenzione a una dimensione culturale globale o transnazionale –, l’importanza delle mediazioni culturali, una lettura non gerarchizzata della storia della cultura e una più ampia articolazione delle tipologie delle fonti.

Proprio alla luce di questi orientamenti e delle discussioni che li accompagnano, una rilettura di grandi opere di storia delle idee e delle riflessioni metodologiche che le hanno sostenute e accompagnate può andare oltre il riferimento bibliografico quasi obbligatorio ma un po’ inerte a volumi collocati nello scaffale di una storiografia prestigiosa ma da ritenere ormai superata; può essere invece utile per cogliere termini di confronto rivelatori di elementi di continuità significativi, al di sotto delle ‘svolte’ e dei grandi mutamenti di prospettiva, forse in alcuni casi meno sostanziali di quanto tendano clamorosamente a proporsi. Credo che anche l’Idée de nature di Jean Ehrard e il modo in cui il grande studioso dell’illuminismo francese e di Montesquieu intese il lavoro di storia delle idee, espresso in vari momenti del suo percorso intellettuale, debba rientrare in questa cornice, nonostante gli indiscutibili mutamenti sia metodologici, sia – in particolare nell’ultimo ventennio – nella pratica della ricerca e del contesto comunicativo98, intervenuti dagli anni ’60 ad oggi.


1 Per un profilo biografico di Jean Ehrard (1926-2023) vedi F. Le Borgne, Jean Ehrard (1926-2023), un dix-huitièmiste dans son siècle, «Romanistische Zeitschrift für Literaturgeschichte-Cahiers d’histoire des littératures romanes», 48, 2024, 1/2, pp. 229-235 (halshs-04839062). Vedi anche M. Delon, In memoriam. Jean Ehrard (1926-2023), «Revue d’Histoire littéraire de la France», 2, 2024, pp. 493-496 e C. Volpilhac-Auger, Jean Ehrard n’est plus, «Site Montesquieu», <https://montesquieu.ens-lyon.fr/spip.php?article3680> (04/2025). Jean Ehrard aveva recentemente pubblicato i propri ricordi in Id., Souvenirs d’un Hareng saur. Un dix-huitièmiste dans le siècle. Suivis d’un entretien avec Claudine Cohen et d’une bibliographie, Lulu Press, s.l. 2019, evitando nel titolo il termine mémoires, che gli sembrava troppo pretenzioso (p. 7).

2 J. Ehrard, L’idée de nature en France dans la première moitié du XVIIIe siècle, S.E.V.P.E.N., Paris 1963, 2 voll. (ristampa Slatkine, Genève 1981); nuova ed. Albin Michel (Bibliothèque de l’évolution de l’Humanité), Paris 1994. Una versione ridotta dell’opera fu in seguito pubblicata con il titolo L’idée de nature en France à l’aube des Lumières, Flammarion, Paris 1970.

3 L’elaborazione dell’Idée de nature è ricordata da Jean Ehrard, cinquant’anni dopo la pubblicazione, in Id., Natura rediviva: à propos d’un cinquantenaire, «Dix-huitième siècle», 45, 2013, 1 (La Nature), pp. 17-43. Il ricordo dei rapporti con maestri e colleghi si unisce, in queste pagine, a delicati frammenti di storia personale.

4 La thèse complémentaire, prevista dalle norme relative al doctorat d’état, sarà diretta da Jean Fabre e avrà per oggetto Montesquieu critique d’art.

5 R. Mauzi, L’idée du bonheur dans la littérature et la pensée françaises au XVIIIe siècle, Librairie Armand Colin, Paris 1960.

6 Ehrard, Natura rediviva, cit., p. 22.

7 R. Desné, Lumières e Nature, «Diderot Studies», 8, 1966, pp. 281-293: 282.

8 Cfr. ad esempio gli studi raccolti in J. Ehrard, L’invention littéraire au XVIIIe siècle: fictions, idées, société, Presses Universitaires de France, Paris 1997.

9 J. Ehrard, Lumières et esclavage. L’Esclavage colonial et l’opinion publique en France au XVIIIe siècle, André Versaille, Bruxelles 2008.

10 Cfr. gli studi raccolti in J. Ehrard, L’esprit des mots. Montesquieu en lui-même et parmi les siens, Librairie Droz, Genève 1998.

11 Société Montesquieu, <https://montesquieu.hypotheses.org/societe-montesquieu> (02/2026).

12 Montesquieu, Œuvres complètes, Voltaire Foundation/Istituto italiano per gli studi filosofici, Oxford/Napoli 1998-2008; ENS Editions/Classiques Garnier, Lyon/Paris 2010; su questo progetto cfr. «Site Montesquieu», <https://montesquieu.hypotheses.org/oeuvres-completes> (02/2026). La direzione del progetto, al quale ho avuto l’opportunità e il privilegio di collaborare, è successivamente passata a Catherine Volpilhac-Auger e Pierre Rétat, e dopo la scomparsa di quest’ultimo, nel 2018, è mantenuta da Catherine Volpilhac-Auger, che con grande impegno e costanza sta guidando l’impresa verso la conclusione.

13 P. Hazard, La pensée européenne au XVIIIe siècle. De Montesquieu à Lessing, Boivin & Cie, Paris 1946, 3 voll., vol. II, p. 13.

14 P. Vernière, Spinoza et la pensée française avant la Révolution, Presses Universitaires de France, Paris 1954, II partie, chap. I, L’ère des confusions (1715-1750), pp. 333-413; cit. in Ehrard, L’idée de nature, cit., p. 787.

15 Ibidem.

16 Ivi, Introduction, p. 20.

17 P. Hazard, La crise de la conscience européenne (1680-1715), Boivin & Cie, Paris 1935, 3 voll.

18 Ehrard, L’idée de nature, cit., p. 20.

19 Ivi, p. 787.

20 Ivi, p. 21. Aggiunge Ehrard che «la vraie fin d’une étude historique – littéraire ou idéologique – est de faciliter la compréhension des grands textes du passé» (ibidem). Il tema è presente anche nella Présentation de L’invention littéraire au XVIIIe siècle, cit., dove sono ripresi gli argomenti di vari contributi metodologici precedenti, ed è richiamato infine nei Souvenirs (p. 448), sottolineando che «échecs, contradictions, fissures d’un grand texte sont plus instructifs pour l’historien que l’apparente cohérence, superficielle, des œuvres mineures».

21 Ehrard, L’idée de nature, cit., p. 21.

22 «L’histoire réelle des idées – sottolinea Ehrard – prend rarement à son compte les oppositions tranchées des manuels de philosophie» (ivi, p. 15).

23 Ivi, p. 21.

24 Cfr. Ehrard, Natura rediviva, cit., p. 25.

25 L’importanza di Lucien Febvre nella propria formazione di storico è fortemente richiamata da Ehrard nei Souvenirs, dove è ricordato «le choc qu’a été pour mes dix-huit ans cette rencontre. Double illumination. Non seulement les idées ont une histoire, mais écrire celle-ci suppose une extrême attention aux mots par lesquels l’idée s’exprime. C’est alors que sans que j’en aie conscience ma vocation de chercheur commence à se profiler » (p. 429). Di Febvre è peraltro ricordata una «reflexion incidente» de La Terre et l’Evolution humaine («La nature, une idée dont il faudra bien un jour écrire l’histoire») a cui è riconducibile l’origine stessa del progetto di tesi di Ehrard (ivi, p. 432).

26 La necessaria cautela nel considerare in termini contrastanti la scuola delle Annales e la storia intellettuale, pur rilevando gli effetti complessivamente negativi del successo della diffusione della prima sulla seconda, è stata richiamata da A. Lilti, Does Intellectual History Exist in France?: The Chronicle of a Renaissance Foretold, in Rethinking Modern European Intellectual History, ed. by D.M. McMahon and S. Moyn, Oxford University Press, New York and Oxford 2014, pp. 56-73. Per una riflessione sugli orientamenti della storia delle idee in Francia vedi anche D. Roche, Histoire des idées, histoire sociale: l’exemple français, «Revue d’Histoire Moderne et Contemporaine», 59, 2012, 4bis (5) (Regards sur l’histoire intellectuelle), pp. 9-28.

27 L. Trenard, L’idée de nature en France dans la première partie [sic] du XVIII, 241, «Revue Historique», 2, 1969, pp. 365-372: 371. Trenard pubblicò anche un’altra recensione del libro di Ehrard, con alcune variazioni ma non diversa nel giudizio, in «Revue belge de philologie et d’histoire», 47, 1969, 3, pp. 1023-1028.

28 Ibidem.

29 J. Proust, L’idée de nature en France dans la première moitié du XVIIIe siècle, «Annales historiques de la Révolution française», 178, 1964, pp. 478-488.

30 Ivi, p. 478.

31 Ivi, p. 479.

32 Ivi, p. 484.

33 F. Furet, J. Ehrard, L’idée de nature en France dans la première moitié du XVIIIe siècle, «Annales. Economies, sociétés, civilisations», 20, 1965, 5, pp. 1059-1061. «Comme si l’étude d’une époque – scrive Furet – à travers une de ses idées centrales était un des chemins qu’emprunte le rapprochement du littéraire et de l’historien», (ivi, p. 1059).

34 Ibidem.

35 J. Roger, Jean Ehrard, L’idée de nature en France dans la première moitié du XVIIIe siècle, «Revue d’Histoire littéraire de la France», 66, 1966, 4, pp. 716-717.

36 J. Ehrard, Au XVIIIe siècle: sciences de la vie et pensée française, «Annales. Economies, sociétés, civilisations», 19, 1964, 5, pp. 947-952.

37 Roger, Jean Ehrard, cit., p. 717.

38 Ibidem.

39 E’ Jules Chaix-Ruy, scrive Ehrard ricordando il suo insegnamento, « qui a fait de moi un être pensant, qui m’a donné de la pensée plus que le goût, le besoin » (Souvenirs, cit., p. 106).

40 J. Chaix-Ruy, L’idée de nature au XVIIIe siècle, «Les Études philosophiques», XX, 1965, 2, pp. 203-208

41 In Italia, per esempio, Alberto Cento commentò l’opera di Ehrard sulla «Nuova Rivista Storica» (49, 1965, pp. 456-462), insistendo tuttavia sull’importanza dell’idea di progresso nel ’700, rispetto all’idea di natura, e Alfred J. Bingham la recensì positivamente sulla rivista cattolica statunitense «The New Scholasticism» (40, April 1966, 2, pp. 250-254).

42 Jean Ehrard, Histoire des idées et histoire sociale en France au XVIIIe siècle. Réflexions de méthode, in Niveaux de culture et groupes sociaux. Actes du colloque réuni du 7 au 9 mai 1966 à l’École normale supérieure, Mouton & Co., Paris-La Haye 1967, pp. 171-188.

43 Ivi, p. 171.

44 Ibidem.

45 Ehrard fa diretto riferimento a Livre et Société dans la France du XVIIIe siècle, sous la direction de F. Furet, Mouton & Co., Paris-La Haye, 1965, dove pubblicò, in collaborazione con Jacques Roger, Deux périodiques français du 18e siècle: le Journal des Savants et les Mémoires de Trévoux. Essai d’une étude quantitative (pp. 33-59).

46 Ehrard, Histoire des idées et histoire sociale, cit., p. 172. In Souvenirs (p. 438), Ehrard sottolinea che «je prefère parler d’histoire culturelle, car je n’ai jamais voulu étudier un passé abstrait».

47 Ivi, p. 173.

48 Il tema è richiamato in Souvenirs, dove, ricordando la conferenza del 1966, Ehrard scrive che «je protestais contre toute lecture réductrice qui en vient à se nier elle-même si la connaissance des origines sociales d’un auteur révèle d’avance ce que celui-ci devait nécessairement penser » (p. 452). Il riferimento era soprattutto diretto contro Althusser e la sua interpretazione del pensiero di Montesquieu (cfr. ibidem).

49 Ehrard, Histoire des idées et histoire sociale, cit., p. 173.

50 «On admettra, je pense – scrive Ehrard –, que toute idée vivante a une fin, c’est-à-dire un rôle et une place dans un certain ensemble mental et idéologique. Place, fonction toujours définies non pas pour une idée que l’on pourrait considérer isolément, mais pour la totalité de ses relations avec la totalité des idées et des formes de pensées d’une époque. Toute idée fait partie d’un système; il n’y a pas d’idée isolée» (ivi, p. 175).

51 Ibidem.

52 Ivi, p. 178.

53 A.O. Lovejoy, The Great Chain of Being. A Study of the History of an Idea, Harvard University Press, Cambridge (Mass.) 1936. Sull’evoluzione della history of ideas cfr. A. Grafton, The History of Ideas: Precept and Practice, 1950-2000 and Beyond, «Journal of the History of Ideas», 67, 2006, 1, pp. 1-32. Per una ricostruzione complessiva cfr. soprattutto D. Kelley, The Descent of Ideas. The History of Intellectual History, Routledge, London 2017 (I ed., Ashgate, Farnham 2002); Id., What is happening to the history of ideas?, «Journal of the History of Ideas», 51, 1990, 1, pp. 3-25.

54 In Italia, per esempio, dove La Grande Catena dell’Essere fu tradotto da Lia Formigari nel 1966 (Milano, Feltrinelli), i limiti della history of ideas furono presto e spesso sottolineati. La sua diversità rispetto alla tradizione europea fu ad esempio evidenziata da Pietro Piovani (Filosofia e storia delle idee, Laterza, Bari 1965, pp. 287-295). Diverso, in senso positivo, fu invece il giudizio di Paolo Rossi; vedi in particolare l’Introduzione all’edizione italiana in A.O. Lovejoy, L’albero della conoscenza. Saggi di storia delle idee, il Mulino, Bologna 1982, pp. 7-16 (ed. or. Essays in the history of ideas, Johns Hopkins University Press, Baltimore 1948). Sul dibattito italiano cfr. D. Bigalli, Genesi e sviluppo della History of Ideas in Italia, in Le avanguardie della filosofia italiana nel XX secolo, a cura di P. Di Giovanni, FrancoAngeli, Milano 2002, pp. 101-124.

55 Non mi risulta, in particolare, che siano state pubblicate traduzioni francesi di The Great Chain of Being. Solo recentemente la prefazione dell’opera (1936) è stata pubblicata in Histoire de la Philosophie. Idées, temporalités et contextes. Texte réunis et introduits par P. Cerutti, Vrin, Paris 2018, pp. 185–214.

56 Cfr. ad esempio P. Lombardo, Lovejoy et la vie des idées, in Histoire et historiens des idées. Figures, méthodes, problèmes, sous la direction de D. Simonetta et A. de Vitry, Collège de France, Paris 2020, <https://books.openedition.org/cdf/9887> (02/2026); D. Wickberg, In the Environment of Ideas: Arthur Lovejoy and the History of Ideas as a Form of Cultural History, «Modern Intellectual History», 11, 2014, 2, pp. 439-464; D.M. McMahon, The Return of the History of Ideas?, in Rethinking modern European intellectual history, cit., pp. 13-31; D. Simonetta, Arthur Lovejoy et la rationalité de l’histoire des Idées, «Noesis», 33, 2019 (Qu’est-ce que l’histoire des idées?), <https://journals.openedition.org/noesis/5053> (02/2026). Cfr. anche R. Macksey, The History of Ideas at 80, «MLN», 117, 2002, 5, pp. 1083-1097.

57 Cfr. Grafton, The History of Ideas, cit. Robert Darnton registra questo passaggio nel saggio Intellectual and Cultural History, in The Past Before Us: Contemporary Historical Writing in the United States, ed. by M. Kammen, Cornell University Press, Ithaca (N.Y.) 1980, pp. 327-354.

58 R. Darnton, In Search of the Enlightenment: Recent Attempts to Create a Social History of Ideas, «The Journal of Modern History», 43, 1971, 1, pp. 113-132.

59 Q. Skinner, Meaning and Understanding in the History of Ideas, «History and Theory», 8, 1969, 1, pp. 3-53.

60 D.M. McMahon and S. Moyn, Introduction: Interim Intellectual History, in Rethinking Modern European Intellectual History, cit., pp. 3-12: 4.

61 Il metodo trova un’importante applicazione anche in A.O. Lovejoy and G. Boas, Primitivism and Related Ideas in Antiquity, The Johns Hopkins Press, Baltimore 1935.

62 Sulle critiche a Lovejoy cfr. Lombardo, Lovejoy et la vie des idées, cit. e F. Nef, Pathos métaphysique et sémantique philosophique, in Histoire et historiens des idées, cit., pp. 103-115.

63 J. Roger, Les sciences de la vie dans la pensée française du XVIIIe siècle. La génération des animaux, de Descartes à l’Encyclopédie, Armand Colin, Paris 1963.

64 R. Mercier, La réhabilitation de la nature humaine (1700- 1150), Editions La Balance, Villemomble (Seine) 1960.

65 J. Ehrard, Histoire des idées et histoire littéraire, in Problèmes et méthodes de l’histoire littéraire. Colloque 18 novembre 1972, Librairie Armand Colin (Publications de la Société d’histoire littéraire de la France), Paris 1974, pp. 68-80: 68.

66 M. Foucault, Archéologie du savoir IV 1, Gallimard, Paris 1969, p. 180.

67 Lo richiamano Simonetta e de Vitry in Introduction a Histoire et historiens des idéés, cit.

68 Ehrard Histoire des idées et histoire littéraire, cit., p. 68.

69 «Histoire individualiste des grands systèmes du monde, histoire de cette réalité collective et diffuse qu’est l’opinion, histoire structurale des formes de pensée et de sensibilité»; il terzo livello, che «tend vers l’histoire des mentalités», per Jean Ehrard era «le plus riche», (ivi, p. 69).

70 Cfr. supra.

71 L. Spitzer, Essays in Historical Semantics, S.F. Vanni, New York 1948. Sulla critica di Spitzer a Lovejoy cfr. Nef, Pathos métaphysique et sémantique philosophique, cit.

72 Ehrard rimanda in particolare a Lovejoy, The Study of the History of Ideas, in The Great Chain of Being, cit., e Id., The Historiography of Ideas, «Proceedings of the American Philosophical Society», 78, 1938, 4, pp. 529-543 (poi in Id., Essays on the History of Ideas, The Johns Hopkins Press, Baltimore 1948, pp. 1-13).

73 Ehrard, Histoire des idées et histoire littéraire, cit., p. 70.

74 Ivi, p. 71.

75 Problèmes et méthodes de l’histoire littéraire, cit. p. 85.

76 Con riferimento a G. Lanson, La méthode de l’histoire littéraire, in Id., Essais de méthode, de critique et d’histoire littéraire rassemblés et présentés par Henri Peyre, Hachette, Paris 1965 pp. 31-56, (I ed., «Revue du Mois», 10 octobre 1910, pp. 385-413).

77 Ehrard, mettendo l’accento sul richiamo di Lanson ai «valeurs intellectuelle, sentimentale et artistique» del testo (Lanson, La méthode, cit., p. 44), ricorda che «Lanson, homme d’érudition autant que de “savoir exact”, dépasse, très consciemment, le positivisme de la méthode» (Ehrard, Histoire des idées et histoire littéraire, cit., p. 72, nota 10).

78 Ivi, p. 71.

79 Ibidem.

80 Ivi, p. 72.

81 Ehrard, L’idée de nature, cit., p. 11.

82 Ivi, p. 72.

83 Ivi, p. 73.

84 Ivi, p. 75.

85 Nel dibattito seguito alla lettura del proprio contributo, Ehrard, rispondendo a Chouillet, sottolineava che «ce qui me paraît tout à fait inexplicable aujourd’hui, dix ans après ce livre [L’idée de nature], c’est d’avoir cru possible de parler de ce qui était autour de l’idée de nature […] sans m’être jamais posé de question sur la nature même de ces textes et sur leur signification globale, englobant bien entendu leur forme. C’est cela aujourd’hui qui me paraît impossible» (ivi, p. 85). Molti anni dopo, questa correzione rispetto all’impianto analitico dell’Idée de nature gli apparirà eccessiva. Pur confermando la distanza maturata rispetto a un’opera che apparteneva a un tempo ormai lontano, i suoi presupposti metodologici erano adesso considerati con maggiore indulgenza, rispetto ad un’epoca (inizio anni ’70) in cui erano forti le sollecitazioni della nouvelle critique in merito al problema della forma: «Aujourd’hui – scrive Ehrard – je me sens moins enclin à cette autocritique, (Ehrard, Natura rediviva, cit., p. 34).

86 Ehrard, Histoire des idées et histoire littéraire, cit., p. 78. Questo giudizio è presente anche in L’Invention littéraire, cit., p. 2: «L’histoire des idées éclaire le sens des formes, et la nature du texte, symétriquement, conditionne la signification de son contenu».

87 Lovejoy, Author’s Preface, in Id., Essays in the History of Ideas, cit., p. xiv.

88 Ehrard, Histoire des idées et histoire littéraire, cit., p. 80.

89 J. Le Goff, Peut-on encore parler d’une histoire des idées aujourd’hui?, in Storia delle idee. Problemi e prospettive. Seminario internazionale (Roma, 29-31 ottobre 1987), a cura di M.L. Bianchi, Edizioni dell’Ateneo, Roma 1989, pp. 69-85; riedito in italiano, con integrazioni, in Id., Storia delle idee, con un saggio di F. Mores, Treccani, Roma 2020.

90 Le Goff, Peut-on encore parler d’une histoire des idées aujourd’hui?, cit., p. 74.

91 Ivi, p. 75.

92 Ivi, p. 79.

93 Darnton, Intellectual and Cultural History, cit., p. 83.

94 Le Goff, Peut-on encore parler d’une histoire des idées aujourd’hui?, cit., p. 74

95 La conclusione di una necessaria e logica transizione dalla storia delle idee alla storia intellettuale è definita da Kelley, in What is Happening to the History of Ideas?, cit. Vedi anche M. Mandelbaum, The History of Ideas, Intellectual History, and the History of Philosophy, «History and Theory», 5, 1965, 5, pp. 33-66, e D. La Capra, Rethinking Intellectual History and Reading Text, «History and Theory», 19, 1980, 3, pp. 245-276. Cfr. inoltre W.J. Bouwsma, From History of Ideas to History of Meaning, «Journal of Interdisciplinary History», 12, 1981, 2, pp. 279-291.

96 Cfr., a questo riguardo, Rethinking Modern European Intellectual History, cit. Per ulteriori riferimenti cfr., per esempio, i saggi raccolti in Histoire et historiens des idées, cit., <https://books.openedition.org/cdf/9832> (02/2026); F. Dosse, De l’histoire des idées à l’histoire intellectuelle, in L’histoire des intellectuels aujourd’hui, sous la direction de M. Leymarie et J.F. Sirinelli, Presses Universitaires de France, Paris 2003, pp. 161-182; Palgrave Advances in Intellectual History, R. Whatmore and B. Young eds., Palgrave MacMillan, Houndmills and New York, 2006; i contributi presenti nel Supplément della «Revue d’Histoire moderne et contemporaine», 59, 2012, 4bis (5) (Regards sur l’histoire intellectuelle), <https://shs.cairn.info/revue-d-histoire-moderne-et-contemporaine-2012-5?lang=fr> (02/2026); R. Whatmore, What is Intellectual History?, Polity Press, Cambridge 2016; Ideengeschichte heute. Traditionen und Perspektiven, D.T. Goering hg., Transcript Verlag, Bielefeld 2017.

97 Cfr. Grafton, The History of Ideas: Precept and Practice, cit.

98 Lo stesso Ehrard li richiama esplicitamente in Natura rediviva, cit.