https://doi.org/10.36253/ds-15952
Sensatezza del mondo e dimensione pratica del senso comune in Kant
Università di Ferrara, Italy
Abstract. In contrast to the many studies that deal with Kant’s concept of common sense from an aesthetic point of view, I will rather focus on its practical meaning. In this way, my aim is to underline the dimension of commonalty of both taste and healthy human intellect. I will defend the thesis according to which the meaning of the adjective “common” in the expression “common sense” becomes clear only once the practical normativity of reason is emphasized. In order to show this, I will firstly focus on Kant’s third Critique, start from some terminological-conceptual distinctions expressed there, refer to the discussion on the commonalty of feeling, and take the “healthy” (i.e., sound) intellect into consideration. I will secondly turn to Kant’s Anthropology, in order to conclude my argument and highlight the practical, i.e., at the same time moral and political, significance of the yet uncultivated commonalty of sense and intellect.
Keywords: Kant, Common Sense [Gemeinsinn], Sound Intellect [Gesunder Menschenverstand], Enlightenment [Aufklärung], Vocation of the Human Being [Bestimmung des Menschen].
Contents
1. Il senso comune tra Gemeinsinn e gesunder Menschenverstand nella terza Critica
1a. Il senso comune nella terza Critica: alcune distinzioni terminologico-concettuali
1b. Dalla dimensione “comunitaria” a quella “pratica” del senso comune nella terza Critica
1c. Senso comune estetico e sano intelletto umano nella terza Critica
2. Senso comune e sano intelletto umano nell’Antropologia dal punto di vista pragmatico
Per chiarire il significato dell’espressione “senso comune” nell’opera di Immanuel Kant si fa solitamente riferimento alla Critica della capacità di giudizio e, in particolare, al paragrafo 40, dove Kant espone le proprie idee «sul gusto come una specie di sensus communis»1. In questo paragrafo, Kant si concentra sulla dimensione estetica del significato di senso comune, declinandolo nei termini di gusto (Geschmack) o capacità di giudicare estetica (ästhetische Urteilskraft).
Gli studi sul significato di senso comune nell’opera di Kant, solitamente, si concentrano sulla sua valenza estetica2. Eppure, è proprio nello stesso paragrafo 40 della terza Critica che si trova una distinzione cui è necessario prestare maggiore attenzione. La distinzione in questione è quella tra ciò che Kant definisce “senso comune estetico” e il “senso comune logico”3.
Nel mio contributo, a differenza di studi che analizzano il senso comune da un punto di vista estetico, mi concentrerò in particolare sul suo significato “logico”. Partendo da un noto suggerimento di Hannah Arendt4, proverò a delineare il senso comune nella sua accezione di sano intelletto umano, per mostrare come, sia che si parli di senso comune come gusto, sia che se ne parli in termini di sano intelletto umano, sia la rilevanza pratica del termine che riesce a dare conto della dimensione di comunanza sottesa a entrambe queste prospettive. In tal modo, intendo difendere la tesi secondo la quale il significato dell’aggettivo “comune” presente nell’espressione senso comune, cui Kant si riferisce con il termine tedesco gemein, rendendo così il latino communis, diventa chiaro solo una volta che si sia analizzato il senso comune come “comune, sano intelletto umano” (gemeiner, gesunder Menschenverstand), oltre che come gusto. Questa analisi porterà a sottolineare la regolatività normativa della ragione che accomuna senso e intelletto, comune e sano, che diventa palese nell’alto riconoscimento dato da Kant al comune intelletto umano nell’etica (nel suo fungere da pietra di paragone, in situazioni moralmente rilevanti, per giungere alla legge morale).
Nella prima parte della mia analisi mi concentrerò sulla terza Critica. Partirò innanzi tutto da alcune distinzioni terminologico-concettuali lì espresse, mi riferirò in secondo luogo ai paragrafi 22 e 29, dove viene introdotto il discorso sulla comunanza del sentire, e prenderò in considerazione, in terzo luogo, il paragrafo 39 e il già citato paragrafo 40. Per concludere la mia argomentazione, nella seconda parte del mio studio mi rivolgerò all’Antropologia dal punto di vista pragmatico e al modo in cui Kant tratta in quest’opera del senso comune. Supporterò infine la mia analisi, nella terza e ultima parte del mio studio, con il riferimento ad alcuni passi della Fondazione della metafisica dei costumi e della Critica della ragion pratica, con l’intento di mettere in luce il significato pratico, al contempo morale e politico, della comunanza insita nel senso comune, tanto come gusto, quanto come sano intelletto umano5.
1. Il senso comune tra Gemeinsinn e gesunder Menschenverstand nella terza Critica
1a. Il senso comune nella terza Critica: alcune distinzioni terminologico-concettuali
Il concetto di senso comune nel dibattito filosofico di lingua tedesca acquista nuova importanza nel diciottesimo secolo grazie soprattutto alla riflessione scozzese e, ovviamente, in primis, ai contributi di Shaftesbury e Thomas Reid6. Una figura chiave nella storia di questo momento della ricezione filosofica delle idee dalle isole britanniche al continente è quella di Christian Garve, che commenta e traduce dall’inglese al tedesco molti dei testi filosofici essenziali sulla teoria del senso comune7.
All’interno di questa cornice storico-concettuale si iscrive la riflessione kantiana sul senso comune presente nella Critica della capacità di giudizio. L’appena accennato panorama concettuale di fondo, tuttavia, non deve essere sopravvalutato, nella misura in cui l’analisi di Kant, nel caso specifico della terza Critica, è testimonianza di un’espressione filosofica che si vuole nettamente spostare da una teoria generale del sentire e del conoscere verso riflessioni più specifiche di carattere spiccatamente estetico8.
Nella terza Critica, l’espressione “senso comune” è presente fin dal titolo di alcuni paragrafi, sia nella sua forma tedesca (nel paragrafo 22: Gemeinsinn) che in quella latina (nel paragrafo 40: sensus communis)9. Per capire di che cosa Kant si stia occupando nell’un caso e nell’altro, un chiarimento sul suo utilizzo di questi termini è da premettere. La forma tedesca Gemeinsinn viene solitamente usata in due connotazioni diverse: da un lato, senso comune rimanda all’intelletto comune (gemeiner Verstand), ossia ad una capacità intrinsecamente implicata nella conoscenza10. D’altro lato, Gemeinsinn rimanda invece a un termine tecnico il cui significato è esclusivamente e segnatamente di carattere estetico e corrisponde al termine tedesco gemeiner [Menschen]Sinn e all’espressione latina sensus communis11. Questa distinzione è espressa in maniera chiara in una nota a piè pagina del paragrafo 40, dove Kant afferma che «si potrebbe chiamare il gusto (= Geschmack) sensus communis aestheticus e l’umano intelletto comune (= gemeiner Menschenverstand) sensus communis logicus»12.
Ricapitolando, allora: il primo, il senso comune estetico, corrisponde al gusto e alla capacità estetica del giudicare (ästhetische Urteilskraft) ed è espressione di un sentire comune a tutta la collettività o comunità umana13. Questo riferimento comunitario è testimoniato dall’utilizzo che Kant fa dell’aggettivo gemeinschaftlich in relazione al senso comune – aggettivo che porta in sé il riferimento diretto alla comunità (Gemeinschaft)14. Nel secondo caso, quello del senso comune logico, che Kant chiama a volte gemeiner Sinn (senso comune) ma più spesso comune o sano intelletto umano (gemeiner/gesunder Menschenverstand), viene invece evidenziata una dimensione non tanto sentimentale quanto piuttosto conoscitiva. Tuttavia, anche in questo secondo caso, la dimensione comunitaria (gemeinschaftlich) è da tenere a mente. Infatti, in entrambi casi, Kant vuole esprimere terminologicamente ciò che è in comune, ciò che ha una base nel collettivo essere e vivere insieme degli esseri umani.
Come vedremo, allora, in entrambi i casi, sono espressamente da sottolineare questi aspetti della comunanza e dell’avere in comune, in una comunità umana, sia che si parli del senso comune in termini estetici, sia che si faccia riferimento al suo esser collocato ad un più ampio livello comunicativo o in relazione alla conoscenza. Questo aspetto della comunanza farà sì che la distinzione tra i due piani menzionati, tra estetica e teoria comunicativa, sia molto meno netta di quel che sembri a prima vista. È questo che intendo mostrare nella mia analisi, discostandomi, così facendo, dai suggerimenti avanzati finora nella critica kantiana15.
1b. Dalla dimensione “comunitaria” a quella “pratica” del senso comune nella terza Critica
Per far ciò, è bene iniziare dal ruolo del senso comune (Gemeinsinn) nella terza Critica e, precisamente, dal modo in cui Kant lo caratterizza nel paragrafo 22 della Critica della capacità di giudizio.
All’interno dell’esposizione del giudizio di gusto, Kant fa riferimento alla necessità di presupporre un accordo universale tra coloro i quali o le quali esprimono tal giudizio. Questa necessità, egli nota, nonostante non possa esser altro che di tipo meramente soggettivo (poiché il giudizio non si basa su concetti e, di conseguenza, in base alla deduzione della prima Critica, non si può basare su una conoscenza oggettiva), è tuttavia rappresentata come se fosse una necessità di tipo oggettivo grazie al riferimento al Gemeinsinn, il senso comune. Kant scrive a tal proposito:
In tutti i giudizi coi quali dichiariamo bella una cosa, noi non permettiamo a nessuno di essere di un altro parere, senza fondare tuttavia il nostro giudizio su concetti, bensì soltanto sul nostro sentimento, che poniamo a fondamento del giudizio non in quanto sentimento privato [Privatgefühl], bensì in quanto collettivo [gemeinschaftlich]16.
Il primo elemento che contraddistingue il senso comune è, quindi, il suo essere un “senso”. Sinn (senso) è la parola usata da Kant per riferirsi anche a uno qualsiasi dei cinque sensi, ma è poi anche il termine che esprime in maniera più generale gli aspetti legati alla Sinnlichkeit, la sensibilità, che è la facoltà caratterizzata dalla ricettività degli elementi sensibili dal mondo esterno sotto forma di intuizioni.
A questa sfera sensibile, com’è noto, Kant contrappone la sfera intellettuale del Verstand (intelletto)17. Il senso comune è, quindi, in conclusione, definito, nel passo precedente, come un modo di declinare il sentire, come un particolare tipo di capacità del sentimento (Gefühl nei termini di un Gefühlsvermögen), che non è privato e riconducibile solo al singolo individuo, ma che, anzi, nella sua soggettività, acquista una dimensione collettiva legata alla comunanza del sentire della comunità degli esseri umani. Da questa caratteristica deriva la peculiarità del senso comune di essere un sentimento in un certo qual modo comunitario (come scrive Kant: ein gemeinschaftliches Gefühl), sul quale si fonda la pretesa di chi giudica qualcosa come bello di non ammettere che ci sia un’opinione contraria alla propria da parte di un altro membro della comunità umana.
Tuttavia, Kant non trascura la palese obiezione che si pone a un tal modo di rappresentare un giudizio che è solo all’apparenza necessariamente oggettivo, ma la cui necessaria validità è, in realtà, ovviamente opinabile, nella misura in cui esso non si basa su concetti dell’intelletto (come, ripeto, era stato reso necessario dalle analisi della Deduzione nella prima Critica). La domanda quindi si pone: da che cosa può far derivare Kant la pretesa di chi giudica di non concedere ad altri e altre giudicanti di essere di parere diverso? In altre parole: come si può «giustificare giudizi che contengono un dovere [Urteile, die ein Sollen enthalten]» il quale deriva dal fatto che «questo senso comune non dice che ognuno si accorderà, ma che si deve accordare col nostro giudizio»18?
La terminologia qui scelta non lascia spazio a dubbi: chiamando in causa il termine dovere (Sollen), Kant fa venire alla luce in tutta la sua chiarezza il legame tra piano estetico e morale presente nel senso comune19. A tal proposito, continua:
Il senso comune [Gemeinsinn] […] è una mera norma ideale [eine bloße idealische Norm], presupponendo la quale un giudizio che si accordi con essa, e il piacere per l’oggetto che ha trovato espressione nel giudizio medesimo, si potrebbero, a ragione, elevare a regola [Regel]. Poiché il principio, preso anche solo soggettivamente, ma come soggettivamente universale (un’idea necessaria ad ognuno), potrebbe esigere, per ciò che riguarda l’unanimità [Einhelligkeit] di diversi giudicanti, l’approvazione universale [allgemeine Beistimmung], come un principio oggettivo (a condizione soltanto che si avesse la certezza di aver sussunto in maniera corretta)20.
Il senso comune viene ulteriormente caratterizzato nei termini di una istanza normativa, anche se esclusivamente ideale, che dà conto della regola secondo cui un giudizio fondato su di esso suppone la percezione di un piacere in ciascun senziente e, quindi, presuppone un accordo unanime tra i diversi membri della comunità giudicante che approvino universalmente il giudizio e sentano al contempo, soggettivamente, pari piacere nei confronti dell’oggetto giudicato bello.
Che ciò avvenga non viene ancora messo in dubbio da Kant, che ritiene addirittura che «ciascuno si deve accordare» nel giudizio. Tuttavia, egli non dimostra, a questo punto della sua argomentazione, come si faccia a giustificare il riferimento ad un’istanza normativa di questo tipo, ossia, come si possa parlare di un dovere dell’accordo unanime del sentimento di ogni essere senziente in grado di giudicare sul bello. In altre parole, qui la normatività è solo presupposta21. Si dovrà aspettare il paragrafo 29 per sciogliere questo nodo argomentativo e trovare la giustificazione dell’esistenza di questa ideale istanza normativa.
1c. Senso comune estetico e sano intelletto umano nella terza Critica
È all’interno dell’analisi del modo di giudicare sul sublime della natura che Kant chiarisce l’impianto normativo del senso comune, notando, innanzi tutto, come vi sia «un’infinità di cose della bella natura per le quali esigiamo l’unanimità [Einstimmigkeit] del giudizio col nostro, e, senza molto ingannarci, possiamo anche aspettarlo»22. Innanzi tutto, l’attesa di un accordo è, a detta di Kant, giustificata nel caso del bello. Tuttavia, Kant aggiunge, più complesso è il caso del sublime, dove l’accordo diventa meno immediato, a causa di una necessaria cultura della facoltà conoscitiva per apprezzare il sublime stesso, oltre che una necessaria attivazione di un certo tipo nel sentire23. Eppure, anche nel caso del sublime, così come avviene nel bello, nel giudicare ci si aspetta e, addirittura, si esige una disposizione comune al sentire. È il momento di giustificare le ragioni sulle quali si basa un’attesa unanimità tanto nel bello quanto nel sublime24. Per farlo, Kant ritiene sensato partire dal caso più complicato, quello del giudizio sul sublime:
Se il giudizio sul sublime della natura (più che quello sul bello) esige una certa cultura, esso non è prodotto originariamente dalla cultura stessa, né è introdotto nella società da una semplice convenzione, ma ha il suo fondamento nella natura umana, in qualcosa che si può supporre ed esigere da ognuno, insieme con il sano intelletto [der gesunde Verstand], vale a dire nella disposizione al sentimento per le idee (pratiche), cioè al sentimento morale [Anlage zum Gefühl für (praktische) Ideen / Anlage zum moralischen Gefühl]25.
In questo passo, la distinzione tra due diverse sfumature della presupposizione di una dimensione intersoggettiva e di comunanza tra senso e intelletto diventa palese. Sono nominati entrambi: da un lato, il sano intelletto umano come una predisposizione collettivamente condivisa di tipo proposizionale e cognitivo rispetto al giudicare; dall’altro, il senso comune propriamente detto, come una disposizione anch’essa collettivamente condivisa, sempre rispetto al giudicare, ma stavolta basata su una comunanza emotiva che viene rivolta alla moralità. Ciò che accomuna le due specificazioni di sano intelletto e senso comune propriamente detto è la comunanza consensuale che entrambi rendono possibile, e che è presupposta e sottesa tanto nel giudizio di gusto sul bello, quanto nel giudizio sul sublime26.
La spiegazione finale e la giustificazione di questa normatività e unanimità si trova nel paragrafo 40 della terza Critica, dove Kant tira le fila delle sue riflessioni sul senso comune nei termini di un senso cui è lecito rivendicare la pretesa di una obbligatorietà intersoggettiva.
In tal caso, Kant si concentra innanzi tutto sul significato estetico del senso comune come sinonimo di gusto, conferendo invece al sano intelletto umano un’attenzione secondaria.
Nel voler procedere ad una dimostrazione dell’esistenza del senso comune, Kant opera in maniera completamente opposta rispetto alla tradizione, che aveva sempre dato per scontato l’esistenza del senso comune e, sulla base di essa, aveva poi giustificato la pretesa di validità intersoggettiva dei giudizi estetici. Al contrario, Kant intende piuttosto vagliare la plausibilità di una simile capacità e, successivamente, dimostrare la correttezza e la necessità di questa presupposizione27.
Innanzi tutto, il senso comune deve dare conto della possibilità della comunicabilità delle percezioni sensoriali, che non può essere data per scontata nella misura in cui le percezioni sono, per natura, essenzialmente individuali. Solo il riferimento al sentire in termini morali, a detta di Kant, riesce a fornire la chiave per risolvere il problema che ci si è presentato fin dal paragrafo 22. Il sentire morale e, allo stesso modo, la disposizione ad apprezzare il sublime, sono entrambi presupposti nella realtà stessa della ragion pratica secondo i modi in cui la possibilità della sua esistenza viene chiarita da Kant nella seconda Critica attraverso l’introduzione della dottrina del fatto della ragione. Nel sublime si assiste a ciò che veniva già chiarito nel caso della legge morale, davanti alla cui maestà la parte sensibile dell’essere umano risponde in maniera univoca attraverso il sentimento di rispetto, che umilia la parte animale dell’essere umano e, al contempo, lo eleva con una forma di piacere legata alla percezione della propria natura razionale28. Così come, davanti al dovere, ciascun individuo prova rispetto, e questo sentimento di rispetto accompagna necessariamente la legge della ragione universalmente presente in ciascun essere umano, in maniera simile viene declinata una reazione sentimentale, che è universalmente presente in ciascun individuo davanti al bello e al sublime.
La dimensione del sentire in termini morali viene tuttavia accompagnata anche da precise condizioni gnoseologiche. Le due dimensioni, teoretica e pratica, sono tra loro interconnesse, come ci è dato vedere alla fine del paragrafo 39 della terza Critica, dedicato alla «comunicabilità di una sensazione [Mitteilbarkeit einer Empfindung]». In tal luogo, Kant nota che il piacere nei confronti del bello
deve necessariamente fondarsi in ognuno sulle stesse condizioni, perché sono le stesse condizioni soggettive della possibilità di una conoscenza in generale, e la proporzione di queste facoltà conoscitive, che è richiesta dal gusto, è richiesta anche dal comune e sano intelletto [gemeiner und gesunder Verstand], che si può supporre in ciascun essere umano. Perciò, a chi giudica in fatto di gusto (sempre che abbia una giusta coscienza del suo giudizio, e non prenda la materia per la forma, l’attrattiva per bellezza) è lecito pretendere [ansinnen] in ogni altra persona la finalità soggettiva, ossia il piacere per l’oggetto, e considerare il suo sentimento come universalmente comunicabile, e ciò senza l’intermediazione dei concetti [allgemein mitteilbar und zwar ohne Vermittlung der Begriffe]29.
Il gusto ha, dunque, questo elemento in comune con il “comune e sano intelletto umano”: il fatto di presupporre condizioni soggettive universalmente valide, che garantiscono una base di comunicabilità universale che non necessita ancora dell’intermediazione di concetti. Questo significa che l’essere umano basa la propria conoscenza, che è la conoscenza di un mondo condiviso con tutti gli altri esseri umani, su delle presupposizioni o, in termini più precisamente kantiani, su delle condizioni di possibilità del conoscere in generale, che sono, ovviamente, ricordando quanto Kant dice all’inizio della Critica della ragion pura nell’Estetica trascendentale, le forme delle intuizioni sensibili dello spazio e del tempo. Queste stesse forme delle intuizioni sensibili – ancor prima di diventare conoscenza vera e propria, quindi ancor prima che sia chiamata in causa la capacità dell’intelletto di codificare il mondo attraverso le sue regole e i suoi concetti – fanno condividere agli esseri umani un mondo spazio-temporale, in cui gli esseri umani stessi codificano se stessi e gli oggetti sulla base di elementi sensibili ancora non verbali; o meglio: è proprio un sentire primitivo, una sorta di capacità autonoma, che accompagna di volta in volta l’attività morale e conoscitiva e il ritrovarsi degli esseri umani nel mondo e tra loro stessi30.
Se leggiamo le considerazioni sul senso comune del paragrafo 40 sulla base di questi assunti, faremo un grosso passo avanti per comprendere il funzionamento del sano intelletto umano e del senso comune estetico. Un sentire comune primitivo alla base delle intuizioni sensibili (ovvero, un comune orizzonte spazio-temporale e una comunanza del sentire, primariamente morale) è la primitiva dimensione normativa che fornisce all’essere umano un mondo condiviso con altri esseri umani, i quali percepiscono tutti allo stesso modo, pre-gnoseologicamente e moralmente, ossia si trovano in un comune orizzonte di sensatezza pratica e spazio-temporale. Sulla base di questo sentire comune si innesta un senso comune più alto, che è tanto il senso comune del sentire l’esteticamente rilevante come bello, quanto il senso comune come sano intelletto umano, informato logicamente della possibilità di passare dalla comunanza di un mondo sensibile condiviso all’espressione verbale, proposizionale e intellettuale di quello stesso mondo; in altre parole, alla possibilità di comunicare. Questo avviene grazie alla comunanza di un mondo condiviso, che era, prima, solo la datità sensibile e pre-concettuale nello spazio e nel tempo.
Se questa mia lettura è corretta, diventa ora più semplice interpretare il paragrafo 40, “Del gusto nei termini di un tipo di sensus communis”, in cui Kant menziona il senso comune tanto nella sua dimensione propria di capacità sensibile-sensoriale di condizione di possibilità di un mondo condiviso, quanto nella sua caratterizzazione impropriamente chiamata “senso” ma in realtà più correttamente definita come sano intelletto umano, quindi come quella capacità del conoscere, ma anche del sentire in maniera appropriata in situazioni moralmente rilevanti, ancora non meglio definita, ad uno stato assai primitivo.
Per chiarire entrambi tali significati di senso comune, Kant parte innanzi tutto dalla considerazione della poca appropriatezza di utilizzare la parola senso (Sinn), come tuttavia spesso si fa in maniera disinvolta, per riferirsi ad alcune caratterizzazioni sottese all’attività conoscitiva umana. Egli nota:
Spesso si dà alla capacità di giudizio, quando non si bada tanto alla riflessione da cui proviene quanto al suo semplice risultato, il nome di senso [Sinn], e si parla di un senso della verità, di un senso della decenza, di un senso del giusto, e via discorrendo; sebbene si sappia, o almeno ragionevolmente si dovrebbe sapere, che non è in un senso che tali concetti possono aver sede, e che ancor meno un senso è capace di esprimere regole universali; ma che invece non potremmo mai concepire una rappresentazione della verità, del decoro, della bellezza o della giustizia, se non potessimo elevarci al di sopra dei sensi a facoltà di conoscere superiori31.
Il punto da tenere a mente è quello, prima richiamato, della differenza tra parte sensibile (Sinnlichkeit) e parte intellettuale (Verstand) nell’essere umano. La parte sensibile è espressione di ricettività e non arriva, presa in sé sola, alla conoscenza, ma si limita piuttosto alla datità del mondo in cui l’essere umano vive, che è il primo stadio del mondo umano in quanto mondo dei fenomeni che possiamo poi conoscere e in cui declineremo infine la nostra attività. Questo primo mondo è il mondo che iniziamo a mettere in comune, semplice espressione trascendentale del possibile dell’attività umana di conoscenza in genere: è un prerequisito necessario del mondo, ma non ancora il mondo plasmato dalla forma dell’intelletto. La datità sensoriale viene tuttavia codificata immediatamente attraverso forme umane intellettuali: l’intelletto cui far riferimento è, in tal caso, ancora un semplice intelletto “rozzo”, che non è connotato in termini dispregiativi o negativi (quindi, come dice Kant, non un intelletto volgare), ma rozzo esclusivamente in quanto caratterizzato dalla mancanza di cultura e di qualsiasi tipo di perfezionamento:
Il comune intelletto umano [der gemeine Menschenverstand], che, in quanto semplice sano intelletto (non ancora coltivato) [bloß gesunder – noch nicht kultivierter – Verstand], si riguarda come il minimo che si possa sempre aspettare da chi aspiri al nome di essere umano, ha anche perciò il non lusinghiero onore di ricevere il nome di senso comune [Gemeinsinn] (sensus communis), in modo tale che con la parola comune [gemein] (non soltanto nella nostra lingua, che in questo caso è veramente equivoca, ma anche in parecchie altre), s’intende il volgare [vulgar], ciò che si trova ovunque, e che non è affatto né un merito né un privilegio possedere32.
Kant sottolinea la completa neutralità dell’aggettivo comune (gemein), che, ripeto, non implica alcuna connotazione dispregiativa: il comune intelletto è semplicemente un intelletto sano, l’intelletto di un essere umano che, in quanto tale, possiede una capacità intellettiva non ancora formata.
Continuando ad analizzare il passo si riesce, infine, a rinvenire la caratteristica che maggiormente esplica la sanità mentale dell’intelletto, che è quella di essere comune nel senso di ‘comunitaria’:
Per sensus communis si deve intendere l’idea di un senso comunitario [= che abbiamo in comune, die Idee eines gemeinschaftlichen Sinnes], cioè di una facoltà di giudicare che nella sua riflessione tiene conto a priori del modo di rappresentare di tutti gli altri, per mantenere in certo modo il proprio giudizio nei limiti della ragione umana nel suo complesso, e per evitare così la facile illusione di ritenere come oggettive delle condizioni particolari e soggettive; illusioni che avrebbero una influenza dannosa sul giudizio33.
È a questo punto che la dimensione essenziale del mondo che gli esseri umani hanno in comune viene introdotta attraverso il richiamo alla sensatezza di pensare alle nostre rappresentazioni come rappresentazioni condivise a causa di un principio comunitario razionale di accettazione dell’altro: rappresentandoci il mondo, non ci poniamo nella condizione di superiorità di chi ha un accesso privilegiato alle rappresentazioni, ma siamo pronti a metterci nella posizione di un qualsiasi altro essere umano, ritendendo che anche l’altro o l’altra, in quanto umani, condividano con noi un modo di sentire che non cambia da soggetto a soggetto e unifica, piuttosto, tutti gli esseri umani, accomunando ciascuno di essi – proprio così come avviene per il modo comune in cui ciascun essere umano, sul lato della sensibilità, reagisce davanti alla legge morale della ragione. L’essere umano, in quanto portatore di un sano intelletto, non cade in una sorta di malato solipsismo psicologico o intellettivo, ma, appunto, in maniera sana, pensa alla propria esistenza e al proprio mondo come ad una esperienza e ad un mondo condiviso da altri soggetti di esperienza. Egli pensa, in altre parole, all’umanità e al suo esserne parte.
Il dovere da cui dipende questa presa di coscienza delle rappresentazioni umane condivise e di un mondo che abbiamo in comune è il dovere nei confronti dell’umanità: ciascun essere umano è, tramite l’espressione della propria razionalità, al di là (e al di sopra) della natura fisica, ed è questa sua ragione che gli richiede di universalizzare, andando oltre i pregiudizi e l’arroganza di avere un sentire e un accesso privilegiati al mondo. Nella sua connotazione legislatrice, la ragione trova espressione in qualsiasi essere umano in quanto attività universale. Reagire in termini sentimentali nei confronti della ragione implica l’universalità del funzionamento della legge morale, espressione della razionalità nell’umano, sull’umanità sensibile: in ciò consiste la comunità umana del sentire. Questo è il sentire comune cui corrisponde un sano intelletto umano, ossia la dimensione dell’universale modo di percepire sensorialmente cui viene applicata l’universalità dell’azione intellettuale in potenza e ancora non coltivata. All’attività universale della ragione nella sua legislatività morale corrisponde allora una passività universale del percepire la legge alla maniera di un sentimento di rispetto. Estendendo la forma dell’attività mentale del sentire e del conoscere a quella del giudicare, arriviamo alla comunità del giudicare:
Ciò avviene quando paragoniamo il nostro giudizio con quello degli altri, e coi loro giudizi possibili piuttosto che con quelli effettivi, e ci poniamo al posto di ciascuno di loro, astraendo soltanto dalle limitazioni che sono attinenti in modo contingente al nostro proprio giudizio: il che si ottiene rigettando dal nostro stato rappresentativo tutto ciò che è materia, cioè sensazione, e portando unicamente l’attenzione sulle proprietà formali della nostra rappresentazione o del nostro stato rappresentativo. Ora, questa operazione sembrerà forse troppo artificiosa perché possa essere attribuita alla facoltà che chiamiamo senso comune [der gemeine Sinn]; ma essa pare così quando è espressa in formule astratte; in se stesso non v’è niente di più naturale che l’astrarre dalle attrattive e dall’emozione, quando si cerca un giudizio che deve servir da regola universale34.
Il senso comune è, in questo caso, una primitiva capacità che rimarrebbe sempre e in ogni caso presente, anche se operassimo un processo di completa astrazione della nostra particolarità nel mondo, la nostra capacità primitiva di esser genericamente situati spazio-temporalmente, il nostro avere sempre necessariamente un mondo che condividiamo con tutti gli altri esseri razionali. La comunanza del senso non esprime la sua rozzezza, ma piuttosto il suo far luce sulla nostra appartenenza comunitaria al genere umano, come naturale appartenenza ad un mondo che, (a) in quanto sensibile, ha uno spazio e una durata e, (b) in quanto intellettuale, viene giudicato su basi proposizionali. Usando reminiscenze wittgensteiniane, si potrebbe così rimandare all’insensatezza (o, riprendendo il linguaggio kantiano: insania) della privatezza del nostro rappresentarci il mondo come se fosse una rappresentazione solo nostra ed esprimere ciò che in esso avviene come se fosse proposizionalmente sensato farlo in un linguaggio privato in cui esprimiamo giudizi intelligibili a nessun’altra persona. È per questo che Kant, nonostante nel titolo di questo paragrafo 40 dica di voler parlare del senso comune dal punto di vista della sua valenza estetica, finisce tuttavia per approfondire anche, al contempo, la valenza più generale del senso comune come sanità intellettiva, venendo così ad affrontare non solo il suo senso nella dimensione di sensibilità ed estetica, ma anche il suo essere espressione primitiva del conoscere e di una dimensione intellettuale.
È da questo punto di vista che si devono prendere in considerazione le tre note “massime dell’intelletto umano comune” [Maximen des gemeinen Menschenverstandes], che non costituiscono una parte a sé «della critica del gusto, ma possono servire alla spiegazione dei suoi principi», e che sono enunciate al paragrafo 40 e poi ripetute in altre opere (ad esempio, nella “Risposta alla domanda: che cos’è Illuminismo?” o nell’Antropologia dal punto di vista pragmatico), ossia:
1) pensare da sé;
2) pensare mettendosi al posto degli altri;
3) pensare in modo da essere sempre d’accordo con se stesso35.
Come Kant osserva, si tratta di massime che ci permettono di rendere la nostra azione umana sempre più precisa espressione della nostra autonomia in quanto esseri razionali. Mentre la prima massima esprime il modo di pensare in maniera coerente, così che la nostra ragione sia vittoriosa sui pregiudizi e sulla superstizione, grazie all’illuminismo [Aufklärung]36, la seconda si riferisce invece non tanto alla facoltà conoscitiva, quanto piuttosto al “modo di pensare” [Denkungsart] e di fare della conoscenza un uso appropriato. Ne segue che
un essere umano, per quanto siano piccoli in lui la capacità e il grado delle doti naturali, mostrerà di avere un modo di pensare allargato, quando si elevi al disopra delle condizioni soggettive particolari del giudizio, tra le quali tanti altri sono come impigliati, e rifletta sul proprio giudizio da un punto di vista universale [aus einem allgemeinen Standpunkt] (che può determinare soltanto mettendosi dal punto di vista degli altri)37.
Nonostante la terza massima, che sottolinea l’idea di coerenza da raggiungere e mantenere, abbia spesso un ruolo privilegiato38, è soprattutto questa seconda massima del comune intelletto umano che esprime, in maniera accurata, l’idea di senso comune come istanza normativa ideale, che si basa sul dovere di prendere il posto di ciascun’altra persona e assumere un punto di vista universale nel giudicare, in quanto il giudicare si indirizza a un mondo condiviso degli esseri umani e rimanda ad una comunità comunicativa39.
Le precedenti osservazioni accompagnano Kant alla fine del suo ragionamento, in cui tira le fila ritornando a una differenziazione non solo terminologica, ma piuttosto anche sostanziale, tra il senso comune propriamente detto, che è il gusto, e il senso comune impropriamente detto, che sarebbe meglio definire sano intelletto umano: «Il gusto [Geschmack] potrebbe esser chiamato sensus communis con più ragione che il sano intelletto [der gesunde Verstand] […] e spetta alla facoltà estetica di giudizio [ästhetische Urteilskraft] piuttosto che a quella intellettuale [intellektuelle] il nome di senso comune [gemeinschaftlicher Sinn]»40.
Questa essenziale distinzione viene ripetuta anche nella nota a piè pagina, in cui si introduce una ulteriore precisazione tramite una terminologia latina: «Si potrebbe chiamare il gusto [Geschmack] sensus communis aestheticus, e l’umano intelletto comune [gemeiner Menschenverstand] sensus communis logicus»41. Questi due passi, che fanno luce in maniera accurata sulla distinzione tra senso comune come sano intelletto e senso comune come gusto, erano stati da Kant finora affrontati in maniera solo indiretta. Attraverso queste precisazioni, Kant arriva a rendere chiara la distinzione, nella comunanza del mondo degli esseri umani, di una caratteristica sensibile e di una caratteristica intellettuale. Gli esseri umani hanno in comune un mondo aperto dal modo comune di sentire, che viene da loro vissuto in maniera condivisa attraverso un comune pensare al (e conoscere il) mondo stesso.
La descrizione dei due stadi, ossia il primo, quello della comunanza della risposta emotiva del sentire42; e il secondo, quello dell’unanimità del modo di comunicare i pensieri – questa descrizione, dicevamo, sembra fare terminologicamente eco alla prima Critica43. Ma è poi il linguaggio della terza Critica che arriva a concludere la trattazione:
Solo nel caso in cui l’immaginazione in libertà risveglia l’intelletto, e questo, a sua volta, senza ricorrere ai concetti, pone l’immaginazione in un gioco regolare [ein regelmäßiges Spiel], in quel caso allora si comunica la rappresentazione [Vorstellung] non come pensiero [Gedanke], ma piuttosto come un sentimento interno dello stato finale dell’animo [inneres Gefühl eines zweckmäßigen Zustandes des Gemüts]. Il gusto è perciò la facoltà di giudicare a priori la comunicabilità [Mitteilbarkeit] dei sentimenti, che son legati con una data rappresentazione [Vorstellung] (senza la mediazione di un concetto [ohne Vermittlung eines Begriffs]). Se si potesse ammettere che la semplice comunicabilità universale [allgemeine Mitteilbarkeit] del proprio sentimento debba già in sé implicare per noi un interesse (ciò che, per altro, non si ha il diritto di concludere dalla conformazione di una capacità di giudicare semplicemente riflettente), si potrebbe spiegare perché il sentimento nel giudizio di gusto è attribuito a ciascuno allo stesso tempo come un dovere44.
L’interesse cui Kant fa qui riferimento è l’interesse della ragione ad essere di per sé pratica: la comunanza che sta alla base del senso comune estetico e logico, ossia del gusto e del sano intelletto, è una comunanza basata non solo sulla loro necessità di fronteggiare l’assenza di regola, alla quale il gusto e il sano intelletto devono far fronte nel processo di universalizzazione, ma primariamente ed essenzialmente su un ordine pratico, su una normatività di tipo etico che si rifà alla destinazione morale dell’essere umano.
È a questa sensatezza del mondo che gli esseri umani hanno in comune che ci si deve rivolgere per palesare la forma più evidente della comunanza insita nel senso comune come gusto e sano intelletto, e per far ciò è necessario passare ora alla trattazione kantiana del senso comune nell’Antropologia dal punto di vista pragmatico, che riprende la dimensione della pragmatica della ragione declinandola nei termini dell’impresa dell’Illuminismo.
2. Senso comune e sano intelletto umano nell’Antropologia dal punto di vista pragmatico
L’Antropologia dal punto di vista pragmatico, pubblicata nel 179845 risale a lezioni che Kant tenne dal semestre invernale del 1772/1773 e fino al 1795/1796. L’intento di Kant era quello di fare dell’antropologia, per la prima volta negli studi universitari, «una vera e propria disciplina accademica»46. Secondo Kant, il principale vantaggio dell’antropologia è quello di impartire una conoscenza che renda il giovane accademico saggio per il mondo. Nonostante la vicinanza della disciplina dell’antropologia kantiana con la tradizione della psicologia empirica di lingua tedesca, un altro fattore che ha certamente giocato un ruolo rilevante è quello dell’Illuminismo scozzese, con la sua proposta di dedicare all’essere umano un’indagine di tipo scientifico, allo stesso modo in cui Newton proponeva di analizzare la natura: la natura umana, in quanto essa stessa natura, deve essere ugualmente analizzata sotto la lente della nuova metodologia scientifica47.
È all’interno di questa costellazione di pensiero che incontriamo le riflessioni più composite e strutturate dedicate da Kant al senso comune in generale, tanto nella sua accezione di comune o sano intelletto umano quanto in quella estetica di gusto.
Nei paragrafi dell’Antropologia in cui Kant menziona il senso comune logico si registra un atteggiamento duplice da parte dell’autore: da un lato, come abbiamo visto in precedenza nella terza Critica, Kant intende il senso comune in termini di efficace e primitiva forma di apertura intellettuale al mondo; d’altro lato, tuttavia, nota ancora una volta come il termine “senso” (Sinn) sia poco appropriato per esprimere la componente di una capacità di conoscenza intellettuale e, soprattutto, mette in evidenza i problemi legati ad una capacità definibile in maniera solo vaga, e la possibilità di perdersi in una rischiosa infatuazione entusiastica nei confronti di una facoltà poco affidabile48. È paradigmatica, in questo senso, la definizione che Kant ne dà all’inizio dell’opera, al paragrafo 6:
Se si giudicano gli esseri umani secondo la loro capacità di conoscere (cioè secondo l’intelligenza) bisogna distinguere tra quelli in cui si deve riconoscere il senso comune [Gemeinsinn] (sensus communis) – che in verità non è “volgare” [gemein (sensus vulgaris)] – e le persone di scienza [Leute von Wissenschaft]. I primi sono abili nei casi dell’applicazione delle regole (in concreto), i secondi le conoscono di per sé e prima della loro applicazione (in abstracto). L’intelletto [Verstand], che appartiene alla prima facoltà del conoscere, viene chiamato sano intelletto umano [gesunder Menschenverstand] (bon sens); il secondo, mente vivace [heller Kopf] (ingenium perspicax). È singolare che ci si rappresenti il primo, che solitamente viene considerato esclusivamente come una facoltà pratica della conoscenza, non solo come qualcosa che può fare a meno della cultura, ma che anzi [lo si presenti come se] la cultura stessa possa addirittura danneggiarlo, nel caso in cui non venga praticata in maniera corretta, e che lo si esalti fino ad un entusiasmo eccessivo [Schwärmerei] e lo si consideri una miniera di tesori nascosti nel profondo dell’animo, anche fino al punto da considerare il suo verdetto, similmente ad un oracolo (il genio di Socrate), come più affidabile di tutto ciò che la conoscenza scientifica conquistata attraverso gli studi possa offrire49.
La problematicità del sano intelletto umano è, allora, evidente, soprattutto se considerato nella sua tendenza a poter diventare corrotto e tendente all’errore, come intelletto volgare. Tuttavia, Kant aggiunge che questo non avviene di regola, e che, anzi, l’intelletto comune ha in sé vari aspetti positivi che, in particolari circostanze, lo rendono addirittura più affidabile rispetto all’intelletto coltivato alla conoscenza scientifica:
Una cosa è certa: quando la soluzione di un problema si fonda su regole generali e innate dell’intelletto (il cui possesso prende il nome di ingegno naturale [Mutterwitz]), è meno sicuro ricorrere a principi scientificamente e tecnicamente elaborati (l’ingegno di scuola [Schulwitz]) e arrivare in tal modo ad una decisione, invece che sbilanciarsi sulla base di motivazioni del giudizio che si nascondono nell’oscurità dell’animo – cosa che si potrebbe chiamare tatto logico [logischer Tact]. In tal caso, la riflessione si rappresenta l’oggetto da diverse prospettive e giunge ad un risultato corretto, senza la consapevolezza degli atti che hanno luogo all’interno dell’animo. Il sano intelletto [der gesunde Verstand] può però attestare questa sua superiorità solo rispetto all’oggetto d’esperienza: non solo accrescendo la conoscenza attraverso di essa, ma anche ampliando l’esperienza stessa – non in senso speculativo, bensì solo in senso empirico-pratico. Infatti, il primo richiede principi scientifici a priori, il secondo anche esperienze, ossia giudizi che vengono continuamente confermati da tentativi e successi50.
Già da queste prime due definizioni del senso comune logico come buon senso o sano intelletto umano si evince come Kant intenda procedere con una cautela diversa rispetto al modo in cui ha trattato il senso comune estetico nella terza Critica: il sano intelletto umano indica un intelletto universalmente diffuso, semplice, non coltivato, naturale e comune, l’intelletto distribuito e presente in maniera equa in tutta la comunità umana, che si contrappone tanto alla stupidità quanto alla pedanteria; e il suo avere una applicazione “pratica” indica (almeno per ora, in questo passo) semplicemente la sua lontananza dalla finezza speculativa e dalla sottigliezza argomentativa di alcuni procedimenti filosofici o scientifici. Il sano intelletto comune giudica in base a regole concrete dell’esperienza, che rimangono tuttavia ancora oscure rispetto ad una chiara e precisa conoscenza scientifica. La sua particolarità è quella di basarsi principalmente sulla possibile correttezza del giudizio altrui in generale, prendendo in prestito conoscenze generali da conoscenze particolari, misurando e mettendo quest’ultime in continuo accordo con l’esperienza. È in questa accezione che l’intelletto è definito “comune” nell’accezione di abituale, ossia vicino all’esperienza ordinaria, innato in ogni essere umano e non bisognoso di essere educato per la sua attivazione e messa in funzione. La conoscenza, anche se solo meramente primitiva, che da esso dipende, avviene per accumulazione, a differenza di quella sistematica della scienza, e rifugge dal pensiero astratto. Questo non mina, tuttavia, una cooperazione produttiva tra scienza e intelletto comune, che è anzi attesa come propizia nella misura in cui il secondo serve alla prima come punto di partenza e costante motivo di esaminare se stessa51. Questo ruolo del senso comune come sprone per la verifica della conoscenza scientifica non implica, tuttavia, la giustificatezza del senso comune di prevalere o eccepire sull’attività dell’intelletto per la conoscenza. A tal proposito, Kant nota al paragrafo 10 dell’Antropologia:
I sensi non comandano sull’intelletto. Gli si offrono semplicemente, piuttosto, per servirlo. Il fatto che essi non vogliano sapere disconosciuta l’importanza, che deriva loro soprattutto da ciò che prende il nome di umano senso comune [gemeiner Menschensinn] (sensus communis), non può esser loro attribuita come la pretesa di voler dominare sull’intelletto. È vero che ci sono giudizi che non sono formalmente deferiti davanti al tribunale dell’intelletto per esser da lui vagliati e sembrano quindi dettati direttamente dal senso […]. Si presuppone che il primo giudizio su ciò che sia giusto e saggio fare sia in linea di massima ciò che è giusto, e che un ulteriore ripensamento non faccia che introdurre inutili sottigliezze. Ma in realtà questi giudizi non arrivano dai sensi, bensì da reali per quanto oscure riflessioni dell’intelletto52.
Kant sottolinea, quindi, come ciò che, a prima vista, sembra derivare dai sensi, sia in realtà dovuto ad una primitiva attività dell’intelletto. Per capire perché avvenga una tale confusione bisognerà aspettare fino al paragrafo 28, che costituisce, tuttavia, il perno su cui ruota tutta la spiegazione del senso comune e completa in maniera precisa e approfondita il discorso sulle due modalità di intendere il senso comune, come connotato in maniera sensibile in quanto gusto, o come attività primitiva della conoscenza in quanto sano intelletto. È, a mio avviso, proprio a questo passaggio che deve essere indirizzata l’attenzione, per spiegare il ruolo del senso comune nell’opera di Kant:
Che la parola ‘senso’ [Sinn] (però solo al singolare) venga così frequentemente usata per ‘pensiero’ [Gedanke], e addirittura per qualcosa di più alto del pensare; che si dica di un’asserzione che in essa sia contenuto un senso più profondo e ricco […]; e che il sano intelletto [gesunder Menschenverstand] sia anche detto senso comune [Gemeinsinn] e che lo si collochi così in alto, nonostante l’espressione non indichi in realtà che il grado più basso della facoltà di conoscere; tutto ciò dipende dal fatto che l’immaginazione, che sottopone la materia all’intelletto, per procurare ai suoi concetti un contenuto (per la conoscenza), in virtù di un’analogia delle proprie (da lei stessa inventate) intuizioni con percezioni reali, sembra conferir loro realtà53.
In questo passo si trova la chiave di lettura di tutto il discorso kantiano sul senso comune ed il motivo per cui spesso il sano intelletto è fatto corrispondere al senso comune stesso. Come accennato già nella terza Critica, anche in questo passo dell’Antropologia è fondamentale tenere a mente la distinzione tra, da una parte, la dimensione sensibile (della Sinnlichkeit, la sensibilità, quindi passiva) dei processi mentali umani, e dall’altra parte, la dimensione intellettiva (del Verstand, l’intelletto, quindi attiva) del pensiero. Come si legge nella prima Critica alle pagine della Deduzione trascendentale, che hanno lo scopo di chiarire la pretesa di legittimità dei concetti e delle categorie di riferirsi a oggetti, i sensi non sono in grado di fornire un’unità sintetica (necessaria alla conoscenza scientifica che si basa sui giudizi di esperienza): questa connessione unitaria è data dall’Io penso54. Tuttavia, come nota Kant anche in questo passo dell’Antropologia, l’immaginazione media tra intuizioni e percezioni reali nella misura in cui trova nelle percezioni sensibili (e da lì prende) il materiale per i concetti. Diversamente accade nel caso dell’attività del senso comune, dove l’immaginazione media tra intuizioni inventate da lei stessa e percezioni realmente attinenti alla materia dell’intuizione sensibile, e in parte anche nella conoscenza scientifica, laddove essa, nel suo livello più proprio, è costruzione di concetti. La realtà che sembrano avere i giudizi derivati dal senso comune è tutta da dimostrare, nella misura in cui le intuizioni su cui si basa non sono reali ma immaginate: questo è ciò che ha in comune ciascun essere umano dotato di un sano intelletto, ossia una primitiva capacità di giudicare in maniera sensata. È per questo motivo che, anche nell’Antropologia, addirittura in due paragrafi diversi (43 e 59), Kant si riferisce alla comunanza del giudicare nella comunicazione con gli altri e ripete le tre massime già menzionate nella terza Critica55. Ed è sempre per questo motivo che mette in guardia dall’utilizzo del semplice senso comune o meramente sano intelletto ancora non coltivato:
Un intelletto in sé sano [ein an sich gesunder Verstand] (cioè senza debolezze mentali) può però, nel suo utilizzo, essere accompagnato da tali debolezze, che rendono necessari il rinvio di tale utilizzo fino al raggiungimento della maturità necessaria, o la nomina di una persona per la cura degli affari di natura civile. La incapacità (naturale o legale) di un essere umano, peraltro sano, dell’uso del proprio intelletto negli affari civili è la minorità [Unmündigkeit]; se essa è fondata sul mancato raggiungimento della maturità in termini di età, è definita come stato del minorenne (minorennità); se è invece fondata su disposizioni legali relative agli affari civili, si chiama minorità legale o civile. I ragazzi sono per natura in stato di incapacità e i genitori ne sono i naturali tutori. La donna ad ogni età è ritenuta minore in termini civili; il marito è il suo tutore naturale56.
La necessità del passaggio dal mero sano intelletto o senso comune alla conoscenza è qui delineata negli stessi termini che sono stati resi famosi dalla kantiana risposta alla domanda “Che cos’è l’Illuminismo?”. È questo ultimo passaggio, che rende esplicito il ruolo del senso comune come primo gradino nei confronti di una civiltà illuminata, che resta ora da analizzare per rendere esplicita la valenza eminentemente pratica, legata ad una dimensione di normatività, sottesa al sano intelletto umano e al senso comune come gusto.
3. Sulla sensatezza del mondo che abbiamo in comune: la dimensione pratica di senso comune e sano intelletto – tra comunanza, comunità, e Illuminismo
Il primo riferimento ad una dimensione pratica, morale e politica, del senso comune kantiano è, forse, nel dibattito a noi più recente, quello espresso da Hannah Arendt:
Il solo carattere del mondo che permette di misurare la realtà è il suo essere comune a tutti, e il senso comune occupa un posto così elevato nella gerarchia delle qualità politiche perché è il solo che fa aderire alla realtà complessiva delle cose con i nostri cinque sensi strettamente individuali e i dati strettamente particolari che essi percepiscono. È per merito del senso comune che le percezioni degli altri sensi sembrano dischiudere la realtà, anziché essere semplicemente avvertite come irritazioni dei nervi o sensazioni di resistenza del corpo. Una sensibile diminuzione nel senso comune in una comunità e un sensibile aumento di superstizione e credulità sono pertanto segni quasi infallibili di alienazione dal mondo57.
Arendt, andando oltre la pura lettera del testo kantiano58, declina ciò che nel testo è ben presente, ossia la dimensione pratica del senso comune, che fa percepire al singolo che ci sono altri esseri umani che giudicano, e lo fa porre nella posizione di ogni altro essere umano. Questo senso comune è pensato da Arendt come un principio soggettivo dello stare insieme e dell’avere in comune un mondo su cui esprimere giudizi: questi ultimi, nonostante la loro connotazione soggettiva, devono prendere necessariamente in considerazione la soggettività insita anche nelle opinioni e nei sentimenti altrui e, in tal modo, condurre alla condivisione della soggettività in termini di una possibile universalizzabilità del comunicare. Il criterio per il corretto giudicare sarà allora la comunicabilità, che viene protetta e garantita dal senso comune che ci pone davanti ad un mondo condiviso in termini estetici (il senso comune come gusto) e logici (il senso comune come sano intelletto umano). Nell’idea di umanità, presente in ogni umano attraverso la possibile normatività morale dell’autolegislazione dell’autonomia, l’essere umano come pensante, agente e giudicante diventa individuo nel mondo condiviso.59
Il senso comune come gusto o sano intelletto rende sensato il mondo in cui viviamo nei termini di un mondo umanamente sensato, di esseri razionali finiti che comunicano tra loro e la cui destinazione finale è la moralità. Che la sensatezza del mondo che abbiamo in comune si esprime attraverso il conferimento di un significato morale al mondo condiviso è chiaro se si pensa al compimento della impresa di passare dal sano intelletto alla cultura attraverso l’avvicinarsi a un’epoca illuminata. Questa impresa consiste nell’avvicinar se stesso, da parte dell’essere umano, alla propria destinazione finale: impresa da Kant definita Illuminismo.
Il collegamento tra senso comune e praticità della ragione attraverso l’Illuminismo mostra in maniera chiara ciò che è sotteso a tutto il discorso kantiano sull’etica, e va al di là anche dell’ovvio rapporto tra bello e buono che viene discusso nella terza Critica e che è un topos ricorrente nella letteratura filosofica di lingua tedesca nel diciottesimo secolo60. Questo collegamento è già espresso, in nuce, negli scritti fondativi della morale di Kant. Ad esempio, nella Fondazione della metafisica dei costumi, Kant struttura così la sua opera: “1) Prima sezione: Passaggio dalla comune conoscenza morale di ragione alla conoscenza filosofica. 2) Seconda sezione: Passaggio dalla filosofia morale popolare alla metafisica dei costumi. 3) Terza sezione: Ultimo passo, dalla metafisica dei costumi alla critica della ragione pura pratica”61.
Kant parte dalla comune conoscenza morale perché, com’è noto, egli è convinto del fatto che tutti gli esseri umani non abbiano bisogno di filosofi e filosofe per capire che cosa si debba fare in situazioni moralmente rilevanti, in quanto la conoscenza comune e le prime intuizioni morali fanno già, di per sé, da ottima guida di partenza:
Nella conoscenza morale della comune ragione umana [in der moralischen Erkenntniß der gemeinen Menschenvernunft], siamo giunti sino al suo principio, che essa certo non pensa così a sé stante in una forma universale, ma che tuttavia in realtà ha sempre presente, e che utilizza come criterio del proprio giudizio. Sarebbe facile mostrare qui come essa, con questa bussola alla mano, sappia distinguere assai bene in tutti casi occorrenti cosa sia buono, cosa sia cattivo, cosa sia conforme o contrario al dovere, se solo, senza che le si insegni assolutamente nulla di nuovo, la si rende consapevole del suo proprio principio […]. E qui non si può osservare senza ammirazione come la facoltà di giudizio pratica sia nell’intelletto umano comune [im gemeinen Menschenverstande] così tanto al di sopra di quella teoretica. In quest’ultima, se la ragione comune osa allontanarsi dalle leggi dell’esperienza e dalle percezioni dei sensi, cade in pure assurdità e contraddizioni con se stessa, o perlomeno in un caos di incertezza, oscurità e incoerenza. Nel pratico, invece, la facoltà di giudizio inizia a mostrarsi davvero utile proprio quando l’intelletto comune [der gemeine Verstand] esclude tutti i moventi sensibili dalle leggi pratiche. Esso diventa allora persino sottile, sia che voglia cavillare con la propria coscienza o con altre esigenze riguardo a ciò che debba dirsi giusto, sia che voglia determinare correttamente il valore delle azioni per il proprio stesso apprendimento62.
Nell’etica di Kant, il senso comune in termini di comune intelletto umano gode di un altissimo riconoscimento. Grazie alla certezza che procura al giudizio, funge da punto di partenza, da pietra di paragone e guida per trovare la legge morale e, a differenza del comune intelletto come sano intelletto e senso comune logico, che rimane solo a principio della conoscenza ma diventa poi controproduttivo se si oppone all’attività dell’intelletto nelle questioni di scienza, l’intelletto comune nella sua valenza pratica ha la massima utilità. Come Kant noterà anche nella seconda Critica: «Il più comune intelletto [der gemeinste Verstand] può distinguere senza alcuna istruzione quale forma nella massima si presti ad una legislazione universale e quale no»63.
È allora, in conclusione, questa dimensione che fa sì che il senso comune sia definito in maniera precisa come ciò che rende sensato il mondo che abbiamo in comune: rifacendosi all’idea di umanità che è insita in ogni singolo essere umano e che è caratterizzata dalla sua destinazione morale, cui l’umanità stessa si avvicina attraverso l’Illuminismo. La valenza pratica del senso comune rende questo mondo qualcosa di diverso da un semplice sogno, corregge gli spettri del sonno dogmatico della ragione attraverso un dialogo costante con l’altro o l’altra della ragione, con cui ci si accorda e si costruisce un mondo diverso dalla sola fisicità della natura, un mondo in cui l’autonomia dell’agire pratico disvela all’essere umano la sua parte sovrasensibile, che non è percepibile nell’arrogante delirio del privato bastare a se stesso64.
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Zhouhuang, Zhengmi, Der Sensus communis bei Kant. Zwischen Erkenntnis, Moralität und Schönheit, de Gruyter, Berlin-Boston 2016.
1 È proprio così che si intitola il paragrafo 40 della terza Critica, ossia Kant, KU, AA V:293-296. Le opere di Kant verranno citate sempre sulla base dell’edizione della accademia, la cosiddetta Akademie-Ausgabe (cui farò riferimento tramite l’abbreviazione AA), ossia: Kant’s gesammelte Schriften, a cura della Accademia delle Scienze di Berlino (e successive). Berlin, Georg Reimer, poi Walter de Gruyter 1900 e seguenti. I volumi dell’edizione dell’accademia sono riportati in numeri romani seguiti dalla pagina/le pagine in numeri arabi. Utilizzerò le consuete abbreviazioni dei titoli delle opere di Kant che sono in uso nella ricerca scientifica kantiana e possono essere consultate all’interno della rivista «Kant-Studien». Come di consueto, l’unica eccezione sarà nel modo di citare la Critica della ragion pura (I. Kant, Kritik der reinen Vernunft, Hartknoch, Riga 1781; seconda edizione: 1787 = KrV), cui farò riferimento sulla base della paginazione originale della prima edizione del 1781: Kant, KrV, A; e della seconda edizione del 1787: Kant, KrV, B, seguita dal numero di pagina in numeri romani. Le traduzioni italiane utilizzate saranno di volta in volta menzionate in nota. Le traduzioni sono spesso decisamente modificate sulla base di mie scelte filologiche o interpretative. In questo caso, per la prima Critica, cf. I. Kant, Critica della ragion pura, trad. it. di G. Gentile e G. Lombardo-Radice, introd. e rev. della trad. a cura di V. Mathieu, Laterza, Roma-Bari 2005. Per la già citata terza Critica (ossia: I. Kant, Kritik der Urteilskraft, Lagarde und Friedrich, Berlin-Libau 1790), presente nel volume quinto dell’edizione dell‘Accademia, cf. I. Kant, Critica del Giudizio, trad. it. di A. Gargiulo, rev. di V. Verra, introd. di P. D’Angelo, Laterza, Roma-Bari 1997.
2 Per una rassegna della recente letteratura secondaria sull’argomento, cf. F. Rampinini, La necessità del gusto e il sensus communis kantiano. A partire da alcune recenti letture, «Con-Textos Kantianos», 9, 2019, pp. 97-122. In Italia, il senso comune in Kant è stato oggetto di studi accurati da parte di, tra gli altri, da Garroni e Marcucci (cf. E. Garroni, Senso e paradosso. L’estetica, filosofia non speciale, Laterza, Roma-Bari 1986; Id., Estetica ed epistemologia. Riflessioni sulla Critica del giudizio di Kant, Unicopli, Roma 1998; S. Marcucci, Studi kantiani, vol. II: Kant e l’estetica, Pacini Fazzi, Lucca 1988), e poi da Aportone (A. Aportone, Le condizioni soggettive comuni della riflessione. Note sui §§ 39 e 40 della Critica della facoltà di giudizio di Kant, «Paradigmi. Rivista di critica filosofica», 36, 2018, pp. 143-158); Menegoni (F. Menegoni, L’a priori del senso comune in Kant, «Verifiche», 19, 1990, pp. 13-50). Nella più recente discussione del concetto di senso comune kantiano all’interno dell’attuale dibattito di lingua tedesca, cf. invece J. Kulenkampff, Vom Geschmacke als einer Art sensus communis. Versuch einer Neubestimmung des Geschmacksurteils, in A. Esser (Hrsg.), Autonomie der Kunst? Zur Aktualität von Kants Ästhetik, Akademie Verlag, Berlin 1995, pp. 25-48; G. Leyva, Die Analytik des Schönen und die Idee des sensus communis in der Kritik der Urteilskraft, Peter Lang, Frankfurt am Main 1997; R. Nehring, Kritik des Common Sense: Gesunder Menschenverstand, reflektierende Urteilskraft und Gemeinsinn – der sensus communis bei Kant, Duncker & Humblot, Berlin 2010; Z. Zhouhuang, Der Sensus communis bei Kant. Zwischen Erkenntnis, Moralität und Schönheit, de Gruyter, Berlin-Boston 2016.
3 Cf. Kant, KU, AA V:295, nota a piè di pagina.
4 Cf. in particolare H. Arendt, Lectures on Kant’s Political Philosophy, ed. by R. Beiner, University of Chicago Press, Chicago 1982. Trad. it. di P.P. Portinaro, C. Cicogna e M. Vento, Teoria del giudizio politico: lezioni sulla filosofia politica di Kant, Il melangolo, Genova 2005.
5 Per una prima ricognizione generale di tutti i luoghi dell’opera di Kant in cui si trovano le espressioni senso comune (Gemeinsinn), o anche sano o comune intelletto umano (gesunder/gemeiner Menschenverstand), o anche l’espressione, anch’essa usata sinonimicamente, ragione comune umana (gemeine Menschenvernunft), cf. R. Nehring, «Menschenverstand, gesunder/gemeiner», in M. Willaschek et al. (Hrsg.), Kant-Lexikon, de Gruyter, Berlin-Boston 2015, pp. 1520-1522.
6 Sul ruolo giocato dalle riflessioni filosofiche in lingua inglese e, in particolare, dall’Illuminismo scozzese, all’interno del dibattito di lingua tedesca nel secolo XVIII, cf. M. Kuehn, Scottish Common Sense in Germany, 1768-1800. A Contribution to the History of Critical Philosophy, McGill/Queen’s University Press, Kingston 1987. In particolare, sul rapporto tra Shaftesbury e Kant, cf. J.-P. Larthomas, De Shaftesbury à Kant, Didier, Paris 1985; invece, su quello tra Reid e Kant, cf. E. Brun-Rovet, Reid, Kant and the Philosophy of Mind, «The Philosophical Quarterly», 52, 2002, pp. 495-510. Per una trattazione del senso comune da un punto di vista sistematico, partendo da considerazioni relative all’Illuminismo scozzese e alla filosofia classica tedesca, cf. E.E. Kleist, Judging Appearances. A Phenomenological Study of the Kantian sensus communis, Kluwer, Dordrecht 2000.
7 Sul ruolo chiave giocato da Christian Garve in questa operazione, cf. N. Waszek, Christian Garve als Zentralgestalt der deutschen Rezeption schottischer Aufklärung, in D. Brühlmeier, H. Holzhey und V. Mudroch (Hrsg.), Schottische Aufklärung. A Hotbed of Genius, Akademie Verlag, Berlin 1996, pp. 123-145; F. Oz-Salzberger, Translating the Enlightenment. Scottish Civic Discourse in Eighteenth-Century Germany, Oxford University Press, Oxford 1995; A. Falduto, Schottische Aufklärung in Deutschland. Christian Garve und Adam Fergusons Institutes of Moral Philosophy, in U. Roth und G. Stiening (Hrsg.), Christian Garve (1742-1798). Philosoph und Philologe der Aufklärung, de Gruyter, Berlin-Boston 2021, pp. 33-53.
8 Per una trattazione del senso comune all’interno di considerazioni più generali sulla teoria estetica della terza Critica e, in particolare, sulla parte relativa al giudizio di gusto, cf. Ch. Fricke, Kants Theorie des reinen Geschmacksurteils, de Gruyter, Berlin-New York 1990; G. Kohler, Geschmacksurteil und ästhetische Erfahrung. Beiträge zur Auslegung von Kants Kritik der ästhetischen Urteilskraft, de Gruyter, Berlin-New York 1980.
9 Il titolo completo del paragrafo 22 è «Die Notwendigkeit der allgemeinen Beistimmung, die in einem Geschmacksurtheil gedacht wird, ist eine subjective Nothwendigkeit, die unter der Voraussetzung eines Gemeinsinns als objectiv vorgestellt» [«La necessità dell’accordo universale, che è pensata in un giudizio di gusto, è una necessità soggettiva, che è rappresentata come oggettiva con la presupposizione di un senso comune»] (Kant, KU, AA V:239 – miei corsivi); quello del paragrafo 40: «Vom Geschmacke als einer Art von sensus communis» [«Del gusto come sensus communis»] (Kant, KU, AA V:293).
10 Approfondirò più avanti il tipo di conoscenza che entra qui in gioco.
11 Cf. S. Nachtsheim, «Gemeinsinn», in Willaschek et al. (Hrsg.), Kant-Lexikon, cit., pp. 746-748.
12 Kant, KU, AA V:295, nota.
13 Sul senso comune come Senso (Sinn) e gusto, cf. J. Rivera de Rosales, Relation des Schönen (§§10-17), Modalität des Schönen (§§ 18-22), in I. Kant, Kritik der Urteilskraft, hrsg. von O. Höffe, Akademie Verlag, Berlin 2008, pp. 73-90: pp. 88-89.
14 Sul significato di “comunitario” del senso comune come una competenza “intersoggettiva” (ossia condivisa da tanti esseri umani) o “intrasoggettiva” (ossia reperibile in un individuo), cf. in particolare Ch.H. Wenzel, Gemeinsinn und das Schöne als Symbol des Sittlichen, in R. Hiltscher, S. Klingner und D. Süß (Hrsg.), Die Vollendung der Transzendentalphilosophie in Kants Kritik der Urteilskraft, Duncker & Humblot, Berlin 2006, pp. 125-139: p. 128.
15 Come il già citato studio di Nachtsheim, «Gemeinsinn», cit., pp. 746-748.
16 Kant, KU, § 22, AA V:239.
17 Sulla distinzione tra le facoltà e le caratteristiche delle facoltà kantiane, cf. A. Falduto, The Faculties of the Human Mind and the Case of Moral Feeling in Kant’s Philosophy, de Gruyter, Berlin-Boston 2014.
18 Kant, KU, § 22, AA V:239.
19 Cf., a tal proposito, B. Recki, Ästhetik der Sitten: Die Affinität von ästhetischem Gefühl und praktischer Vernunft bei Kant, Klostermann, Frankfurt am Main 2001.
20 Kant, KU, § 22, AA V:239.
21 Cf. Kant, KU, § 22, AA V:239-240.
22 Kant: KU, § 29, AA V:264.
23 Cf. Kant: KU, § 29, AA V:264-265.
24 La storia del concetto di senso comune in termini estetici inizia almeno da Aristotele e Cicerone e arriva a Kant attraverso Shaftesbury. Vedi a tal proposito T.M. Katharina, Der Begriff des sensus communis in Kants Kritik der Urteilskraft. Eine historische und systematische Analyse, Dissertation, Zürich 2002.
25 Kant: KU, § 29, AA V:265.
26 Cf. Kant: KU, § 29, AA V:265-266.
27 Cf. G. Kohler, Gemeinsinn oder: Über das Gute am Schönen. Von der Geschmackslehre zur Teleologie (§§ 39–42), in Kant, Kritik der Urteilskraft, hrsg. von Höffe, cit., pp. 127-140: pp. 133-134.
28 Su questi temi e, in particolare, sulla dottrina del fatto della ragione, cf., tra i numerosi studi, almeno le precise e chiare considerazioni a proposito avanzate da S. Landucci, Sull’etica di Kant, Guerini, Milano 1994, e l’ultimo capitolo di Falduto, The Faculties of the Human Mind and the Case of Moral Feeling in Kant’s Philosophy, cit., pp. 204-240.
29 Kant: KU, § 39, AA V:292-293.
30 Il termine “primitivo”, da me usato qui e nel prosieguo dell‘analisi, come si vedrà, intende discostarsi dall’uso che ne fa Ginsborg nei suoi studi. Cf. H. Ginsborg, The Normativity of Nature. Essay on Kant’s Critique of Judgement, Oxford University Press, Oxford 2015.
31 Kant: KU, § 40, AA V:293.
32 Kant: KU, § 40, AA V:293.
33 Kant: KU, § 40, AA V:293.
34 Kant: KU, § 40, AA V:294.
35 Kant: KU, § 40, AA V:294.
36 Cf. Kant: KU, § 40, AA V:294.
37 Kant: KU, § 40, AA V:295.
38 Cf. Kant: KU, § 40, AA V:295.
39 Sulla seconda massima del sano intelletto e la sua connessione con l‘idea di umanità, cf. B. Recki, Die Dialektik der ästhetischen Urteilskraft und die Methodenlehre des Geschmacks (§§ 55-60), in Kant, Kritik der Urteilskraft, cit., pp. 177-196: p. 195. Come è già stato fatto notare, questo passo sviluppa, oltre al concetto di giudizio estetico riflettente, anche quello di un giudizio riflettente in generale, e, nel farlo, dimostra una specifica affinità dell’estetica con la morale, oltre a fornire niente meno che una pragmatica normativa della ragione e, di conseguenza, un vero e proprio caposaldo della teoria dell’Illuminismo (cf. Kohler, Gemeinsinn oder: Über das Gute am Schönen, cit., pp. 127-140: p. 135).
40 Kant: KU, § 40, AA V:295.
41 Kant: KU, § 40, AA V:295, nota.
42 Cf. Kant: KU, § 40, AA V:295.
43 Cf. Kant: KU, § 40, AA V:295.
44 Kant: KU, § 40, AA V:296. Su questo punto, cf. Nachtsheim, «Gemeinsinn», cit., pp. 746-748.
45 I. Kant, Anthropologie in pragmatischer Hinsicht, Nicolovius, Königsberg 1798, citato secondo l’edizione dell’Accademia (AA VII:117-333). Trad. it.: Antropologia dal punto di vista pragmatico, in I. Kant, Scritti morali, a cura di P. Chiodi, UTET, Torino 1970, pp. 541-757. La traduzione dell’Antropologia appena menzionata verrà utilizzata solo come base per una nuova traduzione fortemente modificata che offrirò in questo contributo. La ragione della mia scelta di modificare radicalmente la traduzione è dovuta alla presenza di quelli che, a mio avviso, sono consistenti errori di interpretazione testuale da parte del traduttore.
46 Questo è quanto si legge in una lettera di Kant indirizzata a Markus Herz e databile intorno alla fine del 1773 – cf. AA X:145. Su queste attività accademiche relative al nuovo ruolo della disciplina dell’antropologia, cf. anche E. Arnoldt, Möglichst vollständiges Verzeichnis aller von Kant gehaltenen oder auch nur angekündigten Vorlesungen nebst darauf bezüglichen Notizen und Bemerkungen, in Id., Gesammelte Schriften, hrsg. von O. Schöndörffer, vol. 5: Kritische Exkurse im Gebiete der Kantforschung, Teil 2., Verlag von Bruno Cassirer, Berlin 1909, pp. 173-344; R. Brandt, Kants pragmatische Anthropologie: Die Vorlesung, «Allgemeine Zeitschrift für Philosophie», 19, 1994, pp. 41-49.
47 Cf. a proposito A. Meyer, Von der Wahrheit zur Wahrscheinlichkeit. Die Wissenschaft vom Menschen in der schottischen und deutschen Aufklärung, Max Niemeyer, Tübingen 2008.
48 Questo tipo di considerazioni erano già state approfondite in maniera ancor più precisa nel saggio sull’orientarsi nel pensiero del 1786, in cui Kant criticava in maniera diretta tanto la filosofia scozzese del common sense quanto Mendelssohn, o anche i filosofi cosiddetti “popolari” quali Garve e Feder (cf. Kant, Was heißt: Sich im Denken orientiren?, AA VIII:132-133).
49 Kant, Anthr., § 6, AA VII:139-140.
50 Kant, Anthr., § 6, AA VII:140.
51 Sul rapporto tra intelletto comune e conoscenza scientifica, cf. R. Nehring, «Menschenverstand, gesunder/gemeiner», cit., pp. 1520-1522.
52 Kant, Anthr., § 10, AA VII:145.
53 Ivi, § 28, AA VII:169.
54 In questo luogo mi è, ovviamente, impossibile analizzare le innumerevoli interpretazioni legate alla deduzione trascendentale della prima Critica nelle sue due versioni – le cosiddette A-Deduktion e B-Deduktion. Il dibattito sul ruolo dell’immaginazione nella deduzione trascendentale, com’è noto, è stato portato alla luce fin da subito come particolarmente complesso e, di conseguenza, fonte di dibattiti assai controversi (tra tutti, si ricordino, tra i neokantiani, Hermann Cohen e Ernst Cassirer, o i tentativi di Edmund Husserl e Martin Heidegger di interpretare questi luoghi della prima Critica, in particolare KrV, B160-161 e la nota a piè pagina). Il dibattito, iniziato nel XIX secolo, su questi luoghi kantiani è ancora vivissimo e controverso, come sono testimonianza le centinaia di articoli e decine di monografie che, negli ultimi anni, si sono dedicati all’argomento. Tra gli innumerevoli studi, cf. almeno H. Allison, Kant’s Transcendental Deduction, Oxford University Press, Oxford 2015; W. Carl, Die Transzendentale Deduktion der Kategorien in der ersten Auflage der Kritik der reinen Vernunft, Klostermann, Frankfurt am Main 1992.
55 Cf. Kant, Anthr., § 43, AA VII:200; § 59, AA VII:228-229.
56 Kant: Anthr., § 48, AA VII:208-209. Sulla inaccettabilità delle posizioni kantiane relative al ruolo della donna nelle sue considerazioni di tipo antropologico e la sua concezione di secondarietà delle donne all’interno del diritto, cf. H. Varden, Sex, Love, and Gender. A Kantian Theory, Oxford University Press, Oxford 2020; Ch. Sabourin, Kant’s Enlightenment and Women’s Peculiar Immaturity, «Kantian Review», 26/2, 2021, pp. 235-260; M. Brecher, Vernunftrecht und Verdinglichung. Eine Rekonstruktion von Kants Eherecht, de Gruyter, Berlin-Boston 2025.
57 H. Arendt, The Human Condition, University of Chicago Press, Chicago 1958. Trad. it. di S. Finzi, Vita activa. La condizione umana, RCS, Milano 2010, pp. 161-162.
58 Arendt, infatti, parla infatti del senso comune in Kant come una “facoltà politica”. Cf. a tal proposito le ripetute osservazioni a tal riguardo in H. Arendt, Was ist Politik? Fragmente aus dem Nachlaß 1950-1959, hrsg. Von U. Ludz, con una prefazione di K. Sotheimer, Piper, München-Zürich 1993. Trad. it. di M. Bistolfi, Che cos’è la politica?, Edizioni di Comunità, Milano 1995.
59 Cf. H. Arendt, Lectures on Kant’s Political Philosophy, cit.
60 Sul rapporto tra il senso comune estetico e la dimensione etica nel dibattito tedesco del diciottesimo secolo, cf. D. Bachmann-Medick, Die ästhetische Ordnung des Handelns. Moralphilosophie und Ästhetik in der Popularphilosophie des 18. Jahrhunderts, Metzler, Stuttgart 1989.
61 Kant, GMS, AA 4:392.
62 Kant, GMS, AA IV:403-404; cf. anche GMS, AA IV:402 e GMS, AA IV:454.
63 I. Kant, Kritik der praktischen Vernunft, Hartknoch, Riga 1788 (= 1787). Trad. it. di F. Capra, rev. di E. Garin, introd. di S. Landucci, glossario a cura di V. Mathieu: Critica della ragion pratica, Laterza, Roma-Bari 1997 (da me fortemente modificata). La seconda Critica è, come di consueto, citata dal volume quinto dell’edizione dell’Accademia, quindi, in questo caso, Kant, KpV, AA V:27. Kant aggiunge, inoltre: «Ciò che è da farsi secondo il principio dell‘autonomia della scelta, è assai facile da riconoscere e senza ripensamenti anche per il più comune intelletto [für den gemeinsten Verstand]; ciò che è da farsi supponendo la sua eteronomia, è difficile e richiede una conoscenza del mondo; ossia, che cosa sia il dovere, si presenta da sé a ciascuno; ma che cosa apporti un vantaggio vero e duraturo, è sempre avvolto in un’oscurità impenetrabile, se questo vantaggio dev’essere esteso all’intera esistenza, e si richiede molta prudenza nel conformare la regola pratica così determinata […]. La legge morale comanda a ciascuno l’osservanza, e di certo l’osservanza più esatta. Quindi, il giudicare ciò che secondo questa legge è da farsi, non dev’essere così difficile, a tal punto che l’intelletto più comune e meno esercitato [der gemeinste und ungeübste Verstand] non sappia cavarsela anche senz’alcuna esperienza del mondo», Kant, KpV, AA V:36 (cf. inoltre Kant, KpV, AA V:91-92; 155).
64 A questo proposito, cf. la conferma che troviamo ritornando all’Antropologia (Kant, Anthr., § 54, AA VI:219).