https://doi.org/10.36253/ds-15931
Book Reviews
David Armando, La repubblica in collegio. Gli scolopi a Roma tra Lumi e Rivoluzione, ISPF Lab-Consiglio Nazionale delle Ricerche, Napoli 2023, 299 pp.
Nel panorama degli studi sulla Repubblica Romana, che negli ultimi anni è stato illuminato da contributi di rilievo, il libro di David Armando si concentra sulla partecipazione di alcuni padri delle Scuole pie alla vita politica, ma anche all’impegno educativo, dei mesi a cavallo tra il 1798 e il 1799, durante la prima Repubblica romana. Sono state indagate fonti di differente provenienza, sia coeve agli eventi, come la documentazione depositata presso l’Archivio della Curia generalizia scolopica; sia successive, come i processi istruiti dalla Giunta di Stato e quelli interni all’ordine, tesi a far “pulizia” dei soggetti maggiormente compromessi con il regime repubblicano, con pene tutto sommato miti per i religiosi. L’esito non è certo quello di bollare quello dei cosiddetti “scolopi giacobini” come un luogo comune storiografico; piuttosto, e opportunamente, quello di seguire le vicende dei singoli (attraverso i loro scritti), le tracce depositate nella documentazione degli organi di cui fecero parte e i rapporti con i vertici dell’ordine, al fine di collocarli più puntualmente nel panorama politico-religioso dell’epoca.
L’autore evidenzia che le Scuole pie hanno ricevuto maggiore attenzione dalla storiografia, interna e recentemente esterna all’ordine, per quei membri che si sono segnalati in ambito scientifico, mentre minore rilievo è stato attribuito agli eminenti letterati che l’ordine poté vantare tra le sue fila. Si tratta quasi sicuramente del portato, da una parte, di vicende che condizionarono i primi decenni di vita degli scolopi, in particolare il cas célèbre della vicinanza di alcuni di loro a Galilei e, nel secondo Seicento, ad Alfonso Borelli; dall’altra, a distanza di quasi un secolo dai fatti fiorentini, dell’effettiva rilevanza delle ricerche di carattere scientifico, riversate in ambito educativo, di un numero non irrilevante di padri, alcuni dei quali stigmatizzati per l’eccessiva vicinanza alle tesi newtoniane (vicinanza che giunge sino al periodo considerato, con nomi quali quelli di Girolamo Maria Fonda e di Urbano Tosetti), e non sempre supportati dai vertici dell’ordine. È però vero che vi furono pure esimi letterati, probabilmente oscurati dalla preminenza gesuitica in questo settore, alcuni dei quali, di fine Settecento-inizio Ottocento, vengono opportunamente richiamati dall’autore, che giustamente sottolinea anche l’apporto degli scolopi “arcadi”, in direzione di una trasposizione di argomenti filosofico-scientifici in versi, attuando un’interessante “crasi” di due pilastri fondanti dell’identità dell’ordine, in particolare all’interno delle accademie create nei collegi: la cultura umanistica e quella scientifica. Saggiamente, non viene comunque istituita una correlazione diretta tra le innovazioni apportate dagli scolopi nel corso del Settecento nella vasta congerie degli ordini religiosi insegnanti e gli esiti rivoluzionari di alcuni di loro, ma si sottolinea anche la forza dirompente della contingenza del crollo improvviso del potere temporale dei pontefici, e più in generale dell’ancien régime. Nel pur limitato spettro degli scolopi aderenti alla Repubblica, si rispecchiano differenti opzioni ideologiche, e scelte di vita: c’è chi decide coscientemente di rompere con il passato, svestendo anche l’abito ecclesiastico; c’è chi invece, pur plaudendo in particolare alla fine del potere temporale del papato in direzione di una purificazione della Chiesa, cerca di indirizzare le scelte, anche politiche, verso il rispetto della religione e delle virtù cristiane come necessario cemento di una società rinnovata sotto il segno di libertà ed uguaglianza. Una scelta più moderata, e anch’essa modulabile a seconda dei soggetti, ma che spesso preluderà ad un riallineamento con il ricostituito regime pontificio.
Un ampio capitolo (Continuità, pp. 69-155) viene dedicato a collocare l’ordine all’interno del vasto e diversificato mondo dei regolari di età moderna: se ci si limita agli ordini cosiddetti controriformistici, le Scuole pie sono ben al di sotto, come numero di religiosi, rispetto a cappuccini e gesuiti, raggiungendo le tremila unità solo a fine Settecento. Se è possibile individuare delle linee di continuità nella loro storia, la predilezione per i centri minori, per insediarvi le loro case e le loro scuole, e l’aperto anti-gesuitismo ne rappresentano due elementi costituitivi di rilievo. Un anti-gesuitismo sicuramente più “fondante” l’identità scolopica rispetto alla vicinanza al giansenismo, che pure ci fu, in ambito romano (Giambattista Molinelli, Urbano Tosetti, Martino Natali, approdato, quest’ultimo, a Pavia grazie a Firmian, in velata polemica con i vertici dell’ordine, all’inizio del pontificato di Clemente XIV), vicinanza che è stata utilizzata per spiegare gli esiti repubblicani di alcuni padri, sulla scia del nesso giansenismo-rivoluzione, ma che non va eccessivamente enfatizzata. A Roma gli scolopi sono presenti comunque con istituzioni educative importanti, dal Collegio Nazareno al Collegio Calasanzio o Nuovo, dalle scuole “basse” di San Lorenzo in Piscibus all’ospizio di San Michele a Ripa: nel 1798, sono 55 i padri impiegativi. Ma la Provincia Romana dell’ordine è ben più estesa, comprende case in buona parte dello Stato pontificio e giunge sino a Capodistria, in quella che fu la Repubblica di Venezia, annessa proprio in quell’anno all’Austria. La cifra educativa e il legame che si andava ad instaurare tra allievi, famiglie e padri, non saranno mai abbastanza ribaditi: anche da questo saggio risulta con evidenza quanto gli scolopi abbiano potuto beneficiare di protezioni illustri da parte di padri che avevano mandato presso di loro i figli in educazione; di cardinali che vi avevano ricoverato i nipoti (Andrea Corsini, Fabrizio Serbelloni); di ex-allievi che non si stancavano di valorizzare il discepolato, in particolare con alcuni membri dell’ordine (Onorato Caetani, Gioacchino Pessuti). Se a questo si aggiunge l’utilità pubblica a loro attribuita sotto il profilo dell’impegno in ambito educativo, come successe a somaschi, fratelli delle scuole cristiane ed oratoriani, e ai fatebenefratelli per il penchant assistenziale, si riesce ad inquadrare meglio anche il loro ruolo nel periodo repubblicano e oltre.
È, si può dire, il secolo degli scolopi “scienziati” il Settecento (ma anche dei minimi di san Francesco di Paola, in ambito romano), anche perché, forse, sanno trarre vantaggio dalla maggiore veemenza con la quale la Compagnia di Gesù si accanisce contro alcuni membri dell’ordine di sant’Ignazio, scienziati eminenti (uno su tutti, Ruggero Boscovich), per richiamarli all’ordine. L’autore richiama infatti l’attenzione con cui alcuni scolopi, tra cui il già citato Tosetti, guardarono alle scienze della vita, insieme alla fisica sperimentale: un ambito nel quale il richiamo “fondativo” è comunque sempre all’impronta galileiana, con la preminenza dell’osservazione diretta (le vivisezioni) e della pratica sperimentale. E, ancora, chimica, geologia e mineralogia, in cui eccelse uno degli scolopi “repubblicani”, Gian Vincenzo Petrini: un ambito nel quale un interessante lavoro potrebbe essere fatto anche sui reperti conservati nei collegi e sulle “macchine” per esperimenti, in direzione della costruzione di una storia della scienza nel farsi concreto della strumentazione utilizzata, direzione scarsamente intrapresa per quanto riguarda i “musei” o “gabinetti” scientifici delle istituzioni educative, e che molto invece potrebbe dire sulla “disseminazione” delle conoscenze scientifiche, se combinata con altre fonti. Infine, l’applicazione delle scienze al pubblico bene, in ambito agricolo, nella più approfondita conoscenza dell’elettricità (Giambattista Beccaria), anche per le sue applicazioni in medicina. È lo scoppio della rivoluzione in Francia che pare saldare questo recente passato degli scolopi al vento delle nuove idee provenienti da oltralpe, vento che spira in numerose conventicole romane frequentate dai padri (come quella del senese Agostino Chigi).
L’autore ripercorre le vicende in particolare di alcuni scolopi: Bartolomeo Gandolfi, Carlo Giuseppe Gismondi, Scipione Breislak, ma soprattutto Faustino Gagliuffi, Gian Vincenzo Petrini, Giuseppe Solari, variamente coinvolti nelle nuove istituzioni della Repubblica, con una particolare attenzione, e pour cause, al settore dell’istruzione (all’interno dell’Istituto Nazionale; con la direzione delle scuole normali di S. Maria in Traspontina), e più in generale a quello della cultura e della propaganda («Monitore di Roma»). E lo fa utilizzando criticamente anche la documentazione processuale, dalla quale esce con evidenza quanto si presumeva fosse accaduto, e che verrà indicato come incontestabile nel corso dell’Ottocento, vale a dire la saldatura tra devianze ereticali o eterodosse (protestantesimo, giansenismo), Lumi, massoneria, irreligione e rivoluzione, sulla scia di quel “complotto” contro la cristianità, e il buon ordine costituito, che diventerà il cavallo di battaglia del conservatorismo cattolico, il tutto condito con l’accentuazione di comportamenti personali trasgressivi dei singoli, a scopo denigratorio, con l’aggravante di un diretto legame tra tali comportamenti e la disobbedienza politica: insomma, dinamiche più che note in tutti i regimi restaurati. L’autore non dimentica, correttamente, di collocare queste figure di scolopi nel più ampio panorama dell’adesione di regolari ed ecclesiastici secolari al regime repubblicano, evidenziandone sì il ruolo in alcuni casi preminente, ma anche la tutto sommato esigua percentuale di partecipazione rispetto al complesso degli ecclesiastici coinvolti (furono sette quelli sottoposti a processo da parte della Giunta di Stato), certo anche legata alla già evidenziata limitata consistenza numerica dei membri dell’ordine. Ordine del quale, anche qui correttamente, si sottolinea la crisi nei rapporti interni tra padri e vertici, sotto il segno dell’indisciplina, ben prima del periodo in questione, come testimoniato in altri contesti per tutto il Settecento, quale per esempio quello capodistriano, facente comunque parte, come già evidenziato, della Provincia Romana: non è giustificato stabilire connessioni dirette – e l’autore non lo fa –, tra tale crisi e gli esiti repubblicani di alcuni scolopi, ma è certo che il mondo dei regolari non poteva essere insensibile ai mutamenti che si produssero nell’ambito della società nel corso di quel secolo, ed effettivamente non lo fu. Quel che è certo è la cesura forte rappresentata dalla Repubblica Romana nella storia degli ordini religiosi, in particolare nei loro vertici (Roma ospitava le Curie generalizie), che si riflette a cascata su tutti i membri, come ben evidenziato nel libro, che insegue le tracce di molti scolopi, alcuni dei quali non più rientrati all’interno dell’ordine, dopo averlo abbandonato durante le travagliate vicende del triennio repubblicano (1/4 di quelli delle case romane): molti di loro continuarono comunque ad operare come maestri laici, per ovvi motivi.
Ma è interessante sottolineare, e l’autore lo fa in maniera puntuale e approfondita, che non è possibile fare di tutta l’erba un fascio, e questo rappresenta senz’altro il merito più rilevante del saggio: di Gagliuffi, ad esempio, si sottolinea anche l’atteggiamento critico nei confronti di alcuni settori del regime repubblicano, come quello del potere esecutivo; la difesa di istituzioni e soggetti minacciati durante la Repubblica dalle posizioni degli esponenti più radicali; l’opzione per la tolleranza e l’aconfessionalità dello Stato, ma non della totale laicizzazione dell’insegnamento; o, ancora, l’importanza di impostare la “vita nuova” sui valori fondanti del cristianesimo e su quelli della frugalità degli antichi, con particolare riferimento allo stoicismo, corrente con la quale molto risalente fu la più volte ribadita vicinanza con le origini cristiane. Un moderatismo che preluderà, qualche anno più tardi, alla convinta adesione, di Gagliuffi e dei suoi sodali, al regime napoleonico, completando una parabola ben lumeggiata dall’autore in questo suo importante lavoro di scavo archivistico e di re-interpretazione storiografica.
Maurizio Sangalli
Università per Stranieri di Siena