https://doi.org/10.36253/ds-15859

Book Reviews

Jacques-André Naigeon, Paul-Henri Thiry d’Holbach, Il militare filosofo. Obiezioni sulla religione rivolte a Padre Malebranche, edizione curata e tradotta da Mario Cosenza, Mimesis, Milano-Udine 2023, 290 pp.



Testo chiave del materialismo e dell’ateismo settecentesco francese, Le militaire philosophe – pubblicato clandestinamente nel 1767 – nasce dalla riscrittura, ad opera di Naigeon e d’Holbach, di un manoscritto anonimo antecedente, collocabile nel primo decennio del XVIII secolo: si tratta delle Difficultés sur la religion proposées au Père Malebranche, la cui attribuzione al deista Robert Challe – ignota anche ai due philosophes – si deve agli studi tardo novecenteschi di Mortier, Deloffre e Menemencioglu.

La presente traduzione, a cura di Mario Cosenza, non solo costituisce la prima edizione moderna in lingua italiana – il curatore segnala l’esistenza di una traduzione precedente, datata e insoddisfacente nella revisione critica ed editoriale, verosimilmente pubblicata in veste clandestina negli anni della Repubblica Cisalpina –, ma accompagna anche il lettore nell’identificazione e nella comprensione di alcuni aspetti centrali del processo di scrittura, riscrittura e pubblicazione di tale testo. La traduzione, infatti, è preceduta da un’ampia Introduzione (pp. 9–56) del curatore ed è seguita da una breve, ma puntuale Postfazione (pp. 243-249) di Alain Sandrier – i cui recenti studi su d’Holbach e la coterie holbachique sono noti. Tale Postfazione ha il merito di tracciare il ritratto e delineare i contorni della figura del militaire philosophe, identificandone alcuni esempi significativi in epoca moderna – lo stesso Challe, ma anche Boureau-Deslandes, il marchese d’Argens, Federico II di Prussia, Grimm, il marchese di Saint-Lambert e, seppur a livello puramente letterario e finzionale, Monsieur de Kerkabon dell’Ingénu di Voltaire. Se è vero che tale figura non nasce con Naigeon e d’Holbach, è grazie a questi ultimi che essa acquisisce popolarità, divenendo sinonimo di incredulo radicale e intrepido.

Il militare filosofo compendia tutti gli argomenti di critica anticlericale e antireligiosa che pervadono la letteratura eterodossa squisitamente atea dell’epoca dei Lumi, contribuendo a rilanciare il topos del carattere asociale della morale religiosa e la conseguente necessità di rivendicare a chiare lettere la definitiva autonomia – di bayliana memoria – della morale dalla religione. Tuttavia, accanto alla lotta all’impostura politico-religiosa, a rendere quest’opera oggetto di notevole interesse nell’ambito della storiografia settecentista è un ulteriore elemento. Il militaire philosophe, infatti, costituisce un modello paradigmatico di quel processo di “rigenerazione” testuale portato avanti a più riprese dai philosophes. Se lo scritto originario, ad opera di Challe, intendeva fare proprio un deismo maturo – anticlericale, ma non antireligioso –, conservando scrupolosamente, dunque, quella che d’Holbach definirà polemicamente la “sottile distinzione” tra religione e superstizione, nelle mani della boulangerie il testo si trasforma in un vero e proprio manifesto dell’ateismo e del materialismo moderno. Il tentativo, riuscito, di radicalizzazione non passa solo per un intervento sul contenuto – si pensi all’eliminazione o, viceversa, all’introduzione di alcuni termini, funzionali alla revisione in chiave irreligiosa o, perlomeno, anti-deista –, ma anche per una significativa modifica della forma. Al fine di divulgare l’ateismo – con tutti i limiti che tale intento divulgativo conserva nell’ambito della filosofia dei Lumi, non ancora pienamente emancipata dall’elitismo tipico del libertinismo erudito seicentesco, seppur per motivi e con esiti differenti rispetto a quest’ultimo – il testo di Challe viene ampiamente ridotto, così da accrescerne accessibilità ed efficacia.

Come accennato, tale opera di riscrittura, ben lungi dal rappresentare un unicum nell’ambito della filosofia illuministica, si inserisce in un meccanismo editoriale ampiamente noto e praticato da entrambi “i fronti” del partito dei philosophes, tanto da quello ateo, rappresentato dalla coterie holbachique, quanto da quello deista, che elegge a portavoce Voltaire. È, in particolare, nella seconda metà del XVIII secolo che il lavoro editoriale, portato avanti dai confrères, di pubblicazione di testi di stampo ateo e materialistico della letteratura clandestina francese dei primi decenni del Settecento e delle opere dei free thinkers anglofoni, opportunamente tradotte, assume una dimensione rilevante. In alcuni casi, tali scritti vengono pubblicati singolarmente, in altri all’interno di raccolte che contengono contemporaneamente opere originali dei philosophes, a loro volta di natura eterodossa. Si noti, tra parentesi, il carattere speculare del processo editoriale messo in atto dai due fronti: se Voltaire rielabora scritti di natura atea, al fine di renderli conformi al proprio credo deista – si pensi al Testament del curato Meslier, reso celebre grazie all’Extrait volteriano del 1762, o all’Examen de la religion di Du Marsais –, d’Holbach e Naigeon adottano il procedimento inverso. In entrambi i casi, il processo di riscrittura e pubblicazione ha in sé un’ineliminabile duplicità: mentre tradisce l’intento del manoscritto originario, contribuisce in modo decisivo a garantirne la conservazione e la diffusione.

A costituire un ulteriore elemento di riflessione è la scelta del curatore di attribuire un ruolo di primo piano a Naigeon, piuttosto che a d’Holbach, nel lavoro di rigenerazione del testo di Challe. Tale scelta, evidente fin dalla copertina e condivisa dalla storiografia, trova conferma già tra i contemporanei dei due enciclopedisti – il riferimento è, nello specifico, a Maréchal. Altrettanto condivisa e sedimentata nel tempo – a partire dal rimando presente nel Dictionnaire ottocentesco di Barbier – è l’attribuzione della paternità dell’ultimo capitolo, il più copioso, a d’Holbach, il quale non manca di servirsi della nota finale per annunciare la pubblicazione prossima, nel 1770, del Système de la nature, seguita da quella del Bon sens due anni più tardi. Sebbene la questione delle attribuzioni dei testi clandestini abbia una rilevanza decisiva – e, in riferimento a d’Holbach e a Naigeon, sia ampiamente debitrice del lavoro di Vercruysse –, nel caso specifico della coterie, essa deve tenere conto di alcune premesse decisive. Non solo, infatti, risulta complesso determinare a quale specifico membro del gruppo nato intorno alla figura di d’Holbach appartenga uno scritto, ma tale necessità trova un ostacolo – e un ridimensionamento – nelle dichiarazioni di intenti della boulangerie stessa, nonché nelle modalità di pubblicazione a cui censura e autocensura costringono questi autori.

È lo stesso d’Holbach, infatti, a chiarire a più riprese la natura collettiva delle imprese editoriali portate avanti dalla coterie, all’interno della quale non trovano posto aspirazioni individualistiche legate al desiderio presente di fama e successo personale. Tale convinzione emerge, per esempio, nella lettera inviata a Servan il 27 aprile 1765 – anno nel quale riprende la pubblicazione degli ultimi dieci volumi dell’Encyclopédie –, in cui il barone si augura l’eliminazione delle siglature al fondo degli articoli del Dictionnaire raisonné: l’anonimato rappresenta una soluzione efficace per chi, come lo scrittore eterodosso, non può che avere nella Repubblica delle Lettere un’esistenza collettiva. La stessa idea compare nell’Avertissement delle Lettres à Eugénie, dove, al fine di dimostrare la sterilità dei tentativi di identificare l’autore dell’opera in questione, si insiste sull’importanza dell’epigrafe rinvenuta in molte versioni manoscritte delle Lettres: «si j’ai raison, qu’importe à qui je suis». Si tratta di un verso di Corneille che, a detta di d’Holbach, dovrebbe comparire su tutti i frontespizi dei testi analoghi al suo, allo scopo di ricordare che chi scrive, lungi dall’avere di mira la gloria individuale, deve puntare ad accrescere il benessere sociale, rivolgendo lo sguardo alla posterità e alle generazioni future.

D’altra parte, lo stesso complesso sistema di pubblicazione clandestina meticolosamente ideato dalla boulangerie – e noto grazie a una lunga postilla che il fratello minore di Naigeon, Charles-Claude, annota su un’edizione del Système de la nature del 1770, andata persa, ma riportata da Barbier all’interno del suo Dictionnaire – deve la propria efficacia proprio alla stretta collaborazione tra diverse figure amicali e familiari: grazie all’aiuto dell’amico Bron, ispettore generale dell’ufficio postale di partenza, i manoscritti d’holbachiani sono inviati prima allo stesso Charles-Claude, controllore dei viveri a Sedan, che provvede a redigerne una copia, poi a Madame Loncin, che da Liegi li spedisce ad Amsterdam, all’editore clandestino Marc-Michel Rey. È il clima di fiducia reciproca e la volontà di non sottrarsi ai potenziali rischi della persecuzione a garantire la diffusione di testi capaci di contribuire a un progressivo smascheramento dell’impostura.

È, dunque, questo lungo e macchinoso lavoro collettivo ad aver non soltanto reso possibile la divulgazione editoriale del pensiero dissidente d’holbachiano, ma anche ad aver garantito la conservazione e l’accessibilità di manoscritti analoghi a quello di Challe, destinati altrimenti, con buona probabilità, a non lasciare traccia. Si tratta degli scritti – talvolta rigenerati e radicalizzati sul modello de Il militaire philosophe – di autori che hanno contribuito in modo decisivo a delineare il pensiero moderno: da Boulanger, Fréret, Levesque de Burigny, Mirabaud, Orobio de Castro, Du Marsais, a Davisson, Bourn, Gordon, Trenchard, Annet, Collins, Toland, Richardson, Woolston, Crellius e Hume.

Elena Giorza
Fondazione Collegio San Carlo di Modena