https://doi.org/10.36253/ds-15762

Rivoluzionari di frontiera: stranieri e patrioti a Nizza (1792-1794)

Tazio Morandini

Università di Milano-Bicocca, Italy

Abstract. Most recent studies on the Italian exile community during the revolutionary and Napoleonic era have clearly expressed the need to overcome periodizations and evaluations still influenced by implicit political and national paradigms. In fact, reconstructions of political dynamics in their concrete development and the qualitative attention to biographies push to overcome the “hindsight” of Nation-State centred visions, to put into focus the complex and non-linear development of the parameters of political contemporaneity. The county of Nice between 1792 and 1794 represents an interesting case study to deepen the discourse on the development of revolutionary practices. Although recognized as one of the centres of Italian revolutionary exile (Rao, 1991; Addante, 2024), Nice experienced a considerable migratory flow even before the exodus of Italian patriots in 1794, since its occupation by French troops in October-November 1792. The article aims to overturn the judgment on Italian expatriation in France as a phenomenon exclusively tied to the history of Italian Risorgimento, and to interrogate the experience of national borders in order to understand the revolutionary phenomenon in its transnational dimension. Through the documents of the local institutions and of the Jacobin society of Nice, I will outline the experience of a revolutionary cosmopolitanism worthy of further investigation.

Keywords: revolution, foreigners, Nice, cosmopolitanism, Jacobinism.

Contents

Introduzione

La frontiera della Rivoluzione

Una città di stranieri

Il patriottismo straniero

Le frontiere dell’universalismo

I giacobini italiani prima del giacobinismo italiano

Introduzione

Quello della dimensione internazionale della rivoluzione è un tema su cui gli approcci sono andati cambiando nel corso dei decenni. Sin dalla sua origine, l’idea di una “età delle rivoluzioni” implicava il riferimento a un processo globale e globalizzante innescato dall’universalismo dei principi rivendicati e dei dispositivi politici sperimentati in quel momento cruciale della storia del mondo1. La lunga e rinnovata fortuna di questo problema nel presente dibattito storiografico è tuttavia marcata da alcune differenze significative rispetto al passato. Gli studi si sono infatti progressivamente allontanati dalla rivendicazione (almeno esplicita) del protagonismo di questa o quella nazione – così come si è attenuata l’idea più o meno esplicita di una via corretta o senza attriti verso la democrazia. Tanto nello spazio europeo2, quanto in quello atlantico3 e globale4, la centralità del paradigma nazionale ha così ceduto il passo a nuovi interessi: la mobilità di persone e di idee, la costruzione di reti e di rapporti transnazionali tra attori politici, l’attenzione ai discorsi, azioni e relazioni di personaggi più o meno celebri in quanto agenti della affermazione ed emanazione di una nuova cultura politica. Ciò ha comportato anche un mutamento nella considerazione della durata temporale, spostando l’attenzione dai tempi lunghi delle genealogie del pensiero contemporaneo e della storia degli Stati-nazione al tempo breve delle vite, della concreta azione politica e delle emozioni degli attori in campo, in quanto rivelatori di tendenze e fenomeni altrettanto duraturi e profondi.

È alla luce di questa storiografia che la vicenda di spazi e tempi liminali, in cui la rivoluzione fu vissuta con intensità da comunità eterogenee, caratterizzate da una significativa mobilità e da un’identità internazionale (o comunque da una significativa componente non-francese), si rivela preziosa per indagare nel concreto la portata internazionale di quel pensiero che alimentò le speranze in una rigenerazione universale dell’umanità.

Il caso di tempo e spazio liminali che voglio presentare in queste pagine è quello del territorio nizzardo nel periodo del governo rivoluzionario. La vicenda dell’occupazione e del controllo di Nizza, conquistata dalla neonata Repubblica rivoluzionaria nel 1792, tocca da vicino due temi centrali nel quadro dell’internazionalismo rivoluzionario. Il primo è il rapporto tra rivoluzione e straniero. Problema risalente nella storiografia5 e presente nelle più recenti riflessioni6, esso pone in primo piano la dialettica tra universalismo dei diritti e identità repubblicana7, legandosi da presso a quella centralità del paradigma nazionale entrato in flessione nel discorso storiografico. Il secondo (anch’esso presente nella mappa degli studi recenti) è il problema del cosmopolitismo rivoluzionario, che in questa città ebbe un esempio concreto nella locale comunità giacobina transnazionale, dove un numero significativo di stranieri si identificò con la Rivoluzione e partecipò alla vita politica e alla causa della libertà e dell’uguaglianza8.

La frontiera della Rivoluzione

Stretta tra il mare e le Alpi alle porte della riviera ligure, tra 1792 e 1796 Nizza giocò un ruolo chiave di fortezza militare e giacobina nel periodo più grave della guerra rivoluzionaria. Culturalmente frontaliera, posta al crocevia tra le comunità delle valli alpine e quelle liguri, la città si distingueva sul finire del Settecento come prospero scalo commerciale del Regno di Sardegna9. Dopo l’89, la città era diventata il rifugio di una grande popolazione emigrata di nobili ed ecclesiastici in fuga dalla Rivoluzione, fino a che, il giorno dopo la sua nascita, la nuova Repubblica francese aveva dichiarato guerra al re sabaudo, accusato di proteggere le cospirazioni degli émigrés. Dopo la violenta occupazione da parte del generale Jacques Bernard d’Anselme il 26 settembre 1792, fino al 1796 Nizza, creata quartier generale dell’Armata d’Italia, esisterà su una faglia, a pochi chilometri dalle linee nemiche, all’ombra di una guerra che oscilla regolarmente con pochi, faticosi guadagni territoriali francesi (Sospello e Oneglia sul lato della Riviera, Dego e Saorgio verso le valli difese dagli austro-piemontesi). Tra l’estate e l’autunno del 1793, mentre tutto attorno Tolone, Marsiglia e Lione si alzeranno in armi contro Parigi, la città rimarrà circondata dalla guerra civile10.

Le incerte sorti della Repubblica scandiscono tanto il ritmo delle numerose missioni convenzionali – quattro, tra l’autunno 1792 e l’estate 1794 – quanto gli umori della politica locale, facendo risaltare i timori e le speranze della militanza. Un caso emblematico è la reazione all’incursione inglese su Genova, il 5 ottobre 1793. L’incidente si collocava nel quadro delle operazioni navali di sostegno a Tolone, consegnata dai ribelli alla flotta britannica il 29 agosto e ancora assediata dall’esercito repubblicano: tre navigli battenti bandiera francese ma attraccati nel porto di Genova erano stati catturati in un assalto guidato dal Contrammiraglio John Gell, violando così la neutralità della Repubblica marinara11. L’incursione ebbe conseguenze strategiche inattese: il governo ligure ruppe i rapporti diplomatici con l’Inghilterra ed espulse i cittadini britannici. Esso chiuse inoltre i porti alle navi della Coalizione, permettendo l’approdo solo a quelle francesi. Ciò impedì, tra l’altro, ad un rinforzo austriaco di cinquemila uomini di raggiungere la città di Tolone, che sarebbe caduta due mesi dopo12.

Questo episodio del conflitto navale mediterraneo ebbe grande eco a Nizza: la locale Società patriottica interpretò l’evento come la conferma che una comune causa repubblicana attraversava le frontiere. Il 12 ottobre, i suoi membri si proposero di scrivere una lettera di ringraziamento ai genovesi per aver difeso i loro «braves matelots». Il giorno successivo, arrivata nel mentre la notizia della riconquista di Lione, l’entusiasmo ritardò l’iniziativa. Solamente in chiusura ci si ricordava della lettera, che veniva commissionata in francese e in italiano13.

Il giorno seguente, «le redacteur du “Moniteur” italien» (cioè Giovanni Antonio Ranza, personaggio ben noto alla storiografia sul giacobinismo italiano14) leggeva al pubblico due lettere giuntegli da Genova che riportavano l’appello all’ordine del giorno. L’emozione era palpabile, ma lo era anche l’incertezza: dopo la lettura del testo elaborato il giorno precedente, il club pensò addirittura di coinvolgere tutti i soci desiderosi di contribuire alla lettera. Il testo finale, stampato in francese e in italiano, fu infine approvato e inviato sia al governo genovese sia alla Convenzione nazionale15.

La commossa lettera dei giacobini di Nizza giurava fratellanza all’inaspettato popolo amico16, promettendo soccorso contro il comune avversario inglese:

Appelez-nous si vous croyez que nos bras puissent vous être utiles, nous volerons à votre secours, et nous ne demanderons d’autre récompense que celle de vous avoir aidé à rentrer dans vos droits, d’avoir fait revivre au milieu de vous ce temps heureux ou la fière Gênes, au lieu d’être humiliée à la face de toute la terre par une poignée de féroces insulaires, donnait des lois et répandait ses bienfaits depuis le fond de la Tauride jusqu’aux portes de l’Océan17.

La traduzione del messaggio in italiano era stata curata da Giuseppe Bussan, un medico torinese arrivato a Nizza già nel maggio del 1793 ed allora Presidente del Comitato di salute pubblica locale18. Questo straniero ebbe anche l’onore di ragguagliare il «Legislateur» trasmettendogli l’appello «au peuple de Gênes» il 18 dicembre. Colpiva, nel suo messaggio, inneggiante al «triomphe universel» della Repubblica, il senso di partecipazione a quell’entusiasmo fraterno tra Repubbliche, che a un piemontese sarebbe potuto apparire in un momento di minore emozione ingiustificato, conoscendo la natura dell’oligarchia genovese19.

L’intera vicenda si presentava per altro in periodo di frequenti ed emozionate esternazioni di empatia per gli stranieri provenienti dall’Italia. Il giorno 17 ottobre, una deputazione di «divers individus venants de Naples» fu invitata agli onori della seduta ricevendo l’abbraccio fraterno del presidente20. Il 19 ottobre, un quartiermastro disertore dal Piemonte «pour venir habiter la terre de la liberté» fu accolto con acclamazione «de toute la société», e ammesso agli onori della seduta e al «bacio del presidente»21.

Insomma, la memoria di quell’attimo ideale di fratellanza europea non doveva esaurirsi presto. Sul finire del 1795 anche il patriota Gaspare Sauli, genovese, allora come molti altri italiani in esilio a Parigi, riscopriva proprio nel ricordo emozionato di quell’episodio l’amore per quella stessa patria che lo aveva cacciato. Rimasto piccato da una frase del convenzionale François Joseph Ritter, pubblicava sul «Journal des patriotes de 89»22 un breve ma pungente articolo, nel quale gli ricordava la delicata situazione francese di due anni prima:

Au Nord, les premières places fortes au pouvoir des Autrichiens; en Alsace, les lignes de Wissembourg occupées par les Prussiens; Landau cerné; Strasbourg prêt à l’être; dans l’intérieur, la Vendée et les insurgens de l’Ouest arborant le drapeau blanc et menaçant Alençon; au midi, les Espagnols maitres de Bellegarde et faisant le siège de Perpignan; Lyon à peine soumis aux armes républicaines; Toulon livré aux Anglais; ceux-ci, de concert avec les Espagnols, dominant dans la Méditerranée; toutes les puissances de l’Italie entrainées dans la coalition: telle étoit la situation de la France à cette époque malheureuse; elle ne présentoit d’autre image que l’agonie d’un état prêt à succomber23.

In quel momento di estremo bisogno erano stati i Genovesi, accusati da Ritter di essere sempre pronti a schierarsi dalla parte del più forte, a dare «à l’Europe le spectacle imposant et respectable de la foi dans les traités; de la sagesse dans les circonstances les plus critiques»:

L’armée d’Italie, toujours foible depuis l’invasion de Nice, encore affoiblie de plusieurs colonnes dirigées contre Toulon, n’excédoit pas 7000 hommes, qui s’étendoient depuis Levens et Gellette jusqu’à la mer; malgré la foiblesse de ces troupes et les forces imposantes tant par terre que par mer des coalisés, dont les Génois étoient entourés et menacés, ont-ils pris le parti du plus fort, comme le citoyen Ritter les accuse sans preuves, contre toute évidence, et, le dirai-je même, avec mauvaise foi?24

Sauli difendeva quindi i suoi connazionali, salvatori presto dimenticati della Repubblica: «Je devoit à ma patrie, à l’Europe, à la verité ce témoignage […] à la loyauté et à la bonne intelligence de deux peuples républicaines et naturellement amis»25. Ma l’esule genovese non sarebbe stato il solo italiano a riconoscere come in quei mesi sulla Riviera si fossero giocati i destini di una causa universale. Nell’Uomo dei sensi, edito a Milano nell’anno sesto della Repubblica, Vincenzo Gianelli26, che negli anni del governo rivoluzionario era espatriato in Nizza, sosteneva una tesi ancora più radicale. Erano stati «dodici o quindici uomini Nizzardi», leader dell’amministrazione, ad aver salvato «la Francia e la gran causa del genere umano», reggendo il dipartimento nel fuoco incrociato della guerra interna ed esterna:

Quando Tolone era in potere degli Inglesi, e Lione rivoltato, l’armata d’Italia era estenuata in modo, era ridotta ad un così picciol numero di soldati, che sé tali uomini amministratori del dipartimento […] avessero tradito, gl’Inglesi s’impadronivano di Nizza, l’armata Austro-Sarda, l’armata Spagnuola entrate in Francia, ed ajutate dalle forsennate teste calde del mezzo giorno, dai Lionesi ec., avrebbero senza contrasto ristabilito un trono fra gli orrori della devastazione, degli incendj e dei massacri27.

Una città di stranieri

«Les Niçois n’ont pas fait la révolution; ils l’ont subie»28. Così Armand Demougeot nell’introduzione dell’Histoire de la Révolution française à Nice, descriveva il medesimo problema che i giacobini italiani avrebbero tentato di risolvere nel Triennio repubblicano29. Roccaforte montagnarda nel mezzo della ribellione federalista, Nizza non è abitata da una popolazione fedele. Il saccheggio permesso dal generale d’Anselme ha coagulato quell’ostilità che gli émigrés avevano fomentato per tre anni, e l’ex-contea resterà a lungo piagata dalla guerriglia dei “barbetti” (come vengono chiamati gli insorgenti valligiani)30.

La “riunione” alla Francia, preannunciata da una petizione della Società popolare il 4 ottobre 1792, è il frutto di una regia a cui dà l’avvio il commissario Paul Barras. Dopo la faticosa formazione delle assemblee primarie, si riunisce una «Convention nationale des colons marseillais répresentant le peuple souverain» controllata da un gruppo di patrioti Nizzardi e giacobini Francesi provenienti dalle comunità appena oltre il confine (in particolare Grasse, Vence e Marsiglia). L’organo, che assume addirittura il nome di «club», porta infine il territorio all’annessione prima di trasformarsi in Direttorio del nuovo Dipartimento delle Alpi Marittime. Non stupisce che le elezioni del 24 marzo 1793 formino una municipalità in cui siedono vecchi municipalisti del patriziato locale, contrapposti ad un Direttorio dipartimentale in mano ai giacobini31.

Henri Grégoire, arrivato il primo marzo a Nizza per organizzare il nuovo dipartimento, rilevava che ben 40 comuni del contado nizzardo sapevano esprimersi solo in italiano32. In una lettera del 16 marzo al rivoluzionario americano Joel Barlow, in cui si congratulava per la recente naturalizzazione francese, gli rivolgeva un saluto bilingue «col cattivo mio italiano», e inviandogli i processi verbali del dipartimento stampati in doppia lingua, dal momento che «ici on parle les deux langues»33. In realtà, il decreto di convocazione delle assemblee primarie era stampato anche solo in italiano34, e il francese utilizzato nella documentazione è spesso incerto e ricco di errori ortografici. Il nizzardo Jean Louis Villier, membro dei “Coloni marsigliesi” e poi del Direttorio del dipartimento, conduceva la sua corrispondenza amministrativa con i colleghi e con le municipalità della campagna anche in perfetto italiano35. Alla società popolare, impiegata in prima linea nell’istruzione del popolo, sono ubiqui i segnali che i nizzardi comuni non intendessero il francese: l’attività più tipica, cioè la lettura dei periodici, viene infatti tradotta nella «langue vulgaire»36.

L’instabilità è visibile anche nella demografia37. Nel 1793, la missione di Grégoire e Jagot calcolava che fossero circa 24000 gli abitanti attraversati dal confine38; il censimento completato il 9 aprile 1794 dalla missione di Robespierre il Giovane stabilisce che nel capoluogo abitavano 19569 abitanti39, ma il numero stimato di coloro che per lavoro o per scelta non erano stati registrati restava molto alto (tra i 2500 e i 5000)40. Il volume della mobilità in entrata ed uscita è reso anche dai registri dei passaporti. Sospesi temporaneamente con la proclamazione dello stato d’Assedio di Nizza nel drammatico luglio del 1793, i registri (per altro incompleti) del dipartimento ne raccolgono oltre seimila tra il 3 giugno 1793 e il 20 dicembre 179641.

Le conseguenze per la governabilità sono gravi, e l’amministrazione giacobina faticherà spesso ad applicare le leggi contro gli émigrés e quelle che puntano a monitorare la popolazione straniera. Il decreto del 6 settembre 1793 rappresenta una pietra miliare del caso: essa prescrive uno speciale certificato di ospitalità per ogni straniero residente sul territorio francese, pena l’arresto42. A Nizza, l’istituzione deputata è la Municipalità, ma le stesse autorità giacobine sono lente a reclamarne l’esecuzione, probabilmente per considerazioni di realismo: le prime convalide inizieranno solo a dicembre. Dal 19 dicembre 1793 fino al novembre 1795 la Municipalità registrerà il conferimento di oltre trecentocinquanta certificati per residenti stranieri43. Si noti che con l’eccezione accordata a tutti «artistes, ouvriers, et tous ceux qui sont employés dans les ateliers, ou manifactures [sic]»44, il dato di questa fonte descrive solo un campione parziale della popolazione dipendente da privati o di libera professione.

Si tratta spesso di abitanti del Nizzardo nati altrove, e che quindi con l’atto di riunione della contea si vedono esclusi dalla cittadinanza francese45. Piemontesi, liguri e svizzeri costituiscono la vasta maggioranza (rispettivamente 208, 122 e 26). A seguire sono 48 Italiani di varia origine: il numero maggiore è di 12 Toscani (Livornesi o Fiorentini), seguito da sei sudditi dei Borbone e cinque dal Trentino. Dall’area germanica provengono sette unità, quasi tutti del Palatinato. L’area mediterranea è rappresentata inoltre da tre Spagnoli, due sudditi dell’Impero ottomano e un ragusano. Dieci sono originari della costa maghrebina, di cui otto marocchini. Pochi sono invece i rappresentanti dello spazio nordico: un olandese, un danese, e un suddito britannico. Dal Nuovo Mondo arrivano un abitante della Guadalupa e uno da Port-Français, Haiti. Di questi, sono solo 35 ad arrivare a partire dal 1794.

In sintesi, anche a fronte dell’energico lavoro dei convenzionali in missione, è chiaro che il discorso di unità repubblicana non può affidarsi alla semplice identità nazionale. Tra coloro che sono (senza volerlo) neo-francesi, ex-invasori dell’Armata d’Italia, patrioti trapiantati dai comuni francesi vicini, émigrés in incognito, esuli o espatriati, non c’è abitante di Nizza la cui identità non sia, in un senso o nell’altro, “dislocata”. Di fronte a un quadro simile, sarebbe stato velleitario provare a inchiodare a una singola variabile binaria – possesso o meno della cittadinanza – l’essenza dello straniero.

Il patriottismo straniero

La Società patriottica, muscolo del dipartimento contro la Municipalità e cuore della vita democratica nizzarda, era stata fondata il 2 ottobre 1792 da un gruppo di francesi di Grasse, che aveva preso come sede il locale monastero di San Giacomo. Aperta come «Club des défenseurs de la Liberté et de l’Egalité», essa fraternizzerà con la società giacobina di Parigi, assumendo un ruolo direttivo sulle altre società del dipartimento delle Alpi marittime46. Fino alla sua chiusura, il primo maggio 1795, essa interpreterà il ruolo di motore della vita democratica e di cinghia di trasmissione tra la militanza rivoluzionaria e le amministrazioni, specialmente dopo l’energica spinta imposta da un altro straniero, il toscano Filippo Buonarroti, nell’agosto-settembre del 179347.

La sua composizione rispecchia l’originalità del microcosmo nizzardo. Altissimo è il numero dei militari: di una sua lista di 138 membri, il numero di impiegati nell’Armata d’Italia è di 60 iscritti48. Quasi un quinto è formato da funzionari dell’amministrazione, mentre un altro quinto da mercanti, negozianti e artigiani: di quest’ultimo gruppo tipicamente sanculotto solo un 27% è nato a Nizza, mentre un 12% vi si è stabilito dopo il 179249. Se si è voluta leggere in questo amalgama soltanto la fisionomia di un paese occupato, il cosmopolitismo della Società popolare di Nizza costituisce invece una rarità dell’associazionismo rivoluzionario francese50, descritta chiaramente dalla raccolta dei certificati di ospitalità. I registri municipali attestano infatti la regolare partecipazione di almeno quaranta stranieri. Almeno quindici sono anche in grado di documentare la loro affiliazione tramite regolare «diplôme» rilasciato dalla Società. L’adesione, anche se facilitata da conoscenze e rapporti, è garantita a chi sappia documentare il proprio «attachement à la Révolution». Ne è un esempio Michele Cornello, caffettiere nato a Racconigi, arrivato in città solo da diciotto mesi, e fattosi volontario nel sedicesimo battaglione di Marsiglia51; oppure Salomone Foa, mercante torinese, arrivato sei mesi prima in città52. Entrambi presentano alla municipalità il proprio diploma della Società popolare.

L’eterogeneità di motivi che portano questi non-francesi a militare tra i giacobini nizzardi diversifica l’idea del rapporto che la Rivoluzione instaura con lo straniero immigrato nei suoi anni critici. Non ci riferiamo solo a coloro che per ragioni politiche si rifugiarono in Francia53. L’esule costretto a fuggire la persecuzione è solo uno dei possibili ruoli che lo straniero assume in questa età di convulsi cambiamenti54. Non sono solo i precoci perseguitati politici a scegliere, per mancanza di alternative, di battersi per la Rivoluzione in attesa della liberazione dei propri Paesi: Accanto a coloro che stabiliscono una distanza critica dall’identità e dalla politica francese55 militano anche quelli che vi si immedesimano, scegliendola come propria, o riconoscendovi una qualità universale che sublima le distinzioni di popoli e lingue56. Si tratta ovviamente di due estremi che descrivono uno spettro di possibilità: l’attivismo rivoluzionario dei non-francesi è un fenomeno sfaccettato, e la «conscience plus ou moins claire» che questi espatriati hanno dei loro interessi (anche materiali57) non rende meno sincero il loro engagement, ma anzi contribuisce a strutturarne la militanza nel quadro di quel «protagonismo» codificato da Haim Burstin che rappresenta una delle chiavi interpretative della mentalità rivoluzionaria58.

Sotto la categoria dell’espatriato di lunga data troviamo personaggi come il bolognese Filippo Speciotti59. Cinquantaduenne, professore di lingua italiana, arrivato a Nizza nel marzo del 1793, vive in Francia da ventiquattro anni. Nel 1773 era già impiegato come insegnante di lingua italiana a Besançon, presso la parrocchia di Saint Paul et Saint Donat60. Trovatosi poi a Parigi allo scoppio della Rivoluzione – dove lavorava ancora come insegnante e aveva sposato una cittadina Francese – si immergerà presto nella vita democratica del quartiere Bonne Nouvelle, contribuendo con doni patriottici che gli guadagneranno il 12 febbraio un attestato di civismo rilasciato dalla sezione locale61. Giunto a Nizza in qualità di interprete presso il servizio di sussistenza militare dell’Armata62, si muove con scioltezza nell’ambiente locale: presentatosi al comitato di sicurezza il diciannove settembre 179363, il giorno seguente è ufficialmente iscritto alla Società64. Da qui si inserirà rapidamente nella politica dell’assemblea, ricoprendo anche l’incarico di segretario del comitato di sorveglianza65 e sottoscrivendo il ricordato appello Au peuple genois.

Un’altra vicenda degna di interesse è quella di Jacques Edelman, abitante di Cagliari66. Negoziante di 44 anni, forse originario di Amsterdam, si presentava l’8 aprile 1794 alla municipalità di Nizza accompagnato da vari membri della Società, e da un certificato di civismo sottoscritto da numerosi francesi espulsi da Cadice. La città andalusa, terminale europeo della Carrera de Indias, era infatti sede di una nutrita comunità internazionale di commercianti, originari dei vari centri mercantili del vecchio e del nuovo mondo. Con la Rivoluzione, quel crocevia di identità e notizie si era tramutato, grazie all’entusiasmo della comunità francese, in un centro di discussione e diffusione di idee novatrici nel cuore dell’Impero spagnolo, il quale si era alla lunga risolto ad espellere i Francesi e loro simpatizzanti67. Edelman, che ivi conduceva i suoi affari, aveva fraternizzato con i mercanti Francesi dando prove (straniero tra stranieri) «du plus pure patriotisme». Dopo essere stato «plongé dans une prison de Cadix par l’inquisition d’on il s’est sauvé miraculeusement», era scappato a Genova sul finire del 1793, trasferendosi poi a Nizza con l’intenzione di stabilirvisi. Il municipio lo inquadrava tra quei perseguitati meritevoli del «sublime decret» d’ospitalità68, ma Edelman si era già distinto in quei mesi per il suo patriottismo, finanziando assieme a una società di armatori locali la guerra di corsa69, acquistando pure beni nazionali messi in vendita tra gli immobili espropriati al clero locale70, e offrendo ospitalità ad una coppia di esuli portoghesi71.

Notevole è anche un gruppo di mercanti ebrei di origine marocchina, che dimostra come legami religiosi precedenti alla Rivoluzione si riconvertano in veicoli del nuovo cosmopolitismo. Tra il primo e il 7 gennaio del 1794 si registrano tutti assieme nove ex sudditi dell’Impero del Marocco, due nativi di Salé (Sadia Bensassan e la giovane figlia Esther), e sette nati a Tétouan: sono questi Jacob Conqui, con la sposa Allegra Uziel (di Mahon) e coi figli Samuele e Giuditta, Salomon Abudarham, ed Isacco, Giuseppe e Setta Parienti, tutti domiciliati da tempo a Nizza: gli uomini di questo gruppo sono tutti muniti di certificati di civismo e di diplomi della Società72. Si tratta di ebrei inseriti da tempo (almeno 14 anni) nel tessuto sociale della città marinara, membri di una piccola ma fiorente comunità che alla fine del Settecento contava all’incirca 230 persone73. All’avvento della Rivoluzione, essi scelgono di immergersi nelle opportunità (e nel rischio) della vita democratica all’Assemblea.

Il numero di mercanti coinvolti nell’attività rivoluzionaria disegna un quadro del periodo terroristico lontano dal luogo comune di un sistema ostile ai ceti commerciali. Già Jean-Loup Kastler, studiando le strategie di gestione della popolazione straniera a Grenoble, ha ipotizzato l’esistenza di un «modèle révolutionnaire montagnard» distinto da quello parigino, caratterizzato da un patriottismo cittadino “neo-mercantilista” e girondino74. Noi rileviamo perlomeno il profilo inconsueto di una Francia non soccorritrice degli esuli, ma in cui uomini di molte Nazioni si raccolgono per difenderne le conquiste contro l’Antico regime, in nome di un patriottismo universale75.

Le frontiere dell’universalismo

Come ha argomentato Mike Rapport, il “terrore” (adottiamo qui le recenti proposte di utilizzare la minuscola) in sé non costituì la fine dell’universalismo rivoluzionario: il sospetto nei confronti dello straniero non era infatti motivato da una ostilità sistematica verso la sua presunta alterità, ma dal quadro del conflitto tra Repubblica e Antico regime76.

Si può dunque leggere il “terrore” come la frontiera del sogno cosmopolitico? Per il momento, ci limitiamo ad accogliere l’ipotesi che proprio gli stranieri abbiano svolto un ruolo fondamentale nello sviluppo e nella difesa della rivoluzione77. La storiografia degli ultimi dieci anni ha per altro smantellato la narrazione delinaugurata dal Termidoro, e ripresa dalle polemiche anticomuniste, del “terrore” come sistema di governo, ma ha superato nel contempo anche il paradigma delle circostanze attribuito alla storiografia “classica”78. Il mito di questo peccato originale della democrazia contemporanea79 è caduto anche grazie a una storiografia che ha anche riportato in primo piano il ruolo delle emozioni, delle paure e del dato psicologico80.

Non stupisce quindi che a Nizza il decorso della ripetitiva legislazione contro gli stranieri e il discrimine identitario siano sensibili al ruolo eccezionale giocato dai non-francesi nella difesa (non solo armata) della Rivoluzione81. Quello della legge del 16 aprile 1794 è un caso esemplare: esito parossistico della teoria del complotto straniero, essa decretava l’espulsione di tutti i nobili e degli stranieri sudditi degli Stati belligeranti da Parigi, dalle città portuali e dalle piazzeforti, e la loro messa «hors-la-loi» entro dieci giorni dal decreto. In quel periodo a Nizza erano in missione i convenzionali Augustin Robespierre e Jean-François Ricord82. I due avevano già epurato nel marzo il tribunale del distretto e sostituito finalmente alcuni membri della comune con patrioti affidabili. Essi decisero tuttavia di posticipare di un mese l’applicazione della nuova legge sugli stranieri, per lasciarla poi di fatto inapplicata83. Eccezione che conferma quanto sino ad ora osservato, i pochi stranieri interpellati dalla legge ne furono esentati: il Comitato di sorveglianza esentò per esempio il «benemerito» Edelman, il Gianelli autore dell’Uomo dei sensi, e il vercellese Giovanni Antonio Ranza, che all’epoca era impiegato presso il dipartimento come commissario deputato agli inventari delle biblioteche degli émigrés84.

Tra i più celebri dei giacobini italiani85, di questo letterato piemontese fattosi rivoluzionario sono relativamente noti alcuni momenti del suo esilio nizzardo, benché permangano ancora molte zone d’ombra su questo periodo decisivo della sua vita rivoluzionaria. Su di una in particolare – il suo noto arresto in seguito alla pubblicazione dell’Atto di accusazione contro Anassagora Chaumette – è bene soffermarsi in questa sede, perché l’episodio è indicativo non tanto, come è stato di solito identificato, della violenta scristianizzazione in atto nella Repubblica francese, quanto di un’inversione nell’atteggiamento del giacobinismo nizzardo verso gli stranieri86.

Il 9 settembre 1794, questa sua opera era stata denunciata alla Società come pericolosa, e il giorno seguente Ranza fu accusato di essere un fanatico cattolico ostile alla libertà di culto e denunciato al Comitato di sorveglianza, che lo fece arrestare87. L’accusa di fanatismo non era tuttavia che un pretesto. Da almeno un anno e mezzo infatti Ranza diffondeva le proprie opinioni controcorrente intorno all’uso politico della religione cattolica, non solo per mezzo stampa ma anche alle riunioni della Società popolare: la sua proposta di sfruttare i contenuti “democratici” della Bibbia si poneva in contrasto non solo con il cattolicesimo, ma anche con gli attacchi dei montagnardi verso la religiosità popolare. Così, nel dicembre dell’anno precedente egli aveva combattuto gli scristianizzatori che proponevano di convertire la Cattedrale di Sainte-Réparate in un tempio della Ragione88. Il 20 dicembre 1793, di fronte al Comitato di sorveglianza e ad una deputazione del Dipartimento del Distretto e della Municipalità, aveva pronunciato una violenta accusa contro l’ateismo di Chaumette, poi trasformata nel suddetto pamphlet in lingua italiana89. Tali azioni non produssero conseguenze. Egli sostenne di essere riuscito persino a spuntarla contro il potente Victor Tiranty, leader del giacobinismo nizzardo e all’epoca anche membro del Comitato di salute pubblica locale, che lo aveva attaccato alla Società90.

Nove mesi più tardi, alla vigilia del suo arresto, Ranza aveva poi ristampato l’Atto di accusazione contro Anassagora Chaumette, quando ormai la Cattedrale era stata convertita in tempio dell’Essere supremo. Nell’esergo, il «Sanculot Ranza» vi aveva però inserito una nuova durissima accusa contro la dirigenza giacobina locale indirizzata al Comitato di salute pubblica di Parigi: «La Convenzione è ingannata, se crede che i voti per la religion naturale, a lei inviati d’ogni parte, siano i voti del Popolo. No: egli è dappertutto presso a poco come in Nizza. Pochi individui si fanno l’organo del Popolo»91. L’attacco ai giacobini, per quanto grave, non era però il succo del discorso, sempre incentrato sulla politica religiosa: Ranza infatti chiedeva un decreto che proclamasse «culto patrio il culto cristiano puro e semplice»92, ma come spesso nella sua carriera, egli congiungeva mancanza di misura ad un pessimo tempismo politico.

A Nizza infatti il clima era molto cambiato rispetto alla prima volta in cui Ranza aveva discusso in pubblico le sue idee: il potere giacobino a Parigi era in rotta, e la denuncia al governo termidoriano di coloro che si facevano «l’organo del Popolo» si faceva molto pericolosa in un dipartimento dove ancora resisteva (a mesi di distanza dalla caduta di Robespierre) una ridotta del potere montagnardo93. E uno straniero che aveva goduto dell’ospitalità e che lavorava per la Rivoluzione non poteva permettersi di criticare coloro che se ne ritenevano gli artefici94.

L’arresto di Ranza parve inoltre risvegliare – con gran ritardo e improvvisa urgenza – temi assai sensibili nell’associazionismo politico francese, che alla Società patriottica di Nizza non erano mai stati veramente sollevati: la partecipazione e l’associazione degli stranieri al club. Vero è che nel luglio del 1793, una petizione del presidente della sessione, il nizzardo Antonio Bona, aveva proposto e ottenuto che nessuno straniero fosse accettato nella Società se non avesse potuto dimostrare una residenza di almeno sei mesi95, ma si trattava di una misura modesta, se paragonata a quella adottata dal club giacobino di Parigi nel gennaio 1794, che ne aveva espulso tutti i membri stranieri (e gli ex nobili)96. Circa nove mesi più tardi, tra febbraio e marzo del 1794, l’esempio dei giacobini parigini aveva spinto i patrioti nizzardi a promuovere una «censure» che limitasse l’iscrizione solamente agli stranieri impiegati in incarichi civili97.

Ranza, che era impiegato come archivista dal distretto, aveva conservato la propria iscrizione al club (ormai sempre più un privilegio di pochi esuli), ma mesi dopo la sua accusa risvegliò nuovamente quella distinzione identitaria che associava lo straniero alla minaccia aristocratica e clericale. Pochi giorni dopo l’incarcerazione del piemontese (17 settembre 1794) si presentò alla Società il ventiquattrenne napoletano Antonio Cartone. Arrivato a Nizza già nel 1793 e ottenuto il regolare certificato di ospitalità, si era arruolato volontario nell’Armata d’Italia98. Impiegato ai trasporti militari – una mansione tutt’altro che semplice, data la pericolosità dei “barbetti” – era stato ferito in azione, impressionando la Società che dopo una deliberazione, aveva fatto membro il «fratello in armi» in eccezione alla regola.99 Il giorno seguente, salito alla tribuna, Cartone recitava un discorso «très energique en nous disant qu’il saisiroit toutes les occasion pour être utile à la république»100.

Il 24 settembre tuttavia la questione venne riaperta. Un cittadino accusò Cartone di aver baciato una moneta con l’effigie papale, polemizzando sull’eccezione fatta qualche giorno prima al regolamento101. Anche in questo caso, l’accusa religiosa copriva motivi di natura politica. Il giorno seguente, dopo un’accesa discussione, si confermò di proibire a qualsiasi straniero di diventare membro della società. Il nome di Cartone veniva cancellato dal registro dei membri, e gli si imponeva di cambiare il diploma di membro con un semplice attestato di civismo102. Congiuntamente, furono prese anche misure per limitare la presenza di militari: il 30 settembre si richiese ai «fratelli d’arme» di presentare un certificato di civismo per accedere alla società. Tra il 29 e il 30, la società nominò pure una commissione incaricata di far rispettare, ora, la legge contro gli stranieri103.

Il movimento giacobino a Nizza non sarebbe comunque sopravvissuto molto a questa chiusura104. Il 21 novembre, il commissario Beffroy smantellava il Direttorio di Nizza, mettendo sotto processo i “terroristi”. La società popolare, decapitata, fu chiusa nel maggio dell’anno seguente. Molti degli ex leader giacobini di Nizza sarebbero sopravvissuti ai processi politici, ma col mutamento degli equilibri politici e lo spostamento della guerra in Italia, quel breve periodo di complicità rivoluzionaria tra patrioti di diverse nazioni non si sarebbe più ripetuto.

I giacobini italiani prima del giacobinismo italiano

In queste pagine abbiamo illustrato come una realtà e un tempo liminare abbiano prodotto un’esperienza rivoluzionaria cosmopolitica ben addentro all’epoca del governo rivoluzionario, sovente considerato come un periodo in cui l’ideale universalistico era stato sacrificato alla causa della difesa nazionale.

Nel cuore della guerra civile e sul fronte dello scontro militare con l’Antico regime, la comunità giacobina nizzarda fu animata da una componente straniera di esuli ed espatriati, confluiti per ragioni politiche, economiche ed ideologiche differenti nella Rivoluzione, e a cui vi partecipò sia nella prospettiva di una identificazione con la causa francese in quanto universale, sia nella prospettiva di una futura espansione ai popoli ancora asserviti.

I due estremi di questo spettro di estraneità partecipante coesistettero nella militanza effettiva, come dimostrano le esperienze individuali qui ricordate. In molti di questi rivoluzionari stranieri, giunti per vari motivi a godere «della libertà e dell’eguaglianza» in terra francese, operava uno spirito universalistico nel quale è possibile riconoscere il tentativo di tradurre, in termini democratici, l’utopia cosmopolitica dei Lumi105, lo stesso che animava le più celebri manifestazioni e discorsi di Anacharsis Cloots. Nel disgraziato pamphlet che gli era costato la prigione, Ranza presentava nero su bianco il senso politico di strumentalizzare il cristianesimo al servizio della rivoluzione nel quadro di un progetto di liberazione universale: «La religione cristiana, ed anche cattolica, si repubblicanizzerà ben tosto per mezzo di scrittori spregiudicati» (cioè lui stesso), «e l’Italia, e l’Europa tutta diventerà allora ben volentieri democratica»106. Non si trattava di un passo indietro, o di lato, rispetto al discorso democratico francese, bensì un contributo verso il suo trionfo internazionale, condito dall’abituale richiamo verso un cristianesimo “democratico” delle origini.

L’afflato cosmopolitico era pure tra i motivi ricorrenti del suo giornale nizzardo, il «Monitore italiano». Intestato ad ogni numero con la sua personale cronologia rivoluzionaria che contava gli anni della Repubblica come “liberazione dei popoli schiavi”, esso guardava all’invasione del vicino Piemonte nell’ottica di una liberazione universale, riconoscendovi il ruolo di detonatore che avrebbe trasmesso «nell’altre parti d’Italia, ed anche d’Europa» la grande rigenerazione dell’umanità107. Valga, tra i molti esempi, il suo punto di vista del maggio 1793 sul danno inferto dall’ateismo all’universalismo rivoluzionario: «Tutta l’Europa rinfaccia ai Francesi di voler distruggere la Religione; e le Potenze coalizzate usarono questo mezzo più d’ogni altro per animare i loro popoli contro la Francia»108.

Del medesimo utopismo erano intrisi anche i discorsi del romano Michele L’Aurora, che a Nizza era entrato proprio con le truppe francesi, e che prima di arruolarsi nelle file del giacobinismo italiano aveva preconizzato tanto un’Italia unita e repubblicana, quanto una utopistica società delle Nazioni109. È poi arcinoto l’anelito cosmopolitico dell’azione e del pensiero di Filippo Buonarroti110. Tra i pochi italiani ad ottenere la naturalizzazione, egli sapeva bene che «en travaillant pour la liberté de la France c’était pour mon pays que je travaillais»111, ma non chiudeva il cerchio passando da una nazionalità ad un’altra. Nelle sue dimissioni da commissario, successive a Termidoro, egli avrebbe infatti domandato del tempo per meditare «nuovi modi di giovare alla causa del mondo». Quando poco tempo più tardi fu chiamato a difendersi dall’accusa di terrorismo l’indefesso giacobino ribadì la sua ispirazione universalistica esprimendo la sua delusione per aver sacrificato le proprie forze «non alla causa dell’umanità ma a quella della corruzione e dell’intrigo»112.

Questo universalismo non fu solo una vocazione, ma una pratica vissuta che pur nella sua fragilità e durata effimera costituì l’orizzonte entro cui il movimento giacobino italiano pose le sue fondamenta, quando a partire dal 1794 prese impeto la prima grande emigrazione politica italiana della storia moderna113. Nelle file dell’organizzazione che sorgerà da questa nuova militanza in esilio confluirono molti espatriati che avevano vissuto il patriottismo cosmopolitico di Nizza. Per questa componente minoritaria (ma significativa) del patriottismo italiano, la scelta di una strategia giacobina e nazionale per la rigenerazione democratica della Penisola114 fu la conclusione logica e necessaria dell’esperienza giacobina e cosmopolitica avuta in Francia: non come un abbandono della speranza universalistica di una umanità liberata, ma come unica strada verso la sua realizzazione.


1 J. Godechot, La grande Nation: l’expansion révolutionnaire de la France dans le monde del 1789 à 1799, Armand Colin, Parigi 1956; R. R. Palmer, The Age of the democratic revolution: A Political history of Europe and America, 1760-1800, Princeton University Press, Princeton 1959. Cfr. M.-J. Rossignol, e al., In search of global democracy: revisiting the historical work of Jacques Godechot and Robert R. Palmer, founders of atlantic history, «European Friends of the American Revolution», University of Virginia Press, Charlottesville 2023, pp. 261-278.

2 Imprescindibile apripista su questi temi è stato il lavoro di A. M. Rao, Esuli. L’emigrazione politica italiana in Francia (1792-1802), Guida, Napoli 1992. Cfr. Républiques sœurs. Le Directoire et la Révolution atlantique, éd. par P. Serna, Princeton University Press, Rennes 2009; K. Zanou, Transnational patriotism in the Mediterranean, 1800-1850: stammering the Nation, Oxford University Press, Oxford 2018; M. Isabella, Southern Europe in the age of Revolutions, Princeton University Press, Princeton 2023; P. Conte, Da esuli a Francesi. Gli italiani in Francia durante l’età napoleonica (e oltre), Il Mulino, Bologna 2024.

3 A. De Francesco, Repubbliche atlantiche. Una storia globale delle pratiche rivoluzionarie, 1776-1804, R. Cortina, Milano 2022; M. Alpaugh, Friends of freedom. The rise of social movements in the age of atlantic revolutions, Cambridge University Press, Cambridge 2021; N. Caron, Friendship, secrecy, transatlantic networks and the Enlightenment. The Jefferson-Barlow version of Volney’s Ruines (Paris, 1802), «Mémoires du livre/Studies in book culture», XI, 2019, 1; J. Polasky, Revolutions without borders, Yale University Press, Londra 2015.

4 L. Colley, The gun, the ship and the pen: warfare, constitutions and the making of the modern world, Liveright Publishing, Londra 2021; The Routledge companion to the french revolution in world history, ed. by A. Forrest, M. Middell, Routledge, London-New York 2016; J.-N. Ducange, La Révolution française et l’histoire du monde. Deux siècles de débats historiques et politiques. 1815-1991, Paris, Colin 2014; The french revolution in global perspective, ed. by S. Desan, L. Hunt, W. M. Nelson, Cambridge University Press, Ithaca 2013; D. Armitage, S. Subrahmanyam, The Age of Revolutions in Global Context c. 1760-1840, Palgrave, New York 2010; C. A. Bayly, The birth of the modern world 1780-1914. Global connections and comparisons, Blackwell, Oxford 2004.

5 A. Mathiez, La Révolution et les étrangers. Cosmopolitisme et défense nationale, La Renaissance du Livre, Parigi 1918.

6 Cfr. P. Conte, M. Ferradou, J.-L. Le Quang, L’étranger en révolution(s), «La Révolution française», 22, 2022, http://journals.openedition.org/lrf/5946 (12/2024).

7 S. Wahnich, L’impossible citoyen. L’étranger dans le discours de la Révolution française, Albin Michel, Parigi 1997; M. Rapport, Nationality and citizenship in revolutionary France: the treatment of foreigners 1789-1799, Oxford University Press, Oxford 2000; Id., “Deux nations malheureusement rivales”: les Français en Grande-Bretagne, les Britanniques en France, et la construction des identités nationales pendant la Révolution française, «Annales historiques de la Révolution française», n. 342, 2005, pp. 21-46.

8 Cosmopolitanism and the Enlightenment, ed. by J. P. Rubiés, N. Safier, Cambridge University Press, Cambridge 2023; M. C. Jacob, Strangers nowhere in the world: the rise of cosmopolitanism in early modern Europe, UPP, Pennsylvania 2016; M. H. McMurran, The new cosmopolitanism and the eighteenth century, «Eighteenth-century studies», 47, 2013, 1, pp. 19-38.

9 A. Ruelle, Désenclaver le Piémont-Savoie: les aspirations maritimes d’un État montagnard, «Rives méditerranéennes», 58, 2019, pp. 153-171; G. Ricuperati, Lo Stato sabaudo nel Settecento. Dal trionfo delle burocrazie alla crisi d’Antico regime, Utet, Torino 2001, p. 120.

10 Ricuperati, Lo Stato sabaudo, cit., pp. 292-297; J. Combet, La Révolution à Nice (1792-1800), Serre, Nizza 1925.

11 Che i Genovesi simpatizzassero per la Rivoluzione non era del tutto una suggestione: Bartolomeo Boccardi, incaricato d’affari della Repubblica di Genova a Parigi, fu un amico del giacobino Giovanni Fantoni, che gli aveva dedicato un’Ode à Bartolomeo Boccardi, cfr. E. J. Mannucci, Déplacer et replacer la poésie révolutionnaire entre la France et l’Italie: la cas de Giovanni Fantoni, pp. 97-115: 106; G. Assereto, I gruppi dirigenti liguri tra la fine del vecchio regime e l’annessione all’Impero napoleonico, in «Quaderni storici», 13, 37 (1), 1978, pp. 73–101.

12 Cfr. B. Ireland, The fall of Toulon. The last opportunity to defeat the french revolution, Wiedenfeld & Nicholson, London 2005, pp. 214-215.

13 Délibérations de la société populaire de Nice. 1792-1795, Serre, Nice 1994, p. 149.

14 Cfr. T. Morandini, A newspaper for the italian revolution: Giovanni Antonio Ranza’s «Monitore italiano politico e letterario», «History of European Ideas» (Entangled histories of Revolution), 2025, pp. 1-13, https://doi.org/10.1080/01916599.2024.2445417.

15 Délibérations, cit., p. 149.

16 Archives parlementaires de 1787 à 1860, Dupont, Parigi 1912, vol. LXXXI, p. 616: «Une société d’hommes libres vient vous dire combien elle a été touchée de ce que vous avez fait pour ses frères, elle veut vous assurer que si jamais les vôtres ont besoin de nous, ils trouveront dans notre gratitude une source intarissable de secours».

17 Ibidem.

18 Ibidem.

19 Ibidem.

20 Délibérations, cit., p. 151.

21 Ibidem. Cfr. R. Darnton, The kiss of Lamourette: reflections in cultural history, W.W. Norton, New York 1990.

22 Cfr. L. Mason, Après la conjuration: le Directoire, la presse, et l’affaire des Égaux, «Annales historiques de la Révolution française», 354, 2008, pp. 77-103.

23 «Journal des patriotes de 89», 8 décembre 1795, pp. 45-46.

24 Ivi, p. 45.

25 Ivi, p. 46.

26 Gianelli si trovava allora a Milano, ed era amico dei leader giacobini Gaetano Porro e Giovanni Fantoni, cfr. Mannucci, Déplacer et replacer, cit., p. 101 nota 21; L. Guerci, Istruire nelle verità repubblicane. La letteratura politica per il popolo nell’Italia in rivoluzione (1796-1799), Il Mulino, Bologna 1999, pp. 202-205.

27 G. Gianelli, L’uomo dei sensi e l’idea precisa della rivoluzione di Francia soliloquj di Giacinto Gianelli colle odi anacreontiche dell’istesso autore, Stamperia a San Zeno, Milano 1797, p. 102; il testo venne poi ristampato col nome corretto, cfr. L. Guerci, “Mente, cuore, coraggio: virtù repubblicane”: educare il popolo nell’Italia in rivoluzione (1796-1799), Tirrenia stampatori, Torino 1992, p. 183.

28 Archives Departementales des Alpes-Maritimes (ADAM), III 2168-1, A. Demougeot, Histoire de la Révolution française à Nice, vol. I, p. 1.

29 Vale a dire, la mancanza di un solido consenso alla classe dirigente rivoluzionaria, giunta al potere tramite un esercito (straniero) e non grazie al sostegno popolare. Su questa condizione, definita già prima dell’opera di Vincenzo Cuoco “rivoluzione passiva” (L. Guerci, Istruire nelle verità repubblicane. La letteratura politica per il popolo nell’Italia in rivoluzione (1796-1799), Il Mulino, Bologna 1999, pp. 22 e ss.) cfr. Id., Per una riflessione sul dibattito politico nell’Italia in rivoluzione, in Universalismo e nazionalità nell’esperienza del giacobinismo italiano, a cura di L. Lotti e R. Villari, Laterza, Roma-Bari 2004, pp. 305-321: 310-313; L. Addante, Le colonne della democrazia. Giacobinismo e società segrete alle radici del Risorgimento, Laterza, Roma-Bari 2024, p. 87 e passim. Sull’interpretazione e fortuna del concetto cfr. A. De Francesco, Introduzione. Una difficile modernità italiana, in V. Cuoco, Saggio storico sulla rivoluzione di Napoli (1801), ed. critica a cura di A. De Francesco, Laterza, Roma-Bari 2014, pp. VII-CXXIII.

30 M. Bourrier, Le général François Vachot de Tulle. Commandant de la place de Nice en brumaire an III, «Bulletin de la Société des lettres, science et arts de la Corrèze», LXXXVIII, 1985, pp. 116-128; M. Iafelice, Barbets! Les résistances à la domination françaises dans le pays niçois, Serre, Nizza 1998, pp. 53-54.

31 G. Paul, L’identité niçoise: la prise de conscience à travers les options politiques (1792-1889), «Cahiers de la Méditerranée», 43, 1991, 1, L’identité niçoise. Actes du colloque de Nice, juin 1991, pp. 33-51: 34; F. Hildesheimer, Entre dédition et annexion: 1792-1793, la réunion de Nice à la France à la lumière de l’historiographie, in Se donner à la France? Les rattachements pacifiques de territoires à la France (XIVe-XIXe siècle), éd. par J. Berlioz et O. Poncet, Publications de l’École nationale des chartes, Parigi, 2013, pp. 83-104; M. Geoffroy, Les Municipalités niçoises de 1792 à 1800, «Cahiers de la Méditerranée» n. 13, 1, 1976 (Culture populaire, croyances, mentalités. Actes des journées d’études, Nice, 30 avril 1976), pp. 73-86.

32 A. Bersano, Giacobini italiani a Nizza nel 1793: Laurora – Buonarroti – Ranza, Deputazione subalpina di storia patria, Torino 1963, p. 19.

33 Harvard Library, Houghton Library, Joel Barlow papers, MS Am 1448, m. 5, Grégoire, Henri, bp. of Blois, 1750-1831. A.L.s. to Joel Barlow; Nice, 16 Mars [1793].

34 ADAM, L 7, s.n., 26 avril 1793; s.n., 17 avril 1793.

35 ADAM, L 5, p. 19rv e ss.

36 Délibérations, cit., p. 6.

37 R. Demeude, Les émigrés du comté de Nice. 1792-1803, thèse de doctorat, dir. M. Vovelle, Université Paris I, 1993; A. Doria, Biographies Révolutionnaires et migrations: les française à Nice en 1794 d’après les cartes de sureté, «Annales du Midi: revue archéologique, historique et philologique de la France méridionale», CXXVII, 2015, n. 290, Biographies révolutionnaires, pp. 217-233.

38 ADAM, L 6, doc. 8.

39 Archives Municipales de Nice (AMN), 1D-D2, n. 257, p. 334rv; cfr. A. Ruggiero, La population du comté de Nice de 1693 à 1939, Serre, Nizza 2002, pp. 60-64.

40 Doria, Biographies révolutionnaires, cit., p. 222.

41 ADAM, L 202, L 203, L 204, L 205.

42 ADAM, III 2168-3, Demougeot, La Révolution à Nice, vol. III, pp. 104-108.

43 AMN, 1D-D1, 1D-D2, 1D-D3.

44 AMN, 1D-D1, n. 187, p. 189rv.

45 Il primo straniero ad essere registrato è Giuseppe Rebaudengo, di San Michele, un «cafetier» che abitava là da otto anni, AMN, 1D-D1, n. 187, p. 190rv.

46 Cfr. J. Combet, La société populaire de Monaco Fort-Hercule, «Nice historique», 213, 1912, pp. 151-163.

47 Bersano, Giacobini italiani, cit., pp. 12-14.

48 Doria, Biographies Révolutionnaires, cit., p. 232.

49 Paul, L’identité niçoise, cit., p. 34.

50 J. Boutier, P. Boutry, Atlas de la Révolution française, éd. par S. Bonin, C. Langlois, 6: Les sociétés politiques, éditions de l’EHESS, Parigi 1992, vol. VI, p. 67.

51 AMN, 1D-D1, n. 200bis, p. 240r.

52 AMN, 1D-D1, n. 192, p. 206v.

53 Exile and the circulation of political practices, ed. by C. Brice, Cambridge Scholars, Cambridge 2020; «Diasporas, Circulations, migrations, histoire», 33, 2019, Éloigner et expulser les étrangers au XIXe siècle, numero monographique éd. par D. Diaz, H. Vermeren; Les exilés politiques espagnols, italiens et portugais en France au XIXe siècle. Questions et perspectives, L’Harmattan, Parigi 2017.

54 D’obbligo il rimando a Rao, Esuli, cit.; cfr. Addante, Le colonne della democrazia, cit., pp. 48-64; Conte, Da esuli a Francesi, cit.; E. De Fort, Esuli e migranti nel regno sardo. Per una storia sociale e politica del Risorgimento, Comitato di Torino dell’Istituto per la Storia del Risorgimento italiano-Carocci, Torino-Roma, 2022. Sull’importanza dell’esilio nell’immagine del patriota risorgimentale, S. Tatti, Esuli e letterati: per una storia culturale dell’esilio risorgimentale in L’officina letteraria e culturale dell’età mazziniana (1815-1870). Giornate di studio, a cura di Q. Marini, G. Sertoli, S. Verdino, L. Cavaglieri, Città del Silenzio, Novi Ligure 2013, pp. 89-100; M. Isabella, Risorgimento in Exile. Italian émigrés and the liberal international in the post-napoleonic era, Oxford University Press, Oxford 2009.

55 Rao, Esuli, cit., p. 36.

56 P. Burke, Exiles and expatriates in the history of knowledge, 1500-2000, Brandeis University Press, Waltham 2017; per un approccio in questa direzione, si veda E. J. Mannucci, Un napoletano nella Rivoluzione francese: appunti per una biografia di Luigi Pio, «Mediterranea. Ricerche storiche», XX, 2023, 57, pp. 133-158.

57 Mathiez, La Révolution et les étrangers, cit., p. 47.

58 Burstin, Révolutionnaires, cit., pp. 173-174; cfr. l’esempio del caso biografico descritto in P. Conte, Un retour malheureux: l’Italien Giambattista Rotondo, une «machine ouvrière» dans l’Europe en révolution, «La Révolution française», 22 | 2022, http://journals.openedition.org/lrf/6162 (12/2024)

59 AMN, 1D-D1, n. 200bis, p. 238r.

60 B. Lavillat, L’enseignement à Besançon au XVIIIe siècle: 1674-1792, Annales littéraires de l’Université de Besançon, Parigi 1977, p. 131; L. Borne, L’instruction populaire en Franche-Comté avant 1792, Imprimerie de l’est, Besançon 1949-1953, I, p. 262.

61 AMN, 1D-D1, n. 200bis, p. 238v.

62 Ibidem: «Une commission en date du dixhuit mars dernier par la quelle resulte qu’il a été nommé commis enterprete aux soussistance militaire de l’armée d’Italie».

63 Délibérations, p. 274.

64 AMN, 1D-D1, n. 200bis, p. 238v: «Le diplôme qui lui a été delivré par la societé populaire de cette commune en date du vingt septembre dernier par la quel resulte qu’il est membre de la dite societé».

65 Délibérations, cit., p. 298.

66 AMN, 1D-D2, n. 255, p. 328rv.

67 A. Bartolomei, Les marchands français de Cadix et la crise de la Carrera de Indias (1778-1828), Casa de Velázquez, Madrid 2017, pp. 139-181.

68 AMN, 1D-D2, n. 255, p. 328rv.

69 Ibidem.

70 ADAM, III 2168-3, Demougeot, La Révolution à Nice, cit., vol. III, p. 104bis.

71 Déliberations, cit., pp. 227-228.

72 AMN, 1D-D1, n. 194, 198 e 199, pp. 214v, 229rv, 234v, 235rv.

73 V. Emanuel, Les juifs à Nice. La Révolution (1792-1806), «Nice historique», 9, 1904, pp. 129-132.

74 Cfr. J.-L. Kastler, Les étrangers et la révolution entre Genève et Grenoble: Peut-on faire la révolution sans se sentir étranger?, «La Révolution française», 22, 2022, http://journals.openedition.org/lrf/5967 (12/2024).

75 Cfr. Rao, Esuli, cit., pp. 25-60.

76 Rapport, Nationality, cit.; Morieux, Des règles aux pratiques juridiques: le droit des étrangers en France et en Angleterre pendant la Révolution (1792-1802), in Droit et société en France et en Grande-Bretagne (XIIe-XXe siècles), éd. par P. Chassaigne, J.-P. Genet, Éditions de la Sorbonne, Parigi 2003, pp. 127-147.

77 J.-L. Kastler, Les étrangers, cit.

78 T. Tackett, Anatomie de la terreur. Le processus révolutionnaire 1787-1793 (2015), Seuil, Parigi 2017; M. Biard, Terreur et Révolution française, UPPR, Tolosa 2016; J.-C. Martin, Il Terrore. Verità e leggende (2017), trad. it. A cura di G. Pallini, Edizioni dell’Orso, Torino, 2024; A. Jourdan, Nouvelle histoire de la Révolution française, Flammarion, Parigi 2018; R. Steinberg, The afterlives of the terror. Facing the legacies of mass violence in postrevolutionary France, Cambridge University Press, Ithaca (NY) 2019; M. Biard, M. Linton, Terreur! La Révolution française face à ses démons, Armand Colin, Mayenne 2020.

79 Cfr. H. Burstin, Rivoluzionari: antropologia politica della Rivoluzione francese (2013), Laterza, Roma-Bari, 2016; Martin, La terreur, cit.

80 T. Tackett, The glory and the sorrow: a parisian and his world in the age of the french revolution, Oxford University Press, Oxford 2021; Biard, Linton, Terreur!, cit.; Burstin, Révolutionnaires, cit.

81 Morieux, Des règles aux pratiques, cit.; cfr. Rao, Esuli, cit., pp. 53-60.

82 Cfr. S. Luzzatto, Bonbon Robespierre: il Terrore dal volto umano, Einaudi, Torino, 2009.

83 ADAM, III 2168-3, Demougeot, La Révolution à Nice, cit., vol. III, pp. 134-135.

84 Ivi, p. 135; cfr. AMN, 1D-D2, n. 279, pp. 358v-359r.

85 Cfr. almeno G. Roberti, Il cittadino Ranza. Ricerche documentate, Fratelli Boccam Torino, 1890; Bersano, Giacobini italiani, cit.; V. Criscuolo, Riforma religiosa e riforma politica in Giovanni Antonio Ranza, «Studi storici», 4, 1989, pp. 825–879, ora un Id., Albori di democrazia nell’Italia in Rivoluzione (1792 – 1802), Angeli, Milano, 2006, pp. 207-257; Giovanni Antonio Ranza nel Bicentenario della morte (1801-2001): atti del Convegno tenutosi a Vercelli il 24 novembre 2001, a cura di L. Guerci, Vercelliviva, Vercelli 2002. Mi sia permesso rimandare anche a T. Morandini, A Newspaper for the Italian Revolution: Giovanni Antonio Ranza’s «Monitore italiano politico e letterario», «History of European Ideas», numero speciale Entangled histories of Revolution, 2025, pp. 1-13 DOI: 10.1080/01916599.2024.2445417.

86 Bersano, Giacobini italiani, cit., p. 17-26; Roberti, Il cittadino Ranza, cit., pp. 64-65.

87 Délibérations, cit., pp. 179-180.

88 ADAM, III 2168-3, Demougeot, La Révolution à Nice, cit., vol. III, p. 94.

89 Ranza, Atto di accusazione contro Anassagora Chaumette, s.e., Nizza 1793, p, 35; cfr. B. Donati, «L’Esame della confessione auricolare». Appunti per uno studio dei rapporti di Giovanni Antonio Ranza con il mondo protestante, «Studi e materiali di storia delle religioni», supplemento, 22, 2019, pp. 403-415: 406-407.

90 Roberti, Il cittadino Ranza, cit., pp. 65-66.

91 Ranza, Atto di accusazione, cit., p. 2.

92 Ivi, pp. 1-2.

93 Cfr. Roberti, Il cittadino Ranza, cit. pp. 72-73.

94 Anche il romano Michele L’Aurora, esule a Nizza, era stato incarcerato dopo che aveva mosso critiche all’autorità militare nel maggio del 1794, cfr. Bersano, Giacobini italiani, cit., pp. 8-9.

95 Délibérations, cit., p. 103.

96 J.-C. Martin, La terreur, cit., p. 91.

97 Cfr. l’elenco della censure in Délibérations, cit., pp. 323-330; Demougeot, La Révolution à Nice, cit., pp. 89-91. Purtroppo i registri delle deliberazioni sono lacunosi per il periodo in cui si discusse la misura. I dati non sono inoltre del tutto attendibili, visto ad esempio che il Ranza, assente nell’elenco citato, continua come si è visto a frequentare ed intervenire alla Società. Fu invece sicuramente espulso quel Giuseppe Bussan che per cinque mesi era stato presidente del Comitato.

98 AMN, 1D-D2, n. 292, pp. 374v-375r.

99 Délibérations, cit., p. 183.

100 Ivi, p. 186.

101 Ivi, p. 188.

102 Ivi, p. 189.

103 Ivi, p. 193.

104 Cfr, anche l’esclusione delle donne dalla scena politica, cfr. A. Doria, Gertrude Verne ou le parcours d’une militante jacobine niçoise, Intervento presentato al convegno Peuples en révolution tenutosi a Aix-en-Provence 12 giugno 2012, http://telemme.mmsh.univ-aix.fr/activites/rencontre.aspx?id=561 (12/2024).

105 Dictionnaire critique de l’utopie au temps des Lumieres, éd. par B. Baczko, M. Porret, e F. Rosset, Georg editeur, Chene-Bourg 2016; M. Skrzypek, L’idée de la république universelle pendant la Révolution française, «Studia z etyki i edukacji globalnej», 1, 2014, pp. 41-63; E. Joy Mannucci, Crossing boundaries. Cosmopolitanism, secularism and words in the age of revolutions, «Journal of interdisciplinary history of ideas», 2, 2013, 4, pp. 1-23; F. Venturi, Utopia e riforma nell’illuminismo, Einaudi, Torino, 1970.

106 Ivi, p. 2.

107 «Monitore italiano politico e letterario», II, pp. 303-304.

108 Ivi, p. 169.

109 Bersano, Giacobini italiani, cit., pp. 6-10; cfr. articolo e bibliografia di L. Rossi, s.v. «L’Aurora, Enrico Michele», in DBI, 64 (2005).

110 Cfr. articolo e bibliografia di A. Saitta, s.v., «Buonarroti, Filippo», in DBI, 15 (1972).

111 P. Onnis Rosa, Filippo Buonarroti e i patrioti italiani dal 1794 al 1796, «Rivista Storica Italiana», s.v., 1937, pp. 38-65, ora in Ead., Filippo Buonarroti e altri studi, Edizioni di storia e letteratura, Roma 1971, pp. 13-60: 35.

112 Ead., Filippo Buonarroti, la congiura di Babeuf e il Babuvismo, «Nuova Rivista Storica», XXXVI, 1952, pp. 13-39, ora in Ibidem, pp. 141-196: 170.

113 Rao, Esuli, cit., p. 66; sempre A. M. Rao ricordava come attraverso la rivoluzione, universalismo e patriottismo si fossero armonizzati nell’idea moderna di nazione, che riassumeva in sé tanto l’universalismo dei diritti dell’uomo quanto il cosmopolitismo dei Lumi, Ead., Dalla Repubblica universale alla Repubblica italiana: nazione e democrazia nell’esperienza dei patrioti italiani, in Universalismo e nazionalità, cit., pp. 33-59: 37-38.

114 Addante, Le colonne della democrazia, cit.