https://doi.org/10.36253/ds-15753

Book Reviews

Francesca Antonelli, Scrivere e sperimentare. Marie-Anne Paulze-Lavoisier, segretaria della “nuova chimica” (1771-1836), Viella, Roma 2022, 281 pp.



Francesca Antonelli prende le mosse dalla categoria storiografica di “invisibilità” per ricostruire il ruolo della moglie del celebre chimico settecentesco Antoine de Lavoisier nella collaborazione scientifico-professionale, nella costruzione di una memoria post mortem del marito e nel suo ruolo di “segretaria”, intesa nell’accezione di età moderna di agente culturale di rilievo (p. 35). Nel rispetto della scelta prevalentemente usata negli autografi, l’autrice utilizza la forma che prevede il recupero del cognome paterno, unito a quello del marito: Paulze-Lavoisier.

Se l’oggetto dello studio aveva già interessato la storiografia nell’analisi di Madame Lavoisier nel suo ruolo di traduttrice (pur pubblicando anonimamente) e di salottiera, ciò che qui si rileva è l’apertura storiografica e l’originalità metodologica utilizzate nel far emergere la visibilità di Paulze-Lavoisier, grazie all’analisi approfondita di diversi tipi di fonti (come relazioni sugli esperimenti in laboratorio e appunti di lavoro), anche nella loro materialità. L’obiettivo è offrire «un’indagine sulle maniere in cui i saperi scientifici vengono costruiti e conservati», non tralasciando «la dimensione di genere che è insita in questi processi» (p. 10).

La fonte privilegiata è quella dei Registres de laboratoire, quattordici volumi manoscritti conservati all’Académie des Sciences di Parigi, analizzati non solo nei contenuti ma anche come testimoni materiali delle manipolazioni quotidiane e delle routines di lavoro. Le differenti grafie utilizzate nella loro redazione incrinano l’immagine, a lungo cristallizzata, di un “genio solitario”, per far emergere, invece, il carattere collettivo delle ricerche.

L’opera è il frutto della rielaborazione della tesi di dottorato dell’autrice, realizzata in cotutela tra l’Italia e la Francia, ed è suddivisa in cinque capitoli. Dopo la presentazione di altri lavori di Lavoisier ascrivibili alle note-taking practices (tra i riferimenti citati, fondamentali quelli di A. Blair), nel primo capitolo (I quaderni dei Lavoisier, pp. 31-65) si presentano i Registres de laboratoire nel loro aspetto materiale e come strumento per la gestione di grandi quantitativi di dati da riconsultare nel tempo.

Il secondo capitolo (Un “archivio dell’esperimento”, pp. 67-101) prosegue nell’analisi della fonte vista come un «archivio dell’esperimento», dove la scrittura a più mani mette in rilievo anche forme di collaborazione intellettuale e l’unione di componenti immateriali unite a situazioni contingenti (p. 69): idee e osservazioni sperimentali situate in un momento preciso e in uno spazio di lavoro e scrittura. I registri non furono scritti in maniera uniforme e ordinata, ma con criteri cronologici e tematici che in parte si sovrappongono. Ne sono testimoni visibili le brevi note legate alla vita quotidiana, la presenza di biglietti e stralci di carta o il cattivo stato di conservazione di alcune carte – ad esempio, quelle rovinate da bruciature durante gli esperimenti di combustione dei diamanti (pp. 90-91).

Il terzo capitolo (Spazi della scrittura, spazi della sociabilità, pp. 103-146) è incentrato sui luoghi di scrittura e sulle pratiche di sociabilità dei due coniugi, grazie alle sollecitazioni di alcuni apporti fondamentali della storiografia francese sulla storia della scienza e dei saperi scientifici (si vedano in bibliografia i cantieri di lavoro aperti da C. Jacob, D. Pestre, A. Romano e S. Van Damme), conosciuti e applicati dall’autrice con abilità per il suo caso di studio. Da un’analisi testuale puntuale, Antonelli mette in luce la diversa autorità interpretativa celata dietro all’uso del pronome impersonale francese «on» – usato quando la grafia appartiene a Paulze-Lavoisier e offre la sua prospettiva – e della prima persona singolare «je», adoperata quando è il marito a interpretare i fenomeni osservati e a proporre dubbi, riflessioni e progetti futuri. Le dinamiche di collaborazione risultano quindi, a prima vista, celate e tutte al maschile. È così che Paulze-Lavoisier dovette costruirsi un proprio spazio di azione sociale di collaboratrice visibile, sia all’interno delle maggiori società scientifiche del tempo sia in quanto promotrice della scienza come fenomeno mondano, anche per non specialisti. Il pubblico presente agli esperimenti, infatti, partecipava dando prova e testimonianza della loro esecuzione, firmando anche gli appunti. I Lavoisier, come fautori di una «nuova chimica», vollero distaccarsi dalla tradizione per metodo, strumenti e nuovo linguaggio scientifico: benché avessero costruito la loro rilevanza pubblica grazie al largo uso di pratiche spettacolari volte a stimolare la curiosità, ritenevano che solo gli esperti avessero la facoltà di esprimersi riguardo la validità delle scoperte scientifiche.

A differenti cambi di spazio di lavoro e di residenza corrisposero altrettanti sforzi di rendere questi luoghi adatti alla sperimentazione e alla scrittura. La prima abitazione vicino al Palais Royal, con una corte interna utilizzata per le ricerche stratigrafiche, era situata nel centrale quartiere dei salotti parigini, ma di fronte all’insofferenza del chimico per l’insufficienza di spazi idonei, all’occorrenza, ci si spostava all’esterno, in giardini pubblici o in laboratori di amici e conoscenti. Gli esperimenti di combustione dei diamanti (attraverso lenti) si tennero al Jardin de l’Infante, luogo assolato in estate e vicino all’Académie, dove era depositata una grande lente, più facile da trasportare in un breve tragitto. In ragione degli incarichi governativi di Lavoisier, nel 1776 la coppia si trasferì nel complesso dell’Arsenal, in un contesto solo in parte abitativo e circondato da attività lavorative e manifatturiere che garantirono la presenza di operai e costruttori di strumenti, utili alla pratica sperimentale. La vicinanza alla Senna offriva anche un ottimale rifornimento d’acqua. Nonostante la posizione risultasse decentrata rispetto alla vita pubblica cittadina, i Lavoisier riuscirono a organizzare incontri a cadenza settimanale.

A questo periodo (1777) appartiene il tomo quinto dei Registres, compilato quasi interamente da Paulze-Lavoisier, che ha l’aspetto di una raccolta ordinata di lezioni su esperimenti fondamentali riguardanti il mondo minerale. Il corso fu tenuto dal medico della Faculté de Médicine Jean-Baptiste Bucquet «per una circostanza particolare» (p. 134) non meglio specificata. L’autrice ipotizza come possa essersi trattato di un corso di formazione chimica per Paulze-Lavoisier, utile a migliorare il suo apporto in laboratorio. In ogni caso, le lezioni sembrano tenute in un contesto collettivo, redatte sotto dettatura o prendendo appunti.

La necessità di promuovere i risultati teorici delle ricerche dirette dal marito su scala europea impegnerà sempre di più Paulze-Lavoisier, da allora presente più sporadicamente nella presa di appunti durante gli esperimenti. Nei Registres la mano di un giovane assistente del marito la sostituirà e sarà questa nuova grafia maschile a lasciare memoria di una sessione alla presenza dei commissari dell’Académie. In quell’occasione alla donna vennero lasciati solo gli aspetti organizzativi. La conquista della visibilità di Paulze-Lavoisier, quindi, «non è assoluta né del tutto priva di ambiguità e zone d’ombra» (p. 146).

Nel quarto capitolo (La promozione della “chimie nouvelle”, pp. 147-204) si ricostruisce la fitta rete epistolare che la donna (per conto del marito e anche a suo proprio nome) intrattenne coi maggiori centri scientifici d’Europa, partecipando a un fervido dibattito scientifico, con prospettive «oltre l’archivio» (p. 152). Paulze-Lavoisier raccoglieva informazioni e pubblicazioni introvabili a Parigi, con un’attenzione rivolta anche alle trasformazioni politiche in atto. Nel 1788 tradusse dall’inglese e annotò l’Essai sur le phlogistique di Richard Kirwan, come strumento di ricerca di sostenitori per le tesi del marito. In questo caso l’Académie parlò esplicitamente di un debito verso il traduttore, ma l’impegno di Paulze-Lavoisier in questa attività di traduzione era noto ai più, nonostante l’apparente anonimato. Nell’opera il ruolo della donna fu quello di raccogliere e riordinare le note al testo da parte degli autori. Inoltre, antepose all’opera una prefazione del traduttore, in realtà una vera e propria storia della chimica sei-settecentesca che dialogava con i dibattiti contemporanei per inserirvi e affermare il ruolo “storico” del marito.

Anche nel famoso ritratto della coppia di Jacques-Louis David (del 1788), che per molteplici vicende rimase privato, si rappresenta un quadro domestico e di lavoro dove Paulze-Lavoisier è dominante rispetto al marito, con lo sguardo rivolto al pittore (suo maestro) e allo spettatore, a conferma del ruolo di mediatrice tra Lavoisier e l’esterno. Documentata è anche la sua attività di disegno e incisione di alcune tavole per i trattati del marito.

In un elogio funebre della donna, un amico la presenta come Comtesse de Rumford e «operatrice della persistenza di quel passato nel presente» (p. 206). Dopo la condanna a morte del marito durante la Rivoluzione e una temporanea incarcerazione, Paulze-Lavoisier fu poi liberata ma privata dei beni e delle rendite. Nel quinto capitolo (Souvenir du XVIIIe siècle, pp. 205-242) si mostra l’impegno della donna nella ricostruzione delle collezioni scientifiche e dei materiali del marito. Dall’incontro e dalla frequentazione con il fisico americano Conte di Rumford seguirà un breve matrimonio che sembrò inizialmente prefigurare l’occasione (mancata) di una nuova collaborazione scientifica. Nell’invito a vivere insieme nella nuova abitazione della donna, Paulze-Lavoisier proponeva sé stessa come «il suo segretario – voi lavorerete e io scriverò» (p. 216). Ma gli intenti non vedranno realizzarsi niente di simile al primo matrimonio. Nella costruzione di una memoria del marito nell’epoca della Restaurazione Paulze-Lavoisier ridurrà il ruolo dei collaboratori, favorendo, invece, l’immagine del marito come unico fondatore di un nuovo sapere e martire della Rivoluzione.

Antonelli offre qui uno studio all’incrocio tra molteplici tradizioni storiografiche, di matrice francese e britannica, ma partendo da solidi riferimenti alla tradizione italiana, integrando storia della scienza, storia di genere e storia materiale. Il contributo si caratterizza per originalità nel panorama odierno e si propone come modello da cui trarre spunto nell’interrogare fonti inedite; una cultura manoscritta persistente nella produzione scientifica settecentesca, ben al di là del momento di introduzione della stampa.

Francesco Baldanzi
Università di Firenze