https://doi.org/10.36253/ds-15653

Book Reviews

Chiara Lo Giudice, Tiepolo restituito: affreschi di Giambattista e Giandomenico Tiepolo coinvolti nei due conflitti mondiali, con contributi di Monica Molteni e Andrea Tomezzoli, Sagep editori, Genova, 2023, 223 pp.



Il libro di Chiara Lo Giudice, frutto di un progetto di ricerca biennale svolto presso l’Università degli Studi di Padova, ripercorre le tormentate vicende di sei cicli di affreschi eseguiti dal pittore veneziano Giambattista Tiepolo (1696-1770), perduti durante la Prima e la Seconda Guerra Mondiale: quelli nella Chiesa degli Scalzi di Venezia, a Villa Soderini Berti di Nervesa della Battaglia (TV), a Palazzo Archinto di Milano, a Villa Valmarana ai Nani di Vicenza e a Palazzo Canossa a Verona. L’autrice si propone, infatti, di consegnare nuovamente (restituire, appunto) al catalogo del pittore i cicli – già inclusi nel catalogo – distrutti dai bombardamenti, ripercorrendone gli interventi di stacco e di strappo e i tentativi di tutela: un taglio preciso che intreccia la ricostruzione degli eventi con la storia del restauro in Italia nella prima metà del Novecento. Passare in rassegna le procedure di rimozione, anche quando siano state eseguite per motivazioni di carattere conservativo o di tutela preventiva, implica scontrarsi con le croniche mancanze di fondi, proprietari e soprintendenti, storici dell’arte e restauratori non sempre attenti alla salvaguardia delle opere d’arte. Il lettore non deve aspettarsi dunque esiti felici o clamorosi interventi da monuments men americani che, durante la Seconda Guerra Mondiale, salvarono parte del patrimonio artistico italiano ed europeo; anche se, su questa falsa riga, è sorprendente la vicenda di un brano di affresco del salone di Villa Soderini Berti di Nervesa della Battaglia, staccato nel 1918 – senza autorizzazione della Soprintendenza – da Giovanni Malesci, soldato che si trovava al fronte, pittore di professione e allievo di Giovanni Fattori: una disperata operazione concessa dal proprietario per salvare un ultimo frammento (pp. 90-92).

I sei capitoli dedicati agli affreschi perduti sono preceduti da un saggio («C’est un véritable enchanteur que Tiepolo». Gli affreschi dei Tiepolo dalla fine dell’Ottocento al secondo dopoguerra tra riscoperta, alienazioni e tutela, pp. 13-32) nel quale l’a. attraversa la fortuna critica di Giambattista Tiepolo rimarcando come, in Italia, la sua figura sia stata recuperata a partire dalle Accademie di Belle Arti (precisamente grazie a Francesco Hayez, come è stato recentemente chiarito da Fernando Mazzocca), ben prima che catturasse l’interesse degli storici dell’arte. A fine Ottocento, poi, riscoperta critica e revival artistico finalmente si congiunsero, iniziarono a uscire gli articoli scientifici di Giuseppe Marino Urbani de Gheltof e Pompeo Gherardo Molmenti, e quest’ultimo fu regista anche della prima mostra allestita a Venezia nel 1896 per celebrare il centenario della nascita di Tiepolo. In questo caso, il pubblico aveva potuto ammirare le decorazioni ad affresco, ancora in situ, attraverso le riproduzioni fotografiche (probabilmente eseguite dallo studio veneziano fondato da Carlo Naya tra il 1856 e il 1857); mentre nella seconda grande mostra dedicata all’artista, organizzata da Giulio Lorenzetti nel 1951, furono esposte alcune scene parietali di Palazzo Casati Dugnani di Milano e un tondo allegorico proveniente da Palazzo Trento Valmarana sopravvissuti alla distruzione bellica, a testimonianza dello sforzo delle autorità per la tutela del patrimonio (p. 31).

I sei cicli decorativi presentati (sette se si conteggia anche quello di Palazzo Casati Dugnani, i cui interventi di rimozione, dettati da un urgente restauro e da un intento di tutela preventiva, sono illustrati nel saggio iniziale di Monica Molteni, pp. 33-53), si susseguono secondo un criterio cronologico: e dunque, per prima, la volta della Chiesa degli Scalzi di Venezia, annientata dalle bombe austriache nel 1915, e, a seguire, il soffitto del salone di Villa Soderini Berti a Nervesa della Battaglia, ubicata in prossimità dal fiume Piave (1917). Durante la Seconda Guerra Mondiale, invece, furono totalmente distrutti gli affreschi di Palazzo Archinto a Milano (1943), di Villa Valmarana ai Nani a Vicenza (1944), di Palazzo Trento Valmarana nella stessa città (1945) e di Palazzo Canossa a Verona, i quali furono dapprima danneggiati e, in seguito alla distruzione del ponte di Castelvecchio, irrimediabilmente crollati. Una ricognizione ampia, nella quale manca la volta della sagrestia di Sant’Ambrogio di Milano (devastata anch’essa nel 1943) poiché l’a., purtroppo, negli archivi scandagliati non ha reperito alcuna documentazione a riguardo (p. 24).

Per ciascun caso, Lo Giudice – dopo aver inquadrato committente e cronologia dell’intervento decorativo basandosi sui precedenti studi – scandisce gli eventi intercorsi da metà Ottocento al termine della Seconda Guerra Mondiale, fondando solidamente la narrazione su fotografie storiche, testimonianze scritte, documenti d’archivio (soprattutto lettere e relazioni di restauro), articoli pubblicati su quotidiani nazionali e internazionali e sulle riviste scientifiche di settore, filmati (nell’unico caso di Villa Soderini Berti) e la bibliografia precedente, opportunamente citata. Emergono così numerose figure di storici dell’arte, soprintendenti, restauratori, architetti, antiquari e proprietari che hanno contribuito a plasmare la storia della tutela e del restauro in Italia tra le due guerre, quali Corrado Ricci, Ugo Ojetti, Gino Fogolari, Arduino Colasanti, Antonio Morassi, Mauro Pellicioli e la ditta Steffanoni di Bergamo.

Il libro si colloca, quindi, nell’attuale filone di ricerche e di studi che mira a riscoprire le azioni di tutela tra le due guerre e le conseguenti restituzioni, a livello nazionale (Arte liberata 2022; Arte e guerra 2021; Coccolo 2021) e regionale (La protezione dei monumenti e delle opere d’arte in Friuli Venezia Giulia nella Seconda Guerra Mondiale 2021). La narrazione dell’a. propone tuttavia un taglio al contempo monografico e interdisciplinare. Monografico perché dedica i suoi sforzi a un solo artista settecentesco; interdisciplinare in quanto storia dell’arte e storia del restauro sono intrinsecamente, e necessariamente, congiunte. L’approfondito e lodevole lavoro d’archivio rende la ricerca, esposta con una scrittura lineare di agevole lettura, salda e precisa.

Chiaramente, la serrata ricostruzione storica fa emergere riflessioni, questioni e domande. L’a. è spesso consapevole degli approfondimenti e invita a dedicare futuri studi alle prime esportazioni di brani di affreschi di Tiepolo, eseguite a cavallo tra il XIX e il XX secolo, strettamente connesse alle logiche di profitto del mercato antiquario (p. 23). Oppure, sottolinea quanto fosse pioneristico il progetto concepito da Mariano Fortuny, che prevedeva la copertura del perduto soffitto degli Scalzi con ingrandimenti fotografici dell’affresco distrutto, una soluzione – come è noto – recentemente adottata per le Nozze di Cana di Veronese a Venezia e per la Natività palermitana del Caravaggio. Al contrario, solo accennata en passant è la questione del ruolo delle mostre e degli allestimenti museali nella fortuna dei frammenti di affreschi tiepoleschi, nonostante l’attinenza con lo scopo della ricerca e la cronologia di riferimento. Sottotraccia scorre poi il fattore del gusto: esemplare è la predilezione dell’architetto Marcello Piacentini, protagonista del ventennio fascista, che per ben due volte cercò di mettere mano sugli affreschi eseguiti da Tiepolo. Sua è l’istanza, nel 1935, di esportare una porzione del ciclo di Villa Valmarana per la sede dell’ambasciata italiana di Parigi, appoggiata da Ugo Ojetti e Giuseppe Bottai ma prontamente bloccata dal buonsenso di Ferdinando Forlati, a quel tempo soprintendente a Venezia, e dallo sdegno espresso dal mondo dell’arte. Piacentini aveva già tentato, tre anni prima, di cavalcare il proposito di vendita da parte del proprietario di Palazzo Canossa a Verona dell’affresco del salone, proponendone lo stacco e la ricollocazione sul soffitto del nuovo Palazzo di Giustizia di Milano, in quel momento in costruzione su progetto dello stesso Piacentini. Negli anni Trenta, il Settecento veneziano era una delle stagioni predilette dai collezionisti: un dato che si collega alla questione, sopra accennata, dei frammenti in vendita sul mercato antiquario che continuano a emergere nella prima metà del Novecento. Ciascuna di queste domande meriterebbe una riflessione che, in parte, esula dallo scopo dell’a., quindi la restituzione della fisonomia dell’artista attraverso una puntuale e serrata ricostruzione degli eventi storici, di restauro e di tutela, che lo riguardano: un proposito, e un esempio, che possono essere un riferimento per future ricerche.

Ilaria Serati
Università Bocconi di Milano