https://doi.org/10.36253/ds-15549

Le proprietà estetiche e la natura linguistico-cognitiva della sopravvenienza estetica. A ritroso: da Jerrold Levinson a Thomas Reid

Maurizio Maione

Università degli Studi “Guglielmo Marconi”, Roma, Italy

Abstract. The relationship between aesthetic and non-aesthetic properties is the subject of theoretical investigation by Jerrold Levinson and Thomas Reid. According to Reid, non-aesthetic properties are perceptual properties that are inherent to so-called natural signs and require cognitive processing that is internally varied and connected to the qualitative dimension of the mind. Reid also leans towards the solution of supervenience, but unlike Levinson, he places this solution against a background marked by the presence of an agent consciousness. This justifies both the aesthetic interpretation of non-aesthetic properties and the supervenience that is its most eloquent synthesis. This article aims to compare Levinson’s model with Reid’s. This will be done by showing how Reid’s model can be used to respond to some recent objections to Levinson’s approach. Finally, the question of supervenience will be addressed from a cognitive and linguistic point of view. Aesthetic properties are to be understood as the outcome of a cognitive and linguistic structuring that presents different levels of elaboration starting from natural signs (protolanguage). It is a theoretical framework that permits a more comprehensive examination of the strategic role of Reid within Eighteenth-Century philosophy than had previously been acknowledged.

Keywords: aesthetic properties, supervenience, natural signs, cognitive and linguistic activity, consciousness.

Contents

0. Premessa

1. Levinson: le proprietà estetiche e la sopravvenienza

2. Le proprietà estetiche secondo Reid: i segni naturali

3. La natura cognitivo-linguistica della sopravvenienza.

4. Conclusioni

0. Premessa

Dal 2000 in poi la questione delle proprietà estetiche assume una valenza sempre più rilevante, se non strategica, nel dibattito estetico all’interno della filosofia analitica. La domanda prevalente riguarda lo status e la natura delle suddette proprietà: se siano sui generis, se siano da porre in relazione a proprietà non estetiche, se queste ultime siano di natura percettiva, se per le proprietà estetiche sia possibile o legittimo invocare qualche forma di realismo o, persino, di ontologia. Molti sono gli studiosi o filosofi che se ne sono occupati. Qui, si farà riferimento in primis a Jerrold Levinson che ha fornito la trattazione più completa delle proprietà estetiche introducendo la nozione di sopravvenienza e verificando la possibilità di ricondurre le proprietà estetiche ad una forma di realismo ontologico. Non è mia intenzione però incentrare il presente contributo sul modello di Levinson che richiede senza dubbio una ricostruzione molto più articolata, soprattutto in relazione all’ampliamento della nozione di “proprietà estetica” che il dibattito successivo attiva ed esplora da diversi punti di vista.

La ricognizione delle proprietà estetiche è praticabile soltanto nella misura in cui si stabilisce una relazione tra le stesse e le proprietà non estetiche; anzi, le proprietà non estetiche costituiscono il punto di avvio della ricognizione delle proprietà estetiche che sono di per sé di difficile definizione e che, nella formulazione dei giudizi estetici, sono riferite per diverse ragioni alla presenza delle proprietà non estetiche. Ovviamente, si tratta di una questione ben nota tra gli studiosi e teorici di estetica; ripercorrerne qui le tappe salienti significa soltanto cogliere gli elementi chiave per un proficuo confronto/dialogo con Thomas Reid la cui valorizzazione cognitivo-linguistica della sopravvenienza estetica potrebbe giocare un ruolo interessante anche all’interno dell’attuale dibattito sulle proprietà estetiche.

Il rapporto tra proprietà estetiche e proprietà non estetiche è oggetto di indagine teorica anche da parte di Reid. Nel lessico reidiano, le proprietà non estetiche sono proprietà percettive che ineriscono ai cosiddetti segni naturali e che richiedono un’elaborazione cognitiva variegata al suo interno e connessa alla dimensione qualitativa della mente. Come Levinson, anche Reid sembra propendere per la soluzione della sopravvenienza; ma, diversamente da Levinson, colloca tale soluzione su uno sfondo connotato dalla presenza di una coscienza agentiva che giustifica sia l’interpretazione estetica delle proprietà non estetiche sia la sopravvenienza che ne è la sintesi più eloquente.

L’obiettivo del presente articolo è pertanto quello di comparare il modello di Levinson con quello di Reid mettendo in luce come il modello reidiano possa essere preso positivamente in considerazione rispetto ad alcune obiezioni mosse di recente alla trattazione di Levinson; infine, si affronterà la questione della sopravvenienza dal punto di vista cognitivo e linguistico: le proprietà estetiche sono da intendersi come l’esito di una strutturazione cognitiva e linguistica che presenta diversi livelli di elaborazione a partire dai segni naturali (protolinguaggio). Si tratta di un nucleo teorico che consente anche di ascrivere a Reid un ruolo decisamente strategico all’interno della stessa riflessione settecentesca.

1. Levinson: le proprietà estetiche e la sopravvenienza

La prima distinzione tra proprietà estetiche e proprietà non estetiche risale agli anni Cinquanta, agli studi di Frank Noel Sibley1 che identifica i concetti estetici con i concetti di gusto, quei concetti che danno forma all’abilità di osservare o individuare nelle cose determinate qualità, le cosiddette qualità estetiche. Per evitare qualsiasi forma di incongruenza o circolarità, Sibley fornisce un terreno di applicazione all’abilità appena menzionata: le proprietà non estetiche, vale a dire, quelle proprietà che possono essere rilevanti soltanto se ricondotte ai processi o abilità di natura percettiva o/e cognitiva. In tal senso, Sibley elabora ed introduce la distinzione tra proprietà non estetiche e proprietà estetiche; distinzione che in breve tempo diventa una delle questioni più delicate e più interessanti intorno a cui, in base all’interpretazione di Levinson, inizia, ampliandosi sempre più, un dibattito niente affatto marginale.

La distinzione è funzionale all’individuazione di una relazione interna che deve intercorrere tra proprietà non estetiche e quelle estetiche. Si tratta di una relazione per niente agevole: da un lato, alimenta l’idea di una dipendenza quasi causale delle proprietà estetiche da quelle non estetiche, dall’altro, si mostra nei suoi tratti contingenti in quanto risulta infruttuoso qualsiasi tentativo di individuare elementi non estetici che possano essere intesi logicamente come tratti estetici2. Singolarmente presa, nessuna proprietà non estetica si configura in termini estetici. La relazione tra le due tipologie di proprietà non è necessariamente biunivoca. Ad esempio, la grazia che eventualmente si rilevi in un oggetto può essere giustificata soltanto se messa in relazione con contesti di relazioni e proprietà interne, con proprietà regionali3 o contestuali la cui comprensione supera senza dubbio l’eventuale livello di corrispondenza logica tra le proprietà non estetiche e quelle estetiche. In questa prospettiva, l’individuazione delle proprietà estetiche è praticabile soltanto nella misura in cui queste proprietà sono l’esito di multiformi relazioni tra le proprietà non estetiche. In sostanza, due sono le relazioni a cui rinviano le proprietà estetiche: la relazione tra le proprietà non estetiche secondo le modalità delle affinità “regionali” e la relazione tra le proprietà estetiche e quelle non estetiche secondo le modalità della sopravvenienza, vale a dire, della tesi formulata da Levinson in vista di una più ampia comprensione della distinzione tra le due proprietà. Secondo Levinson4, la tesi della sopravvenienza stabilisce che le proprietà estetiche sono modi di apparire di ordine superiore (higher-order ways) che emergono a partire dalla configurazione di proprietà di ordine inferiore (lower-order ways) da cui esse dipendono in termini olistici o in termini di “emergenza”5. È una relazione di dipendenza che prescinde completamente dalla possibilità di definire con esattezza, o tramite tratti discreti, le proprietà non estetiche: è una relazione di dipendenza anomala in quanto ha la sua premessa nella differenza sostanziale e strutturale delle due proprietà, vale a dire, nella assenza di un qualsiasi elemento comune o trasversale. È palese che le proprietà non estetiche sono manifeste mentre quelle estetiche non lo sono e sono invece sopravvenienti a quelle. La sopravvenienza richiede una giustificazione diversa dalla improbabile ricognizione di eventuali corrispondenze interne. Le proprietà non estetiche sono manifeste e, quindi, sono esposte ad una ricognizione di natura percettiva; le proprietà estetiche sono sopravvenienti a proprietà percettive in base alle quali il soggetto elabora un determinato giudizio estetico senza però poter stabilire preliminarmente quali siano i tratti percettivi da valutare in termini estetici. Questa è senz’altro una circostanza che complica il rapporto di dipendenza menzionato: le proprietà percettive (non estetiche) non si aprono né a processi inferenziali né a valutazioni logicamente connotate. In tal senso, si comprende la tendenza di alcuni studiosi6 a concepire le proprietà estetiche come proprietà più sentite che inferite: l’elaborazione a cui si richiama il soggetto giudicante non passa tanto attraverso valutazioni cognitive (di per sé insufficienti) quanto piuttosto attraverso valutazioni qualitative inerenti proprio alle molteplici relazioni che intercorrono tra le proprietà non estetiche e che ne suggeriscono una ricognizione olistica. A questo punto, la posizione di Levinson si presenta decisiva sia per il dibattito sulle proprietà estetiche sia per la disamina del presente lavoro, funzionale soprattutto al confronto con la posizione di Reid.

Secondo Levinson, in un determinato giudizio estetico, la ricognizione delle proprietà estetiche è l’esito di una «impressione fenomenica complessiva» che potrebbe essere contestualmente connessa all’intervento di sentimenti e ad un’attività cognitivo-concettuale7. In tal senso, le proprietà estetiche sono espressive in quanto «dipendenti dalla risposta» a determinate proprietà percettive e, quindi, potrebbero configurarsi – secondo le modalità del continuum – o come proprietà emozionali-comportamentali oppure come proprietà affettive oppure ancora come proprietà eminentemente estetiche che dipendono da un determinato giudizio sulla bellezza o bruttezza8.

Levinson non si limita alla sola analisi semantica delle proprietà estetiche secondo le modalità e prassi della filosofia analitica: il suo obiettivo è quello di far rientrare le proprietà estetiche nell’orizzonte del realismo o di un’ontologia realista evitando incongruenze come le forme di epifenomenalismo e/o di riduzionismo9. È questo propriamente un passaggio di paradigma in quanto si oltrepassa il territorio della filosofia analitica per sfiorare quasi quello della filosofia della mente. Per analogia, la sopravvenienza estetica ripropone la soluzione già adottata per giustificare il rapporto mente/corpo e risolverlo appunto con la nozione di sopravvenienza mentale rispetto al corpo (cervello)10. Levinson si orienta pertanto verso una sorta di ontologia emergentista che ritiene più funzionale alla legittimazione del realismo delle proprietà ontologiche:

Chiamo questa posizione emergentismo, in quanto essa ritiene che gli attributi estetici siano ontologicamente distinti da qualunque base strutturale li supporti, e che essi sorgano da queste basi senza includerle o comprenderle in alcun modo in ciò che essi sono. Un emergentista, ad esempio, riconosce che la vistosità, per emergere, sembra richiedere colori luminosi, saturi, ma ritiene che sia un fatto naturale o psicologico e non una questione che attiene alla semantica di “vistoso”… ciò significa solo che non capita che l’effetto affiori senza quelle condizioni non estetiche, non che sarebbe una contraddizione o un’impossibilità concettuale che esso affiori in loro assenza11.

Le proprietà estetiche sono emergenti rispetto a quelle non estetiche in quanto non possono essere affatto ridotte alle stesse (rifiuto del riduzionismo). Nella prospettiva analitica si ricorre ad un principio semantico che, applicato a termini estetici come “aggraziato” o “vistoso”, ne giustifica il valore mediante la riduzione degli stessi ad elementi non estetici, percettivi o materici. L’emergentismo consente invece a Levinson di adottare il realismo ontologico delle proprietà estetiche la cui origine è causale ma estranea ad eventuali potenzialità cognitive, malgrado la dichiarata affinità con fatti naturali o psicologici. Levinson conferma il realismo ontologico-causale delle proprietà estetiche per poi garantire di nuovo la possibilità di effettuare una ricognizione semantica delle proprietà estetiche, evitando così il ricorso al riduzionismo sopra menzionato. Si ritorna all’esercizio della chiarificazione analitica (semantica) dell’uso delle proprietà estetiche, a partire però dalla natura ontologica delle stesse. Pur affermando la necessità di giustificare la “vistosità” come «un fatto naturale e psicologico», Levinson trascura tuttavia la relazione che intercorre tra il soggetto che riconosce le proprietà estetiche e l’oggetto investito del valore estetico: il suo è dunque un modello teorico che rimane sostanzialmente ancorato alla filosofia analitica, anche se ne amplia il raggio d’azione rivelandone peraltro nuove potenzialità teoriche. La natura ontologica delle proprietà estetiche è prioritaria rispetto alla funzione esercitata dal contesto e dalle forme di vita in cui si colloca il soggetto del giudizio estetico. Da questo punto di vista, la fugace incursione nel territorio della filosofia della mente si rivela inefficace o improduttiva e, soprattutto, viene meno l’interesse per la mente del soggetto coinvolto nella ricognizione delle proprietà estetiche, vale a dire, per quella attitudine estetica il cui esercizio merita un’analisi non più circoscritta alla sola semantica (formale) delle proprietà estetiche. Questa è la ragione per cui integriamo l’analisi fin qui condotta con il recupero o attualizzazione del modello teorico di Reid.

2. Le proprietà estetiche secondo Reid: i segni naturali

La questione dell’attitudine estetica è decisiva per una duplice ragione: da un lato, consente di collocare il modello reidiano nell’alveo della riflessione estetica settecentesca accentuandone il peso e l’originalità; dall’altro, stabilisce un criterio più solido, e non formale, per valutare le proprietà estetiche e per superare le difficoltà o opacità presenti sia nel dibattitto attuale sia nella riflessione di Levinson. L’orizzonte settecentesco comporta l’autonomia della dimensione estetica, a partire dall’individuazione dei nessi tra il piano della percezione/sensibilità e quello del sentimento e, in genere, della continuità tra sensibilità e razionalità. È questo l’elemento chiave che congiunge la riflessione inglese con quella tedesca. La posizione di Reid è strategica: l’attitudine estetica è inerente a una coscienza o mente agentiva le cui istanze cognitivo-qualitative determinano un’attività multi-prospettica (cognitivo-linguistica, estetica e morale) che ha il suo ancoraggio nei principi del senso comune; un senso comune che giustifica il realismo gnoseologico ed estetico in termini costitutivi e non regolativi come, invece, accade per il senso comune a cui si richiama Immanuel Kant nella Critica del Giudizio12.

L’espressione “proprietà estetiche” non è ovviamente un’espressione di Reid ma l’interesse per la questione sottostante assume di certo rilevanza nella riflessione del fondatore della Scuola del Senso Comune.

Anche per Reid la questione dei giudizi estetici si colloca sullo sfondo dell’esperienza percettiva e, quindi, su aspetti che non si configurano subito in termini estetici ma che preparano il terreno per un’esperienza estetica. In un recente articolo13, ho preso in considerazione alcuni passi, normalmente esaminati per questioni come la visione e le patologie visive, in cui Reid affronta l’esperienza percettiva dei ciechi o dei neo-vedenti mostrando come la compensazione percettiva implichi una modulazione estetica dell’esperienza percettiva degli stessi. Reid non si limita ad una valutazione dei dispositivi di accomodamento e/o di accomodamento estetico inerenti alle patologie menzionate ma si adopera per un’estensione della sua disamina ai soggetti normo-vedenti: la modulazione estetica dell’attività percettiva riguarda tutti gli uomini. Reid esamina la questione sia nella Ricerca sulla mente umana (1764) sia nelle Lezioni sulle belle arti (1774). Sono testi che soltanto apparentemente possono risultare diversi l’uno dall’altro; in effetti, è possibile individuare il loro filo rosso nella teoria dei segni naturali e nella questione mente/corpo che, congiuntamente, giustificano la genesi e la natura dell’attività cognitivo-linguistica e l’esperienza estetica che ne è un’importante modulazione.

I segni naturali sono azioni corporeo-motorie connesse all’esperienza sensibile-percettiva e ai processi cognitivi che la definiscono in vista di attività cognitive sempre più complesse e funzionali al raggiungimento di determinati obiettivi14. Tra i segni naturali Reid annovera anche le cosiddette sensazioni-segno che costituiscono l’avvio dell’attività percettiva in quanto la distinzione tra sensazione e percezione15 è funzionale all’individuazione della relazione interna. Le sensazioni-segno attivano i processi percettivi articolandone tutte le fasi interne fino alla definizione complessiva dell’intera esperienza percettiva che può benissimo comprendere le proprietà percettive senza però mai separarle dall’attività della coscienza.

Ritornando alla questione delle patologie visive, il problema che ciechi o neovedenti normalmente affrontano è relativo alla definizione della figura sensibile, vale a dire, al passaggio da quest’ultima alla figura reale che è, nel lessico reidiano, il punto di incontro di tutte le proprietà percettive di un determinato oggetto visivo.

I ciechi-nati, come il famoso Saunderson, possono gestire concetti come quello di distanza, di colore e di altri aspetti simili di matrice sensibile ricorrendo a giudizi che dipendono strutturalmente da un determinato sistema linguistico che riflette il senso comune ed esplicita quei dispositivi per mezzo di cui la mente attiva o agentiva è in grado di percepire finalità e di stabilire costantemente piani di azioni condivisi o intersoggettivamente strutturati, a partire dalla fase preverbale (protolinguaggio) fino al sistema linguistico inteso nelle sue normali funzioni. In tal senso, il sistema linguistico attiva la funzione sinestetica (compensatrice) dei giudizi generando proprio quelle molteplici relazioni interne che non sono più direttamente giustificabili in termini sensibili. L’attività linguistica non garantisce così le sole compensazioni sinestetiche: definisce e struttura anche e, soprattutto, le valutazioni estetiche. Il cieco-nato – fa osservare Reid – non si limita a dar prova della propria capacità di parlare a lungo e pertinentemente dei colori: è in grado di integrare questa capacità con osservazioni e ragionamenti in risposta ad eventuali «domande sulla loro composizione, natura e bellezza in modo da non tradire il proprio difetto»16.

La percezione della figura visibile induce il cieco-nato ad attivare processi cognitivi la cui articolazione linguistica determina sia l’azione compensatrice di natura sinestetica appena menzionata sia i giudizi estetici. La trattazione reidiana dei giudizi estetici è per tanti aspetti omogenea al modello tipicamente settecentesco e può esercitare un determinato fascino anche in relazione alla questione delle proprietà estetiche: come gli altri giudizi anche i giudizi estetici presentano una prima configurazione naturale e una seconda maggiormente scandita da tratti acquisiti ma sempre a partire dalle istanze presenti nella configurazione naturale. A suscitare il nostro interesse è però la struttura che Reid individua nel giudizio estetico e che riconduce alla natura agentiva e causale della mente umana. I processi mentali sono sempre funzionali alla definizione di piani di azione sia di natura genuinamente cognitiva sia di natura morale17. La valutazione estetica intesa come ricognizione delle proprietà estetiche si richiama alla natura agentiva della mente ed è scandita da una duplice modalità di attivazione: la mente o predispone direttamente i propri piani di azione mediante diversi livelli di attivazione coordinati, controllati e verificati dalla coscienza oppure indirettamente proietta quelli verso sé stessa, verso gli altri, verso la realtà (natura), verso gli oggetti, verso gli eventi considerandoli quasi oggettivamente e non come realizzazioni di suoi “poteri” (realizzazione diretta). Ritornando al caso del cieco-nato, questa struttura del giudizio estetico emerge contestualmente al processo cognitivo-percettivo con cui il cieco-nato accomoda la figura visibile in vista della definizione di quella reale mostrandosi consapevole delle sue risorse cognitive per mezzo di cui riesce a trasformare la figura visibile in una “creatura” della propria ragione e immaginazione, vale a dire, del ruolo causale della propria mente. Non a caso, Reid si esprime così:

… la figura visibile conduce direttamente chi vede alla concezione della figura reale di cui è segno, mentre i pensieri del cieco muovono nella direzione opposta. Infatti, egli deve conoscere anzitutto la figura, la distanza e la situazione reali del corpo ed è in base a tali elementi, servendosi di ragionamenti matematici, che ricostruisce gradualmente la figura visibile. Per natura egli non può concepirla come un segno, ma come una creatura della propria ragione e immaginazione18.

Un cieco-nato vive una situazione del tutto singolare: diversamente dai normo-vedenti, non può intendere la figura visibile come il segno naturale della figura reale; mentre i normo-vedenti utilizzano la figura sensibile (sensazioni-segno) come base per elaborare le proprietà percettive della figura reale, i ciechi-nati devono procedere mediante compensazione: ricorrono ad un dispositivo di sostituzione per mezzo di cui ricostruiscono mentalmente il segno naturale della figura visibile facendo soltanto leva su valutazioni matematiche e razionali. In tal senso, essi elaborano in termini puramente razionali – mediante una sorta di esperimento mentale – proprietà percettive come la distanza. Questa operazione assume per soggetti con siffatte caratteristiche una valenza straordinaria in quanto essi verificano la propria capacità di trasformare quello che per i consimili normo-vedenti è un segno naturale in «una creatura della propria ragione e immaginazione». Questa è un’espressione che alimenta una duplice giustificazione estetica: la creazione ex novo (creatura) del segno naturale è, da un lato, un’attività di compensazione estetica, dall’altro, l’esercizio della causalità, che consente ai soggetti in questione di valutare esteticamente la creatura come l’esito dell’esercizio di un potere causale. La valutazione estetica della creatura della ragione e dell’immaginazione riguarda in buona sostanza la relazione tra proprietà non estetiche (simil-percettive!) e quelle estetiche che sono appunto sopravvenienti a quelle. Nella prospettiva dei ciechi-nati, l’agentività o esercizio del potere causale produce ipso facto le proprietà non estetiche, che sostituiscono le normali proprietà percettive, e le proprietà estetiche la cui funzione è legata al fatto che sono sopravvenienti rispetto alle proprietà non estetiche. Il segno naturale è una creatura e, nella misura in cui è una creatura della razionalità, è articolata in termini di proprietà estetiche. La sopravvenienza estetica per Reid è un’istanza cognitivo-razionale che, come si vedrà meglio più avanti, non è però separata dalle istanze qualitative (emozioni e sentimenti). In tal senso, sono eloquenti il grado di soddisfazione e la meraviglia che il cieco-nato prova quando si scopre “creatore” della figura visibile. La sua situazione è straordinaria ma è degna di nota in quanto conferma indirettamente anche quella dei normo-vedenti e, in genere, di tutti i soggetti non affetti da alcuna patologia sensoriale; situazione in cui le figure visibili reali e i segni naturali altrettanto reali e concreti si configurano come proprietà non estetiche subvenienti rispetto alle proprietà estetiche prodotte dalla mente umana e conformi ai diversi poteri in cui si articola l’agentività della stessa.

Non è investito soltanto il piano razionale della mente, anche se strettamente connesso all’esercizio dei poteri intellettuali e attivi. Il rapporto tra giudizio estetico e il dispositivo di compensazione sinestetico si definisce pienamente nell’attività linguistica. In tal senso i ciechi-nati riescono a gestire colori e altri aspetti sensibili senza potersi avvalere di una esperienza sensibile pregressa. È questo un nodo teorico fondamentale che non richiede ipso facto un’interpretazione esclusivamente razionale del giudizio estetico19. Di fatto, la posizione di Reid è articolata al suo interno, come si desume dalla presenza di altre potenzialità estetiche dei segni naturali che sono più affini agli aspetti qualitativi (emozioni, sentimenti) e che pertanto riducono la natura razionale del giudizio estetico. Estetiche sono sempre ed esclusivamente quelle qualità sensibili che, per diverse ragioni, possano suggerire – senza la mediazione di alcuna corrispondenza biunivoca – proprietà mentali da riferire o all’uomo o all’Autore20. Illuminante è altresì il seguente passo tratto dalla Ricerca sulla Mente Umana:

Ci sono altre cose esterne che la natura ha predisposto come segni […]. Per esempio, certe espressioni del viso sono segni naturali della presente disposizione di spirito; tutti capiscono il significato di tali segni, ma nessuno li ha mai attentamente notati o ne sa qualcosa. Perciò si possono incontrare spesso abilissimi fisionomisti che ignorano completamente le proporzioni del volto e non sanno disegnare o descrivere l’espressione di una sola passione. Un bravo pittore o un bravo scultore possono invece dirci non solo quali siano le proporzioni di un bel viso, ma anche le modificazioni provocate nella sua espressione dalle diverse passioni […]. Ciò che abbiamo detto della pittura si applica a tutte le arti belle: tutta la loro difficoltà consiste nell’esaminare attentamente quei segni di cui ognuno comprende il significato21.

Qui, seppur brevemente, Reid entra nel territorio delle belle arti per affrontare la relazione tra bello artistico e segni naturali ma a partire proprio da quei segni naturali che rivestono per lui un significato decisivo nel processo di comunicazione protolinguistica e nell’attività linguistica successiva22: le espressioni facciali. Intese in tutte le loro potenziali configurazioni, le espressioni del viso non sono affatto marginali: confermano la presenza di processi cognitivi intersoggettivi preparando così il contesto per la definizione dei successivi processi semantico-sintattici23. Le proporzioni di un “bel viso” non sono fini a sé stesse: rivelano determinate disposizioni di spirito (stati mentali, pensieri, intenzioni) e determinate passioni che possono valere per sé stesse oppure in relazione alle medesime disposizioni di spirito. La bellezza di un viso è proporzionata alle molteplici passioni che ne derivano e che, in qualità di soggetti coinvolti, siamo in grado di decodificare; la bellezza di un viso è però oggetto precipuo dell’attività artistica: un bravo pittore sa realizzare tutte le possibili modificazioni delle passioni stabilendo quasi oggettivamente il rapporto tra un “bel viso” e le passioni espresse e fornendo al fruitore i criteri per individuare nell’opera d’arte i tratti del “bel viso” e, soprattutto, per suscitarne l’interesse e la fruizione stessa. In questa prospettiva, naturale è il riferimento alla fisiognomica. La disamina di Reid si colloca sullo sfondo della fisiognomica di matrice aristotelica ma se ne distanzia in termini interessanti. Mentre nel modello aristotelico e nella tradizione occidentale successiva l’attenzione è rivolta ad un identikit schematico di alcuni stati qualitativo-emotivi, determinati esclusivamente da lineamenti statici o fissi del volto, nella disamina reidiana l’interesse si sposta invece verso l’individuazione dei tratti dinamici o movimenti del viso più rispondenti alle multiformi e molteplici istanze cognitivo-emotive24. Si tratta di quelle istanze che determinano sia la comunicazione preverbale e verbale sia la condivisione dell’esperienza estetica, anche attraverso l’attività artistica.

Il ruolo della bellezza nei giudizi estetici è scontato ma l’individuazione dei tratti interni e/o della struttura/natura della bellezza non lo è affatto. Consapevole dell’impossibilità di ricondurre la bellezza sia a elementi oggettivi sia a istanze esclusivamente soggettive come il sentimento, Reid procede ad una disamina che valorizzi la natura intersoggettiva del bello secondo modalità che possano confermare l’ampliamento della sfera d’azione del suo realismo, del realismo del senso comune. Come fa osservare Gatti, nella sua articolatissima introduzione alla versione italiana delle Lectures on the Fine Arts25, Reid non si accontenta di assimilare il bello ad un generico “non so che”26 ma s’impegna nella ricerca di un “denominatore comune” che ne consenta una definizione più stabile27. In tal senso, è dirimente il seguente passo:

Da quanto è stato detto intorno al gusto, spero risulti chiaro che non si tratta di un mero sentimento ma di un’operazione della mente nella quale sono presenti un giudizio e la convinzione che vi sia qualcosa nell’oggetto finalizzato a produrre quella sensazione. E spero sia altrettanto evidente che la bellezza sorge da qualche eccellenza e da alcune qualità della mente che ammiriamo, o qualcosa che rimanda ad esse28.

Il giudizio estetico e le proprietà che lo connotano dipendono esclusivamente dalla relazione che intercorre tra la mente e l’oggetto e dall’operazione mentale che attiva e determina siffatta relazione come le altre tipologie di giudizio che Reid esamina nelle sue opere. Il giudizio estetico non è affatto separato dalla presenza di qualche forma di convinzione e, da questo punto di vista, è pienamente conforme ai principi del realismo (senso comune). La convinzione comporta la possibilità che gli uomini sappiano condividere il riferimento oggettivo del giudizio estetico e sappiano individuare nella realtà le proprietà estetiche senza mai ridurle alle proprietà non estetiche o percettive. In questa prospettiva, Reid potrebbe farsi portavoce della tesi della sopravvenienza ma riportandola ai principi costitutivi della mente umana ed evitando di ridurre la sopravvenienza ad una questione di mera semantica della ricognizione delle proprietà estetiche. Le proprietà estetiche esistono – secondo modalità quasi ontologiche – soltanto nella misura in cui esse rinviano a determinate qualità della mente che ammiriamo direttamente o possiamo ricostruirne il valore a partire da qualcosa che possa suggerirle (criterio dei segni naturali). Le proprietà estetiche sono dinamiche in quanto sono l’esito di un processo cognitivo incentrato proprio sulla relazione mente/realtà29 e sull’intenzionalità che è l’elemento chiave di questa relazione non solo in Reid30 ma anche nel dibattito in corso intorno alle proprietà estetiche31. In tal senso, è opportuno prendere in considerazione di nuovo la nozione di emergentismo per stabilire un ulteriore confronto tra Levinson e Reid. Levinson opta per una soluzione emergentista che esuli del tutto dal territorio del mentale: le proprietà estetiche sono sopravvenienti a proprietà il cui statuto ontologico è anteriore rispetto alla valutazione estetica. Reid propone invece una soluzione che salvi il realismo ontologico delle proprietà estetiche saldandolo però con l’attitudine estetica del soggetto: in base ai principi del senso comune e all’intersezione tra questi e l’attività linguistica, la coscienza o mente agentiva costituisce le proprietà estetiche definendone ipso facto lo statuto ontologico.

3. La natura cognitivo-linguistica della sopravvenienza.

Come è ormai evidente, l’attività linguistica svolge un ruolo di primaria importanza nelle valutazioni estetiche. In merito ai ciechi-nati, la sua – vale la pena ribadirlo – è una funzione sinestetico-compensatrice in quanto tutte le istanze sensibili – colore, distanza, profondità – che il cieco-nato non può elaborare visivamente diventano praticabili soltanto nell’apprendimento linguistico e nel sistema linguistico che ne scaturisce. Ovviamente, si tratta di una situazione verificabile anche in relazione ai normo-vedenti i quali manipolano molti concetti di origine sensibile senza però averli appresi secondo quella modalità. È questa la prova della natura fortemente cognitiva del linguaggio che si configura come dispositivo sinestetico a cui tutti i parlanti, normali e affetti da patologie sensoriali, ricorrono esercitandolo con successo e interpretandolo esteticamente: i parlanti si mostrano consapevoli delle risorse cognitive di cui dispongono e del grado di soddisfazione che ciò comporta. Il cieco Saunderson concepisce infatti i propri calcoli visivi come creature della sua ragione e immaginazione.

Non è però possibile fermarsi a questa prima considerazione dell’attività linguistica, della sua operatività in itinere rispetto a lacune di natura sensoriale. Il giudizio estetico inteso come multiforme ricognizione delle proprietà estetiche prodotte dalla ragione umana ha il suo principio costitutivo nella struttura del linguaggio, struttura universale che si realizza nelle lingue storico-naturali. La struttura del linguaggio conferma la natura agentiva della mente umana riflettendone l’articolazione interna in poteri intellettuali e attivi: l’opposizione di attività/passività è trasversale a diversi aspetti linguistici, dal verbo alla sintassi, e si presta anche a molte proiezioni metaforiche: l’uso della lingua è funzionale all’esplorazione delle molteplici sfumature dell’attività consentendo ai parlanti di attribuirla non solo a sé stessi ma anche a eventi, a oggetti e a fenomeni naturali. Reid mette il lettore in guardia facendogli osservare che può trattarsi in buona sostanza di un “pregiudizio” che però l’uomo attenua in nome della tendenza tipicamente umana a valutare «le altre cose sul nostro metro» essendo incline «ad assegnare loro quella vita e quell’attività che avvertiamo in noi stessi»32. Non va esasperata la natura universale di questa struttura del linguaggio trovandovi la conferma di principi come quelli della linguistica cartesiano-chomskiana: è una struttura che emerge gradualmente, proprio a partire da quell’esperienza dei segni naturali che rientra nel territorio del cosiddetto protolinguaggio33.

La linea di continuità tra i segni naturali e l’attività linguistica successiva, definita nei suoi principali tratti strutturali, gioca un ruolo interessante nella formazione stessa dell’esperienza estetica. La gestione dei segni naturali è duplice: implica, da un lato, la capacità di definire la percezione e, quindi, le proprietà percettive più rilevanti (proprietà non estetiche) a partire dalle sensazioni-segni, dall’altro, la comprensione e la condivisione di segni naturali come l’espressione facciale, la gestualità intenzionale e le pantomime e il sottostante riferimento a determinati stati mentali cognitivo-qualitativi. Si tratta di eventi causali o di piani d’azione che la mente, intesa non a caso come senso comune, struttura intersoggettivamente, anche mediante la definizione delle proprietà estetiche sopravvenienti alle proprietà percettive; definizione che diventa flessibile e articolatissima soltanto all’interno dell’attività linguistica propriamente detta. La mente umana produce (dispositivo causale) le proprietà estetiche che l’attività linguistica definisce ed organizza in relazione a determinate proprietà percettive anche esse stabilite sotto la sua giurisdizione. La sopravvenienza delle proprietà estetiche è strutturata in termini cognitivo-linguistici in nome del principio costitutivo dell’attività, principio del senso comune riflesso nella struttura universale del linguaggio umano.

Ora può essere opportuno – anche se soltanto relativamente a qualche aspetto teorico – approfondire la natura oggettiva-intersoggettiva delle proprietà estetiche collocando la visione reidiana dell’esperienza estetica all’interno del dibattito estetico settecentesco. La possibilità di individuare il denominatore comune delle proprietà estetiche nella realizzazione del principio costitutivo dell’attività (natura agentiva della mente) è senz’altro dirimente ed eloquente al contempo. È uno spostamento sensibile dell’asse dell’esperienza estetica dal soggettivismo sentimentale a quello che abbiamo già definito realismo ontologico delle proprietà estetiche. In questa prospettiva, sono senz’altro palesi le ascendenze platoniche o neoplatoniche34 del modello teorico reidiano: l’attribuzione dell’attività, del disegno finalistico e della causazione ai consimili, agli eventi, ai fenomeni naturali e a entità superiori, è lo schema cognitivo-razionale a cui le proprietà estetiche rinviano; schema che potrebbe essere interpretato, come suggerisce Gatti, come «la rappresentazione di idee o l’esibizione di poteri intellettuali»35 con cui la bellezza e le relative proprietà estetiche si identificano. Il realismo ontologico delle proprietà estetiche può integrarsi con istanze metafisiche come quelle platoniche o neoplatoniche per due precise ragioni: il recupero di tali istanze non fornisce affatto la prova del carattere esclusivamente metafisico della posizione di Reid e, oltretutto, non compromette affatto nuclei teorici, come l’unione mente/corpo – il fil rouge delle Lezioni sulle belle arti – che rinvia a premesse scientifiche (la neurofisiologia di Robert Whytt) che sono invece funzionali proprio alla confutazione di soluzioni metafisiche, come il dualismo cartesiano, spesso non a ragione ascritte rigidamente a Reid36. Le istanze platoniche e neoplatoniche accentuano il carattere intersoggettivo delle proprietà estetiche valorizzandone quella natura ontologica delle stesse che ha però la sua unica matrice nella mente umana o senso comune.

4. Conclusioni

Concludendo, il confronto tra il modello teorico di Reid e quello di Levinson risulta proficuo soltanto a condizione che si attribuisca ad entrambi aspetti e contenuti analoghi, malgrado la distanza temporale. La natura ontologica delle proprietà estetiche, il rapporto tra queste e le proprietà o condizioni percettive, la nozione di emergentismo, il dispositivo semantico per la ricognizione delle proprietà estetiche, sono senza dubbio aspetti o contenuti oggettivamente presenti nei loro testi; non rientrano però nella stessa prospettiva.

Ricorrendo ad una terminologia palesemente attuale, la posizione di Reid potrebbe rientrare nei confini di una semantica cognitiva (filosofia della mente), quella di Levinson in una semantica sostanzialmente complementare o conforme alla filosofia analitica. Sebbene l’emergentismo di Levinson superi alcune forme rigide di riduzionismo, anche dello stesso riduzionismo semantico, la differenza concettuale che caratterizza le proprietà estetiche e quelle non estetiche non è tuttavia tale da indurre il filosofo a farsi carico della giustificazione teorica di quell’attitudine estetica del soggetto e, quindi, della relazione che intercorre tra soggetto e oggetto e che rende estetico un determinato oggetto. A Levinson obiezioni simili sono state di certo mosse ma non sono state tali da consentirgli un’esplorazione ad ampio spettro di quello che egli stesso ha definito «un fatto naturale o psicologico», vale a dire, dei processi cognitivi che sottendono l’esperienza cognitiva e la dimensione qualitativa che la contraddistingue. Rispetto a quest’ultimo punto, la posizione di Thomas Reid si è rivelata proficua, malgrado la distanza temporale rispetto a Levinson e al dibattito in corso: si tratta di una posizione che offre più di uno spunto per integrare il modello di Levinson e, forse, per superarlo in efficacia esplicativa.

Mentre Levinson giustifica la ricognizione semantica delle proprietà estetiche liberandola dal rischio del riduzionismo e riconducendo la sopravvenienza delle stesse ad “un fatto naturale e psicologico” che è però privo di un’ulteriore articolazione interna, Reid stabilisce, al contrario, la struttura cognitivo-linguistica della sopravvenienza delle proprietà estetiche facendola dipendere dalla natura agentiva della mente che il sistema linguistico riflette e definisce secondo diversi e graduali livelli di elaborazione, a partire dalla fase dei segni naturali (azioni corporee) o protolinguaggio. Secondo Reid, la ricognizione delle proprietà estetiche è inerente ad un processo cognitivo che ha il suo comune denominatore nella struttura causale-attiva della mente umana e, soprattutto, nella capacità della stessa di proiettare finalità, azioni e disegni verso la realtà, gli oggetti e gli altri uomini compiacendosene e meravigliandosene, configurando esteticamente questo tipo di proiezioni, vale a dire, definendo quella che è propriamente l’esperienza estetica. In questa prospettiva, l’esperienza estetica è determinata da una ricognizione delle proprietà estetiche i cui criteri non sono quelli di sola derivazione formale-linguistica bensì quelli di matrice cognitivo-linguistica. A ritroso, dunque, passiamo dalla semantica analitica delle proprietà estetiche di Levinson alla semantica cognitivo-linguistica di Reid; dal paradigma dell’estetica analitica a quello di un’estetica cognitivo-linguistica (filosofia della mente).


1 F. Sibley, Aesthetic Concepts, in Approach to Aesthetics: Collected Papers on Philosophical Aesthetics, Clarendon Press, Oxford 2001a, pp. 1-23; Aesthetic and Nonaesthetic, in Approach to Aesthetics: Collected Papers on Philosophical Aesthetics, Clarendon Press, Oxford 2001b, pp. 33-51; Particularity, Art and Evaluation, in Approach to Aesthetics: Collected Papers on Philosophical Aesthetics, Clarendon Press, Oxford 2001c, pp. 88-103.

2 Sibley si esprime così: «There are no sets of non-aesthetic features that are logically sufficient for it [i.e., for an item] to have a certain aesthetic quality»; cfr. Sibley, Aesthetic and Nonaesthetic, cit., pp. 33-51.

3 M. Beardsley, What Is an Aesthetic Quality? in The Aesthetic Point of View. Selected Essays, Cornell University Press, Ithaca (NY) 1982, pp. 93-110.

4 J. Levinson, What Are Aesthetic Properties? in Contemplating Art. Essays in Aesthetics, Clarendon Press, Oxford (NY) 2006, pp. 336-351.

5 Levinson definisce le proprietà estetiche «higher-order ways of appearing … [which] arise out of the lower-order ways of appearing on which they depend in a holistic or emergent manner»; cfr. ivi, pp. 342-343.

6 J. Shelley, The Problem of Non-Perceptual Art, «British Journal of Aesthetics», 43, 2003, pp. 363-378.

7 J. Levinson, Aesthetic Properties, Evaluative Force and Differences of Sensibility, in Contemplating Art. Essays in Aesthetics, Clarendon Press, Oxford (NY) 2006, pp. 315-335.

8 G. Hermerèn, The Nature of Aesthetic Qualities, Lund University Press, Lund,1988; Levinson, What Are Aesthetic Properties?, cit., pp. 336-351.

9 F. Desideri, La percezione riflessa. Estetica e filosofia della mente, Raffaello Cortina Ed., Milano 2011, pp. 105-107.

10 D. Davidson, Eventi mentali, in A. De Palma, G. Pareti (a cura di), Mente e corpo. Dai dilemmi della filosofia alle ipotesi della neuroscienza, Bollati Boringhieri, Torino 2004, pp. 79-102; J. Kim, Concepts of Supervenience, «Philosophy and Phenomenological Research», 45, 1984, 2, pp. 153-176; Supervenience and Mind, Cambridge University Press, Cambridge 1993. Desideri sottolinea l’originalità della matrice teorica di Kim: la tesi della sopravvenienza mentale viene elaborata sulla scorta dell’analisi del rapporto tra proprietà estetiche e non estetiche e della tesi dell’irriducibilità delle prime alle seconde di Sibley; cfr. Desideri, La percezione riflessa. Estetica e filosofia della mente, cit., p. 106.

11 J. Levinson, Aesthetic Supervenience, in Music, Art and Metaphysics. Essays in Philosophical Aesthetics, Cornell University Press, Ithaca (NY) 1990, pp. 134-158; trad. it. Sopravvenienza estetica, in P. Kobau, G. Matteucci, S. Velotti (a cura di), Estetica e filosofia analitica, Il Mulino, Bologna 2007, pp. 235-256, corsivi miei.

12 Cfr. I. Kant, Critica del Giudizio, Laterza, Bari 1984, pp. 83-86.

13 M. Maione, Diderot, Reid e l’esperienza percettiva. Compensazioni sinestetiche, linguistiche ed estetiche, in Diderot: Space and Movement, «Itinera», 22, 2021, pp. 11-31.

14 M. Maione, Origine e funzioni del linguaggio in Thomas Reid. Atti mentali, linguistici e credenze, Carocci, Roma 2024.

15 M. Maione, Scienza, linguaggio, mente in Thomas Reid, Carocci, Roma 2001.

16 T. Reid, An Inquiry into the Human Mind on the Principles of Common Sense (1764), in The Works of Thomas Reid, ed. by W. Hamilton (1895), Georg Olms Verlag, Hildesheim 1983, pp. 93-211; trad it. Ricerca sulla mente umana e altri scritti, a cura di A. Santucci, Utet, Torino 1975, pp. 93-330: p. 173.

17 Cfr. Maione, Origine e funzioni del linguaggio in Thomas Reid. Atti mentali, linguistici e credenze, cit., pp. 46-64.

18 Reid, An Inquiry into the Human Mind on the Principles of Common Sense, cit., p. 193, corsivi miei.

19 Cfr. R. Copenhaver, Thomas Reid on Aesthetic Perception, in T. Buras and R. Copenhaver (eds.), Thomas Reid on Mind, Knowledge and Value, Oxford University Press, Oxford 2015, pp. 124-138.

20 H. Benbaji, Reid’s view of aesthetic and secondary qualities, «Reid Studies», 2, 1999, pp. 31-46; R.E. Zuckert, Thomas Reid’s Expressivist Aesthetics, in Buras and Copenhaver (eds.) Thomas Reid on Mind, Knowledge and Value, cit., pp. 1-40.

21 Reid, An Inquiry into the Human Mind on the Principles of Common Sense, cit., pp. 197-198.

22 Cfr. Maione, Origine e funzioni del linguaggio in Thomas Reid. Atti mentali, linguistici e credenze, cit.

23 Ibidem.

24 Cfr. ivi, pp. 71-73.

25 A. Gatti, Introduzione a T. Reid, Lezioni sulle belle arti, a cura di A. Gatti, CLUEB, Bologna,2008, pp. 17-24.

26 T. Reid, Lectures on the Fine Arts (1774), ed. by P. Kivy, Martinus Nijoff, The Hague 1973; trad it. Lezioni sulle belle arti, a cura di A. Gatti, Clueb, Bologna 2008, p. 87.

27 Gatti, Introduzione a T. Reid, Lezioni sulle belle arti, cit., p. 18.

28 Reid, Lectures on the Fine Arts, cit., p. 93.

29 Reid sostiene questa posizione soprattutto nell’ottavo dei Saggi sui poteri intellettuali dell’uomo (1785); cfr. T. Reid, Essays on the Intellectual Powers of Man, in The Works of Thomas Reid, cit., pp. 219-489.

30 Cfr. Maione, Scienza, linguaggio, mente in Thomas Reid, cit.

31 Cfr. S. Sedivy, Aesthetic Properties, History and Perception, «British Journal of Aesthetics», 58, 2018, pp. 345-362.

32 T. Reid, Saggi sui poteri attivi dell’uomo (1788), in Ricerca sulla mente umana e altri scritti, a cura di A. Santucci, Utet, Torino 1975, p. 742.

33 Maione, Origine e funzioni del linguaggio in Thomas Reid. Atti mentali, linguistici e credenze, cit., pp. 56-59.

34 Gatti, Introduzione a T. Reid, Lezioni sulle belle arti, cit., pp. 19-30; Genesi e forme dell’estetica moderna. Il dibattito inglese sul bello e sulle arti, Aracne Editrice, Roma 2019, pp. 38-40.

35 Gatti, Introduzione a T. Reid, Lezioni sulle belle arti, cit., p. 19.

36 Cfr. Maione, Scienza, linguaggio, mente in Thomas Reid, cit.; Origine e funzioni del linguaggio in Thomas Reid. Atti mentali, linguistici e credenze, cit.