https://doi.org/10.36253/ds-15441

La Compagnia di Gesù di Napoli e i suoi queruli vassalli: le controversie feudali a Latronico alla vigilia dell’espulsione dal Regno

Martina Gargiulo

Università degli Studi di Napoli Federico II, Italy

Abstract. The article aims to analyze the disputes between the Neapolitan Society of Jesus and the citizens of Latronico related with the anti-Jesuits behaviours that were growing within the reformist circles. The theme returned in an anonymous report, called Riassunto dello Stato in cui attualmente trovansi le controversie agitate fra l’Università della Terra di Latronico, ed il Barone, o Tenutario pro tempore della medesima dall’anno 1523 sin all’anno 1767. Interesting is the chapter dedicated to the management of pastures, state lands and baronial defenses. Through the analysis of this document, it is possible to focus on the strategies of appropriation of the territory by the feudal power. At the same time, the pleas of Latronico citizens to the defense of their rights highlight the most popular motifs of anti-Jesuit propaganda.

Keywords: feudalism, Society of Jesus, Anti-Jesuitism, conspiracy theories, justice.



Dopo un lungo tramonto del dibattito storiografico sul tema, gli studi sulla “lunga durata” della feudalità meridionale hanno vissuto una progressiva ripresa. Negli ultimi anni, si è registrato un maggior interesse degli studiosi intorno al XVIII secolo, legato strettamente ai primi provvedimenti della monarchia borbonica in materia feudale che anticiparono, non senza intoppi e contraddizioni, il processo di eversione di età napoleonica1. Complice la prolifica stagione degli studi promossa da Rosario Villari, Giuseppe Galasso, Pasquale Villani e Giuseppe Giarrizzo, in cui le fortunate categorie concettuali di “rifeudalizzazione” e “commercializzazione” costituivano parti inscindibili dell’impegno civile degli autori2, la produzione storiografica successiva non sempre è stata in grado di superare le dicotomie terminologiche, caratterizzate ora da precoci e intraprendenti borghesie, ora da lunghi e persistenti feudalesimi che soffocavano lo slancio modernizzatore3. Intorno alla morte e alla resurrezione della feudalità meridionale risultano, per il Settecento, ancora fondamentali le osservazioni di Maurice Aymard, il quale sottolineò il paradosso di un potere in declino e spogliato «di qualsiasi autorità politica» che tuttavia «riesce a bloccare durevolmente ogni progetto di riforma», per sopravvivere con tenacia a se stesso alle porte del XIX secolo4.

Dall’altra parte, una maggiore attenzione degli storici intorno alla microstoria dei feudi, delle famiglie aristocratiche detentrici di patrimoni fondiari e delle loro strategie insediative ed economiche ha risaldato tale prospettiva, favorendo al tempo stesso la “sprovincializzazione” delle periferie del Regno di Napoli, spesso considerate come corpi marginali rispetto alla grande storia politica e istituzionale della capitale5. I quadri comparativi hanno inoltre restituito una dimensione più complessa e stratificata della feudalità meridionale, tenuta in vita dai fitti intrecci fra strategie familiari e comportamenti economici e fra potere centrale e particolarismi cetuali e locali. In particolare, le ultime ricerche sulle singole province del Regno hanno mostrato trasformazioni nel tempo degli assetti feudali estremamente variegate e dunque non incapsulabili in modelli interpretativi generali6. A riprova di ciò, sulla presenza negli stessi territori di feudi detenuti da abbazie, ordini religiosi e mense vescovili ha insistito la storiografia più recente, che ha ridefinito le precedenti visioni di una feudalità ecclesiastica come residuo morente del feudalesimo medievale7.

Gli ecclesiastici, d’altronde, non potevano ignorare le potenzialità offerte dal feudo sul piano del controllo del territorio. Sebbene non potessero sfruttarlo come elemento distintivo atto a garantire un’elevazione di status sociale per sé e la propria discendenza, ne comprendevano pienamente i vantaggi scaturiti dal binomio possesso della terra - giurisdizione sulla stessa. La partecipazione degli ordini religiosi alle dinamiche di compravendita di feudi e giurisdizioni non costituiva quindi un fenomeno inusuale. Anche la Provincia napoletana della Compagnia di Gesù si era lanciata a capofitto nell’affare, incamerando tra il 1618 e il 1659 i feudi lucani di Policoro e Latronico. La scelta di indirizzare flussi cospicui di ducati proprio in Basilicata non doveva stupire, in quanto, ancora alla fine del Settecento, circa l’86% della sua popolazione risultava soggetta alla giurisdizione feudale8. Tale strategia mirata di investimento non era sfuggita nemmeno all’occhio vigile delle acerrime controparti. Uno dei riformatori più attivi del periodo, Giuseppe Maria Galanti, nella sua opera Della descrizione geografica e politica delle Sicilie sosteneva che «le nazioni che sono surte dal governo feudale e dal governo ecclesiastico conservano un vizio radicale nella ordinazione delle leggi e nell’autorità del governo, e perciò hanno bisogno di gran riforma per essere bene organizzate»9.

Il giurista dedicava al peculiare status dei feudi ecclesiastici un intero paragrafo, scagliandosi in particolar modo contro la pluralità dei fori, che aveva assunto le sembianze di un groviglio quasi inestricabile di giurisdizioni: «Per la giurisdizione ne’ feudi ecclesiastici difforme è la nostra polizia. […] Alcuni hanno la sola giurisdizione civile, mentre la criminale è presso del re, o trovasi venduta a qualche privata persona»10. Egli inoltre si soffermava su un paio di casi paradigmatici. Il primo coinvolgeva proprio i gesuiti dell’enclave pontificia di Benevento: «In San Bartolommeo in Galdo, nella Capitanata, la giurisdizione civile era dell’Abate, la criminale de’ Gesuiti di Benevento»11. Il secondo riguardava invece l’altrettanto influente ordine domenicano: «Nella Calabria ulteriore, prima del 1785, la Certosa di Santo Stefano del Bosco esercitava sopra sette feudi la giurisdizione civile, e la criminale si amministrava da un officiale regio. Per lo contrario, i Domenicani vi possedevano otto altri feudi con giurisdizione civile e criminale»12.

La trattatistica illuminista meridionale poneva non di rado in relazione i due poteri – quello feudale e quello ecclesiastico – considerati alla stregua di zavorre che impedivano il rilancio economico del Regno. La grande carestia che colpì il Regno di Napoli fra il 1763 e il 1764 costituì una prima occasione per rinsaldare il comune interesse delle élite riformatrici e della monarchia borbonica di incanalare il malcontento popolare contro gli ordini religiosi. Critiche sempre più feroci vennero riservate nei confronti della rendita ecclesiastica. La sua concentrazione nelle mani degli ordini regolari più mondani si manifestava agli occhi dei riformisti come il sintomo più evidente di una malattia che incancreniva le fondamenta sociali del Regno. A titolo di esempio, Antonio Genovesi nelle sue Lezioni di commercio non risparmiò parole lapidarie nei riguardi del clero: «Questi professori di finzioni e di menzogne, cioè questi ipocriti, dovettero essere i primi a […] tener la legge di Dio in conto di botteghino e di mercato»13.

In concomitanza con lo scoppio della carestia, Tanucci promosse la pubblicazione dei primi due volumi delle Inquietudini de’ gesuiti, una raccolta di libelli denigratori diffusisi a partire dall’accusa di tentato regicidio di Giuseppe I e dalla conseguente espulsione dell’ordine dal Portogallo. Il motivo era presto detto: nella supplica introduttiva veniva richiesto a gran voce al sovrano di porre un freno alla proliferazione dei «Collegj, Monasteri e Conventi di Regolari», la cui gestione predatoria delle terre cagionava «mendicità a’ secolari, mancanza di sussidio al regio erario e desolazione alle città del Regno»14. Come è noto, il sentimento antigesuitico orchestrato da Tanucci anche mediante una feroce campagna di stampa risulterà uno degli elementi acceleratori dell’espulsione nel 1767. Nell’aprile dello stesso anno egli si esprimeva con queste parole in una lettera indirizzata a Carlo di Borbone: «[I gesuiti] si vagliano, per arricchire, di tutti li mezzi li più ingiusti; seducono li popoli contro li sovrani e li loro magistrati, che non favoriscano li gesuiti e le loro insidie e rubberie»15.

I tempi erano ormai divenuti maturi per innalzare il livello di scontro con la Chiesa al di là della tradizione giurisdizionalistica di inizio secolo. Tanucci, d’altronde, provava scarsa simpatia per il ceto forense “giannoniano”, sia per la fedeltà agli austriaci che molti fra loro ancora osservavano sia per la loro tendenza a ricercare un compromesso con la Santa Sede. Al contrario, Tanucci volle inserire le politiche ecclesiastiche del Regno in un orizzonte politico già sperimentato da altre monarchie cattoliche. La Compagnia di Gesù rappresentò il simbolo nonché il bersaglio perfetto per sterilizzare le pretese temporali del papa sui processi, non più reversibili, di secolarizzazione dello Stato16.

Girolamo Imbruglia sottolinea, in particolare, come la determinazione tanucciana ai danni dei gesuiti non possa essere scissa dalla nascita di un modello di sovranità legittimatosi sì dalle riforme, ma che traeva la propria forza e ragion d’essere dal riconoscimento dell’autorità del solo sovrano. Per tale ragione, le prospettive di Tanucci e dello stesso Antonio Genovesi si divisero proprio su questo nodo cruciale. Per gli uomini al servizio delle casate borboniche la realizzazione delle riforme era una condizione insufficiente, se non accompagnata dal riconoscimento della superiorità del potere regio su altri principi di ordine morale17. D’altro canto, le travagliate vicissitudini giudiziarie che contrapposero la Compagnia napoletana alla popolazione di Latronico non hanno contribuito a smorzare la leggenda nera sull’avidità e la bramosia di potere incontrollata dell’ordine, divenuta poi un potente incentivo per la sua espulsione18.

Dalla lettura dello Stato delle rendite e dei pesi stilato dal razionale Giannoccoli in occasione della requisizione dei beni gesuitici si evince in primo luogo la modalità con cui la parabola discendente dei Sanseverino di Bisignano facilitò il passaggio del feudo nelle mani del Collegio Massimo di Napoli.

Si possedeva dall’Illustre Casa de’ Principi di Bisignano dalla quale a 24 ottobre 1623 fu venduta al Presidente D. Vincenzo Corcioni. Di detto fu Presidente, essendo restato erede in pheudalibus il dottore Giuseppe Corcioni suo figlio, questi a 14 gennaio 1658 vendè il riferito feudo a D. Giovanni Battista da Ponte con tutti i corpi annessi feudali e burgensatici, con l’intiero stato e giurisdizione di prime, seconde e terze cause civili, criminali e miste, col mero e misto imperio e gladii potestate, colle quattro lettere arbitriarie, e colla potestà di transiggere e commutare le pene da corporali a pecuniarie nella maniera, e forma, e colli stessi privilegi che si possedeva detto feudo dalla surriferita Illustre Casa di Bisignano.

In seguito a 4 luglio 1659, essendosi con giuramento dichiarato da D. Giovanni Battista de Ponte che la compra della terra di Latronico l’aveva fatta per conto, utile e danno del Venerabile Collegio della Compagnia di Gesù di Napoli. Fu impartito perciò il Regio Assenso sotto l’istesso dì ed anno in beneficio del riferito Collegio per l’acquisto del feudo suddetto19.

Nella veste di tenutari di un feudo di pregio, appartenuto a una delle casate più nobili e potenti del Mezzogiorno, i gesuiti mantennero quindi l’ambito privilegio del mero e del misto imperio. L’esercizio della giurisdizione civile e criminale da parte dei baroni permetteva a questi ultimi un controllo pressoché capillare sul territorio e sulla sua popolazione. Nell’ombrello del misto imperio rientravano tutte le casistiche afferenti alla bassa giustizia, ossia al diritto di stabilire lievi pene corporali e pecuniarie. Il mero imperio invece conferiva l’estremo potere sulla vita dei propri vassalli, infliggendovi a seconda della gravità dei reati contestati la pena di morte, l’espulsione dal feudo in via permanente o per un determinato periodo di tempo e l’esilio. Dalla descrizione tracciata da Lorenzo Giustiniani nel suo Dizionario geografico ragionato del Regno di Napoli, il feudo di Latronico, situato lungo un’altura distante circa venti miglia da Maratea, risultava una terra molto fertile, di aria salubre e ricca di sorgenti di origine vulcanica. Tali peculiarità, unite all’abbondanza di pascoli, rendevano il territorio particolarmente indicato per l’agricoltura e l’allevamento20. Dal Ristretto de Corpi di Rendite stilato per inventariare i beni posseduti dal Collegio Massimo al momento dell’espulsione Latronico e Policoro vennero definiti come «feudi speciosissimi in Provincia di Basilicata sopra il Tenimento de’ quali si esercitano industrie di ogni sorte, di Campo, di Pecore, Vaccine, Animali negri, e che danno di annua rendita netta circa 8000 [ducati]»21.

La fama dei gesuiti affaristi e abili investitori condizionò anche lo sguardo di alcuni viaggiatori del Grand Tour. In uno dei suoi resoconti di viaggio in Calabria, compiuto a dieci anni di distanza dall’allontanamento della Compagnia dal Regno, lo scrittore britannico Henry Swinburne ricordava Policoro come «una considerevole tenuta» che fruttava ai gesuiti buone entrate, in cui le costruzioni adibite al ricovero delle mandrie, delle greggi e degli animali da cortile e all’alloggio degli amministratori e dei massari ivi impiegati «erano fatte in grande». Una volta passato nelle mani del demanio regio, l’esteso feudo metapontino che offriva «terreni di ogni specie: pascolo, foresta, terra coltivabile e paludi salate» sembrava invece prossimo alla rovina22.

L’avventura feudale intrapresa dai gesuiti subì, come accennato pocanzi, pesanti intoppi, specie nel furente dibattimento giudiziario che li contrapponeva ai loro vassalli. Il carattere animoso e sanguigno di questi ultimi venne sottolineato dal Padre Generale della Compagnia, il boemo Franz Retz, in una lettera del 10 agosto 1733, indirizzata al Rettore del Collegio Massimo Padre Marco Antonio Randiano: «Accluso qui leggerà il ricorso de Vassalli di Latronico. So che da uomini queruli e riottosi (come di quelli corre la fama) non può darsi molta fede»23. Tale anno risultava cruciale, in quanto il procedimento consumatosi fra le aule del Sacro Regio Consiglio era entrato nelle sue fasi più calde proprio nel 1732. Il 26 ottobre 1733 il Padre Generale impugnò carta e penna per scrivere agli eletti dell’universitas civium, nel tentativo di frenare le loro rimostranze contro la Compagnia napoletana:

Mi è talmente nota la rettitudine e prudenza tanto del Padre Provinciale, quanto del Padre Rettore del Collegio Massimo di Napoli; che io non posso dubitare che le Signorie Vostre ricorreranno ad essi per ottenere giustizia, non han per rendergliela; o per trattare d’accordo in ciò che è litigioso, e non siano per usar loro tutta la possibile carità […] senza dare orecchio a chi vuol far guadagno delle loro liti; o a chi è meno amante della loro quiete24.

Da una prima analisi del Riassunto dello Stato in cui attualmente trovansi le controversie agitate fra l’Università della Terra di Latronico, ed il Barone, o Tenutario pro tempore della medesima dall’anno 1523 sin all’anno 1767 - una relazione non datata, ma riconducibile agli anni dell’espulsione dei gesuiti dal Regno25 - è possibile ricostruire la recrudescenza, specie sul piano temporale, di tali dispute. All’interno della pagina 1 del ristretto si racconta che nel 1523 tra l’università di Latronico e l’allora barone Giovanni Antonio Palmieri furono concordate quarantasette capitolazioni che avrebbero dovuto regolare «quali contribuzioni e servitù eran i suoi cittadini soggetti», nonché i confini dei territori demaniali e delle difese baronali. Tuttavia, sia la Regia Camera della Sommaria che il Sacro Regio Consiglio furono chiamati ad esprimersi riguardo tale accordo, dopo lo scoppio delle prime controversie. Nel 1547 vennero imposti dall’ultima magistratura, competente in fase di procedimenti d’appello, degli obblighi sfavorevoli ai cittadini di Latronico. Entrato in scena il Collegio Massimo come nuovo detentore del feudo, «nuove liti tra questo e l’Università ed uomini di detta Terra insorsero». Il Sacro Regio Consiglio fu nuovamente costretto ad intervenire nel 1708 con altri decreti, fatti affiggere l’anno successivo dagli uomini dell’Udienza Provinciale di Matera nella piazza e altri luoghi pubblici del feudo. Si arrivò così al 1732, con un lungo dibattimento processuale che proseguì oltre il 1735. Dalle carte della relazione si ricostruisce che i gesuiti non abbiano mai desistito dal loro proposito di dare esecuzione alle decisioni dell’alta magistratura a loro più vantaggiose. Entrambe le parti in causa proseguirono infatti con l’inviare provvisioni e memorie difensive almeno fino al 175526.

È proprio tra le pieghe del pluralismo dei fori che prendeva forma quella storia sociale del potere di cui la feudalità costituiva la manifestazione più evidente. Alle porte del secolo dei lumi, il sistema feudale conservava gelosamente quei pezzi di giurisdizione a cui i sovrani avevano coscientemente rinunciato, in cambio di un’ordinata gestione del territorio27. I primi anni di dominazione austriaca furono, in particolare, contrassegnati da focolai di tensione tra i baroni e le comunità delle altre province infeudate in cui orbitavano rilevanti interessi economici, come la Calabria Ultra, terra di produzione serica28. La cultura regalistica che andava consolidandosi proprio in quegli anni sottolineava la necessità di una maggiore vigilanza sulla frantumazione della giurisdizione nei mille rivoli delle potestà feudali. In particolare, nel memoriale del 1708 che Serafino Biscardi sottopose all’attenzione dei nuovi regnanti veniva evidenziato come gli abusi baronali in materia giurisdizionale, come il divieto di presentare ricorsi presso i tribunali regi, soggiogavano i vassalli a tal punto da non rendere loro riconoscibile altra autorità, ad eccezione che quella del loro signore29. Fu, tuttavia, il persistente desiderio del feudo da parte dei ceti non aristocratici a contrapporsi con maggiore efficacia ai tentativi di ridimensionamento delle autonomie baronali. Poiché alcuni esponenti delle magistrature ambivano al suo possesso per motivi di prestigio e ascesa sociale, i loro atteggiamenti verso i baroni oscillarono tra lo scontro aperto alla solidarietà cetuale. Così, quando il viceré von Althann propose di sottrarre la giurisdizione criminale ai baroni, il Consiglio Collaterale stesso gli si oppose. Il sistema feudale e l’apparato giudiziario regnicolo si rafforzavano spesso a vicenda. Ancora, un avvocato dapprima alle dipendenze dei baroni poteva diventare giudice, viziando così l’esito dei processi sulla base dei suoi rapporti di dipendenza o riconoscenza personali con gli accusati. Tali rapporti vischiosi servivano anche a rafforzare il controllo sui vassalli30.

Nel tentativo di limitare la medesima potestà che i gesuiti esercitavano sul proprio feudo, i cittadini di Latronico fecero più volte ricorso a quella rete imperfetta di garanzie e protezioni legate al diritto feudale meridionale. La messa in moto della complessa macchina della giustizia, dalle province fino alla capitale, rispondeva all’unica esigenza percorribile di ritagliarsi alcuni spazi di intervento contro le pressioni baronali31. Nel caso in esame, oltre all’atavica questione delle prestazioni onerose, di cui i gesuiti non avrebbero dovuto abusare, ad inasprire ulteriormente la contesa vi erano i capitoli dedicati alla gestione dei pascoli, dei territori demaniali e delle difese baronali. Dalla pagina 37 fino alla pagina 44 del ristretto veniva riconosciuta la legittimità da parte dei cittadini di pascolare i propri animali nei territori demaniali del feudo32.

Sull’effettivo status dei verdeggianti territori di Malpantano e Manca, fulcro della contesa, nelle successive pagine si chiariva che fossero state riconosciute come difese baronali, fatto salvo il diritto dei cittadini di seminare nella Manca in un arco di tempo compreso fra i mesi di dicembre e settembre di ciascun anno. Di contro, al tenutario non era consentito danneggiare i seminati, né proibire l’accesso ai contadini nel periodo di raccolta33. Al fine di far valere le loro ragioni sulla fruizione del raccolto, questi ultimi sarebbero però ricorsi ad azioni di sabotaggio, nonché ad «ulteriori attentati e violenze», come incendi e abbattimenti indiscriminati degli alberi, ai danni delle aree boschive ad esclusivo appannaggio dei gesuiti.

Essendosi ancora detti cittadini avanzati a seminare rasente gli alberi di quercia e cerri, ed anche nel mezzo de’ medesimi, affinchè il frutto di questi cadendo ne’ luoghi da lor seminati non potesse il tenutario raccoglierselo per non danneggiare detti seminati, ed appropriarsele essi cittadini. Dippiù avevano ardito resinare per seminare ne’ luoghi boscosi di detto territorio della Manca, brugiando così piccioli, come grossissimi alberi di quercia e cerri, cavando e tagliando le radici degli altri alberi acciò seccassero, e ricoprendo poi le loro radici per occultare la frode34.

Le crescenti ostilità dei cittadini non erano mosse esclusivamente dalla perturbazione dei diritti consuetudinari di semina e pascolo. Ad alimentare lo scontro vi sarebbe stato il parallelo tentativo, sempre da parte gesuitica, di disciplinare la vita pubblica e la dimensione privata dei vassalli. Tale capitolo della contesa veniva presentato nella relazione alla stregua di inequivocabili «proibizioni che crede di poter fare il Tenutario». Contrariamente al volere dei padri superiori del feudo, i cittadini potevano in primo luogo contrarre matrimonio dentro o fuori Latronico, così come provvedere autonomamente all’istruzione dei figli «e fargli pigliare ordine clericale»35. Era facile intuire le pragmatiche ragioni alla base del gesto: una presenza eccessiva di ecclesiastici in una piccola comunità rischiava di compromettere la sua capacità di versare tributi al fisco regio. Le preoccupazioni non erano del tutto infondate, in quanto dai registri parrocchiali concernenti lo stato delle anime del 1735 risultavano 1499 uomini e donne in età da lavoro, a fronte di 654 fra bambini e individui inabili36. Inoltre, un’equilibrata ripartizione fra laici e clero locale non avrebbe comportato la diminuzione della forza lavoro necessaria per la gestione delle attività produttive del feudo.

Un’ulteriore motivazione utilitaristica muoveva il divieto ai cittadini di vendere pane, vino e altre cibarie secondo le loro abitudini, al fine di non pregiudicare gli affari della taverna dei gesuiti. Le limitazioni poste alla libertà di riunione rispondevano, con molta probabilità, alla necessità di prevenire possibili sollevazioni. Era tuttavia lecito da parte dell’università congregarsi in pubblico parlamento su licenza del Governatore anche «quando deve trattare negozi concernenti interessi contro al tenutario». Tutti i cittadini potevano inoltre intervenire in quelle occasioni assembleari, «ancorché in atto stessero servendo il tenutario». Allo stesso modo, per l’emanazione dei bandi che regolavano gli interessi proibitivi dell’università, il sindaco e gli eletti non dovevano richiedere l’autorizzazione dei padri gesuiti. Su questi ultimi pendeva altresì l’accusa di molestare i maestri di grammatica ingaggiati dall’università, così come di procedere d’ufficio nelle cause criminali e ordinare, di conseguenza, la carcerazione dei vassalli in assenza di denuncia formale. Oltre all’abuso della propria giurisdizione «in punir gli disobbedienti», la posizione dei padri si complicava ulteriormente a causa delle lamentate ingerenze in fase di elezione dei rappresentanti dell’università, prima fra tutte la pretesa di ricevere dal sindaco e dagli eletti in scadenza di mandato una nota sui loro sostituti37.

L’esasperazione della contesa spinse l’università di Latronico a presentare una supplica anche a Carlo di Borbone, in cui ripercorreva tutta la travagliata storia del feudo. Se i gesuiti avessero potuto ricavare i migliori frutti dalla gestione di quella terra, la vera ragione sarebbe stata dovuta all’imposizione dei servigi personali; allo sfruttamento intensivo dei territori demaniali per il pascolo dei loro animali e al pugno di ferro con cui reprimevano il dissenso dei vassalli, fino a imprigionarli nelle temute carceri di Policoro. Per liberarsi da una simile tirannia, pregavano di ricomprare il feudo con il loro denaro. Il 3 settembre 1735 il re incaricò un magistrato della Camera di Santa Chiara di informarsi della questione e farne successiva relazione. Il funzionario riuscì tuttavia a ricavare ben poco dalle informazioni riservate ottenute da un subalterno del Sacro Regio Consiglio, il tribunale su cui ancora pendeva la giurisdizione della causa. Poggiando le proprie ragioni sul riconoscimento che il Sacro Consiglio aveva fornito alle discusse capitolazioni del barone Palmieri, il collegio napoletano non aveva lasciato altra strada alla comunità di Latronico che la dilazione della lite con continui ricorsi, su cui pendevano ancora le lungaggini processuali38.

Per non relegare la controversia in una schematica sequenza di prepotenze e vessazioni inferte dai gesuiti ai danni dei loro vassalli, un’utile chiave di lettura è rappresentata proprio da quell’antagonismo giudiziario in grado di aprire spiragli per future negoziazioni o compensazioni fra le parti. In particolare, gli strumenti della supplica e del memoriale costituivano il fulcro del protagonismo dialettico e politico delle parti più deboli, all’interno di una più ampia visione contrattualistica che vedeva le università dialogare direttamente con le autorità centrali per ottenere o difendere dei benefici39. Dall’interrogazione di tale documentazione è possibile tracciare alcune riflessioni preliminari intorno alle dinamiche del potere feudale nel corso del XVIII secolo. Le strategie di appropriazione del territorio, messe in atto dai feudatari anche con il ricorso alla violenza, costituiscono un elemento costante della geografia feudale del Regno. Parallelamente, i tentativi di difesa dei diritti consuetudinari portati avanti dalle popolazioni infeudate sembravano aver raggiunto in tale fase un maggiore grado di consapevolezza. La tradizionale lotta fra baroni e vassalli si spostava sempre più nelle aule giudiziarie, un terreno su cui la Compagnia napoletana risentì i primi contraccolpi di quelle forze intenzionate a marginalizzarla e a sottrarle importanti margini di consenso.

La battaglia legale dei latronichesi contro i vituperati gesuiti non avrebbe però ottenuto una vittoria definitiva, se non fosse sopraggiunta quella necessaria saldatura con le ostilità di Tanucci. Dopo l’espulsione dei confratelli spagnoli dai domini della monarchia ispanica, il destino della Provincia napoletana era ormai stato tracciato. Dal feudo non diminuì altresì il desiderio di rivalsa, che si adattò alla congiuntura politica maggiormente favorevole. Le nuove suppliche rivolte al giovane sovrano Ferdinando recepirono infatti i motivi ricorrenti del sentimento antigesuitico settecentesco, a dimostrazione della circolazione anche nelle periferie del Regno dei motivi diffamatori più comuni contro la Compagnia.

In particolare, le prolusioni universitarie di Genovesi nonché l’ampia corrispondenza epistolare intessuta con gli intellettuali provinciali giocarono un ruolo decisivo nel condurre le discussioni sui problemi dello Stato fuori dai circuiti della corte e dei ministeri. Non si trattava più, come nel trentennio austriaco, di intervenire su singole dispute giurisdizionali e fiscali. Al contrario, le tensioni con la Chiesa e i baroni si intrecciarono con un generale desiderio di cambiamento. Nonostante le resistenze culturali delle alte magistrature, il composito “partito” riformatore siglò un’importante vittoria nella lotta contro un ordine religioso strenuo difensore anche dei suoi diritti signorili40. L’ascesa del poeta latronichese Bonifacio De Luca, dai fitti legami di penna con Genovesi e Cesare Beccaria alla soprintendenza dei feudi di Latronico e Policoro all’indomani dell’allontanamento della Compagnia, dimostrava il carattere dinamico di un ceto amministrativo locale affamato di riconoscimenti41.

L’ultima supplica dei futuri ex vassalli del 13 ottobre 1767, poco tempo prima che la neonata Giunta degli Abusi si esprimesse in favore dell’espulsione, non si limitava ad informare il re riguardo l’ennesimo sopruso, ossia il divieto ai contadini di seminare al confine della difesa baronale della montagna dell’Alpi. L’avidità con cui i gesuiti «discacciavano i Cittadini, a solo fine di fare ingrassare i di loro sterminatissimi armenti42» nelle parole dell’università non aveva altra origine se non dall’«ostinatezza solita, la quale gli ha resi odiosi a tutto il Mondo» e dall’«arte con cui sono stati soliti di raggirare per l’addietro anche le Teste Coronate»43. La lunga serie di angherie, culminate con l’esautoramento dei sindaci e degli eletti in favore di uomini di fiducia dei gesuiti, doveva essere riconosciuta come l’ennesima manifestazione della sottile trama di intrighi che la Compagnia portava a compimento in tutti i luoghi dove metteva piede. In tale disegno magistralmente orchestrato, lo stesso tribunale del Sacro Regio Consiglio sarebbe stato condizionato dalle astuzie del Collegio Massimo. Non trovava altrimenti giustificazione l’ordine, per i cittadini inaccettabile, di consegnare gli scarsi frutti del loro raccolto nei magazzini baronali. Sebbene questi ultimi giurassero di aver seminato in altro territorio e non all’interno della difesa, essi temevano le ritorsioni ad opera della corte baronale, posta sotto il pieno controllo dei gesuiti. Pur di salvaguardare il proprio interesse, ossia «redurre un feudo nobile in un pascolo», la controparte ancora una volta non si curava di aver peggiorato le condizioni di vita dei suoi vassalli. D’altra parte, in profondo accordo con il leitmotiv dominante in quegli anni, la Compagnia stessa era «nata per distruggere il genere umano»44.


1 Sulla rinascita della storiografia sulla feudalità a partire dagli anni Novanta è d’obbligo segnalare un primo aggiornamento metodologico di R. Ago, La feudalità in età moderna, Roma-Bari, Laterza, 1994. Nuove linee di ricerca sono state introdotte da A.M. Rao, di cui si segnala il recente volume Mezzogiorno feudale. Feudi e nobiltà da Carlo di Borbone al Decennio francese, Fedoa Press, Napoli 2022 (in particolare la ricca disamina storiografica contenuta alle pp. 11-49); Ead., L’«amaro della feudalità». La devoluzione di Arnone e la questione feudale a Napoli alla fine del ‘700 (1984), Luciano editore, Napoli 1997; Ead., Morte e resurrezione della feudalità: un problema storiografico, in Dimenticare Croce? Studi e orientamenti di storia del Mezzogiorno, a cura di A. Musi, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 1991, pp. 113-136 e Ead., Nel Settecento napoletano: la questione feudale, in Cultura, intellettuali e circolazione delle idee nel ‘700, a cura di R. Pasta, Franco Angeli, Milano 1990, pp. 51-106. Dopo la pubblicazione del volume di A. Musi, Il feudalesimo nell’Europa moderna, il Mulino, Bologna 2007, il panorama editoriale si è arricchito di ulteriori saggi, confluiti in specifici numeri monografici: Feudalesimi nel Mediterraneo moderno, a cura di R. Cancila e A. Musi, v. II, «Quaderni di Mediterranea», 27, 2015 e Feudalità laica e feudalità ecclesiastica nell’Italia meridionale, a cura di A. Musi e M.A. Noto, «Quaderni di Mediterranea», 19, 2011.

2 Sulla genesi e sui motivi ispiratori della vivace storiografia meridionalista degli anni Sessanta si rimanda nuovamente a A.M. Rao, «Il Villari», un famoso manuale. Le origini (1964-1971), in Rosario Villari: storiografia e politica del secondo dopoguerra, a cura di L. Rapone, Carocci, Roma 2022, pp. 103-136; Ead., Pasquale Villani storico moderno, «Società e storia», 271, 2021, pp. 144-163; Ead., Una storia politica: Giarrizzo, Venturi e i riformatori del Settecento, in Convegno in memoria di Giuseppe Giarrizzo (Roma, 17-18 gennaio 2019), Accademia Nazionale dei Lincei, Atti dei convegni lincei 332, Bardi edizioni, Roma 2020, pp. 141-181; Ead., Lumi, Europa, Mezzogiorno: il Settecento di Giarrizzo, «Studi storici», 59, 3, 2018, pp. 569-610 e A. Massafra, Una stagione degli studi sulla feudalità nel Regno di Napoli, in Fra storia e storiografia. Scritti in onore di Pasquale Villani, a cura di Id., P. Macry, il Mulino, Bologna 1995, pp. 103-129.

3 Sul tema della persistenza dei tradizionali assetti cetuali oltre il tornante rivoluzionario, che ha condizionato gran parte del dibattito storiografico degli anni Ottanta, si rinvia in particolare a G. Delille, Premessa agli studi sulle Aristocrazie europee dell’Ottocento, «Quaderni storici», XXI, 1986, pp. 347-359; S.J. Woolf, A. Caracciolo, C. Fohlen, I. Cervelli, L’ombra dell’Ancien régime, «Passato e presente», 4, 1983, pp. 11-33; R. Romanelli, Arno Mayer e la persistenza dell’antico regime, «Quaderni storici», XVII, 1982, pp. 1095-1102 e A.J. Mayer, The Persistence of the Old Regime. Europe to the Great War, Pantheon Books, New York 181, trad. it. Il potere dell’Ancient régime fino alla prima guerra mondiale, Laterza, Roma-Bari 1982.

4 M. Aymard, Amministrazione feudale e trasformazioni strutturali tra ‘500 e ‘700, in Illuminismo e società meridionale, Atti del Convegno, Catania 10-12 maggio 1973, «ASSO», LXXVI, 1975, pp. 17-18.

5 Sull’emergere delle storie regionali, in grado di problematizzare il paradigma di una storia delle province del Regno di Napoli come storia prevalentemente agraria, vedasi M.A. Visceglia, Regioni e storia regionale nel Mezzogiorno d’Italia: note per un profilo storiografico, in Dimenticare Croce?, cit., pp. 13-41; A. Massafra, Le ragioni di una proposta, in Mezzogiorno preunitario. Economia, società, istituzioni, Atti del Convegno Forme e limiti di un processo di modernizzazione: il Mezzogiorno d’Italia tra la crisi dell’antico regime e l’Unità (Bari 23-26 ottobre 1985), a cura di A. Massafra, Dedalo, Bari 1988, pp. 5-20 e Id., Campagne e territorio nel Mezzogiorno fra Settecento e Ottocento, Dedalo, Bari 1984.

6 A.M. Rao, Mezzogiorno feudale, cit., pp. 34-35.

7 Si rimanda alla ricca disamina contenuta in E. Novi Chavarria, Potere trasversale. Ecclesiastici a corte e nei feudi (secoli XVI-XVIII), «Quaderni di Mediterranea», 42, 2023, pp. 117-166, che costituisce un ampliamento del precedente lavoro dell’autrice La feudalità ecclesiastica: fenomeno “residuale” o feudalesimo moderno? Una questione aperta, in Studi storici dedicati a Orazio Cancila, a cura di A. Giuffrida, F. D’Avenia e D. Palermo, «Quaderni di Mediterranea», 16, 2011, pp. 623-638.

8 La provincia inoltre contribuiva per il 42% alla formazione delle entrate feudali del Regno di Napoli, a fronte del 26-28% del Contado del Molise; del 23-26% della Calabria Citra; del 22-25% della Capitanata; del 20% della Calabria Ultra e del Principato Ultra; del 18% della Terra d’Otranto e dell’Abruzzo Citra; del 13% della Terra di Lavoro, del Principato Citra e dell’Abruzzo Ultra e meno del 10% della Terra di Bari. Cfr. A. Musi, Regno di Napoli, Omnia Arte, Napoli 2010, p. 174 e A.M. Rao, La questione feudale nell’età tanucciana, «Archivio storico per la Sicilia Orientale», 184, 1988, pp. 131-133 sulla base dei dati elaborati da P. Villani nel suo Feudalità, riforme, capitalismo agrario, Laterza, Roma-Bari 1968, pp. 41, 94-98.

9 G.M. Galanti, Della descrizione geografica e politica delle Sicilie, vol. I, Gabinetto Letterario, Napoli 1793, p. 127.

10 Ivi, vol. II, Gabinetto Letterario, Napoli 1794, p. 27.

11 Ibid.

12 Ibid.

13 A. Genovesi, Lezioni di commercio o sia d’economia civile, Stamperia Simoniana, Napoli 1768, cap. XXII, parte I.

14 Inquietudini de’ gesuiti, vol. II 1764, p. 2.

15 Lettere di Bernardo Tanucci a Carlo III di Borbone (1759-1776), a cura di R. Mincuzzi, Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano, Roma 1969, p. 373.

16 G. Imbruglia, s.v. «Bernardo Tanucci», in Dizionario Biografico degli Italiani, 94 (2019), ˂https://www.treccani.it/enciclopedia/bernardo-tanucci_(Dizionario-Biografico)/˃.

17 Ivi, Osservazioni conclusive, «Società e storia», 134, 2011, p. 739. Alle pp. 735-737 l’autore ricorda come la discussione polemica intorno alla Compagnia di Gesù abbia caratterizzato la produzione di capisaldi della cultura illuminista europea come l’Esprit de lois; l’Encyclopédie; l’Essai sur les mœurs e l’Histoire philosophique et politique des deux Indes. Proprio sulla questione coloniale Imbruglia si sofferma in modo più dettagliato, legando la stagione delle espulsioni della Compagnia di Gesù al declino della Spagna e del suo modello di monarchia composita. La ridiscussione della politica coloniale da parte dei vertici spagnoli più aggressivi nei confronti dei gesuiti, come Aranda e Campomanes, sarebbe quindi andata di pari passo con la crisi di legittimità globale della Compagnia.

18 Su questa difficile fase della storia della Compagnia si è riacceso l’interesse della storiografia, in particolare dopo la pubblicazione dei volumi La Compagnie de Jèsus des anciens régimes au monde contemporain (XVIIIe-XXe siècles), a cura di P. A. Fabre, P. Goujon e M.M. Morales, IHSI, Roma 2020 e Jesuit Survival and Restoration. A Global History, 1773-1900, a cura di R.A. Maryks e J. Wright, Brill, Leiden-Boston 2015. Sulla Provincia napoletana della Compagnia di Gesù dopo l’espulsione si permette di rimandare a M. Gargiulo, «Come l’arca di Noè»: la Compagnia di Gesù nel Regno di Napoli tra espulsione e riammissione, in I gesuiti nell’età della soppressione e della restaurazione. Religione, educazione e società tra antica e nuova Compagnia, a cura di N. Guasti, M. Catto e M. T. Guerrini, FedOA Press, Napoli 2025, pp. 83-98.

19 C. Belli, Stato delle rendite e pesi degli aboliti Collegi della Capitale e del Regno dell’espulsa Compagnia detta di Gesù, Guida, Napoli 1981, p. 101.

20 L. Giustiniani, Dizionario geografico ragionato del Regno di Napoli, vol. V, Vincenzo Manfredi e Giovanni de Bonis, Napoli 1802, pp. 222-223.

21 Archivio di Stato di Napoli (d’ora in avanti ASNA), Segreteria di Casa Reale, Affari gesuitici, b. 1293, cc. non numerate.

22 H. Swinburne, Viaggio in Calabria (1777-1778), trad. it. a cura di S. Comi, Effe Emme, Chiaravalle Centrale 1977, pp. 53-54.

23 Archivum Romanum Societatis Iesu (d’ora in avanti ARSI), Provincia Neapolitana, Epistole Generali, b. 59, c. 189.

24 Ivi, c. 223.

25 ASNA, Segreteria di Casa Reale, Affari gesuitici, b. 1301, cc. non numerate.

26 Ivi, punti 1-2.

27 A. Musi, Il feudalesimo nell’Europa moderna, il Mulino, Bologna 2007, p. 45 e Id., Il feudalesimo nell’Europa moderna: un problema di storia sociale del potere, «Mediterranea. Ricerche storiche», 24, 2012, pp. 9-22.

28 V. Cataldo, Napoli e le sue province durante il Viceregno austriaco (1707-1734), Rubbettino, Soveria Mannelli 2020, p. 225.

29 D. Cecere, Tiranni e cervelli torbidi. Contestazioni della giurisdizione feudale nel Regno di Napoli tra XVII e XVIII secolo, in Feudalesimi nel Mediterraneo moderno, a cura di R. Cancila e A. Musi, «Quaderni di Mediterranea», 27, 2015, p. 473. La trascrizione del memoriale è riportata in appendice a D. Luongo, Serafino Biscardi: mediazione ministeriale e ideologia economica, Jovene, Napoli 1993.

30 A.M. Rao, The feudal question, judicial systems and the Enlightenment, in Naples in the Eighteenth Century. The Birth and Death of a Nation State, a cura di G. Imbruglia, Cambridge University Press, Cambridge 2000, pp. 100-101. Sulla figura del cardinale e viceré Friedrich Michael von Althann si rimanda a G. Cirillo, Between the Hasburgs and the Bourbons. The integration of Nobility and the Self Consciousness of Aristocrats in the Kingdom of Naples, in The Transition in Europe between XVII and XVIII centuries: Perspectives and case studies, a cura di A. Alvarez-Ossorio, C. Cremonini e E. Riva, Franco Angeli, Milano 2016, pp. 192-223; N. Ballbé, Tra centrale e locale: interferenze ed ingerenze di potere a Napoli durante il viceregno austriaco (1707-1734), «RiMe. Rivista dell’Istituto di Storia Mediterranea», XIII/II, 2014, pp. 157-166 e R. Ajello, Il viceré dimezzato. Parassitismo economico e costituzionalismo d’Antico Regime nelle lettere di F. M. von Althann, «Frontiera d’Europa», I, 1995, pp. 121-220.

31 V. Cataldo, cit., pp. 220-221. Sulla macchina della giustizia nel Regno di Napoli si rimanda a G. Cirillo, Le Regie Udienze provinciali nel Regno di Napoli. Dalle riforme del conte Lemos alla fine dell’antico regime, in Feudalesimi nel Mediterraneo moderno, cit., pp. 437-468; Id., Spazi contesi. Camera della Sommaria, baronaggio, città e costruzione dell’apparato territoriale del Regno di Napoli (sec. XV-XVIII), vol. II, Evoluzione del sistema amministrativo e governi cittadini, Guerrini e Associati, Milano 2011; R. Mantelli, Il pubblico impiego nell’economia del Regno di Napoli: retribuzioni, reclutamento e ricambio sociale nell’epoca spagnuola (secc. XVI-XVII), Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, Napoli 1986 e V.I. Comparato, Uffici e società a Napoli (1600-1647). Aspetti dell’ideologia del magistrato in età moderna, Olschki, Firenze 1974.

32 ASNA, Segreteria di Casa Reale, Affari gesuitici, b. 1301, Riassunto dello stato, cit., punti 37-44.

33 Ivi, punti 52-68.

34 Ibid.

35 Ivi, punto 89.

36 ASNA, Regia Camera della Sommaria, Processi, Pandetta nuovissima, b. 1968, c. 293r.

37 ASNA, Riassunto dello stato, cit, punti 90-92.

38 ASNA, Regia Camera della Sommaria, cit., cc. 338r-339v.

39 D. Cecere, cit., pp. 471-472. Per un inquadramento critico dei rapporti sociali fra gli attori della feudalità, anche alla luce dei diversi contesti territoriali, si rimanda a L. Covino, Governare il feudo. Quadri territoriali, amministrazione, giustizia. Calabria Citra (1650-1800), Franco Angeli, Milano 2013, pp. 230-364; Id., I baroni del «buon governo». Istruzioni della nobiltà feudale nel Mezzogiorno moderno, Liguori, Napoli 2004, pp. 16-17, 58-75; T. Astarita, The Continuity of Feudal Power. The Caracciolo of Brienza in Spanish Naples, Cambridge University Press, Cambridge 1992, pp. 119-131 e A. Spagnoletti, Il governo del feudo. Aspetti della giurisdizione baronale nelle università meridionali del XVIII secolo, in «Società e storia», XV, 55, 1992, pp. 61-79.

40 A. M. Rao, The feudal question, cit., p. 106.

41 Sulla corrispondenza di Bonifacio De Luca con Antonio Genovesi e Cesare Beccaria vedasi Ead., «Delle virtù e de’ premi»: la fortuna di Beccaria nel Regno di Napoli, in Cesare Beccaria tra Milano e l’Europa, Laterza, Roma-Bari 1990, pp. 535-586. Sull’attività di De Luca come soprintendente del feudo di Policoro, vedasi l’incartamento in ASNA, Giunta degli Abusi, Carteggi, b. 38.

42 Branco di grossi animali da allevamento, come buoi e cavalli.

43 ASNA, Segreteria di Casa Reale, Affari gesuitici, b. 1289, cc. 275r-v.

44 Ivi, cc. 275v-276r.