Received: February 2, 2026; Accepted: February 2, 2026; Published: March 30, 2026

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Friedrich Albert Lange, La questione operaia e il suo significato per il presente e il futuro, traduzione e cura di Chiara Russo Krauss, Liguori, Napoli 2024, pp. XLVIII, 264, ISBN 9788820770341



Di Friedrich Albert Lange (1828-1875) era stata tradotta in italiano la Geschichte des Materialismus (Storia del materialismo, a cura di Angelo Treves, Milano, Monanni, 1932; rist. Edizioni Immanenza, 2015). Questa è la prima, molto opportuna, traduzione italiana della terza edizione (1875) un’opera, Die Arbeiterfrage in ihrer Bedeutung für Gegenwart und Zukunft (1865), che ebbe notevole importanza a suo tempo, ma poi è scivolata nel dimenticatoio, salvo che per gli studiosi (ma non tutti) del neokantismo tedesco. Il testo della Questione operaia è preceduto da una lunga e preziosa introduzione, “Il socialismo neo-kantiano di Friedrich Albert Lange”. La traduttrice e curatrice, Chiara Russo Krauss, ha già dedicato molti contributi su riviste e in volumi italiani ed esteri a diversi autori e aspetti della filosofia tedesca fra gli ultimi decenni del’Ottocento e gli anni Venti del Novecento, come Fechner, Mach, Wundt, Avenarius, Lipps, Petzoldt, Külpe, Weber, Rickert, dei quali ha anche curato e tradotto testi. Fra le sue monografie: Il sistema dell’esperienza pura: struttura e genesi dell’empiriocriticismo di Richard Avenarius (Firenze, Le Càriti, 2013), Con Wundt, oltre Wundt. Avenarius e il dibattitosulla psicologia scientifica tra Otto e Novecento (Soveria Mannelli, Rubbettino, 2016), Wundt and Avenarius. A Debate in Scientific Psychology at the Turn of the Century, London, Palgrave Macmillan, 2019), Dall’empiriocriticismo al positivismo realistico. Joseph Petzold tra l’eredità di Avenarius e il confronto con la relatività einsteiniana (Napoli, FedOAPress, Federico II University Press, 2020), The Philosophy of Joseph Petzold: From Mach’s Positivism to Einstein’s Relativity (London and New York, Bloomsbury Publishing, 2023).

Lange fu uno dei primi e principali esponenti del neokantismo tedesco e l’iniziatore di quel socialismo kantiano che si diffuse a cavallo fra Otto e Novecento, quando, scrive Russo Krauss, «i neokantiani di Marburgo cominciarono ad interessarsi alle implicazioni politiche della filosofia morale di Kant e i marxisti eterodossi [fra i quali Eduard Bernstein], si avvicinarono a quella filosofia in cerca di un fondamento morale per le loro concezioni politiche» (p. ix). Per Lange, vi era un nesso fra le sue concezioni filosofiche di derivazione kantiana, la sua lettura di Darwin e le sue teorie sullo sviluppo socioeconomico. Per questo, il suo scritto è «un’opera chiave per la comprensione non solo del socialismo neokantiano, ma anche del socialismo darwiniano e, più in generale, del darwinismo sociale» (p. XLVI). La sua è «prima di tutto una filosofia della storia, volta a tracciare il percorso compiuto dall’umanità». L’unità di fondo del suo pensiero va cercata nella sua indagine storico-antropologica, che – sulla scia di Kant – cerca di leggere le vicende umane come un percorso diretto verso la destinazione dell’uomo alla libertà e all’eticità, ovvero, in una parola, all’autonomia» (p. xi). Eppure, ben presto venne messo in dubbio il legame fra i due versanti della produzione di Lange, quello epistemologico ed etico e quello socioeconomico, da autori diversi come Vorländer e Mehring. Quest’ultimo scrisse nel 1899 che la teoria kantiana della conoscenza sposata da Lange «smorza[va] la volgare tracotanza del materialismo delle scienze umane». Per contro, non pochi presero il suo darwinismo kantiano come un tentativo di conciliare materialismo e teleologia. Nella Storia del materialismo Lange aveva scritto che «tutto ciò che accade è il risultato dell’operare delle eterne leggi dell’universo. Ciò non confuta ogni teleologia, piuttosto consente una comprensione della natura oggettiva dell’adattatività (Zwegmässigkeit) del mondo fenomenico». Questa adattatività è dovuta ai meccanismi darwiniani, non ad una intrinseca tendenza allo sviluppo progressivo. La Legge dell’evoluzione era una legge fisica. Vi sono, dunque, due tipi di finalità: quello naturale, “cieco”, e quello umano e intenzionale. L’organizzazione psicofisica dell’uomo obbedisce alla legge di causa ed effetto, come ogni cosa al mondo, e determina il modo in cui l’uomo pensa e conosce la realtà, e la costruisce secondo le leggi di funzionamento del cervello (in questo consiste la reinterpretazione materialistica che Lange compie del trascendentale kantiano). Ma la stessa costituzione psicofisica determina il suo costruire immagini ideali, secondo principi etici ed estetici, che spingono ad agire per modificare la realtà. Modificare la realtà è però impossibile, perché è impossibile alterare «di un milionesimo di millimetro» l’azione delle leggi della meccanica. La volontà dell’uomo è sottoposta alle leggi della natura. Eppure, proprio questi ideali, questi pensieri gnoseologicamente falsi, che determinano processi cerebrali, dunque pensieri, dunque azioni, dunque l’attività pratica dell’uomo, operativa sia sul piano materiale, sia sul piano morale. In questo senso, il materialismo stesso genera una dimensione altra da sé, e la forza degli ideali – in primo luogo la libertà – induce a uscire dai binari della natura. Kant ha avuto il merito di individuare la funzione pratica decisiva e imprescindibile delle idee che vanno oltre la realtà empirica, ma ha sbagliato ad assolutizzare la legge morale e a confinarla nel mondo noumenico, dunque metafisico.

Per Lange, che l’uomo sia libero è falso; ma è fenomenicamente, empiricamente, praticamente vero che l’uomo, credendosi libero, rappresentandosi, anche se illusoriamente, l’incondizionato, è costretto a lottare contro tutti gli altri elementi del mondo fenomenico: forze naturali, istinti, inclinazioni, abitudini, opinioni del momento, dottrine avverse. La società è sottoposta, come il mondo animale a tutta la natura, alla legge di Malthus e alla lotta per l’esistenza, che già «nella natura organica trapassa senza soluzione di continuità nella lotta per la posizione privilegiata» (p. 39). Ma la lotta contro la disuguaglianza, lo sfruttamento, l’ingiustizia, l’ignoranza è un ideale attivo e un compito realizzabile proprio per la sua forza intrinseca di ideale. L’economia politica non può e non deve essere «puramente materialistica», cioè negare ogni fattore ideale nella vita economica respingendolo come fantasia o vaneggiamento da invasati. L’individualista nega che il senso della comunità possa essere un movente nei processi economici perché si rifiuta di riconoscere «un fattore che si basa sulle idee» (pp. 55-56). Ma gli ideali guidano, e sono “reali” proprio perché, innegabilmente, operano e guidano. Se mi è permessa una parentesi, nella fiducia espressa dai versi della versione popolare italiana del canto dell’Internazionale (“Su lottiam! L’ideale / nostro al fine sarà”) Lange avrebbe riconosciuto una conferma empirica della sua reinterpretazione bio-psico-socio-filosofica dell’idealità.

La curatrice sottolinea in modo convincente che nella sua concezione degli ideali e, in generale, nella sua interpretazione di Kant, Lange era profondamente debitore a Schiller. Questi, per esplicita dichiarazione dello stesso Lange, era stato autore di una lettura di Kant in senso immanentistico: l’uomo ha il compito di realizzare libertà e razionalità, ma senza più fare affidamento su una “disposizione” destinata a realizzarsi, cosa priva di fondamento dopo Darwin. Si tratta, scrive la curatrice, «di un compito estetico che l’uomo dà a se stesso, il compito di plasmare l’uomo e la società in accordo la bellezza di ideali da noi stessi liberamente immaginati. In questo modo, grazie alla forza plasmatrice degli ideali estetici, in seno al cieco meccanismo della natura si origina una dimensione creata dall’uomo a misura d’uomo, la dimensione della cultura e della storicità propriamente detta» (pp. xi-xii). Kant ha dimostrato che creiamo idee che non hanno valore conoscitivo, ma hanno una funzione pratica; però non ha spiegato perché le creiamo, perché dovremmo darci leggi che impongono di non seguire le nostre inclinazioni sensibili (in linguaggio darwiniano, gli istinti), come la ricerca del piacere, della felicità personale, della soddisfazione immediata e momentanea. Schiller ha mostrato che l’uomo non solo si immagina un mondo in cui la realtà sensibile è in accordo coi i suoi principi morali e in cui si possa essere al tempo stesso buoni e felici; ma soprattutto ha mostrato che siamo spinti a realizzare questo mondo perché ci appare bello: «noi creiamo queste idee perché ci appaiono belle» (p. XXII). Esse hanno quindi una funzione non puramente morale, ma anche e soprattutto etico-estetica. E ciò – commenterebbe un darwiniano, forse un po’ sbrigativo, che leggesse queste pagine dell’introduzione – proprio perché l’uomo è, per effetto dell’evoluzione, fatto come è fatto.

Questa reinterpretazione, per così dire, “bio-estetica” (mi si passi il termine) di Kant operata, secondo la curatrice, da Lange è indubbiamente suggestiva, sia sul piano storiografico, sia sul piano teorico. È la parte più originale della sua esposizione, e promette di essere la più feconda, per varie ragioni:

– Raccomanda agli studiosi del pensiero tedesco di quel periodo di non considerare questo o quell’aspetto del pensiero di Lange separatamente da altri, insomma a non fare una storia delle idee, alla fin fine, settoriale.

– Invita gli storici del socialismo a vedere in Lange non solo l’esponente di una concezione socialista oggetto, e del dibattito tedesco su socialismo e darwinismo (al quale la curatrice dedica la ricca e aggiornata Postilla all’introduzione, pp. XLIII- XLVI), che iniziò con la feroce critica fatta da Marx nella famosa lettera a Kugelmann del 27 giugno 1870, ma si scatenò quando Lange era già morto da due anni, cioè poco prima della pubblicazione della terza edizione dell’opera qui tradotta.

– Ammonisce gli storici delle dottrine politiche a non fare una storia delle idee solo specialisticamente politiche.

– Stimola, si spera, gli storici della filosofia a non fare solo quella che oggi qualcuno definisce “storia concettuale della filosofia”, ovvero una via di mezzo, e un disperato tentativo di conciliazione, fra filosofia analitica e storia delle idee.

– Suggerisce una via di ricerca in più a quelli che, da Konrad Lorenz in poi, hanno tradotto in termini biologico-evolutivi il trascendentale di Kant, ma si sono concentrati per lo più sugli aspetti conoscitivi della mente animale e umana.

– Ricorda a coloro che si occupano del darwinismo sociale che le cose più diverse sono state (e sono) intese e raccolte sotto questa etichetta.

Piccola nota finale: il volume – cosa rara in Italia – è corredato da un indice dei nomi che comprende anche gli autori degli studi citati nelle note.


Antonello La Vergata