Received: November 17, 2025; Accepted: January 27, 2026; Published: March 30, 2026
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Ernesto De Martino, La storia velata. Crisi e riscatto della presenza, testi scelti e curati da M. Massenzio, Einaudi, Torino 2025, pp. L-182, ISBN 9788806265403
La storia velata. Crisi e riscatto della presenza (2025) è il sesto volume del corpus di Ernesto De Martino pubblicato per Einaudi da Marcello Massenzio insieme con Giordana Charuty, Fabio Dei e Daniel Fabre. Si aggiunge a La fine del mondo. Contributo all’analisi delle apocalissi culturali (2019), Morte e pianto rituale. Dal lamento funebre antico al pianto di Maria (2021), Il mondo magico. Prolegomeni a una storia del magismo (2022), La Terra del rimorso (2023), Sud e magia (2024).
Questi volumi sono tessere del grande mosaico che Massenzio – storico delle religioni e uno fra i maggiori studiosi di De Martino – ha cercato di ricomporre attraverso la riedizione di testi demartiniani, inediti e no.
Il progetto si inserisce in un momento significativo di rivalutazione critica di De Martino, attualmente oggetto di un rinnovato interesse sia in Italia sia all’estero. Il pensiero demartiniano, infatti, continua a suscitare interpretazioni contrastanti e ricorrenti tentativi di sistematizzazione, che ne confermano l’attualità e la rilevanza teorica.
L’operazione condotta da Massenzio si muove in questa prospettiva: da un lato, mira innanzitutto a restituire all’antropologo il giusto merito e valore intellettuale, che in passato non gli erano stati adeguatamente riconosciuti. L’eredità demartiniana, di contro, si presta come una lente critica attraverso cui analizzare il nostro presente, per inquadrare la pervasiva sensazione di crisi che sembra investire la cultura contemporanea; dall’altro, emerge la forte volontà di svincolare De Martino da alcuni cliché ed etichette che lo hanno confinato al ruolo riduttivo di studioso delle religioni o della questione meridionalista. È stata proprio quest’ultima, del resto, a rendere La fine del mondo un libro “fantasma”. Rimasta incompiuta a causa dell’improvvisa scomparsa dell’autore, e pubblicata nel 1977, l’opera spiazzò i lettori per via della sua complessità e per il suo carattere frammentario, lontana dalle tematiche meridionali affrontate precedentemente. Chiunque si accosti al testo, e più in generale all’atelier demartiniano, si trova dinanzi a un denso intreccio di tematiche che spaziano dalla psicoanalisi all’antropologia, dalla filosofia alla storia delle religioni.
Si tratta di appunti, parafrasi di citazioni, stesure multiple che rendono il testo senza ombra di dubbio complesso ma al contempo ricco di spunti interessanti, che ne evidenziano l’attualità.
Lo stesso vale per l’ultimo volume pubblicato, ulteriore testimonianza del modus operandi demartiniano: gli inediti, nelle loro molteplici variazioni, si configurano come dispositivi attraverso cui l’autore mette alla prova il proprio armamentario concettuale.
Il suggerimento offerto da Massenzio è pertanto di provare a cogliere l’essenza dei testi, che si presentano come frammenti di un discorso che l’autore intrattiene con se stesso, differenti tra loro, ma pur sempre accomunati dal filo conduttore della sua ricerca antropologica. Il campo di indagine demartiniano rappresenta pertanto un eccellente esempio di ibridazione tra disparati ambiti disciplinari, che lo rendono un intellettuale poliedrico e difficilmente etichettabile. Filosofo, antropologo, etnologo: in qualsivoglia modo lo si possa definire, rimane senza dubbio uno dei pensatori più rilevanti del secolo scorso.
In questo senso, il progetto di Einaudi si pone come un’operazione di recupero e di rilancio, volta a restituire unità e vitalità a un pensiero che continua a interrogarci. Oggi più che mai, la questione della crisi, della perdita di senso e della “fine del mondo” appare centrale per comprendere la condizione contemporanea.
Le opere demartiniane, sebbene abbiano caratteristiche differenti in base all’argomento trattato, al contesto o al dibattito in cui si inseriscono, sono accomunate dalle svariate declinazioni di un tema preciso: l’emergere della presenza umana nel mondo e della sua possibile crisi.
La storia velata si configura come un tassello importante, poiché fornisce un quadro più chiaro e coerente del passaggio creativo tra Il mondo magico (1948) e Morte e pianto rituale (1958). Durante questa fase non solo si delineano i concetti chiave di crisi e riscatto, costanti di tutta la produzione del pensatore, ma si organizzano al contempo le premesse delle opere della maturità. Il curatore si pone dunque in dialogo con scritti teorici di taglio storico-religioso e filosofico (Angoscia della storia e destorificazione, Crisi della presenza e reintegrazione religiosa, Fenomenologia religiosa e storicismo assoluto e Storicismo e irrazionalismo nella storia delle religioni), nel tentativo di dare loro una collocazione temporale e argomentativa, arricchendoli con puntuali considerazioni critiche che mettono in luce l’intento demartiniano. Le introduzioni di Massenzio e degli altri curatori, infatti, risultano fondamentali poiché anticipano e chiariscono il cantiere aperto che il lettore si troverà di fronte, nel quale è invitato a immergersi e scavare nei suoi diversi livelli di significato.
Molteplici sono i nuclei tematici che emergono da questa recente pubblicazione: la destorificazione, il nesso mitico-rituale, la religione e la nota crisi della presenza. Quest’ultimo concetto, divenuto emblematico del pensiero demartiniano, ha conosciuto una variazione semantica nel corso della sua evoluzione speculativa. Introdotta in uno dei suoi libri più noti, cioè Il mondo magico, la presenza è un modo alternativo per denominare l’esserci o l’Io penso, il risultato di una mediazione storico-culturale precaria, sempre in procinto di vacillare. Il carattere innovativo del concetto proposto risiede innanzitutto nel mettere in dialogo pensatori quali Heidegger e Kant, rintracciando però una sostanziale differenza. Il limite di tali prospettive consiste nel non aver riconosciuto che la crisi è parte costitutiva della presenza stessa, l’altra faccia della medaglia. La via percorsa dall’antropologo napoletano per delineare la presenza è dunque quella propriamente negativa, a partire dalla crisi che insorge in particolari momenti in cui l’individuo non è più in grado di padroneggiare se stesso e la situazione che gli si presenta.
La particolarità della proposta demartiniana, che al momento dell’uscita del libro suscitò numerose critiche, risiede nel suo interesse per la magia. Nella prefazione dell’opera lo stesso De Martino spiega come la genesi del suo lavoro derivi da un particolare modo di interpretare il moto storicistico della cultura, e dall’esclusione di uno dei problemi unificanti da lui rintracciati: il magismo. Criticando l’impianto etnocentrico storicista, ormai divenuto pigro, l’autore sottolinea la necessità di riprendere in considerazione il mondo magico e la relativa analisi di alcuni concetti quali natura, persona o realtà. Anzi, la disamina di tali temi potrebbe costituire un’occasione per il progredire dello storicismo e della sua metodologia, che lo porterà proprio per questo ad allontanarsi dall’impostazione crociana di cui fu seguace. Tale argomento costituirebbe, in altri termini, un banco di prova teorico per mettere in discussione alcuni concetti considerati assodati, dietro i quali si celano però complesse problematiche ignorate per pigrizia mentale degli intellettuali. Il primo passo da compiere, però, per chiunque si cimenti con la lettura di tale testo, è quello di superare i pregiudizi circa la magia e comprendere come essa al contrario, intesa come età storica, abbia svolto una specifica funzione per la civiltà.
«Per una presenza che crolla senza compenso il mondo magico non è ancora apparso; per una presenza riscattata e consolidata, che non avverte più il problema della sua labilità, il mondo magico è già scomparso» (De Martino 1948: 130).
Il mondo magico nasce dunque nel momento di crisi, dinanzi all’angoscia che l’individuo prova a causa di eventi perturbanti che mettono in opposizione la volontà di esserci e il rischio che ciò non sia possibile.
l’angoscia segnala l’attentato alle radici stesse della presenza umana, l’alienazione di sé a sé, il precipitare dalla cultura nella natura. L’angoscia sottolinea il rischio di perdere la distinzione fra soggetto e oggetto, fra pensiero e azione, fra rappresentazione e giudizio, fra vitalità e moralità: è il grido di chi sta in bilico sull’orlo dell’abisso (De Martino 2025: 11).
Il mondo non è un qualcosa di definito, lo stesso soggetto è impegnato in un’opera di decisione di sé e di quanto lo circonda.
La soluzione rintracciata nel testo è pertanto quella della creazione di forme culturali definite, di esperienze e misure protettive volte a fortificare la presenza personale, tra cui, appunto, la magia. Quest’ultima, intesa come la capacità propria dell’uomo di influenzare la realtà attraverso gesti, formule verbali e rituali, permette di fuoriuscire dall’impasse per via della sua capacità di ordinare e plasmare il caos insorto. Il merito demartiniano è dunque di aver spiegato il ruolo storico rivestito dalla magia e la sua utilità nel corso dell’evoluzione umana, presentata come una pedagogia in grado di circoscrivere, rielaborare e superare il momento critico.
Tutti questi temi trovano prosecuzione negli inediti, e no, di La storia velata. In quest’opera emerge innanzitutto una riflessione sulla valenza del rapporto mitico-rituale, inteso come dispositivo culturale capace di riprendere la crisi per riplasmarne i sintomi in simboli. Il mito si presta come una narrazione esemplare in grado di istituire un modello di senso per la gestione della crisi. Il rito, invece, ne attualizza il contenuto simbolico attraverso la ripetizione dello stesso gesto, offrendo sicurezza all’essere umano poiché stabilisce un nesso tra la situazione passata, già conosciuta, e quella presente. Il mito è la parola della crisi, cioè la parola mitica dà la forma alla crisi in quanto la estrae dalla storia, mentre l’azione rituale la riversa nuovamente in essa dopo il riscatto. Il gesto rituale è il crocevia tra il tempo passato (mito) e il futuro (rito), tra il “già da sempre” e il “qui e ora”.
Il simbolo mitico-rituale esercita tre fondamentali funzioni esistenziali. Innanzitutto è orizzonte di configurazione, di ripresa, di deflusso e di reintegrazione dei momenti critici rescissi; in secondo luogo è orizzonte di destorificazione dei momenti critici ricorrenti in un dato regime esistenziale; in terzo luogo è orizzonte di destorificazione del futuro mediante la sua anticipazione prospettica (Ivi, 105).
Tale dialettica, che consente dunque la reintegrazione della presenza, si intreccia alla questione della destorificazione: si tratta, in breve, del processo attraverso cui l’individuo può fuoriuscire dalla storia, intesa come sua negazione. Il rischio viene dunque arrestato dal piano metastorico (ossia posto al di sopra della realtà) della creazione culturale, suscettibile di sviluppo e significato, che evidenzia la volontà di esserci nel mondo. In tale contesto, emerge la distinzione tra la destorificazione istituzionale, vale a dire la negazione temporanea del divenire storico, culturalmente plasmata e socialmente convalidata volta a proteggere la presenza; e la destorificazione irrelativa, che incarna un fenomeno individuale di tipo psicopatologico, privo di riscatto, in cui la crisi trova compimento. Sono pertanto due modalità differenti di evadere dalla storia, ma tra loro correlate: la prima si innesta sulla seconda, la quale rappresenta una minaccia per l’individuo, per ricondurla alla dimensione culturale in vista del riscatto.
Un altro aspetto rilevante, legato alla questione della magia appena citata, è la comparsa di una teoria generale della religione d’impronta laica, con una forte valenza umanistica. La soluzione suggerita da Massenzio è che i testi incentrati sulla religione costituiscano un materiale preparatorio a un saggio rimasto incompiuto. L’idea cardine è che la religione tragga senso dal rapporto che lega le sue tecniche alla crisi. Essa viene così accostata alla magia: entrambe si trovano al limine tra l’esserci e il non esserci, entrambe sono soluzioni volte ad arginare la crisi. In continuità con le premesse iniziali del Mondo magico, viene meno il pregiudizio radicato, sorto con il cristianesimo, secondo cui magia e religione sarebbero opposti.
Come rilevato dal curatore editoriale, il progetto, sfortunatamente mai avviato, si sarebbe inserito in modo pertinente nel tentativo di rinnovare lo storicismo, e soprattutto nella volontà di confrontarsi con altre civiltà. A questo proposito, si ricordi come De Martino sia considerato il rappresentante del cosiddetto etnocentrismo critico. In prospettiva di promuovere l’incontro con quanto ritenuto “culturalmente alieno”, è importante riconoscere l’impossibilità di formulare un giudizio completamente scevro dal proprio background culturale. È pertanto necessario assumere una consapevolezza critica della propria prospettiva culturale, in vista di un umanesimo etnografico: ossia di un approccio caratterizzato da un doppio sguardo, tanto su di sé quanto sulle altre civiltà, ma senza rinunciare alla propria specificità storica in nome di un astratto relativismo.
Le tecniche magiche e religiose, inoltre, non sono affatto astratte dalla dimensione economica, politica e sociale di una civiltà, al contrario ne sono influenzate e consentono difatti il ritorno allo stato ordinario culturale dopo la crisi. Il discrimine tra magia e religione risiede, dunque, nell’elevatezza dei valori mediati, dalla loro consapevolezza e autonomia, dal loro intrecciarsi nel tecnicismo mitico-rituale. Per De Martino: «tutte le religioni nascono dalla esperienza della presenza che non si mantiene davanti alla storia (che si angoscia della storia) e costituiscono un modo culturale di permettersi la storia attraverso la mediazione della destorificazione» (Ivi: 71 ).
La destorificazione religiosa ha lo scopo di mantenere in vita la presenza, tirarla fuori dal momento di crisi, stendendo un velo, costituito dai miti e riti, sulla storia per renderla tollerabile.
Gli inediti raccolti risultano rilevanti poiché contengono le premesse di alcuni dei temi presenti nell’ultima opera demartiniana; il considerare “speculari” la magia e la religione implica che il rischio di non esserci si estenda al di là del mondo primitivo. Se nel Mondo magico, mediante il confronto con l’alterità, De Martino intendeva restituire all’Occidente la piena coscienza di sé e della propria storia, come risposta all’avvento del nazismo e dello sbiadimento dei principi della stessa civiltà, nell’ultima opera egli scava più a fondo, alla ricerca del male radicale che attanaglia la civiltà occidentale, difficile però da estirpare.
Come riportato poc’anzi, mentre nella fase iniziale la crisi era intesa come episodio occasionale, nonché condizione esclusiva dell’età magica, nell’ultima opera diventa un rischio antropologico permanente, connaturato all’uomo in quanto tale e proprio di qualsiasi epoca. Nel testo La fine del mondo De Martino diviene l’etnografo del proprio mondo, in cui viene ripresa e ampliata la questione della crisi, discussa la sensazione di fine del mondo che gli occidentali vissero a partire dall’epoca in cui “Hitler sciamanizzava in Europa’’.
Le grandi lotte della classe operaia, i movimenti di decolonizzazione, o ancora il terrore del rischio catastrofico di una guerra nucleare sono simboli dell’effettiva possibilità di smarrimento della società. Si materializza così una nuda crisi, spoglia di qualsiasi difesa culturale e non più relegabile a un pregno momento di tensione, bensì estesa alla totalità del divenire storico. La questione principale dell’antropologo era comprendere se, all’interno della società occidentale ormai secolarizzata, fosse presente un dispositivo di crisi-reintegrazione, ossia se sussistessero ancora forme di rituali, simboli o tradizioni utili ai fini del riscatto. Da una parte vengono discusse le apocalissi culturali (antica, marxista, cristiana e del terzo mondo) che implicano una forma di riabilitazione culturale; dall’altra, quella occidentale che è pur sempre una apocalissi, ma senza speranza, senza un eschaton che possa fungere da salvezza per la società e configurare una prospettiva di futuro differente. In tal caso si prospetta una «disperata catastrofe del mondano, del domestico, dell’appaesato, del significante e dell’operabile» (De Martino 1977: 468), in cui il crollo avvertito è quello dell’ovvio, dello sfondo culturale e familiare in cui opera l’uomo. In particolar modo nell’apocalisse psicopatologica, affine a quella occidentale, emerge questa nuda crisi priva di riscatto, l’angoscia della possibilità di perdere ogni possibile memoria e patria culturale, espressa metaforicamente dalla società borghese attraverso la letteratura o le arti figurative. Come tanti altri pensatori del tempo, l’antropologo denuncia il mal du siècle, attraverso la ripresa in chiave critica di alcuni testi della letteratura della crisi, come La nausea di Sartre, o l’assurdo di Camus, espressioni emblematiche del costume apocalittico dell’epoca.
Anche per quest’opera è stato fondamentale il lavoro di Massenzio e la collaborazione con Daniel Fabre e Giordana Charuty in vista di una nuova edizione di La fine del mondo. In Italia, infatti, la prima versione del 1977, curata da Clara Gallini, non aveva ricevuto un adeguato riscontro, finendo quasi nel dimenticatoio. La versione francese, riorganizzata in modo da rispecchiare l’originario progetto demartiniano, è divenuta la base per la riedizione italiana pubblicata da Einaudi nel 2019. In questo modo si restituiva al lettore un’esperienza di lettura più agevole e strutturata, oltre a rendere il testo più accessibile ai neofiti. Questa operazione di revisione ha restituito nuova visibilità e leggibilità al pensiero demartiniano, segnando un momento decisivo nella sua riscoperta critica.
Nell’ultimo volume pubblicato, La storia velata, la crisi, oltre a essere considerata appieno come parte integrante della presenza, non viene presentata solo come un’ansia protesa verso il futuro, la paura dinanzi a un avvenire oscuro e privo di un orientamento in grado di salvarla. In senso psicoanalitico, invece, si parla di un cattivo passato che ritorna, che imprigiona la presenza e la rende incapace di superarlo, e di trovare una soluzione.
Il passato torna autenticamente nel ricorso, nella memoria storica stimolata da un problema attuale dell’operare: il passato è una forza per questo ricordo attivo che lo ricostruisce e lo interpreta, dischiudendolo al futuro attraverso l’operare. Il passato che non fu scelto, e nel quale si è rimasti prigionieri […] È presenza passata che torna, ma in modo cifrato, servile, non significativo, cioè nella maschera del «sintomo»: il quale è «cattivo passato che torna» a riproporsi, ma senza soluzioni possibili. (De Martino 2025: 50-51).
Emerge con tutta evidenza l’ampiezza e la fecondità del pensiero demartiniano, nonché l’importanza della sua eredità culturale che si presta efficacemente alla riflessione contemporanea sulla crisi. De Martino si conferma una preziosa guida per via dell’apparato concettuale fornitoci; la crisi della presenza o la questione dell’apocalisse sono concetti antropologici tuttora fecondi.
Gli ultimi scritti apparsi fungono da filo di Arianna nel complesso labirinto del pensiero demartiniano, guidando il lettore attraverso i suoi intricati passaggi e sviluppi speculativi.
Il recente volume è un’ulteriore conferma di come il pensiero demartiniano non smetta di offrire spunti decisivi per la comprensione del nostro tempo. Il lavoro editoriale di Massenzio risulta prezioso in quanto riesce a fornire una coerenza progettuale dell’opera dell’antropologo, e a mettere insieme in modo critico quei pezzi del puzzle che De Martino, purtroppo, non ebbe la possibilità di ricomporre.
Alessia Mancuso