Received: October 23, 2025; Accepted: October 23, 2025; Published: March 30, 2026
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Giuseppe Cambiano, Aristotele e la tecnica, Il Mulino, Bologna 2025, pp. 240, ISBN 9788815393128
Il volume di Giuseppe Cambiano è dedicato interamente al tema della tecnica (techne) nelle opere di Aristotele: partendo dalla constatazione secondo la quale non esiste uno scritto di Aristotele specificamente destinato a questa indagine, Cambiano sottolinea che i riferimenti alla tecnica sono comunque disseminati in moltissimi lavori del filosofo, un segno inequivocabile dell’importanza che, agli occhi di Aristotele, tale tema assumeva in relazione a numerosi problemi, dalle dinamiche della conoscenza all’operatività della natura, dall’agire individuale al vivere collettivamente, dalla – presunta – superiorità umana sugli altri animali alla posizione occupata dalla tecnica nella gerarchia dei saperi. Il volume, suddiviso in cinque capitoli, indaga tali questioni attraverso un confronto costante e approfondito tanto con i testi aristotelici quanto con la bibliografia secondaria, aggiornata e multilingue; esso è, infine, corredato da un breve indice dei soli nomi degli autori antichi.
Nel primo capitolo, “Epistême e techne. La scienza e la tecnica” (pp. 11-56), Cambiano tenta di ricostruire la valenza, lo statuto e la posizione della tecnica all’interno del pensiero di Aristotele. Cambiano parte anzitutto dalla considerazione di Aristotele secondo la quale ogni essere umano è costitutivamente spinto dal desiderio di acquisire conoscenze, soprattutto quelle forme di conoscenza fini a se stesse (Metaph. 1.980a 21 sgg.). Ciò provoca massivamente piacere nell’uomo: l’esempio della vista, secondo Aristotele, corrobora in maniera lampante questa tesi, dato che, attraverso l’osservazione visiva, è possibile acquisire un primo – ma fondamentale – accesso al mondo, per la precisione di ordine empirico, che viene compreso e assimilato non meramente in un orizzonte di utilità pratica ma di presa di coscienza del suo assetto. Si tratta di una proprietà tipica dell’essere umano: non come definizione univoca e principale di “uomo”, ma come caratteristica che concorre a determinarlo e a individuarlo qua uomo. Gli animali non provano allora piacere nell’acquisizione di conoscenze (per loro, esclusivamente sensoriali), dato che impiegano gli strumenti cognitivi a loro disposizione in vista dell’utilità. A questo proposito, Aristotele distingue tra animali incapaci di apprendere e animali dotati di memoria e di ragione e, per questo, in grado di apprendere: è così che egli può anche affermare che gli uomini, animali capaci di apprendere, non vivono in base a ciò che appare (phantasia) alla stregua della maggior parte degli altri animali, ma secondo la ragione (logos) e la tecnica, la quale rientra nell’ambito dell’esercizio del logos umano e nelle dinamiche di apprendimento.
A partire da molti eventi percepiti gli uomini, attraverso la loro memoria, possono creare una singola conoscenza empirica che tiene conto di molte istanze analoghe: la memorizzazione delle percezioni individuali riferentisi alla stessa cosa restituisce un’esperienza, che però si colloca, per Aristotele, al di sotto della tecnica. La tecnica proviene infatti dall’esperienza (empeiria), per la precisione quando, a partire da molti dati dell’esperienza tra loro simili, si genera un’assunzione più universale rispetto al singolo dato empirico: la tecnica è un sapere che si basa fortemente sulla empeiria, approcciando però casi particolari alla luce di un’istanza ancora più generale a cui ricondurli. Se l’esperienza va dunque intesa come una “conoscenza dell’individuale” e “un’operatività sull’individuale”, la tecnica possiede una dimensione più universale e opera proprio su questa base. La superiorità della tecnica rispetto all’esperienza consiste poi, soprattutto, nel fatto che la prima è una conoscenza del “perché”, al contrario della seconda, la quale permette di illustrare il “che” delle cose. La tecnica è maggiormente accompagnata da ragione, una sorta di giustificazione epistemologica – da parte di Aristotele – della superiorità della tecnica: quest’ultima, tuttavia, presuppone forme di azione e di operatività, e dunque non si colloca in posizione apicale nella gerarchia delle scienze; più una scienza (episteme) è fine a se stessa, più tale scienza è superiore e garantisce un grado di felicità migliore. La posizione non somma della tecnica all’interno delle varie categorie di scienze (teoretiche, pratiche, produttive) è esemplarmente giustificata da una ricostruzione (congetturale) della nascita della techne: secondo Aristotele, le tecniche vennero progressivamente acquisite nel corso della storia umana, da un’iniziale scoperta di alcune tecniche che destavano meraviglia e ammirazione nei confronti del loro inventore (ritenuto, per questo, sapiente, sophos), a successivi ritrovamenti di altre tecniche volte all’intrattenimento, e non più primariamente alla sopravvivenza; grazie al sempre più ampio tempo libero fornito dalle tecniche, si scoprirono scienze più orientate a ottenere conoscenze per il solo fine di conoscere, vale a dire le scienze più alte dal punto di vista di Aristotele, quelle teoretiche. La filosofia occupa il gradino sommo all’interno di questa gerarchia, proprio perché – riferendosi alle cause e ai principi primi – costituisce la scienza più fine a se stessa, priva di dimensioni pratico-produttive che la abbassano nella dimensione dell’utile: la tecnica risulta allora inferiore, dato che possiede necessariamente riferimenti all’ambito dell’azione e della produzione; è vero che le tecniche presuppongono l’universale come la filosofia, ma sempre in relazione a qualcosa e al momento presente su cui, poi, poter operare.
Il secondo capitolo, “Areté e techne. La virtù e la tecnica” (pp. 57-97), illustra le caratteristiche della tecnica in relazione alla categoria di scienza a cui può essere ricondotta. Secondo Aristotele, le tante tecniche non sono possedute per natura dagli uomini, ma acquisite: in altre parole, sviluppate senz’altro a partire da certe capacità congenite che possono concorrere a predisporre un individuo verso un determinato tipo di tecnica e precludergli l’accesso ad altre tecniche; ma miratamente a partire dalle abitudini apprese, che diventano impresse stabilmente nel carattere. È allora possibile apprendere una tecnica da chi già la possiede: o come lettura, fruizione e assimilazione di nozioni o, soprattutto, come processo ripetuto di operazioni. Essa risulta, così, un sapere produttivo: il fine della tecnica è fornire risultati, non in base alle qualità morali del produttore e delle motivazioni soggettive passibili di giudizio buono-cattivo; è vero che un uomo che produce può farlo all’interno di un orizzonte etico (ad esempio, per mantenere una promessa, per esercitare la generosità, etc.), ma questo orizzonte etico non qualifica l’uomo, in sé, come un tecnico. Per la precisione, le tecniche producono artefatti o risultati che non ricadono nell’ambito del necessario, dato che il principio della genesi non è nella cosa prodotta ma nel suo produttore: il fine della tecnica e della produzione è quindi il risultato della produzione stessa, il quale non è un fine in senso assoluto (come può esserlo il fine gerarchicamente sommo, l’ottenimento della felicità), ma è un fine relativo.
Nonostante ciò, in quanto all’interno della tecnica opera una certa forma di ragione, Aristotele ritiene che la techne possa portare alla eupraxis, al buon agire, eventualmente nell’accezione di felicità: e allora, la tecnica, oltre a essere un sapere produttivo, può anche rientrare nel novero delle scienze pratiche, oppure essa assume al massimo un valore affine a quello di alcune scienze pratiche (ma tale da non farla coincidere con esse)? Per certi versi, la tecnica può avere alcune similarità con la saggezza pratica (phronesis), soprattutto nel momento che precede l’esecuzione di un’azione o di una produzione, vale a dire la deliberazione. Tuttavia, le dissimilarità sono notevoli: la saggezza pratica indaga intorno al fine in riferimento al quale intraprendere azioni, mentre la tecnica indaga eminentemente intorno ai mezzi per, eventualmente, raggiungere un fine; inoltre, il possesso di una tecnica non indica una produzione infallibile e può esservi una dimenticanza del modo in cui operare tramite le istruzioni di una certa tecnica, dinamiche non contemplate dal modo di esercitare la saggezza pratica. Secondo Cambiano, per Aristotele la tecnica è una forma di produzione forse anche perché, in questo modo, Aristotele poteva distaccarsi più facilmente dalla prospettiva platonica della techne, intesa come istanza riconducibile alla prassi nel senso di imposizione di normative che regolano l’azione, di cui dispongono esclusivamente poche persone.
Nel capitolo terzo, “Poiêsis e kinêsis. La produzione e il movimento” (pp. 99-140), Cambiano indaga la tecnica aristotelica alla luce dei capisaldi dell’aristotelismo, cercando cioè di trarre una definizione delle caratteristiche costitutive della techne sulla base della filosofia di Aristotele. La tecnica consente agli oggetti o agli stati che produce di venire all’essere come istanze precedentemente non esistenti: è lecito intendere la tecnica come un processo generativo e, dunque, come un’istanza che imprime movimento (kinesis); più precisamente, la tecnica determina la generazione, o anche il movimento, di qualcosa di particolare a partire da qualcosa di analogamente particolare, alla luce, però, di assunti operazionali universali; la tecnica implica, nel tempo, il passaggio all’atto di qualcosa mirando a un fine (relativo, e non assoluto) preciso. Gli oggetti o gli stati determinati dall’impiego della techne possono, poi, essere approcciati attraverso la teoria aristotelica delle quattro cause. In riferimento alla causa produttiva-motrice, secondo Aristotele la tecnica, e non il tecnico, sembra essere l’autentica causa produttrice (dunque la causa di una statua di marmo è la scultura, e non Policleto), in una sorta di priorità in termini causali della techne rispetto agli individui che la impiegano. Poiché la tecnica è una produzione-generazione, essa stabilisce una relazione con la physis, con la natura, quest’ultima, anzitutto, intesa nel senso generico di materia prima di un prodotto delle tecniche. La materia prima subisce, infatti, un’alterazione, che porta alla nascita di un oggetto e implica la presenza di una forma, la quale possiede un’esistenza separata rispetto alla materia. È lecito quindi chiedersi se gli artefatti siano sostanze.
Tra le accezioni di “sostanza” più di rilievo per Aristotele, si può annoverare “sinolo di materia e forma”, oppure solo “forma”. Gli artefatti potrebbero ricadere nell’ambito della sostanza intesa come sinolo, proprio perché si tratta di istanze generate (e la sostanza, nel senso esclusivamente di forma, è ingenerata). I prodotti delle tecniche, in quanto enti individuali e dotati di una materia a cui è impressa una forma, nonché capaci di sussistere da sé una volta generati, sono e insieme non sono, possono cioè essere diversamente da ciò che sono: Aristotele sembra allora riservare la qualifica di sostanze più agli enti naturali che agli enti artificiali, ai prodotti delle tecniche. Questi ultimi corrispondono infatti all’imposizione di una forma a un oggetto naturale tramite una tecnica produttiva: dunque è l’oggetto naturale a essere il sostrato. Del resto, gli enti naturali sono eterni (nel senso di specie che sono esistite, esistono ed esisteranno sempre all’interno del cosmo), al contrario dei prodotti delle tecniche, che sono emersi nel tempo con la scoperta delle tecniche corrispondenti. In riferimento alle nozioni di causa materiale e formale, la tecnica sembra dunque determinare prodotti che non sono sostanze in senso proprio, anche se è certo che si tratti di oggetti sensibili individuali: l’artefatto è l’esito di un processo, e non un’istanza considerabile a prescindere da esso; tale processo corrisponde all’imposizione di una forma da parte del tecnico alla materia, per certi versi all’impressione di un movimento, che porta alla genesi dell’oggetto di una techne; la creazione di un artefatto è causa finale della tecnica.
Il capitolo quarto, “Physis e techne. La natura e la tecnica” (pp. 141-172), considera i rapporti tra natura e tecnica. Aristotele, come osserva Cambiano, impiega frequentemente esempi tratti dalla tecnica per comprendere le dinamiche della natura, non tanto come un processo affine all’induzione ma all’analogia: natura e tecnica individuano e si riferiscono infatti ad ambiti diversi, ed è possibile stabilire una simmetria (ma non sovrapposizione nel senso di identificazione) tra i singoli termini dei due campi. Ciò è forse dovuto al fatto che, per Aristotele, l’impiego della tecnica come elemento di riferimento per comprendere una determinata dinamica offre al modo di intendere comune uno strumento più accessibile rispetto al linguaggio della natura. La sovrapposizione più profonda tra tecnica e natura riguarda la comprensione della causa finale, in quanto techne e natura sono fortemente caratterizzate da processi orientati verso un fine: la natura, così come la tecnica, si sottrae quindi al caso, ma non perché esiste platonicamente un intelletto divino che opera attivamente nella natura, che risponde invece, aristotelicamente, a principi interni. Il caso produce infatti non in vista di un fine, perfino se, in ultimo, si realizza lo stesso fine della natura o della tecnica. Quest’ultima non si costituisce mai come frutto del caso, ma in relazione al fine che è proprio di ciascuna tecnica secondo una serie precisa e univoca di passaggi: ecco, dunque, che la tecnica imita la natura e i suoi processi ordinati e finalistici; eventuali errori possono essere ammessi, ma solo perché l’ambito della tecnica e della natura riguarda il “per lo più”, e non il necessario.
L’imitazione della natura da parte della tecnica non corrisponde a una svalutazione in senso platonico, per il quale la tecnica produttiva (eminentemente, l’arte) è quasi un’azione inconsapevole, priva di conoscenza specifica e di cognizione di cause. In questa prospettiva si inserisce la questione dello statuto degli automi, che rappresentano il caso della massima imitazione della natura da parte della techne e, anche, il punto in cui è evidente la non coincidenza degli ambiti di competenza della natura e della techne: gli automi sono oggetti costruiti a partire da materiali inerti che possono però muoversi da sé o, per la precisione, si tratta di un insieme continuo di parti in quiete potenzialmente dinamiche, che si muovono per trasmissione di un movimento da parte di un agente. Nel caso degli enti naturali, l’agente del moto è del tutto interno agli enti naturali stessi; nel caso degli enti artificiali automatici, l’agente del moto è esterno. In questo modo, l’automa rimarrà per sempre uno strumento (alla stregua di uno schiavo), perché è incapace di muoversi inizialmente da sé o anche di essere intelligente, vale a dire di presentire e di sostituire, così, l’azione impressa dall’agente esterno. Infine, se è vero che tramite la tecnica si può intervenire sulla natura, la quale non è un insieme onnipotente di dinamiche certe e infallibili, ciò non implica però necessariamente l’antropocentrismo, poiché la natura assicura la sopravvivenza di tutti gli esseri viventi, e non esclusivamente dell’uomo.
Nel capitolo quinto, “Polis e technai. La città e le tecniche” (pp. 173-216), Cambiano indaga la tecnica all’interno delle riflessioni politiche di Aristotele. Cambiano ricostruisce anzitutto gli assunti aristotelici fondamentali sulla politica: la convinzione secondo la quale l’uomo è per natura un animale politico che vive in comunità, le quali mirano al benessere dei loro membri, con la città, la polis, intesa come comunità più alta di tutte, poiché le altre forme di comunità confluiscono in essa e poiché mira all’autosufficienza, al sopravvivere e anche al vivere bene; la città costituisce dunque l’orizzonte ideale dove l’individuo può trovare la sua piena realizzazione. Cambiano si domanda allora se le tecniche e chi impiega le tecniche siano parte della polis.
Nella prima forma di comunità, la famiglia, esistono relazioni fondamentali, ad esempio quelle tra la il marito e la moglie, quest’ultima con un ruolo riproduttivo, e tra il padrone e gli schiavi, il primo equiparabile all’anima e al tecnico, il secondo al corpo e allo strumento di una tecnica: in questo caso, la presenza dello schiavo e la sua dedizione a varie attività produttive consente al padrone di non occuparsi di tutte le dinamiche della casa e della famiglia, dell’oikos, e di agire quindi nella polis più liberamente. L’amministrazione della casa, l’oikonomia, mira a procurare i beni necessari al sostentamento della famiglia, forse in senso più affine a un’esperienza, a una empeiria. Tuttavia, la città assorbe le varie tecniche esercitate in un nucleo familiare, facendo loro assumere una portata più collettiva o presupponendo il sorgere di altre: dall’agricoltura a quelle che ricadono nell’ambito del banauson, ossia ciò che consente alla città di vivere nel senso sia di sussistenza sia di lusso o vivere bene; dal commercio e dalla guerra alle liturgie e agli incarichi amministrativi e giudiziari. Per Aristotele, tutte le tecniche e coloro che le impiegano non fanno – o, meglio, non dovrebbero fare – autenticamente parte della città. Ciò emerge esemplarmente dal caso delle tecniche del banauson, ossia quelle operazioni che prevedono talvolta danni e logoramento del corpo, o ancora quei lavori più appropriati a uno schiavo o anche attività più nobili che richiedono, comunque, l’uso del corpo (con la mano come parte del corpo strumentale per eccellenza) e poco, o nessun, tempo libero: per quanto riguarda la città ottima, secondo Aristotele chi svolge queste tecniche (così come agricoltori e commercianti) non sono cittadini, ma schiavi (strumenti semoventi) e meteci, o stranieri occasionali non residenti permanentemente; ciò, tuttavia, varia in base al tipo di costituzione, e in forme di governo diverse da quella preferibile i tecnici vengono talvolta considerati parte della cittadinanza. Infine, vi è una gerarchia tra le tecniche di produzione e le tecniche d’uso, le seconde superiori alle prime: le tecniche d’uso portano infatti il loro prodotto nell’ambito della prassi, e al vertice delle tecniche d’uso vi è la tecnica politica. Si tratta, tuttavia, di una scienza (pratica) o di una tecnica? Certamente la tecnica politica, l’amministrazione di una città, ha un compito cognitivo e può ricadere in un ambito affine alla scienza pratica, ma per certi versi ricade primariamente, appunto, nella tecnica, proprio perché mira a produrre: per la precisione, il buon ordinamento politico (eunomia), non dunque oggetti ma stati di cose; chi sa usare oltre che a produrre, il politico, è superiore a chi esclusivamente produce.
Con il suo ultimo lavoro, prima della sua recente scomparsa, Giuseppe Cambiano offre un ulteriore, e fondamentale, saggio, che mostra non solo la centralità del tema della tecnica come oggetto di riflessione, nonché come strumento euristico per comprendere alcune dimensioni della realtà, nelle varie opere di Aristotele, ma illustra specialmente come l’indagine sulla tecnica sia determinante nel comprendere uno degli aspetti costitutivi della natura umana: l’essere umano contempla e agisce, ma non può anche non produrre. Riconoscere la pervasività della tecnica per l’uomo corrisponde dunque al conoscere l’uomo stesso e l’impatto dei suoi prodotti, su di sé e sulla natura.
Federico Casella