Echoes
Dodici luoghi comuni
Twelve Commonplaces
Abstract. This text presents a critical inventory of twelve widely accepted “commonplaces” within segments of 1970s Italian progressive culture, particularly in the context of the post-1968 left. Rossi examines how originally emancipatory ideas – such as spontaneity, anti-authoritarianism, and rejection of tradition – can solidify into unexamined dogmas. Through concise theses and ironic commentary, he exposes the risks of anti-intellectualism, moral simplification, and the denial of complexity. The work ultimately argues for a balanced view of culture, education, and rational inquiry, warning against the degeneration of critical thought into ideological conformism.
Keywords: commonplaces, ideology, anti-intellectualism, Italian left, cultural critique, rationalism, education.
1. Le idee nascono dalla vita,1 ma finiscono, com’è noto, per distaccarsi dalla vita. Acquistano, in qualche modo, una loro propria vita. Si moltiplicano, crescono su se stesse, generando altre idee, si diffondono. Sono soggette a mutazioni e si inseriscono nel processo evolutivo della cultura. Attraverso questi processi incidono sulla vita, la orientano, la modificano. Hanno una loro forza: diventano modi di pensare, generano comportamenti. Diventano senso comune. Si trasformano anche in luoghi comuni che, come tali, non vengono più discussi, ma sempre pacificamente accettati.
Il conformismo delle idee – quando sono diventate luoghi comuni – ha una vischiosità che è paragonabile a quella presente nelle istituzioni (e nella burocrazia che è la più vischiosa delle istituzioni). Le argomentazioni che si contrappongono alle idee alla moda non vengono prese in considerazione. Vengono respinte con un moto di fastidio. È già pronta un’etichetta negativa o offensiva per chi si discosti dai luoghi comuni. L’appartenenza delle idee al settore delle “idee progressive” o al settore dei “luoghi comuni” non è quindi stabilita apriori né dalla forma delle idee né, tantomeno, dal loro contenuto. Dipende invece dal rapporto che si stabilisce fra le idee e le situazioni storiche nelle quali esse si trovano ad operare. Il che vuol dire che non è affatto escluso che, prima di diventare luoghi comuni, determinate idee non possano aver esercitato una funzione storicamente progressiva.
La distorsione delle idee, il loro trasformarsi in dogmi non criticabili e in affermazioni non discutibili si realizzano attraverso processi complicati. Tesi che sono state avanzate in funzione polemica di fronte a situazioni giudicate inaccettabili (o obbiettivamente tali) vengono successivamente assunte come verità assolute. Affermazioni che tendevano a prospettare alternative, a rendere problematiche situazioni, si trasformano in certezze dogmatiche e in pregiudizi.
Un grande storico americano delle idee ha scritto, a questo proposito: “è una delle istruttive ironie della storia delle idee che un principio, introdotto da una generazione in funzione d’una tendenza o di uno stato d’animo ad essa congeniale, si dimostri spesso tale da contenere, al di là di ogni sospetto, il germe d’una tendenza contraria: che si riveli cioè, in virtù di quelle recondite implicazioni, il distruttore di quello Zeitgeist cui era inteso a servire”.2 Nel processo autocritico della sinistra (tradizionale e non tradizionale) che inizia a manifestarsi è forse opportuno si tenga in qualche conto questa “ironia della storia delle idee”.
2. Quello che segue è un elenco di dodici luoghi comuni dei quali in epoche diverse e per fini diversi si sono fatti portavoce non pochi “progressisti” del nostro tempo. Per rimanere all’Italia, essi sono particolarmente diffusi in alcuni gruppi o aree politiche. Sono condivisi da molti dei cosiddetti “cattolici di sinistra”; da tutti i radicali e da qualche socialista; da alcuni dei cosiddetti “extraparlamentari di sinistra” (altri le combattono con grande durezza); dagli appartenenti alla cosiddetta “area dell’autonomia”; da molti esponenti dei Sindacati della scuola. Con la rigida esclusione dei numeri 1, 2, 5, 7 questi luoghi comuni hanno trovato udienza anche in taluni ambienti del cosiddetto ‘radicalismo di destra’.
I dodici luoghi comuni verranno (per comodità del lettore) presentati prima in forma di elenco, poi in forma di tesi seguite da uno scheletrico commento. L’elenco, nel caso specifico, può prendere la forma del rifiuto o dell’assenso a determinati concetti o atteggiamenti o valori.
| Nella forma del rifiuto | Nella forma dell’assenso |
| 1 No ai divieti | Sì alla bontà naturale dell’uomo |
| 2 No ai condizionamenti | Sì alla spontaneità |
| 3 No alle nozioni | Sì alla ‘critica’ senza le nozioni |
| 4 No alla conoscenza disinteressata | Sì alle “cose che servono” |
| 5 No al rispetto per le forme | Sì al libero atteggiarsi dei comportamenti |
| 6 No alla solitudine | Sì al gruppo |
| 7 No ai genitori | Sì agli “amici” dei figli |
| 8 No alle repressioni | Sì all’onnipotenza dei desideri |
| 9 No all’ordine quotidiano | Sì all’allegro disordine |
| 10 No alla saggezza dei vecchi | Sì alla giovinezza come valore |
| 11 No alla tecnologia | Sì al primitivismo |
| 12 No alle incertezze e alle analisi complicate | Sì al moralismo dell’anima bella |
3. La prima tesi afferma: è auspicabile ed augurabile (e si deve lottare per) un mondo senza più divieti né proibizioni, dato che gli uomini sono corrotti dalla società, mentre, lasciati a se stessi, sono spontaneamente non aggressivi e per natura buoni.
Commento: Come se Hobbes e Machiavelli, e Marx e Darwin e Freud non fossero mai esistiti. Come se la società non fosse stata costruita su divieti e comunque sul passaggio da uno stato naturale ad uno artificiale. Come se nel passato della storia umana non ci fossero i “bestioni” di Hobbes e di Vico o gli umanoidi di Darwin. Come se bastasse appellarsi all’Emilio per confutare le pagine di Lorenz.
Seconda tesi: Ciò che è culturalmente indotto o trasmesso è un condizionamento e i condizionamenti sono sempre e comunque qualcosa di negativo. Spontaneità e libertà coincidono e l’assenza di condizionamenti è un valore.
Commento: Come se l’artificialità della società – che ha instaurato sulla prima evoluzione (naturale) una seconda evoluzione (culturale) – fosse separabile dalla cultura come trasmissione. Come se la cultura non fosse l’unico patrimonio di cui dispone la specie umana che viene trasmesso per via non genetica. Come se il linguaggio stesso non fosse anche un patrimonio culturale.
Come se ci fosse una libertà senza condizioni.
Terza tesi: La cultura coincide con la “capacità critica” e si esaurisce in essa. Non deve essere trasmissione di valori. Soprattutto non deve essere apprendimento di nozioni.
Commento: Come se gli animali non memorizzassero. Come se la cultura non dovesse insegnare contemporaneamente due cose: a vivere nella società e ad immunizzare dalla società. Come se non fosse rielaborazione di un patrimonio di conoscenze. Come se la critica potesse nascere dalla non-conoscenza e si potesse confutare ciò che non si conosce. Come se le grandi rivoluzioni non fossero nate dalla riappropriazione e trasformazione di grandi patrimoni culturali.
Quarta tesi: Alla conoscenza gratuita e disinteressata non va riconosciuto valore. Le analisi distaccate sono indice di neutralità ideologica e sono quindi “reazionarie”.
Commento: Come se la domanda “a che serve?”, applicata anche ai contenuti dello studio, non fosse la spia di una mentalità utilitaristica, pragmatistica, consumistica. Come se fosse auspicabile rinunciare alla matematica pura, alla logica, alla musica, alla ricerca di base. Come se le civiltà evolute non dovessero lasciare spazio al conoscere in quanto valore in sé. Come se si dovesse rinunciare alla speranza in un mondo nel quale la conoscenza disinteressata (non guidata da interessi) abbia un valore. Come se il mondo dovesse essere condannato per sempre alla mentalità tecnicistico-efficientistica del capitalismo o delle forme burocratiche del socialismo.
Quinta tesi: La liberazione dalle cosiddette “forme esteriori” è sempre e comunque un fatto positivo. È indice di anticonformismo. Contribuisce in ogni caso alla liberazione dell’uomo.
Commento: Come se “conformismo” non volesse anche dire rispetto di regole comuni, volontà di comportamenti comuni senza i quali ogni società è impossibile e ogni possibile solidarietà perde di senso. Come se i riti assembleari o gli insulti scanditi coralmente o i gesti ripetuti ritmicamente fossero di per sé qualcosa di più valido delle commissioni di laurea con la toga e il tocco. Come se in nome del rifiuto delle forme non fosse nato un conformismo di massa nell’abbigliamento e nell’intercalare.
Sesta tesi: L’aggregazione, la massa, lo stare insieme, la comunanza, la collettività, il gruppo sono sempre e comunque dei valori. La solitudine, l’individualismo, il privato, la meditazione solitaria sono sempre e comunque elementi e tendenze negative da respingere e da rifiutare.
Commento: Come se si potessero concepire Leopardi, o Kafka, o Musil inseriti in una équipe di lavoro. Come se la solitudine non avesse generato poesia e musica e pittura. Come se in questo secolo non fosse nata “la solitudine di gruppo” di cui ha scritto un poeta.3 Come se la difesa del privato non dovesse costituire un problema in una civiltà dominata dalla televisione, dalle concentrazioni editoriali, dalla burocrazia.
Settima tesi: Un buon padre deve rinunciare ad essere tale. Deve dimettersi da “padre” per diventare “l’amico” dei figli. E lo stesso vale per la madre. La “severità”, in ogni sua forma e manifestazione, non ha valore alcuno ed è negativa. L’educazione deve essere assolutamente non-repressiva.
Commento: Come se davvero i figli avessero solo bisogno di un ventunesimo o cinquantunesimo amico e non invece di un modello da amare-odiare, da imitare e dal quale imparare a distaccarsi. Come se non avessero anche bisogno di protezione e non dovessero imparare a distaccarsi da quel modello per poi “risolverlo” dentro di sé.
Ottava tesi: Ogni tentativo di orientare e guidare i comportamenti è sempre repressivo. Educare consiste nell’assistere alla spontaneità, nel provocarla, nel parteciparvi, nell’essere “alla pari”.
Commento: Come se si potesse imparare ad esercitare controllo su se stessi ove il processo non sia avvenuto anche all’esterno di noi stessi. Come se i teenagers preferissero spontaneamente Bach ai Beatles o Dostoevskij a Linus. Come se non si dovesse imparare che la realtà non si cambia con le parole. Come se il narcisismo e l’onnipotenza del desiderio fossero qualcosa nel quale adagiarsi per sempre. Come se i processi di acculturazione fossero eliminabili e i valori non dovessero essere trasmessi.
Nona tesi: Le “piccole cose”, i doveri della quotidianità sono realtà in tutto trascurabili o addirittura spregevoli, da mettere sotto i piedi in nome dell’allegro disordine o del piacevole “casino” o comunque insignificanti di fronte alle cose davvero grandi e agli ideali supremi.
Commento: Come se non si dovesse cominciare sempre da cose piccole. Come se il disdegno per le piccole cose (come notava un classico del marxismo)4 non nascondesse sempre il desiderio di “continuare a sognare e di rimandare l’azione al momento delle grandi cose”, momento che non arriva mai. Come se non si trattasse di un alibi costruito per la propria pigrizia e viltà.
Decima tesi: Nella giovinezza in quanto tale è presente un valore positivo che va venerato e accolto o comunque e sempre rispettato. Giovinezza-spontaneità è un binomio di valore positivo rispetto a quello maturità-riflessione che è sinonimo di ipocrisia, di tendenza ai compromessi, di conservatorismo.
Commento: Come se Narciso fosse una realizzazione. Come se l’adolescenza non fosse un provvisorio che attende un compimento. Come se l’ambivalenza, l’imbarazzo che la caratterizzano non fossero come in attesa di una soluzione. Come se le distinzioni andassero operate non sulla base della progressività o meno delle idee, o della lucidità dell’intelligenza o della dirittura morale, ma su basi biologiche. Come se l’essere giovani desse dei diritti speciali, di una sorta di specie biologica superiore.5
Undicesima tesi: La scienza, la tecnica, il lavoro sono presenze sostanzialmente negative nella storia del mondo. Il dominio sulla natura è sopraffazione empia di una realtà intatta ed armoniosa. L’impresa scientifica, in quanto connessa al desiderio di dominio, è in sé diabolica.
Commento: Come se davvero si potesse parlare di una natura in sé benefica. Come se la necessità di controllare l’impresa di dominio sulla natura implicasse meno scienza e meno sapere. Come se l’uomo non fosse emerso dall’animalità grazie al lavoro e alla tecnica. Come se la scienza non fosse anche conoscenza. Come se la natura fosse già controllata. Come se la penuria non fosse ancora largamente dominante nel mondo. Come se carestie, fame, terremoti e malattie non terrorizzassero ancora milioni di persone. Come se fosse legittimo sostenere e propagandare questa tesi in una situazione di abbondanza che è limitata ad un’area geografica assai ristretta.
Dodicesima tesi: I mutamenti non sono lenti e faticosi, ma rapidi e facilmente conseguibili. Ciò che conta, per orientarsi nel mondo, sono la “buona volontà” e la “sete di giustizia”. Non occorrono analisi difficili, astratte e complicate. La vittoria è vicina e incertezze e dubbi sono segni di viltà e di debolezza.
Commento: Come se si potessero scambiare i desideri per la realtà. Come se anche la costruzione di una panca di legno non richiedesse conoscenze tecniche e rispetto di procedure. Come se Sraffa o Einstein avessero detto cose che si riassumono facilmente. Come se Marx non avesse impiegato modelli astratti e sofisticati. Come se bastasse l’entusiasmo a risolvere i problemi. Come se per far trionfare la giustizia nel mondo bastassero alcune testimonianze individuali.
New Atlantis College(New Jersey)
Francis Ripa ha antenati italiani ed è vissuto in Italia per molti anni. Ha scritto sui problemi della spiegazione nella storiografia e nelle scienze naturali. Ha collaborato a giornali e periodici della sinistra.
Bibliografia del curatore6
Gramsci, Antonio (1975). Quaderni del carcere. Volume terzo, Quaderni 12-29, a cura di V. Gerratana. Torino: Einaudi.
Lovejoy, Arthur O. (1966). La Grande Catena dell’Essere [1936], trad. it. di Lia Formigari. Milano: Feltrinelli.
Montale, Eugenio (1977). Quaderno di quattro anni. Milano: Mondadori.
Rossi, Paolo (2009). “Fra Arcadia e Apocalisse: note sull’irrazionalismo italiano degli anni Sessanta” [1976]. In Id., Paragone degli ingegni moderni e postmoderni [1989], 87-143. Bologna: Il Mulino.
Rossi, Paolo (2011). Mangiare. Bologna, Il Mulino.
1 Si ringrazia l’editore Belforte per il permesso di ripubblicare questo articolo: Ripa, Francis [Paolo Rossi] (1978). “Dodici luoghi comuni”. Dimensioni. Documenti Politica Cultura 3 (7): 57-62.
Nella minuta del testo conservata nel Fondo Rossi della biblioteca del Museo Galileo di Firenze (Miscellanea Rossi I: Minute, bozze di stampa e materiali per pubblicazioni: Pubblicazioni, 1978-1981) l’autore si richiamava al “filosofo Georg Simmel” come fonte di questo pensiero, cancellando poi a matita il riferimento. L’incipit di questo articolo è stato utilizzato più volte da Rossi (ricompare ad esempio in Rossi 2011, 17-18) [N. d. C.].
2 Lovejoy (1966, 311) [N. d. C.].
3 Il riferimento è ai versi di una raccolta di Eugenio Montale (1977, 62) appena pubblicata; l’immagine richiama tuttavia anche la “folla solitaria” descritta dal sociologo americano David Riesman nell’omonimo libro del 1950 [N. d. C.].
4 Il riferimento è a un passo dei Quaderni del carcere di Antonio Gramsci (1975, 1886), già citato da Rossi in apertura al saggio “Fra Arcadia e Apocalisse: note sull’irrazionalismo italiano degli anni Sessanta”, pubblicato due anni prima (Rossi 2009, 87) [N. d. C.].
5 Nella minuta, il testo del commento a questa tesi (poi tagliato) proseguiva: “Come se gli squadristi e le camicie brune non fossero stati ‘giovini’. Come se non fosse stata cantata mai ‘Giovinezza, giovinezza, primavera di bellezza…’”.
6 Rossi Monti, Martino (2026). “Idola della sinistra. Nota introduttiva a ‘Dodici luoghi comuni’ di Paolo Rossi”. Another Now 1 (1): 99-103.