Echoes
Idola della sinistra. Nota introduttiva a “Dodici luoghi comuni” di Paolo Rossi
Idols of the Left. Introductory Note to “Twelve Commonplaces” by Paolo Rossi
Istituto di Filosofia, Zagabria, Croatia
Email: martino@ifzg.hr; https://orcid.org/0000-0002-2060-5176
Abstract. This introductory essay contextualizes Paolo Rossi’s 1978 text within the political and intellectual crisis of the Italian left in the late Cold War period. It highlights Rossi’s critique of the cultural drift of progressive thought, especially the transformation of emancipatory ideas into rigid dogmas, by interpreting the “idols” of the left in a Baconian sense, as entrenched distortions of thought. Emphasizing the “irony of the history of ideas,” the essay shows how certain leftist positions converged unexpectedly with reactionary tendencies. It also underlines Rossi’s defense of rationality, education, and reformism against anti-intellectualism and ideological simplification, arguing for a renewed critical awareness of the ambivalent trajectories of modern ideas.
Keywords: Paolo Rossi, left-wing thought, history of ideas, ideology critique, political culture, rationalism.
Il testo che segue, intitolato “Dodici luoghi comuni”, è ormai introvabile. Lo ha scritto lo storico delle idee Paolo Rossi sotto il curioso pseudonimo di Francis Ripa.1 Fu pubblicato nel giugno del 1978 sul trimestrale Dimensioni. Documenti Politica Cultura, fondato nel 1976 presso Belforte, antica casa editrice ebraica livornese, dalla storica della filosofia Ornella Pompeo Faracovi, che lo diresse fino al 1990, anno di chiusura della rivista.2 Della redazione facevano parte studiosi di discipline diverse, tra i quali anche Michele Ciliberto, allievo – come Faracovi e Rossi – di Eugenio Garin.
La rivista pubblicava numeri tematici: quello in questione era dedicato ad “Alcuni problemi della sinistra” e conteneva, nell’ordine, contributi di Augusto Boggiano, Laura Boella, Michele Ciliberto, Giorgio Fontanelli, Francis Ripa [Paolo Rossi], Luigi Bernardi, Stefano Rossi e Paolo Stoppa. A un mese dall’assassinio di Aldo Moro, il numero usciva in uno dei momenti più bui della storia italiana del dopoguerra: la violenza politica imperversava, il progetto del compromesso storico naufragava e il “trentennio glorioso” aveva ormai lasciato il posto a crisi energetiche, inflazione, tensioni sociali e aumento della disoccupazione. In questo contesto, l’editoriale si collocava in linea con quella parte della sinistra che, di fronte al terrorismo, alla crisi delle istituzioni repubblicane, alla ridefinizione dei rapporti con l’Unione Sovietica e alla crisi della propria identità storica, reagiva con uno sguardo autocritico. Muovendosi nell’alveo dell’eurocomunismo e della socialdemocrazia riformista, questo orientamento si lasciava alle spalle il modello rivoluzionario e guardava allo Stato non come a un’entità borghese da abbattere, ma come a un luogo di trasformazione democratica.
I problemi della sinistra sui quali Rossi sceglieva di soffermarsi, però, non erano quelli appena elencati. Erano, piuttosto, le derive culturali emerse dalla crisi di identità del marxismo tradizionale, in particolare in alcune correnti della sinistra pre- e post-sessantottina. In quelle derive individuava – e questo era sicuramente l’aspetto più scomodo della sua analisi – una parziale ma significativa convergenza tra la cultura progressista e il radicalismo di destra. A questi temi Rossi aveva già dedicato alcuni saggi importanti, nei quali aveva analizzato e criticato i recenti usi del pensiero di Marx in chiave irrazionalistica e i sorprendenti recuperi del pessimismo culturale e dell’antimodernismo di matrice reazionaria tipici dei primi decenni del Novecento.3
Tuttavia, nel testo che ripubblichiamo, Rossi non tornava direttamente su quei recuperi, ma riesaminava la questione concentrando l’attenzione sul ruolo e sul comportamento imprevedibile delle idee, sottolineandone il carattere sia mobile e migratorio sia la tendenza a cristallizzarsi in dogmi e luoghi comuni. Non solo: con Arthur Lovejoy, Rossi rilevava la presenza nella storia delle idee di un’“ironia” per la quale spesso esse contengono in sé i germi del loro contrario. A seconda delle condizioni storiche, scriveva, ciò che ha svolto una funzione progressiva ed emancipatoria può in seguito assumerne una regressiva o reazionaria. Molti dei luoghi comuni elencati da Rossi erano, in origine, idee emancipatorie che, una volta assolutizzate, avevano sortito l’effetto contrario a quello desiderato. Il rifiuto delle forme borghesi era divenuto rifiuto di ogni forma, per tramutarsi in un nuovo conformismo di tipo tribale. Il rifiuto della ragione strumentale si era trasformato in rifiuto della razionalità come tale e, in questo modo, in irrazionalismo e antintellettualismo. Il rifiuto della repressione aveva lasciato il passo all’onnipotenza del desiderio, per trasformarsi in narcisismo impotente. E così via. Era sul piano dell’assolutizzazione di alcune di quelle idee “progressive” che si rendevano possibili le convergenze con la destra radicale: non in nome di una stessa idea di futuro o di valori condivisi, ma sulla base di un nemico comune identificabile con la modernità, la scienza, la tecnica, la razionalità, l’individualismo.
“Dodici luoghi comuni” è, a distanza di dieci anni, soprattutto un bilancio critico di una parte dell’eredità culturale e politica del Sessantotto. Ma attenzione: l’“ironia” per la quale alcune idee finiscono con l’assecondare tendenze a loro contrarie non era spiegata da Rossi con dialettiche storiciste o dinamiche deterministiche, e nemmeno con quella logica dell’“effetto perverso” che caratterizza, secondo Albert Hirschman (1991), il discorso antiriformista della reazione – una logica che, con buona pace di Hirschman, è tutt’altro che estranea alla cultura della sinistra (basti pensare alla Dialettica dell’illuminismo di Horkheimer e Adorno). La critica di Rossi, infatti, non si fondava su una filosofia della storia, né intendeva assimilare l’emancipazione alle sue possibili degenerazioni: voleva se mai salvarla da queste. Al culto spontaneistico del desiderio e delle emozioni, al giovanilismo, al moralismo, al primitivismo, al rifiuto della progettualità e alla riduzione della cultura a militanza, Rossi contrapponeva un’antropologia tragica e una razionalità di stampo illuminista, riaffermando la centralità dell’educazione, dello studio disinteressato, della scienza e del riformismo, e sottolineando il carattere lento e faticoso dei mutamenti e la necessità di non scambiare i propri desideri per la realtà. Lo faceva affidandosi a una scrittura aforistica scandita da antitesi e anafore, in cui una serie di inesorabili “come se” raffreddava gli ingenui entusiasmi e i deliri di onnipotenza tipici delle ideologie, riportando il lettore alla fatica del pensiero e alla durezza del mondo reale. Questo stile asciutto era il distillato di un empirismo affinatosi sulla scienza, sul realismo degli esprits forts, sulla psicoanalisi e sull’attenzione ai vissuti delle persone.
La scelta dello pseudonimo è sicuramente dettata dall’ironia affilata di Rossi. Perché “Francis Ripa”? La minuta conservata nel Fondo Rossi della biblioteca del Museo Galileo di Firenze4 rivela che l’autore aveva inizialmente pensato a un anagramma del proprio nome e cognome, per poi ripiegare su soluzioni più creative. Il nome Francis rimanda al suo filosofo prediletto: Francis Bacon. Da qui deriva anche la scelta della sede della sua attività, l’inesistente New Atlantis College in New Jersey, ispirato alla Solomon’s House della baconiana Nuova Atlantide. Il cognome Ripa rinvia invece al perugino Cesare Ripa, autore della celebre Iconologia (1593), monumentale raccolta di personificazioni allegoriche più volte ristampata e corredata da illustrazioni. Perché unire le due personalità? Perché, nel portare avanti la sua battaglia culturale, Rossi si ispirava a entrambi: seguendo Bacon e la sua critica degli idola, tracciava un elenco asciutto e schematico dei pregiudizi di certa sinistra, mostrandone gli esiti deformanti; seguendo Ripa, li trasformava in figure ideologiche o allegorie politiche, creando una sorta di tavola iconologica.
Sono passati quasi cinquant’anni dalla pubblicazione di questo testo e molte cose sono cambiate. Ciononostante, le “istruttive ironie della storia delle idee” di cui parlavano Lovejoy e Rossi continuano a riproporsi in forme nuove. È difficile non riconoscerle nelle derive identitarie di certo antirazzismo, nell’intimidazione e nella censura morale scaturite da una protezione delle minoranze spinta all’estremo, nel relativismo culturale che si trasforma in oscurantismo, o nell’autocritica che si rovescia in demonizzazione della propria civiltà e assoluzione di tutte le altre. Ma lo stesso meccanismo agisce, in forme ancor più minacciose ed efficaci sul piano politico, all’altro estremo dello spettro: nella difesa della libertà che si tramuta in dispotismo, nel patriottismo che degenera in collusione con potenze ostili, nella conservazione che si capovolge in rivoluzione nazional-populista.
In queste circostanze allarmanti, la voce di Rossi ci giunge come un’eco insieme lontana e familiare – come accade sempre quando il passato torna a chiederci conto del presente.
Bibliografia
De Carli, Manuel (2024). “Ornella Pompeo Faracovi (1946-2023)”. Scientia 2 (2): 179-184.
Hirshman, Albert O. (1991). The Rhetoric of Reaction. Perversity, Futility, Jeopardy. Cambridge, Mass.: Belknap Press of Harvard University Press.
Ripa, Francis [Paolo Rossi] (1978). “Dodici luoghi comuni”. Dimensioni. Documenti Politica Cultura 3 (7): 57-62.
Rossi, Paolo (2002). “Nuove analisi per il nostro tempo” [1968]. In Id., Storia e filosofia. Saggi di storiografia filosofica [1969], 242-251. Torino: Einaudi.
Rossi, Paolo (2009). “Fra Arcadia e Apocalisse: note sull’irrazionalismo italiano degli anni Sessanta” [1976]. In Id., Paragone degli ingegni moderni e postmoderni [1989], 87-143. Bologna: Il Mulino.
1 Ripa (1978). Si ringrazia l’editore Belforte per il permesso di ripubblicare questo articolo.
2 Cfr. De Carli (2024, 179). La rivista cambiò successivamente editore: dal 1984 al 1988 fu pubblicata dalla Cooperativa editrice Dimensioni e dal 1989 al 1990 dall’editore Maria Pacini Fazzi (Lucca).
3 Cfr. Rossi (2002; 2009).
4 Miscellanea Rossi I: Minute, bozze di stampa e materiali per pubblicazioni: Pubblicazioni, 1978-1981. Si ringraziano la Biblioteca del Museo Galileo e, in particolare, Alessandra Lenzi per la disponibilità e la preziosa assistenza.