Received: March 26, 2025; Accepted: October 12, 2025; Published: March 30, 2026
Articles
A ciascuno il suo coraggio. Vasilij Grossman e il sentimento materno
Each One’s Measure of Courage: Vasily Grossman and Maternal Feeling
Psicologa, psicoanalista membro ordinario della Società Psicoanalitica Italiana, Firenze, Italia
e-mail: stefanianicasi@gmail.com
Abstract. The essay examines Vasilij Grossman’s work – particularly Life and Fate – as a key contribution to the moral and intellectual history of the twentieth century. His novels are presented as laboratories of ideas where ethical and psychological tensions of the age take form: totalitarian violence, human dignity, guilt, and the persistence of goodness amid evil. Special attention is given to the central role of motherhood and to the author’s personal experience of loss, which inspires a distinctive “maternal realism” that shapes both narrative and ethics. Through psychoanalytic and philosophical perspectives, the study shows how Grossman’s compassionate gaze transforms horror into understanding, offering a profound reflection on the endurance of humanity and moral consciousness under dictatorship and war.
Keywords: Vasilij Grossman, maternal realism, totalitarianism, evil, Holocaust literature, moral philosophy.
Index
Letteratura e storia delle idee
Lo sguardo sul mondo e sulla storia
Letteratura e storia delle idee
Le idee non abitano soltanto nei trattati filosofici o nei testi scientifici: circolano, si incarnano, si trasformano e spesso trovano nella letteratura un luogo privilegiato di espressione. I grandi romanzieri, capaci di cogliere le tensioni morali e storiche del loro tempo, anticipano spesso i filosofi, rendendo visibili le domande fondamentali che attraversano un’epoca. Vasilij Grossman è uno di questi romanzieri. Il suo capolavoro, Vita e destino, è non solo un’opera letteraria di straordinario valore, ma anche un laboratorio di idee che interroga con lucidità e coraggio il cuore etico del Novecento. In esso si affrontano alcuni temi cruciali destinati a essere approfonditi e discussi nei decenni successivi in una sterminata quantità e varietà di testi: la violenza totalitaria, l’altruismo individuale, la libertà umana, il compromesso con il male e la “banalità” del medesimo, la corruzione interiore sotto la pressione della dittatura, il peso della memoria, dell’antisemitismo, della guerra e della verità. Questo saggio intende mostrare come Vita e destino costituisca un contributo essenziale alla storia delle idee contemporanee, offrendo una riflessione ancora attuale sulla natura del male, sulla dignità umana e sui limiti della coscienza sotto i regimi totalitari. Uno sguardo che si sposta dalle vicende personali di Grossman ai suoi testi e viceversa tenta di cogliere il conflitto centrale e profondo, la cifra personale nel dramma universale attraverso l’uso della psicoanalisi come sonda che espande il campo che esplora e della letteratura come inesauribile fonte di conoscenza del mondo interno.
L’aria si era scaldata e la neve si posava a grandi fiocchi sulla terra, sui mattoni rossi sbriciolati, sulle croci delle tombe, sui musi dei carri armati defunti, dentro le orecchie dei morti non ancora sepolti. La neve aveva saturato l’aria, aveva fermato il vento e soffocato gli spari, unito, confuso cielo e terra in un corpo unico, morbido, grigio e vago. Il nevischio caldo mandava riflessi grigio-azzurri. La neve si posava sulle spalle di Bach ed era come se il silenzio scendesse a fiocchi sul Volga ammutolito, sulla città morta, sulle carcasse dei cavalli; nevicava ovunque, non solo sulla terra, ma anche sulle stelle, l’universo era pieno di neve. E sotto la neve tutto spariva: i cadaveri dei caduti, le armi, i vestiti putridi, i sassi, il ferro ritorto. Non era la neve, ma il tempo – soffice, bianco – a posarsi, strato su strato, sul massacro della città e il presente era già passato e non c’era futuro nel baluginare lento e soffice della neve.1
Vasilij Grossman è uno scrittore: la prima buona ragione per leggerlo è la sua scrittura. Vita e destino, l’opera più matura, è un romanzo, ma la poesia vi soffia dentro un respiro che ne dilata la potente struttura trasformandolo in poema: Vita e Destino è il poema del Novecento. È la nostra storia.
La Seconda guerra mondiale è stato un fenomeno eccezionale non solo per l’esorbitante – mai raggiunto prima in un conflitto – numero di morti, non solo per la Shoah, non solo per i lager di Stato sovietici e per i campi di sterminio nazisti, ma anche per il paradosso che lo ha contrassegnato. Questo paradosso è stato ben riassunto da Vittorio Strada (2007, 31): “una potenza programmaticamente anticapitalista come l’Unione Sovietica fu alleata alle maggiori potenze democratico-borghesi in una lotta contro un regime politico totalitario non privo di affinità con quello comunista. La grandiosa battaglia di Stalingrado, che vide un accanito scontro diretto tra l’Armata Rossa di Stalin e la Wehrmacht di Hitler, è il simbolo di una situazione senza pari nella storia mondiale”. Per di più, il popolo russo – con gli altri popoli dell’URSS compresi gli ebrei – combatté eroicamente per la libertà ma “a godere dei frutti della lotta fu il regime sovietico, negatore di ogni libertà” e nemico degli ebrei che ne furono vittime anche nel dopoguerra. È questa la vicenda che Grossman illumina “come nessun altro prima e forse dopo di lui, in Vita e Destino” (Strada 2007, 38): “la libertà che aveva dato origine alla vittoria, vero scopo della guerra, nelle mani scaltre della storia si trasformò in suo strumento” (Grossman 2008, 464).
Chi era Vasilij Grossman? Egli appartiene a quella schiera di ebrei d’Europa che, fusi con la cultura del loro paese, identificati con esso, furono ricondotti alle radici ebraiche dalle persecuzioni e parteciparono alla doppia sofferenza del proprio paese in guerra e del proprio popolo perseguitato dai nazifascisti nell’indifferenza generale e spesso con la collaborazione dei connazionali e dei vicini di casa. Appartiene contemporaneamente a quella generazione di cittadini sovietici, figli di genitori che avevano sostenuto la causa rivoluzionaria, che si riconoscevano negli ideali e nella politica del nuovo Stato ma che sotto Stalin furono spinti a rivedere criticamente la propria adesione al regime e al marxismo-leninismo. Gli ebrei più rapidamente degli altri.
Così, mentre andava recuperando l’identità ebraica, Grossman si liberava dell’identità sovietica senza tuttavia diventare – come nota ancora Vittorio Strada – uno scrittore ebraico e senza privilegiare la sofferenza del popolo ebraico rispetto alla sofferenza del popolo russo come di altre minoranze dell’Unione Sovietica. Grossman rimane uno scrittore russo: russo perché non può non amare la Russia, scrittore perché non può non scrivere.
Ma ancora prima che ebreo e russo, Grossman è un uomo e uomo cerca di restare, come il protagonista del romanzo incompiuto Tutto scorre che torna dalla Siberia dopo trent’anni di deportazione: “restò lì, in piedi: canuto, ricurvo, e pure sempre quello di una volta, immutabile”: “perché era stata così pesante la sua vita? […] era rimasto ciò che era fin dalla nascita – un uomo” (Grossman 2001, 228-229). Nell’Odissea di Grossman, Itaca è l’umanità dalla quale siamo partiti e alla quale cerchiamo di tornare.
La vita di Grossman è ricostruita dai coniugi Garrard in una biografia dal titolo Le ossa di Berdičev. Vita e destino di Vasilij Grossman. Punti salienti di questa vita: la nascita nel 1905 a Berdičev – la città dove nel secolo precedente era venuto alla luce Conrad – considerata la capitale ebraica dell’Ucraina; la decisione di abbandonare la carriera di ingegnere minerario per darsi alla letteratura; lo sterminio degli ebrei a Berdičev il 15 settembre 1941; la richiesta, subito dopo questo tragico evento, di arruolarsi come soldato semplice: viene invece nominato, per le sue doti di scrittore, corrispondente di guerra per il giornale Stella Rossa; l’eroica partecipazione, come inviato di guerra, alla resistenza di Stalingrado; l’attraversamento, al seguito dell’Armata Rossa, dell’Ucraina senza ebrei fino all’arrivo a Berdičev (1943) e poi a Treblinka (1944); la stesura, assieme a Il’ja Ehrenburg, del Libro nero sullo sterminio degli ebrei dell’Europa orientale;2 il veto di Stalin alla pubblicazione del Libro nero; la composizione di Vita e destino; la confisca da parte del KGB dei manoscritti di Vita e destino, comprese la carta carbone e le bobine d’inchiostro della macchina da scrivere (1961). La morte per cancro allo stomaco nel 1964.
Al fondo di questa vita sta un episodio che ne ha determinato il corso e il senso. I tedeschi invasero la Russia il 22 giugno 1941 e presero Berdičev il 7 luglio dello stesso anno: come notano i Garrard, Grossman, che viveva a Mosca, avrebbe avuto due settimane di tempo per salire su un treno e portare via sua madre da Berdičev. Ma Grossman non si mosse, in obbedienza al veto della moglie. Sua madre fu uccisa assieme a tutti gli altri e scomparve nella fossa comune. Grossman ebbe la certezza che era morta solo nell’agosto del 1944, quando arrivò a Berdičev, ma già nel ’41 aveva perso ogni speranza.
Nella tragedia del popolo russo e di quello ebraico, l’omissione di soccorso alla propria madre fu la personale tragedia di Grossman. Fra i tanti dolori che lo toccarono, fu proprio questo la sua cruna dell’ago. Di qui dovette passare per raggiungere il fondo della sua umanità, quello che di buono e di cattivo c’era nel suo essere uomo.
Il primo effetto fu la decisone di arruolarsi come soldato semplice: forse anche per cercare la morte che pensava di meritare, ma certo per affrontare i nemici dei russi e gli sterminatori degli ebrei, gli assassini delle madri. Nel mondo di Stalin – un mondo che era diventato un’immensa prigione – era di nuovo possibile battersi per la libertà. Vi furono tuttavia effetti più profondi che schematicamente potrei riassumere come l’identificazione con la madre perduta e la consapevolezza di essere ‘sceso a patti con il male’. Questi due movimenti psichici, al di là di tutte le esperienze di vita, delle complesse contingenze storiche e delle convinzioni filosofico-politiche, mi sembrano stare al fondo della visione del mondo e dello sguardo sulla storia che sottende l’opera matura di Grossman e in particolare Vita e destino.
Recensendo l’edizione italiana della biografia dei Garrard in un lungo articolo apparso sul quotidiano La Repubblica, Bernardo Valli (2010) ha parole di apprezzamento per il libro e ne ricava l’impressione che la vita e la personalità di Grossman conoscano un radicale cambiamento attraverso la partecipazione alla guerra: “la guerra fa di lui un altro uomo. Si dimostra temerario, spericolato. Il suo coraggio sotto il fuoco gli guadagna il rispetto di ufficiali e soldati, in particolare a Stalingrado”. Fino a questo momento era stato un uomo “prudente al limite della viltà”. Valli ricorda che Grossman non reagisce quando la cugina Nadia, l’influente sindacalista che aveva sostenuto i suoi primi passi di scrittore, viene arrestata nel ’31 con l’accusa di cospirazione trotskista né quando nel ’37 sono imprigionati due suoi amici scrittori né quando nel ’38 lo zio David Šerencis – che gli aveva fatto da padre negli anni dell’infanzia – è tradotto in prigione, dove muore, come membro della borghesia zarista. Ricorda ancora che fu tra i firmatari di una petizione per la pena di morte di alcuni dirigenti bolscevichi accusati di tradimento – Nicolaj Bucharin era fra questi.
Arruolato nell’Armata Rossa, il timido Grossman, scrive Valli, “è in preda a un’improvvisa euforia. La guerra cambia gli uomini. Lo si sa dai tempi di Tucidide”. In genere però – anche questo lo si sa dai tempi dei Tucidide – li cambia in peggio. Invece Grossman migliora. Migliora in quanto diventa coraggioso? È vero che diventa coraggioso, ma questo a me non pare il miglioramento più importante: migliora in quanto diventa più umano, come cercherò di mostrare.
Il cambiamento in atto è proiettato e rappresentato nella muta di un serpente all’interno di un elmetto. È un cambiamento difficile e doloroso. È il cambiamento di Grossman che avviene all’interno del suo essere soldato:
In un angolo, un elmetto appeso dondolava tintinnando, illuminato da una striscia di luce densa. Serëža capì che a farlo dondolare era il colubro, che alla luce del sole sembrava color del rame. Guardò meglio, e vide che lentamente, con grande sforzo, il serpente stava facendo la muta, che la nuova pelle pareva sudata e brillava come una castagna appena uscita dal riccio. Gli uomini osservarono la sua fatica trattenendo il fiato; adesso si lamenterà, pensavano, gemerà, che uscire da quell’involucro duro e morto dev’essere un’impresa. La penombra silenziosa trafitta dalla luce e quello spettacolo cui nessuno aveva mai assistito – un serpente che si fidava a fare la muta di fronte a degli umani che lo guardavano – catturarono i soldati.3
Valli non ricorda, ma potrebbe farlo, che sulla coscienza di Grossman pesava anche la vita di uno zio che era in seria difficoltà e che la moglie non volle ospitare: lo zio morì di freddo nel duro inverno moscovita. E non ricorda che ancora più grave, in seguito, fu l’omissione di soccorso a sua madre. I Garrard sottolineano l’importanza di questo episodio al punto da considerarne determinante il peso nella decisione di arruolarsi come soldato semplice.
Sotto questa luce il cambiamento di Grossman acquista un altro spessore. Fu proprio la guerra, con il suo terribile fascino, a cambiarlo? O fu la colpa? O fu l’oscura consapevolezza del destino degli ebrei? Cosa c’era dietro la sua euforia? Cosa c’era al fondo del suo coraggio? Ognuno – dirà in seguito – è coraggioso in modo diverso. E per ragioni diverse.
Voglio citare un passo dei taccuini di guerra di Grossman, scritto durante la marcia dell’esercito russo per Stalingrado – è un po’ lungo, ma vale la pena di leggerlo:
Pensavamo a molte cose percorrendo la lunga strada che ci portava a Stalingrado. Qui, c’è un altro fuso orario: il nostro orologio è in ritardo di un’ora. Ed ecco, d’un tratto, uccelli del tutto differenti dai nostri: nibbi dalla grossa testa e dalle robuste zampe piumate se ne stanno immobili sui pali del telegrafo; la sera, gufi grigi sorvolano goffamente e maldestramente la strada. Il sole è diventato più crudele. Anche la steppa è cambiata, è scomparsa la vegetazione lussureggiante: è rossa, riarsa, ricoperta d’assenzio e di polverose erbacce, di secco e misero sparto che si rannicchia contro la terra screpolata. Alcuni buoi trascinano dei carretti, un cammello sta fermo in mezzo alla steppa. Il Volga si avvicina. Si avverte fisicamente l’immensità dello spazio invaso dal nemico, un terribile sentimento di angoscia stringe il cuore e impedisce perfino di respirare. Questa guerra nel Sud, questa guerra sul Basso Volga, questa sensazione come di un pugnale profondamente conficcato nella carne, questi cammelli e questa steppa piatta e riarsa, che annunciano l’approssimarsi del deserto, riempiono d’inquietudine. Non si può più indietreggiare. Ogni passo indietro è una sventura, forse irreparabile.4
Di nuovo, non si può non apprezzare il talento dello scrittore. Descrive un progressivo straniamento: i soldati marciano e la marcia li porta sempre più lontani dal paesaggio familiare. Comincia un altro tempo, ci sono altri uccelli, un altro sole, poche piante, pochi animali quasi immobili. La natura se ne sta acquattata come prima di un temporale, tutto è sospeso. L’angoscia monta, il nemico fa ancora più paura perché non si vede. È bello questo pensavamo a molte cose, questo noi e questo pensiero che tengono insieme gli uomini, che li tengono saldi alla patria umana mentre vanno incontro al deserto, alla battaglia, all’ignoto, alla morte.
Grossman il coraggioso – come verrà soprannominato – comincia con la paura e comincia con l’umanità. In ogni soldato c’è un uomo che ha paura e che vorrebbe tornare indietro, verso quella casa, quei genitori, quella moglie, quei figli che ha lasciato per difendere: ma non si può più indietreggiare. Un ordine militare diventa un imperativo morale. Di fronte al male non si può più indietreggiare. Un passo indietro di fronte al male è una sventura irreparabile: Grossman adesso lo sa.
Il pensiero della madre, di come fosse morta, di come fosse andata alla morte, non lo abbandonò mai. Egli cercò di immaginarsi “dozzine e forse centinaia di volte” gli ultimi giorni e istanti di vita di lei (in Garrard 1996, 466). In Vita e destino, Victor Štrum – alter ego dell’autore – legge e rilegge la lettera che la madre gli ha scritto dal ghetto prima di essere condotta a morire. È la lettera che Grossman avrebbe voluto ricevere. Una lettera (Grossman 2008, 73-85) che si conclude con l’esortazione: Vivi, vivi per sempre. Vivi è la quintessenza delle raccomandazioni materne, il primo comandamento: vivi comunque e vivi per sempre, cioè trasmetti la vita. Tutto qua, una madre può non avere altro da aggiungere.
Ci restano due lettere che Grossman scrisse alla madre dopo la morte di lei, lettere che testimoniano la profonda identificazione in atto: “dieci anni fa, quando ti scrissi la mia prima lettera dopo la tua morte, tu eri rimasta proprio la stessa di quando eri in vita, mia madre nel mio corpo e nella mia anima. Io sono te, cara Mamma, e dunque fintantoché vivrò anche tu vivrai. Quando morirò, continuerai a vivere in questo libro (Vita e destino) che è dedicato a te e il cui destino è strettamente legato al tuo” (in Garrard, 1996, 466).
Come aveva detto Stalin, “la morte di un uomo è una tragedia, la morte di milioni di uomini è un fatto statistico”. È impossibile per la mente umana – per il nostro cervello fermo al Pleistocene dal punto di vista evolutivo – immaginare e dunque soffrire la morte di milioni di persone: “questa limitazione è una caratteristica positiva della coscienza umana – osserva Grossman in Ucraina senza ebrei – perché protegge le persone dal tormento morale e dalla follia” (in Garrard 1996, 238). Siamo invece capaci di immaginare e di soffrire la morte di una sola.
La madre è per Vasilij Grossman – e per i suoi lettori – il veicolo emotivo per la Shoah, è la madre che lo guida negli Inferi: “Viktor caro, per quanto mi trovi oltre la linea del fronte e dietro il filo spinato di un ghetto ebraico, sono convinta che questa lettera giungerà fino a te” (Grossman 2008, 73). Vasilj/Viktor diventa sua madre, mentre sua madre è sua madre ma insieme è tutte le madri, è l’umanità: “per me tu sei l’umanità e il tuo terribile destino è il destino dell’umanità in questi tempi inumani” (in Garrard 1996, 467).
Il 30 marzo 1955, contemplando La Madonna Sistina, il quadro di Raffaello che fu esposto a Mosca prima di essere restituito a Dresda, Grossman ha un’illuminazione. L’immagine della giovane donna con il bambino in braccio gli ricorda Treblinka: “la riconobbi dall’espressione del viso e degli occhi. Vidi suo figlio, e riconobbi il prodigio di quel volto straordinario, non infantile. Così erano le madri e i bambini a Treblinka, quando sullo sfondo verde scuro dei pini scorgevano i muri bianchi delle camere a gas, così erano i loro cuori” (Grossman 2007, 29-30). Ma così erano anche le madri e i bambini affamati che aveva visto in Ucraina nel 1932, così erano le madri dei soldati mandati a morire in guerra, così siamo noi: “noi esseri umani certo l’abbiamo riconosciuta, e abbiamo riconosciuto il suo bambino; lei è uguale a noi, il loro destino è anche il nostro, madre e figlio rappresentano l’umanità dell’uomo” (Grossman 2007, 35-36).5
Non solo gli ebrei, ma tutta l’umanità ha sofferto, in ogni epoca: “di enorme ed eterno come la terra c’era il dolore” (Grossman 2008, 124). E tutta l’umanità che ha sofferto, e tutte le epoche, si riconoscono nell’immagine umana della Madonna che tiene in braccio il bambino destinato a morire. L’identificazione con la madre consente a Grossman una potente lettura del quadro. Gli consente anche di mantenere una speranza, o meglio una certezza, che è profondamente materna: che la vita non si può estirpare, che l’umanità, punto più alto dell’uomo, “sopravvivrà in eterno, e vincerà” (Grossman 2007, 39).
Ammalato di tumore, Grossman muore verso le otto di sera del 14 settembre 1964, muore nel ventitreesimo anniversario della sera in cui a Berdičev la Polizei ucraina e le SS iniziarono a radunare le persone che si trovavano nel ghetto e che all’indomani sarebbero state uccise. Una coincidenza che non ha mancato di impressionare i suoi biografi: “può darsi che il suo spirito stesse uscendo dal suo corpo morente, balzando fuori dallo spazio e dal tempo, per ricongiungersi a sua madre e alle altre 30.000 vittime in questo giorno, che di tutti i giorni dell’anno era per Grossman il più terribile” (Garrard 1996, 402).
Agli amici ha chiesto due cose: di essere sepolto in un cimitero ebraico e di pubblicare, anche all’estero, Vita e destino. Dopo molte traversie e quasi vent’anni, il romanzo vede le stampe in Svizzera. Grossman invece riposa in un cimitero abbandonato, non ebraico. Accanto a lui giace sua moglie che anche questa volta, contravvenendo alle sue volontà, era intervenuta a separarlo dalla madre alla quale idealmente desiderava riunirsi. Così, “le ceneri dell’uomo che amò una sola donna sono sepolte accanto a quelle di un’altra” (Garrard 1996, 445).
“Mi sembra che nell’epoca crudele e terribile nella quale la nostra generazione è stata condannata a vivere su questa Terra, non dobbiamo mai accettare di venire a patti con il male. Non dobbiamo mai diventare indifferenti nei confronti degli altri e indulgenti nei confronti di noi stessi” (in Garrard 1996, 238). Quando si vive in un’epoca crudele, mentre infuria una guerra e regna una dittatura, è ancora più difficile non chiudere gli occhi diventando indifferenti verso gli altri e indulgenti verso se stessi. Colui che – come è successo a Grossman – è spinto a guardare all’interno di sé, è costretto a riconoscere i compromessi ai quali è sceso, vede le sue debolezze e le sue colpe, sa che il male è sempre anche dentro e non solo fuori: “e adesso proviamo dolore e angoscia: perché la vita è stata tanto atroce, forse per colpa mia e tua? Domanda crudele, insopportabile, che soltanto i morti possono rivolgere a chi è sopravvissuto. Ma i morti tacciono, non fanno domande” (Grossman 2007, 37-38).
Grossman attraversa la sconvolgente crisi morale che ha segnato gli uomini del suo tempo e che il Novecento ci ha lasciato in eredità. La attraversa in quanto russo che ha creduto nel comunismo; in quanto ebreo che in gioventù aveva misconosciuto le proprie origini e si era vergognato della ebraicità di Berdičev; in quanto soldato e reporter che subisce il fascino della battaglia; in quanto cittadino sovietico che si è macchiato di molte piccole e meno piccole viltà; in quanto uomo che ha abbandonato i suoi cari al proprio destino. Attraversa la crisi con onestà, coraggio e intelligenza storica: in una parola, con realismo come gli studiosi del suo pensiero hanno ampiamente messo in luce. Può valere la pena richiamare brevemente di seguito i principali passaggi della sua visione che in letteratura sono stati sottolineati:
– Critica i due totalitarismi novecenteschi, nazismo e comunismo, entrambi violenti – “il fondamento del totalitarismo è la violenza: esasperata, eterna, infinita, diretta o mascherata” (Grossman 2008, 198) – negatori della libertà, nemici della verità e denuncia la loro essenziale affinità nel processo educativo che induce le persone a vedere la realtà in un modo che non ha più alcun legame con la realtà stessa. In Vita e destino si legge: “il nazismo aveva respinto il concetto di individuo singolo, il concetto di ‘persona’ e agiva per insiemi enormi […] era pervenuto all’idea di eliminare interi strati della popolazione, insiemi legati alla razza o all’etnia, sulla base del fatto che in quegli strati e sottostrati la probabilità di un’opposizione nascosta o manifesta era maggiore che altrove. La meccanica delle probabilità e degli insiemi umani” (Grossman 2008, 85-86). La stessa logica delle probabilità, degli insiemi, del nemico oggettivo, dell’astrazione al posto dell’essere umano in carne e ossa, sottende la politica di Lenin e di Stalin, come ormai senza reticenze Grossman dice in Tutto scorre: “per ucciderli si è dovuto spiegare che i kulaki non erano uomini. Sì, come quando i tedeschi dicevano: i giudei non sono uomini. Allo stesso modo Lenin e Stalin: i kulaki non sono uomini” (Grossman 2001, 135). E ancora: “nel lager scontavano la loro pena socialdemocratici e socialisti rivoluzionari […] messi dentro non perché si erano battuti contro lo Stato sovietico, ma perché v’era una possibilità che lo facessero” (Grossman 2001, 102).
– Sa bene che da sola la paura, per quanto grande, non è in grado di svolgere un lavoro così enorme. Sa che la forza dell’idea è un ingrediente decisivo. Scrive ad esempio a proposito del comunismo: “il fine rivoluzionario in nome della morale liberava dalla morale […] spiegava perché l’uomo in nome della felicità del popolo deve buttare nella fossa degli innocenti” (Grossman 2008, 387).
– Ricorda come i lager di Stato sovietici siano serviti da modello ai campi di concentramento hitleriani e ricorda che fu proprio un ingegnere ebreo di nome Frenkel a suggerire a Stalin il geniale progetto di sfruttare il lavoro dei detenuti nel sistema del lager: “nel progetto esponeva meticolosamente, con competenza economica e tecnica, come impiegare masse enormi di detenuti per costruire strade, dighe, centrali idroelettriche e bacini artificiali […] Il progresso arrivò anche nel mondo del lager […] e al confronto le vecchie colonie penali sembravano ridicole, commoventi quanto le costruzioni di legno” (Grossman 2008, 802).
– Conosce la corruzione delle coscienze negli uomini ridotti in schiavitù: “bisognerebbe scrivere un libro sulla disperazione nel lager. Perché c’è la disperazione che ti opprime, che ti piomba addosso all’improvviso, che ti toglie il fiato e non ti fa respirare. E ce ne è un’altra che […] ti deforma dal di dentro, come la pressione degli oceani deforma i mostri degli abissi” (Grossman 2008, 162). Negli stessi anni nei quali Grossman lavorava a Vita e destino, qualcun altro in Russia stava appunto scrivendo un libro sulla disperazione nel lager: quello scrittore era Varlam Šalamov e quel libro è I racconti della Kolyma. Negli abissi della Kolyma, come Šalamov racconta in una lettera a Pasternak, l’essenziale stava nella “corruzione della mente e del cuore, quando giorno dopo giorno l’immensa maggioranza delle persone capisce sempre più chiaramente che in fin dei conti si può vivere senza carne, senza zucchero, senza abiti, senza scarpe, ma anche senza onore, senza coscienza, senza amore né senso del dovere”. In questo abisso tutto viene a nudo “e l’ultimo denudamento è tremendo”: la mente già sconvolta “si aggrappa all’idea di ‘salvare la vita’ grazie al geniale sistema di ricompense e sanzioni che le viene proposto” (Šalamov 2001, 630). E Grossman: “come si può descrivere quanto accade nel cuore di un uomo che ha dovuto lasciare la mano della moglie, il suo ultimo rapido sguardo al viso amato? Come si può vivere se una memoria spietata ti riporta alla mente l’istante di un congedo silenzioso, quando per qualche frazione di secondo i tuoi occhi si sono chiusi per nascondere la gioia spicciola di avere salvato la pelle?” (Grossman 2008, 516)
– Racconta in Tutto scorre la morte per fame di un villaggio contadino ucraino durante la dekulakizzazione voluta da Stalin: una brutale operazione che causò la morte di milioni di contadini e gettò nell’Ucraina quel seme dell’odio per il regime sovietico per cui gli ucraini accolsero i tedeschi come liberatori e si disposero a collaborare con loro.6
– Intuisce presto che il massacro degli ebrei in Ucraina si è potuto avvalere della diffusa collaborazione della popolazione locale (cfr. Garrard 1996, 240; Grossman 2008, 195-196).
– Vede come l’antisemitismo passi senza soluzioni di continuità da Hitler a Stalin il quale confisca il Libro nero, manda alla fucilazione i membri del Comitato antifascista ebraico che aveva sostenuto la stesura del libro e manda nei gulag circa quattrocentocinquanta intellettuali ebrei, ordisce una campagna diffamatoria contro i medici ebrei accusandoli di voler avvelenare i massimi dirigenti dell’Unione Sovietica: “la contiguità fra nazismo e comunismo diventò così il nucleo centrale, scandaloso, di Vita e destino. La vera ragione del suo sequestro” (Bellini 1999, 139-140).
– Testimonia la grandezza della resistenza di Stalingrado, l’eroismo di soldati mal equipaggiati, la breve stagione di libertà dal KGB, il calcolato sacrificio di tante vite umane per guadagnare tempo – il tempo è sangue – e l’insensatezza dell’ordine di Stalin di non indietreggiare mai (cfr. Garrard 2007, 69-87).
– Conosce i quotidiani compromessi, le umiliazioni, la menzogna, l’omertà, il tradimento, la delazione che a livelli diversi macchiano tutte le persone sotto una dittatura. Con penna più lieve, e sguardo ancora più disincantato, Sergej Dovlatov descriverà in Compromesso (1996) la vita in Unione Sovietica dopo Stalin.
– Vede con chiarezza la pervasività e quella che di lì a poco Hannah Arendt avrebbe chiamato banalità del male: “sapete voi quel che c’è di più ripugnante nei confidenti e nei delatori? […] Il più terribile è quel che c’è di buono in loro […] Essi sono figli, padri, mariti teneri e amorosi […] Gente capace di fare del bene, di avere grande successo nel lavoro […] Questo appunto è il terribile: molto, molto di buono v’è in loro, nella loro stoffa umana” (Grossman 2001, 81. Cfr. Dell’Asta 2007, 49).
– Infine, come l’Omero dell’Iliade nella lettura di Simon Weil (1984), Grossman sembra sapere che la forza non appartiene a nessuno. Nelle alterne vicende della storia, i vincitori di oggi saranno i vinti di domani:
Sembrava di essere tornati all’età della pietra. I granatieri – la gloria della nazione tedesca, gli edificatori della Grande Germania – non battevano più le strade della vittoria. E insieme al sole sarebbe tramontato anche il sogno […] Nel labirinto della vita doveva celarsi una forza bruta e ottusa se la fulgida energia di Hitler e la potenza minacciosa, alata di un popolo che vantava idee all’avanguardia lo avevano condotto alla riva silenziosa di un Volga gelato, a quelle macerie, alla neve sporca, a finestre che il tramonto riempiva di sangue, alla mansueta rassegnazione di esseri umani che fissavano le volute di vapore su un pentolone di carne di cavallo […].7
Lo sguardo sul mondo e sulla storia
Le terribili vicende storiche e personali attraversate potrebbero indurre Grossman a una visione cupamente pessimistica. Questa visione si esprime nelle parole di un personaggio nelle ultime pagine del suo ultimo libro, Tutto scorre:
La storia della vita non è che una storia di indomabile violenza, eterna e indistruttibile, che si trasforma, ma non scompare né diminuisce […] la storia è un pestar acqua nel mortaio, l’uomo non evolve dall’infimo al superno, l’uomo è immobile, come un blocco di granito; la sua bontà, la sua intelligenza, la sua libertà sono stazionarie: l’umano non si accresce nell’uomo. Che razza di storia è mai quella dell’uomo, se la sua bontà non può crescere?8
Uguale sfiducia, in Vita e destino, è dichiarata nei confronti delle filosofie e delle dottrine che professano il bene: “là dove si leva l’alba del bene eterno che mai sarà vinto dal male […] là muoiono vecchi e bambini e scorre il sangue” (Grossman 2008, 386). E un dubbio atroce si insinua: “nella morsa della violenza totalitaria la natura umana subisce un mutamento, si modifica? L’uomo perde il proprio desiderio innato di libertà?” (Grossman 2008, 198).
Invece, la visione di Grossman è tragica, ma non disperata: l’umanità dell’uomo sopravvive e vince, la libertà non muore: “eppure quegli uomini erano pur sempre uomini. E – cosa fantastica, meravigliosa – lo volessero o no, essi avevano impedito che la libertà morisse; perfino i più terribili fra loro l’avevano custodita nelle loro orrende, deformi ma pure sempre umane anime” (Grossman 2001, 228). Se non crede nel bene, si affida alla bontà: “in quest’epoca di terrore e di follia insensata, la bontà spicciola, granello radioattivo sbriciolato nella vita, non è scomparsa”. Si tratta della “bontà dell’uomo per l’altro uomo, una bontà senza testimoni, piccola, senza grandi teorie. La bontà illogica potremmo chiamarla. La bontà degli uomini al di là del bene religioso e sociale”. La bontà è delicata, come la rugiada: appena la si vuole trasformare in forza, si perde, svanisce, perchè “la bontà è forte sino a quando è priva di forza” (Grossman 2008, 388-390).
Gesti di bontà, slanci di illogico altruismo, sono disseminati in Vita e destino attorno all’episodio – centrale sotto questa luce – che narra dell’amicizia fra una dottoressa ebrea e un bambino tradotti nel campo di sterminio. Compreso che i medici vengono risparmiati, la dottoressa tace la sua professione per non separarsi dal piccolo conosciuto sul treno. I due si avviano assieme alla camera a gas e muoiono abbracciati: “sono diventata madre, pensò. Fu il suo ultimo pensiero” (Grossman 2008, 529).9
Nel racconto Il vecchio maestro gli abitanti ebrei di una cittadina sono avviati in colonna alla fossa dove verranno uccisi. Una bambina perde la mano della mamma e si aggrappa alla giacca del vecchio maestro che la prende in braccio, procedendo a fatica, angosciato e preoccupato di come distrarla. Mentre la prima fila di persone viene fucilata e cade, il maestro è invaso da profonda tristezza: in quell’istante supremo, nessuno a dirgli una parola. Ma la bambina si volge verso di lui con il volto improntato a compassione: “Professore – disse – non guardare da questa parte, avresti paura. E gli coprì gli occhi con le mani, come avrebbe fatto sua madre” (Grossman 1999, 35).
Grossman guarda la storia “come una madre che sfiora una vecchia maglia di un figlio lontano: cerca la vita rimasta, vuole scoprire il calore vissuto”. Il suo è “un realismo materno” (Sisto 2007, 201). La combinazione del realismo materno – che gli viene dal legame fortissimo con sua madre e dalla inconscia identificazione con lei – insieme con la consapevolezza che nessuno è senza peccato, infondono nel suo sguardo una nota di soffusa pietà. Egli, quando è storico, lo è alla maniera di Marc Bloch (2009, 22-23) – che cerca l’uomo e che vuole sempre comprendere – e quando è poeta lo è alla maniera di Virgilio: guarda il male e ne ha pietà.
Il sentimento di pietà si fa in alcuni passaggi talmente intenso che Grossman sembra quasi guardare gli esseri umani attraverso gli occhi di una madre, attraverso gli occhi della Madonna Sistina: anche i peggiori sono suoi figli. Sui vinti si posa lo sguardo e ne coglie l’umanità che, adesso, emerge. Uno sguardo senza odio osserva sfilare la colonna di prigionieri tedeschi:
Erano uomini brutti e deboli che le loro madri avevano partorito e amato. Gli altri, la nazione che aveva marciato con il mento in avanti, le bocche altere, i capelli biondi, la pelle candida e il petto di granito, erano scomparsi. Quella folla di uomini brutti, figli delle loro madri, era meravigliosamente, fraternamente simile alle folle dei soldati sofferenti e dei figli delle madri russe che i tedeschi avevano spinto a colpi di bastone e di sterpi verso i campi di concentramento, a ovest, nell’autunno del Quarantuno.10
Materno nei confronti dei personaggi, Grossman è materno nei confronti del lettore. Lo guida sull’orlo dell’abisso e poi lo protegge dalla vista dell’orrore, gli copre gli occhi con le mani proprio come farebbe sua madre.
In Vita e destino, risplende l’episodio di Nataša, una ragazza sfiorita e canuta, timida e silenziosa che, in fila in attesa della fucilazione, senza molto capire quello che sta succedendo, si trova di fronte alla morte: “il crepitare sommesso del mitra e il boia dal viso semplice e buono, stremato dal troppo lavoro, che attese paziente di vederla avvicinare e mettersi sull’orlo di quella fossa gorgogliante” (Grossman 2008, 187). Come notano i Garrard, “il sorprendente aggettivo ‘buono’ riferito a uno degli aguzzini e i rumori attutiti – il crepitio ‘sommesso’ dei mitragliatori – distanzia il lettore da ciò che sarebbe altrimenti l’orribile realtà delle urla e del sangue che scorreva con davvero troppa abbondanza per potersi assorbire” (Garrard 1996, 344-45).
La vicenda di Nataša consente di apprezzare come l’identificazione con la madre condotta al macello renda l’autore capace di assumere completamente il punto di vista delle vittime fino a raggiungere quel fondo oscuro di passività, mansuetudine, tranquilla arrendevolezza al proprio destino mortale che nel ’31 ha scorto in Ucraina, nei contadini affamati, che immagina negli ebrei in colonna per le camere a gas, che legge negli occhi della Madonna Sistina e del bambino: una nota che non è più solo umana perché rimanda a qualcosa che è presente “nelle più varie forme della vita terrestre”, nel mondo degli animali, “negli occhi castani dei cavalli, delle mucche, dei cani” (Grossman 2007, 23). Un fondo comune che è prima dello psichico, al di là del bene e del male, quasi un humus vitale dal quale lo psichico germoglia. Sulla terra, enorme come il dolore, mentre tutti soffrono, le vittime, uomini e animali, sono coloro “che non fanno soffrire gli altri” (Grossman 2008, 723).
La nostalgia per la madre perduta, per la giovane madre dell’infanzia, guida alla casa natale il protagonista di Tutto scorre, suggellando la sua liberazione dall’infamia del lager e la conclusione del romanzo: “per un attimo fu come se una luce mai vista prima, incredibilmente vivida, inondasse la terra. Qualche passo ancora e, dentro quella luce, vedrà la casa e la madre si avvicinerà a lui, il figliol prodigo, e lui le si inginocchierà dinanzi, e le giovani, bellissime mani di lei si poseranno sulla sua spelacchiata canizie” (Grossman 2001, 229).
Sulle macerie di Stalingrado, su vincitori e vinti, si posa lo sguardo di Grossman, come la carezza di bellissime mani. Ricordate il passo qui citato in apertura? Ricordate la neve che si posa sulle spalle del soldato tedesco Bach? Quella neve cade come un sipario, cade come un balsamo, cade gratuita, lieve ed equanime come la pietà. È la stessa neve che cade sul corpo di un pilota russo:
Il pilota morto restò tutta la notte sulla collina innevata: era una notte gelida e le stelle brillavano fulgide. All’alba la collina si tinse di rosa, e il pilota giacque sul rosa della terra. Poi si alzò il vento, e la neve ricoprì il suo corpo.11
Quella neve è buona e scende sulla terra e sulle stelle come un principio di silenzioso oblio che non può venire dai vivi né dai morti, che tacciono, ma dall’immenso fiume del tempo nel quale la vita scorre come un rigagnolo tenace:
In quel silenzio cupo l’acqua scura si apriva un varco fra lastre di cemento viscido, tra pietre pesanti. Era un’acqua rosso scuro che sapeva di marcio, con grumi di schiuma chimica e pezzi di stracci lerci e macchiati di sangue – i residui delle sale operatorie del lager. Sarebbe sparita sotto la terra del lager, quell’acqua, riaffiorando per poi tornare a nascondersi. Ma avrebbe seguito il suo corso, perché l’acqua cupa del lager aveva dentro di sé l’onda del mare e la rugiada del mattino.12
Vivi, vivi per sempre: l’acqua che scorre ha la voce della madre e la voce dello scrittore. È la parola, la più alta espressione della libertà, che non deve morire perché ha dentro di sé il nostro passato e il nostro futuro.
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1 Grossman (2008), 709. Sulla vita di Vasilij Šemenovic Grossman (il vero nome, poi russificato, era Josif Solomonovič Grossman) si vedano Lipkin (1990), Garrard (2009), Anissimov (2012) e Popoff (2019). Sulle opere e sul suo pensiero si vedano almeno Maddalena e Tosco (2007), Tosco (2011), Maddalena (2023). Per quanto riguarda la sitografia, è eccellente e utilissimo il sito dello Study Center Vasily Grossman – https://grossmanweb.eu/ – dove, tra gli altri materiali, è consultabile il Grossman Digital Documentation Center, che contiene il catalogo delle opere di Grossman e degli studi a lui dedicati dal 1934 a oggi; il Centro organizza regolarmente convegni nazionali e internazionali, giornate di studio e seminari dedicati a Grossman, pubblicandone gli atti. Da segnalare anche il blog NonSoloProust di Gabriella Alù – https://nonsoloproust.wordpress.com/ – dove sono reperibili numerosi articoli dedicati all’autore.
2 Sulla storia del Libro nero si vedano Bellini (1999), 135-141, e Salomoni (2007), 161-182. Molto utile, anche ma non solo, a questo proposito, è Nirenstein (1999). L’impressionante testimonianza di Grossman su Treblinka si può leggere in Grossman (1999), 79-121 e nella più recente traduzione di Claudia Zonchetti in Grossman (2010).
3 Grossman (2022), 460.
4 Grossman (1999), 39. Per i taccuini e i reportage di guerra cfr. anche Grossman (2015).
5 Sulla fortuna della Madonna Sistina in Russia si vedano Bori (1990) e Gaviglio (2020). Anche Sigmund Freud sostò dinnanzi al quadro di Raffaello nella pinacoteca di Dresda e ne scrisse alla moglie Martha: “Sapevo che vi era anche una Madonna di Raffaello e finalmente la trovai […] con molta gente in silenziosa meditazione davanti a essa. La conosci certamente, la Sistina. Quando mi fui seduto il mio pensiero fu ‘se tu fossi con me’. Da quel quadro emana un incanto a cui non ci si può sottrarre”. Anche Freud resta colpito dall’umanità della Madonna: “un’affascinante creatura umana”. Questa lettera, che si trova nelle Lettere alla fidanzata, è citata per esteso in Immaginando di Domenico Chianese e Andreina Fontana (2010).
6 Sulla carestia in Ucraina rimando al pionieristico libro di Robert Conquest, Raccolto di dolore, uscito in inglese nel 1984 e tradotto in Italia nel 2004 come anche alla raccolta di saggi a cura di De Rosa e Lomastro (2004). Si veda anche Graziosi (2004). Holodomor è una parola creata dalla fusione tra holod (in ucraino fame, carestia) e moryty (uccidere, affamare, esaurire): nel 2003 il parlamento ucraino ha ufficialmente dichiarato la carestia del 1932-33 un atto di genocidio perpetrato dal regime di Stalin contro il popolo ucraino. Cfr. anche Graziosi (2008), che richiama in più punti le pagine di Grossman.
7 Grossman (2008), 697.
8 Grossman (2001), 225.
9 Sul tema della bontà dei singoli contrapposta al male, rimando a Rossi Monti (2006).
10 Grossman (2008), 763.
11 Grossman (2008), 583
12 Grossman (2008), 516.